BOICOTTA I PRODOTTI TEDESCHI

I tedeschi sono nazisti nel DNA. Hanno tentato per tre volte di distruggere l’Europa e questa volta ci sono riusciti.
L’unico motivo per cui i tedeschi non sputano ancora sui cadaveri e le ceneri degli ebrei è perché le amministrazioni americane di Johnson e Nixon li costrinsero a pentirsi per motivi strategici (Israele). Ma i tedeschi sono nazisti nel cuore.

La Germania e i tedeschi sono nazisti nel DNA, oggi stanno condannando al martirio milioni di europei, e come se non bastasse li sfregiano pure chiamandoli ‘PIIGS’, maiali. Sono SS nel sangue, sono un popolo che deve essere fermato da una coalizione internazionale e messo sotto tutela ONU per sempre. Non smetteranno mai di provarci. Sono nazisti nati. 


Paolo Barnard

 http://altrarealta.blogspot.it/2015/07/boicotta-i-prodotti-tedeschi.html

“Tengo aperta la mia attività, ma non pago più le tasse”

La denuncia di una mamma single di Mortise titolare di uno studio di tatuaggi: “Mi appello al principio dello stato di necessità sancito dalla Costituzione”di Annalisa Celeghin

Chiara Rizzi, 37 anni, tatuatrice, con la figlioletta

PADOVA. «Sono stanca di fare la rivoluzione silenziosa». Chiara Rizzi, 37 anni, è spossata dalla continua battaglia contro uno Stato che, a suo parere, non le consente di vivere dignitosamente. E così ha deciso di sfogarsi sulla sua bacheca Facebook, seguita da oltre 3.800 contatti, con una dichiarazione che è uno sfogo ma anche un appello.

«Sono una lavoratrice autonoma e prima ancora mamma single di una splendida bambina, dichiaro apertamente di non riuscire più a pagare, con i miei incassi, tutte le tasse che lo Stato mi chiede. Mi appello ai principi dello stato di necessità e della capacità contributiva proporzionale al proprio reddito, stabiliti rispettivamente dagli Artt. 54 c.p. e 53 della Costituzione Italiana per legittimare il mio rifiuto categorico di continuare a contribuire, attraverso le tasse, alle spese per il mantenimento dei privilegi della classe politica che ci governa, vera protagonista di questa crisi economica».

Le parole di Chiara non lasciano spazio ad interpretazioni. «La mia, come quella di molti altri, è una situazione di indigenza. Motivo per cui ho smesso di pagare le tasse: non ho più conti correnti, l’automobile, non ho proprietà. Riesco a pagare solo i costi vivi legati alla mia attività di tatuatrice». Lo scritto di Chiara, il cui nome d’artista è KiaveRossa (ha il suo studio in via Lanari a Mortise), non sono passate inosservate: moltissime le condivisioni avute nelle ultime ore e i commenti di chi la sostiene in questa sua lotta.

«In questi anni ho cercato di pagare le bollette, che sono quadruplicate, ho cercato di pagare le tasse comunque quadruplicate, ho cercato di mantenere in vita la mia attività portando al minimo i costi di gestione e riducendo le mie entrate, perché costretta ad abbassare i prezzi (nonostante l’Iva) per mantenere la clientela. Di conseguenza ribadisco apertamente di non poter più pagare ulteriori tasse. Non sono una delinquente, non sono una ladra e ho sempre lavorato in maniera ottimale e professionale, ma davanti a una politica che continua insensatamente a mantenere privilegi e costi sproporzionati, vergognosi e irrispettosi nei confronti di tutti i lavoratori di questo Paese, inizio questa protesta economica appellandomi ai due sopracitati principi: il vertiginoso e incontrollato aumento delle tasse ha prodotto un danno grave e attuale alla mia famiglia mettendo in pericolo soprattutto il futuro di mia figlia».

http://altrarealta.blogspot.it/2014/12/tengo-aperta-la-mia-attivita-ma-non.html

MOLTO IMPORTANTE E MOLTO URGENTE


Cara amica e caro amico,
questaè la notizia più importante per la vita e il benessere presente e futuro degli italiani.
È in gioco il futuro economico dell’Italia. Se la Banca d’Italia rimarrà degli italiani potremo avere qualche probabilità di riprenderci, uscire dalla dipendenza e dalla sottomissione ai paesi più potenti, vicini e lontani.
Con la Banca Centrale di nostra proprietà sarà possibile riattivare il nostro ineguagliabile sistema produttivo, ridurre la disoccupazione giovanile e l’impoverimento generale, recuperare l’indipendenza e la dignità della nostra nazione.
Come potrai scoprire più avanti, se permetteremo che la Banca d’Italia, e poi Poste Italiane, Eni, Enel, Snam, Fincantieri e Terna, RAI e molte altre delle nostre migliori aziende cadano nelle mani prima dei banchieri italiani e poi via via dei più grandi e potenti banchieri stranieri, noi italiani saremo destinati a decenni di decadenza e povertà.
Per questo ti chiedo di attivarti al massimo e immediatamente per condividere questo testo con tutte le persone che conosci, via Internet ma anche stampandolo.
Ognuno di coloro che riceverà questa informazione così importante e così poco conosciuta, deve informare tante altre persone prima possibile e poi dobbiamo intervenire verso tutti i giornali, tutti i siti web, scrivere al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio, al Ministro dell’Economia e al Presidente dei Deputati, ai capi dei partiti e a tutti i personaggi importanti che possiamo conoscere.
Se ognuno di noi si impegna per quanto può ed è capace, tutti insieme potremo ottenere che in Italia nelle prossime ventiquattro ore si parli solo di questo, un argomento e una decisione davvero molto preoccupante per il futuro di tutti noi italiani, sicuramente molto più importante di Renzi e Berlusconi e della legge elettorale, e di tutti quegli assordanti pettegolezzi con cui tanti giornalisti ci distraggono continuamente per impedirci di ragionare con la nostra testa e con il buon senso.
Ti prego di fare tutto ciò che ti è possibile fin da questo momento!
Per favore dopo che hai letto l’allegato non ti fermare, non rinviare a più tardi. È possibile che ci sia qualche parola o qualcosa che non ti piace del tutto o verso cui sei critico. Per favore non te ne curare: ciò che conta è l’informazione principale, il furto della Banca d’Italia agli italiani, e poi di Poste Italiane, Eni, Snam, Rai, ecc, e fare arrivare questa importantissima informazione a tutti in pochissimo tempo, dopo sarà troppo tardi!
Devi trovare subito qualche minuto soltanto, per difendere il tuo benessere, dei tuoi cari e forse anche delle future generazioni. Forza, agisci subito, senza tentennamenti e gira subito questa mail a tante persone che conosci, anche tutte quelle che hai nel tuo indirizzario e nel tuo profilo facebook o su twitter con l’hashtag     #fermiamolapiugrandeporcatadellapartitocrazia
Nel fare questo non c’è niente di male, anzi farai solo del bene! In questo modo potremo far capire quanti italiani sono ormai stanchi di tutti i soprusi che subiamo ogni giorno e che non vogliamo più restare passivi. Grazie!
Appena puoi fai anche qualche decina di copie e distribuiscile a chi ti vive vicino e usa poco o non usa Internet: ricordati che nelle prossime ore ci vogliono derubare della nostra più importante ricchezza!
Se vuoi mettere il tuo nome e la tua città o paese sotto il mio saremo felici entrambi! (Il cognome è facoltativo)
Giorgio Gustavo  Cesena

 

SIAMO ANCORA IN TEMPO PER FERMARLI!
LA PIÙ GRANDE PORCATA DELLA PARTITOCRAZIA ITALIANA ED EUROPEA
VOGLIONO REGALARE IL PATRIMONIO DI CENTINAIA DI MILIARDI DELLA BANCA D’ITALIA AI BANCHIERI PRIVATI ITALIANI E STRANIERI
Dopo il Porcellum di Calderoli, Berlusconi e Casini del 2005, domani 21 gennaio 2014 arriva LA PIU’ GRANDE PORCATA di Saccomanni con Letta, Alfano e Renzi.
Se martedì 21 gennaio 2014 la Camera dei Deputati approverà il Decreto Legge n. 133, il ministro dell’Economia Saccomanni, insieme a Letta Alfano e Renzi regaleranno centinaia di miliardi di euro degli italiani ai banchieri che non hanno alcun diritto sull’immenso patrimonio della Banca d’Italia, oro immobili e diritti di signoraggio inclusi.
Il Decreto 133 è in evidente contrasto con la Costituzione Italiana*
Il Decreto 133 è in contrasto con la legge n. 262 del 2005, che stabilisce il ritorno allo Stato Italiano delle quote della Banca d’Italia**
IL PIÙ GRANDE CONFLITTO D’INTERESSI VIENE DAL MINISTRO DELL’ECONOMIA FABRIZIO SACCOMANNI, infatti il Ministro dell’Economia e delle Finanze del Governo Letta è un banchiere, scelto dai banchieri a rappresentarli, e con questo Decreto Legge regalerà la Banca d’Italia e il suo patrimonio di centinaia di miliardi di euro ai banchieri che lo hanno scelto. Il Decreto Legge 133 è incostituzionale, è contro la legge 262 del 2005, va contro la natura pubblica della Banca d’Italia, va contro l’interesse degli italiani per favorire gli interessi dei banchieri privati e delle assicurazioni private italiane e straniere che hanno scelto Saccomanni prima come Direttore Generale della Banca d’Italia e poi come Ministro dell’Economia del Governo Letta. Fabrizio Saccomanni non è mai stato eletto e da decine d’anni è ai vertici del sistema bancario italiano e internazionale. Per questo Fabrizio Saccomanni non può più fare il Ministro dell’Economia e non deve essergli consentito di regalare la Banca d’Italia ai suoi amici banchieri.
Dal sito della Banca d’Italia: la Banca d’Italia è la banca centrale della Repubblica italiana ed è parte del Sistema europeo di banche centrali (SEBC) e dell’Eurosistema. È un istituto di diritto pubblico.
Nell’esercizio delle proprie attribuzioni la Banca opera con autonomia e indipendenza, nel rispetto del principio di trasparenza, secondo le disposizioni della normativa comunitaria e nazionale.
Coerentemente con la natura pubblica delle funzioni svolte e consapevole dell’importanza dei propri compiti e responsabilità, l’Istituto cura la diffusione di dati e notizie con la massima ampiezza informativa.
Il patrimonio della Banca d’Italia, i suoi immobili, le tonnellate di lingotti d’oro (da soli valgono più di 100 miliardi di euro), le centinaia di miliardi di euro derivanti dalla stampa dei biglietti e delle monete sono degli italiani perché sono il risultato di oltre un secolo di attività pubblica della Banca d’Italia! Le banche e le assicurazioni private non hanno mai tirato fuori un solo euro per acquistare la Banca d’Italia, e quindi non hanno nessun diritto sulla Banca d’Italia!
In tutti i grandi paesi europei, Germania Francia Inghilterra e Spagna per prime, la banca centrale è di proprietà pubblica.
  • ** Il Decreto in discussione martedì alla Camera va contro la Costituzione perché:
          I decreti legge devono avere requisiti di necessità e d’urgenza, altrimenti sono incostituzionali. La norma relativa al capitale della Banca d’Italia è evidentemente priva del requisito della necessità e urgenza, e quindi il Decreto 133 è incostituzionale.
          I decreti legge devono trattare materie omogenee altrimenti sono incostituzionali. Il Decreto Legge 133 tratta della tassazione dell’Imu e delle regole per la cessione di immobili pubblici: sono materie che non hanno nulla a che fare con la proprietà della Banca d’Italia!
          I decreti leggi non possono avere come argomento norme ordinamentali altrimenti sono incostituzionali. La norma relativa al capitale della Banca d’Italia invece è proprio una norma ordina mentale, e quindi non può essere oggetto di decretazione d’urgenza.
          A partire dal 2014, grazie al Decreto Legge 133, ogni anno i banchieri potranno impadronirsi di decine di miliardi di euro, derivanti dalla stampa degli euro che invece spettano a noi italiani, se la Banca d’Italia rimane pubblica.
          Mantenere la proprietà pubblica della Banca d’Italia è l’unica possibilità che abbiamo per potere ridiscutere il debito pubblico italiano e poi pagarlo.
          Per tutti questi motivi, da più parti è stata fatta richiesta al Ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni di stralciare la parte relativa alla Banca d’Italia dal Decreto 133, ma l’ex Direttore Generale della Banca d’Italia, in grave e evidente conflitto d’interessi, si è opposto!
  • * LEGGE 28 dicembre 2005, n.262 – Disposizioni per la tutela del risparmio e la disciplina dei mercati finanziari. TITOLO IV  DISPOSIZIONI CONCERNENTI LE AUTORITA’ DI VIGILANZA Capo I PRINCIPI DI ORGANIZZAZIONE E RAPPORTI  FRA LE AUTORITA’
    Art. 19. (Banca d’Italia)  … 10. Con regolamento da adottare ai sensi dell’articolo 17 della
    legge 23 agosto 1988, n. 400, è ridefinito l’assetto proprietario della Banca d’Italia, e sono disciplinate le modalità di trasferimento, entro tre anni dalla data di entrata in vigore della
    presente legge, delle quote di partecipazione al capitale della Banca d’Italia in possesso di soggetti diversi dallo Stato o da altri enti pubblici.
PER SACCOMANNI E LETTA/ALFANO/RENZI DOPO LA BANCA D’ITALIA SARA’ IL TURNO DI POSTE ITALIANE, ENI, SNAM, TERNA, ENEL, FINMECCANICA, RAI, …
Dopo aver regalato la Banca d’Italia ai banchieri che lo hanno scelto, il banchiere Ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni ha già progettato di “vendere” POSTE ITALIANE (inclusi i risparmi di milioni d’italiani) e poi  ENI, TERNA, ENEL, FINMECCANICA, RAI, SNAM, che gestisce la rete di distribuzione del gas, mentre stiamo già rischiando di perdere la rete telefonica dopo la svendita di Telecom, più immobili e terreni pubblici. In questo modo il banchiere Saccomanni sta proseguendo la svendita delle migliori aziende italiane già in parte realizzata dai suoi colleghi banchieri che lo hanno preceduto al Ministero del Tesoro, dell’Economia  o a capo del Governo, quando sono state privatizzate alcune delle più importanti aziende italiane nel campo alimentare, industriale e bancario a prezzi di saldo, e a tutto vantaggio dei paesi concorrenti dell’Italia.
Se non fermiamo Saccomanni e i banchieri che lo dirigono la rovina dell’Italia sarà completa e probabilmente irreversibile!
Non farti distrarre da Renzi e Berlusconi, difendi la Banca d’Italia da chi vuole rubarla agli italiani.

Queste informazioni sono disponibili anche in PDF. Puoi scaricare una copia da stampare e/o da divulgare ai tuoi contatti tramite questo link:

Scenari spaventosi e raccapriccianti

Paolo Becchi

 di Paolo Becchi

 L’apertura delle consultazioni ed il conferimento del pre-incarico a Bersani segnano un momento decisivo per il MoVimento 5 Stelle. Decisivo, perché è nei prossimi giorni che il MoVimento dovrà dimostrare la propria forza politica e la propria capacità di non cadere nelle “trappole” che gli altri partiti gli tenderanno (come accaduto in occasione dell’elezione del Presidente del Senato). Secondo diversi opinionisti, politici e “intellettuali”, senza la formazione del nuovo Governo il lavoro del Parlamento non potrà iniziare. Personalmente non ne sono convinto, e sono ormai settimane che tento di spiegare questa posizione: con il Governo Monti dimissionario (e quindi in prorogatio di fatto), l’Assemblea può iniziare comunque la propria attività legislativa. A cominciare ad esempio dalla riforma della legge elettorale, dai tagli ai costi della politica e dall’eliminazione delle province.

 Ma andiamo avanti. Quali insidie, dunque, si preparano per il MoVimento? La tattica del Pd pare ormai abbastanza chiara. Bersani ha voluto ed ottenuto l’affidamento di un pre-incarico pur sapendo già di non poter ottenere la fiducia in Parlamento. Egli spera, probabilmente, di ripetere il bis rispetto a quanto accaduto con Grasso, di giocare d’azzardo confidando che, all’ultimo momento, alcuni senatori delle opposizioni finiscano per votare la fiducia al suo Governo. Il gioco del Pd è questo: costringere il MoVimento ad esprimere la propria linea politica a conti già fatti, ponendolo di fronte a un’alternativa secca: “O votate la fiducia oppure dimostrate di essere degli irresponsabili, perché è soltanto per colpa vostra che questo Paese è ingovernabile, per colpa vostra che si dovrà tornare a votare, per colpa vostra che i mercati reagiranno spingendo l’Italia (ancora una volta) verso il “rischio” Grecia.”

 È un’alternativa falsa, ed infida. Sarebbe il Pd, infatti, a dimostrarsi il vero irresponsabile decidendo coscientemente di formare un Governo pur sapendo che quest’ultimo non otterrà la fiducia. Chi sarà l’irresponsabile? Chi si dimostrerà incoerente e chi coerente? Chi è che da mesi ripete che non voterà nessuna fiducia a qualsiasi Governo Pd o Pdl che sia? È forse disposto il MoVimento a scendere a compromessi con questi partiti? A fare davvero delle distinzioni, delle eccezioni, delle valutazioni sul “meno peggio”? No, non può esserlo: i partiti politici vanno tutti combattuti sullo stesso piano; sono i nostri nemici politici, e con loro non è possibile alcuna alleanza. In questo il M5S ha dimostrato, negli ultimi giorni, tutta la sua forza politica: ha ribadito la sua netta opposizione ad ogni governo formato dalla partitocrazia, ha ripetuto che nessuna fiducia verrà accordata al Pd.

 Forse è per questo che il Pd potrebbe tentare di giocare un’altra carta, quella dell’ “inciucio” con il Pdl, come le ultime dichiarazioni di Berlusconi sembrano suggerire. L’idea sarebbe questa: il Pdl vota la fiducia a un Governo Pd, e il Pd, in cambio, s’impegna a eleggere un Presidente della Repubblica che garantisca a Berlusconi di rimanere in Parlamento (visto il sempre più concreto rischio “ineleggibilità” di questi giorni) e di mettere fine attraverso immunità alla cosiddetta “persecuzione” giudiziaria (magari nominandolo senatore a vita). Berlusconi è disposto a tutto, ormai, a patto che gli venga assicurata la sopravvivenza: fine dei processi ed elezione “concordata” del prossimo Capo dello Stato. Così si muovono, in questa direzione, le strane trattative tra Pd, Monti e Lega, secondo trame invisibili e strategie del ragno da Prima Repubblica. Questa sarebbe la “responsabilità” politica di cui parla Bersani? Questa sarebbe la democrazia?

 Ancora un’ipotesi. Napolitano potrebbe tentare di proseguire nella linea della sua Terza Repubblica: imporre a Bersani di guidare un nuovo governo di “tecnici”, questa volta spostato a sinistra (Rodotà, Onida, Zagrebelsky, Marzano, forse qualche prete, qualche donna, qualche santo, qualche navigatore). Una forma di suicidio assistito, nelle mani del Presidente della Repubblica. Certo è che iniziare una nuova legislatura con un nuovo Governo del Presidente sarebbe un “colpo di Stato” ancor più grave di quello che portò, lo scorso anno, Monti alla Presidenza del Consiglio.

Tutte queste ipotesi, perché? Perché è evidente quello che sta accadendo: trovare una soluzione, una qualsiasi soluzione, anche profondamente antidemocratica, pur di non tornare alle elezioni. E’ questa la linea che condividono i partiti, Pd e Pdl in testa, il Capo dello Stato, l’attuale Governo dimissionario e tutto il sistema di interessi esistente intorno alla partitocrazia. Meglio un governo tecnico, un governo non democratico, un governo improvvisato, che le elezioni. Qualsiasi soluzione, lo ripeto: i compromessi e negoziati si stanno realizzando sia per quanto riguarda il Governo che il futuro Capo dello Stato, con scenari spaventosi e raccapriccianti, come l’appoggio di senatori leghisti al Pd o la concessione, da parte del Partito Democratico, di assicurazioni e garanzie a Berlusconi. Un connubio, un “inciucio” mai visto né pensato, con un’occupazione sistematica di tutte le cariche dello Stato – dal Quirinale al Governo – da parte dell’asse Pd – Pdl.

 Davvero è meglio tutto questo, o invece si dovrebbe arrivare, finalmente, alla constatazione che, poiché non c’è la possibilità di formare una maggioranza solida per governare, si debba ritornare alle urne? Meglio un nuovo Governo Bersani che navigherà a vista come ai tempi della Prima Repubblica? Meglio un nuovo Governo Pd-Pdl o Pd-Monti-Lega (?!!), risultato del più grande “inciucio” che la storia repubblicana abbia mai visto? Meglio un nuovo Governo Tecnico che farà la fine di quello precedente nel giro di un anno? O non sarebbe meglio ricorrere alla volontà popolare con una nuova legge elettorale?

 Si ripete che, senza un nuovo Governo, non sarebbe possibile approvare una nuova legge elettorale. È un falso colossale. Il Parlamento può già legiferare, in questo momento, anche con l’attuale Governo dimissionario (che è in prorogatio di fatto da già 3 mesi). E si dovrà iniziare la legislatura proprio a partire dalla legge elettorale. Se per anni si è ripetuto che il Porcellum deve essere abbandonato e se, nel contempo, si dice che, in questo momento, l’approvazione di una nuova legge elettorale richiederebbe trattative politiche e tempistiche troppo complicate in una fase come questa, allora basterebbe accordarsi su una soluzione molto semplice: votare con la legge elettorale precedente, il Mattarellum. Per fare questo, basterebbe approvare una legge con un solo articolo, che recitasse: “L’attuale legge elettorale è abrogata. Rivive la precedente”. Se davvero i partiti volessero cambiare la legge elettorale, in pochi giorni si farebbe con una facilità disarmante.

 Cosa volete, allora, partiti ormai morti? Volete proseguire la lunga agonia o tornare alle urne, lasciando al popolo la decisione ultima sul destino politico di questo Paese? La verità è che stanno cercando di passare tra Scilla e Cariddi, evitando di sciogliere questa alternativa, perché, in entrambi i casi, la strada scelta non potrà che dare più forza al M5S. Tutto si può dire, ma non che il M5S sia responsabile di questo “stallo”: il moVimento ha, fin dall’inizio, sostenuto una linea politica decisa e coerente, ribadita anche durante le consultazioni con il Capo dello Stato. Lo ha detto chiaramente: il MoVimento 5 Stelle è la prima forza politica alla Camera, senza i voti contestati degli italiani all’estero, e pertanto è chiamata ad assumersi le proprie responsabilità, mostrando la propria disponibilità ad accettare un eventuale incarico di Governo. Se non gli si vuole affidare il Governo, allora non si potrà che rivotare. Sono i vecchi partiti ad essere irresponsabili, in realtà, perché stanno tentando di prolungare il più possibile l’attuale crisi sperando di navigare a vista per un po’ di tempo, mantenendo questo Paese in stato vegetativo permanente nell’attesa che succeda qualcosa (un miracolo?) che possa salvarli.

http://www.byoblu.com/post/2013/03/25/Scenari-spaventosi-e-raccapriccianti.aspx

La cinghia di trasmissione

Senato Vito Crimi Paolo Becchi Beppe Grillo

 di Paolo Becchi

 Cerchiamo di ragionare a mente lucida su quello che è successo con l’elezione dei Presidenti di Camera e Senato. Il primo dato di fatto è che i nomi dei candidati del centrosinistra che circolavano erano fino a venerdì Dario Franceschini alla Camera e Anna Finocchiaro al Senato. Ma questi sono stati sostituiti in sede di votazione da due nuovi nomi: Laura Boldrini alla Camera e Pietro Grasso. Due figure che, indipendentemente dal giudizio che possiamo darne, sono per la prima volta in Parlamento e fuori dal quadro politico istituzionale. Si sarebbe avuto questo risultato senza la forte presenza del Movimento 5 Stelle in Parlamento?

 Certo, si tratta di volti nuovi della vecchia politica, ma intanto questo primo piccolo risultato d’innovazione è da attribuirsi comunque al Movimento 5 Stelle. Bersani ha piazzato due personalità della sua coalizione, ma due personalità non “politiche”, la prima per altro neppure appartenente al suo partito. Per raggiungere l’en plein ha sacrificato la sua identità politica. Se a ciò aggiungiamo la fine ingloriosa di Rigor Montis che ha dimostrato tutta la sua incapacità autocandidandosi a ruolo di Presidente del Senato per poi, deluso, far votare ai suoi scheda bianca, possiamo concludere che qualcosa è cambiato in Parlamento. Anche la scelta di Berlusconi di ripresentare Schifani è il segno dell’incapacità di comprendere quanto stia avvenendo nel nostro paese. E ora passiamo alle dolenti note.

 Alla Camera il comportamento dei cittadini portavoce è stato del tutto coerente: dall’inizio alla fine il proprio candidato è stato votato all’unanimità. Il mal di pancia è cominciato al Senato e solo per via del ballottaggio finale tra Schifani e Grasso. Sappiamo di riunioni concitate e tutto ciò è un bene, Quello che è male è che alla fine sia mancata una decisione unitaria e compatta. Discutere va bene, ma poi ci si conta e alla fine la linea maggioritaria dev’essere accettata da tutti senza tentennamenti, anche se con qualche dubbio. Questo a quanto pare non è avvenuto al Senato. E invocare una presunta libertà di coscienza non risolve il problema che si è aperto.

 È quindi del tutto opportuno che il capo politico del Movimento abbia, con un comunicato, richiamato all’ordine i dissidenti. Forse quel richiamo al proprio codice deontologico firmato da tutti i parlamentari del Movimento 5 Stelle doveva essere fatto anche prima. Se questo sia avvenuto non lo so, anche perché la riunione non era in streaming. Possiamo criticare – e giustamente – coloro che al Senato non hanno seguito le indicazioni della maggioranza, ma dobbiamo anche riconoscere che in momenti così decisivi è al capo politico del Movimento che spetta di indicare la via da seguire ricordando, se è il caso, i precedenti impegni assunti.

 Onde evitare nel futuro errori ancora più gravi, occorre trovare una “cinghia di trasmissione” tra un capo che si trova al di fuori del parlamento e i cittadini portavoce. È stato un episodio certamente non irrilevante, di immaturità politica, ma, non dimentichiamolo, sono i primi passi di un bambino che procede ancora a tentoni. Aiutiamolo a crescere, questa è la cosa principale.

http://www.byoblu.com/post/2013/03/17/La-cinghia-di-trasmissione.aspx

Perché il Movimento Cinque Stelle non può dare la fiducia

Cinque Stelle fiducia PD

 Il Movimento Cinque Stelle ha detto fin da subito che non avrebbe votato la fiducia a un Governo Pd. Questa posizione è stata ovviamente criticata dall’esterno, e forse anche da qualcuno all’interno. Per comprenderne le ragioni, bisogna capire bene cosa significa, questa benedetta “fiducia”. Non a tutti è chiaro. Oggi lo spieghiamo anche alla proverbiale casalinga di Voghera.

 La nostra forma di Governo prevede, tra le altre cose, un bicameralismo perfetto (unico caso nel mondo. Ovvero – in soldoni – tutte le leggi devono essere approvate e possono essere modificate da entrambe le Camere) e il meccanismo della fiducia. La “fiducia” è introdotta dall’art.94 della Costituzione italiana (e no, non bisogna essere fini costituzionalisti per leggerla e capirne il senso: la Costituzione è stata scritta perché la comprendessero tutti).

Art. 94

Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere.

Ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale.

Entro dieci giorni dalla sua formazione il Governo si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia.

Il voto contrario di una o d’entrambe le Camere su una proposta del Governo non importa obbligo di dimissioni.

La mozione di sfiducia deve essere firmata da almeno un decimo dei componenti della Camera e non può essere messa in discussione prima di tre giorni dalla sua presentazione.

 L’Italia è una Repubblica Parlamentare (e questo va ricordato, ogni volta che si fa una critica sulla proposta di prorogatio all’attuale Governo). Questo significa che l’organo titolato ad esercitare la potestà legislativa (fare le leggi) è principalmente il Parlamento. Il Governo ha semmai il ruolo di indirizzo politico: la sua iniziativa legislativa è sempre e comunque subordinata. Può cioè dare esecuzione a strategie politiche, che poi trasforma per esempio in decreti legge, i quali però devono sempre e comunque essere convertiti in legge dal Parlamento (entro 60 giorni), altrimenti decadono.

 Per entrare in carica, il Governo deve farsi dare la fiducia, e siccome operiamo in regime di bicameralismo perfetto, la fiducia deve essere data sia alla Camera dei Deputati che al Senato della Repubblica. Perché si fa questo passaggio? Senza bisogno di aprire un manuale di Scienza Politica (ce l’ho, se volete lo tiro fuori), diamo un’occhiata a Wikipedia che lo spiega bene. In relazione alla votazione della fiducia con “mozione motivata” e per “appello nominale”, si legge:

« Queste ultime due disposizioni hanno un preciso scopo: quello di creare una stabile maggioranza politica. L’obbligo di motivare la mozione fa sì che i vari gruppi si impegnino, se favorevoli, a sostenere il Governo in modo stabile. La votazione a scrutinio palese serve a far sì che i vari parlamentari si assumano la responsabilità politica personale di sostenere il Governo. »

 Tutto chiaro? La fiducia non è un atto formale che permette ad un Governo di entrare in carica, come qualche commentatore interessato cerca di far credere per semplificare a proprio vantaggio il casus belli, ma un vero e proprio atto di corresponsabilità politica di fronte al Paese e agli elettori, che per di più  deve essere stabile. La fiducia non si dà e non si toglie come si sale e si scende dal tram: questo sì, sarebbe da irresponsabili.

 Tant’è vero che per togliere la fiducia a un Governo in carica la procedura si complica. Il primo voto di fiducia, quello che permette a un nuovo Governo di entrare in carica, è infatti un atto propositivo sul quale tutte le forze politiche sono chiamate immancabilmente ad esprimersi. La revoca della fiducia, invece, si può avere solo se qualcuno ne fa proposta (mozione di sfiducia) e se questa proposta viene sottoscritta da un numero sufficiente di parlamentari (un decimo per Camera, dunque nel caso di Montecitorio almeno 63 deputati). Inoltre, qualora la mozione avesse i requisiti per essere inserita all’ordine del giorno, non potrebbe essere discussa prima di tre giorni, perché (come nei casi di divorzio matrimoniale), si deve dare l’opportunità a chi l’ha presentata di ripensarci, magari sfiancandolo con estenuanti pressioni. E infine, ovviamente, bisognerebbe avere una maggioranza che la vota.

 Supponiamo ora che il Pd presentasse un programma di Governo in cui, per assurdo, ricalca tutto quello che vuole fare Grillo. Dico “per assurdo” perchè, a quel punto, tanto varrebbe avere direttamente un Governo a Cinque Stelle. Supponiamo anche che i 162 parlamentari pentastellati, colti da raptus o irretiti dalle reiterate richieste di “responsabilità”, dopo il discorso parlamentare di Bersani (senza conoscere i contenuti del quale non ha senso neppure interrogarsi sulle intenzioni dei cinque stelle, visto che prima si ufficializza una proposta e solo dopo la si può votare), votassero per questa benedetta fiducia. Dal giorno dopo, il Partito Democratico avrebbe il viatico per iniziare la sua azione di Governo. Rispetterebbe l’indirizzo politico dichiarato per ottenere la fiducia? Questo è il problema.

 Parliamo dello stesso partito che fa “parlamentarie” per definire liste di candidature in cui antidemocraticamente impone veterani vietati dallo statuto, come la Bindi. Parliamo dello stesso partito le cui ingerenze nelle fondazioni bancarie hanno portato alla situazione che sappiamo di Monte Dei Paschi, e che non ha mai pubblicato l’elenco dei mutui ottenuti dai suoi dirigenti/funzionari/parlamentari. Lo stesso partito del fiscal compact, del più Europa a tutti i costi, del conflitto di interessi che secondo Fassino non era una priorità degli italiani, e così via. Un partito che accusa gli altri di non essere democratici, ma che di democratico – visto l’establishment che non molla le redini – non ha poi molto. Un partito che insiste per governare perché sa benissimo che, se si tornasse alle urne, tutta la sua dirigenza verrebbe rasa al suolo e si farebbero avanti nuove leve, con tutto il loro entourage, come Matteo Renzi. E che per questo fa lanciare appelli su appelli a una presunta responsabilità, sia manipolando petizioni altrui e presentandole come se fossero della base del Movimento Cinque Stelle (Viola Tesi, esponente del Partito Pirata), sia lanciando i suoi intellettuali  su Repubblica.

 La verità è che, con tutta probabilità, il Partito Democratico continuerebbe a fare quello che ha sempre fatto, ovvero i suoi interessi speculari e complementari a quelli del centrodestra, con la sola differenza che a permettergli di farlo, questa volta, sarebbe stato il Movimento Cinque Stelle, con il viatico del suo voto di fiducia. Cosa accadrebbe infatti dei punti condivisi con i parlamentari del Movimento? Si arenerebbero nelle sabbie mobili dei ministeri, dove Berlusconi stesso sosteneva che non si può spostare neanche una pianta. Basta vedere come sono riusciti a prendere in giro gli italiani con la legge per la riduzione degli stipendi dei parlamentari: fecero una commissione per valutare la media ponderata degli stipendi dei loro colleghi negli altri paesi d’Europa, parametrata al costo della vita e, poiché era troppo complicato derivarla, il presidente dell’Istat Enrico Giovannini, posto a capo della commissione, dopo mesi e mesi dovette dimettersi e dichiarare un nulla di fatto. Ragion per cui gli stipendi rimasero quelli che sono. Sarebbe bastato restituire al Tesoro la parte eccedente a una quota prefissata, per esempo i 5 mila lordi dei “grillini”, o in alternativa fare una legge di un articolo solo, e avrebbero evitato di prendere in giro tutto il Paese. Ecco, quella è la stessa gente che oggi vorrebbe la fiducia su quegli stessi punti.

 Di contro, potrebbero fare decreti legge sulle materie che più a loro interessano, sicuri di una conversione parlamentare che otterrebbero con una maggioranza questa volta estranea al Movimento Cinque Stelle, da realizzarsi sui singoli punti di interesse comune tirando dentro di volta in volta i montiani e il pdl. E cosa potrebbe fare, il Movimento Cinque Stelle, per opporsi? Nulla, perché anche qualora proponesse una mozione di sfiducia, non avrebbe la maggioranza per approvarla. Il Paese continuerebbe esattamente come prima, solo che, per la definizione di fiducia data sopra, ad assumersi la responsabilità politica personale di avere sostenuto il Governo questa volta sarebbe stato il Movimento Cinque Stelle. Questo sì, sarebbe un tradimento dell’elettorato. Non è evidente?

 Obiezione: ma allora perché, se gli scenari per le due coalizioni più votate sono quelli, non partono direttamente con una fiducia Pd-Pdl su un Governo di larghe intese? La risposta è semplice ed è ancora una volta implicita nella definizione di fiducia. La fiducia è una dichiarazione di intenti. Sarebbero costretti a dichiarare un programma ed un’alleanza preventiva che li inchioderebbe di fronte al Paese e all’elettorato, mentre i singoli voti sulle singole leggi successive non avrebbero tale valenza incontestabile e potrebbero essere giustificati di fronte all’opinione pubblica dalle circostanze e dalle opportunità politiche (la grave situazione del Paese e così via…).

 Qual è, dunque la soluzione al rebus? Bisogna partire da un assunto chiave: qualsiasi governo si formi, non sarà stabile. Al Senato della Repubblica non c’è una maggioranza dello stesso colore politico di quella che, grazie al Porcellum, domina la Camera. Questo è fuor di discussione. Per questo si naviga a vista e si circoscrive il programma di indirizzo politico a un piccolo numero di leggi o riforme necessarie e facili: la legge elettorale, gli sprechi e i costi della politica, la legge sui rimborsi elettorali e poco altro. Addirittura – sospetto per non consegnare il Paese a Grillo – il Pd vorrebbe anche solo la legge elettorale e poi al voto.

Domanda: visto che l’orizzonte politico è questo, è proprio necessario un Governo per realizzarlo? Ovviamente la risposta è no. Sono cose che (lo dissi, e Tremonti era più d’accordo di me, due settimane fa a L’Ultima Parola) potremmo fare anche io e voi. Un’esempio? Ecco la nuova legge elettorale: “Art.1. Il Porcellum è abrogato. Art.2. La presente legge entra in vigore il giorno dopo della sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale”. Basta così poco? Certo: per il principio che l’Italia non può stare senza legge elettorale, perché risulterebbe impossibile formare parlamenti successivi (perlomeno senza una nuova costituente), automaticamente tornerebbe in vigore il Mattarellum. Si può discutere se fosse buono o cattivo, ma forse era un po’ meglio del Porcellum. Senza arrivare a tanto, in ogni caso, è il Parlamento (ricordate che siamo una Repubblica parlamentare?) che ha l’iniziativa legislativa: potrebbe semplicemente e in pochissimo tempo dividersi in commissioni, fare le sue proposte di legge e votarsele. E, visto che sarebbero state ampiamente discusse nelle varie assemblee, avrebbero un’altissima probabilità di recuperare maggioranze, anche di volta in volta diverse, per la loro approvazione.

 O, se proprio non si riesce a fare pace con l’idea che le leggi, in una Repubblica parlamentare, le fa il Parlamento senza problemi (e ci mancherebbe altro!), visto che i punti essenziali sono punti condivisi dai Cinque Stelle, si potrebbe affidare il Governo a loro. Non hanno esperienza? Non è rilevante: si tratterebbe solo di un atto formale per realizzare, con il contributo di tutti, poche cose. In primis, appunto, la legge elettorale. Tutti ci fanno un figurone e possono tornare al voto sereni.

 Tutto il resto si spiega solo alla luce della perniciosa e disperata volontà di restare aggrappati alle leve del potere, trascinando con sé anche l’unica forza di reale cambiamenteo del Paese.

“Il mio regno per un cavallo” tuona Bersani. Ma ha sbagliato ippodromo.

di Sergio Di Cori Modigliani

Il perdurante silenzio della direzione del PD, incapace e muta di fronte all’attacco berlusconiano contro la magistratura, chiude –di fatto- ogni possibile illusione di una potenziale trattativa politica al fine di formare un governo per il bene del paese.
Le chiacchiere stanno a zero.
L’impossibilità naturale del PD, versione Bersani-D’Alema-Letta, di porsi come opposizione al malaffare legalizzato, denuncia la debolezza strutturale dei piddini smascherandone il vero tragico volto, quello che, poco a poco, l’intera cittadinanza pensante aveva già capito, da tempo, per conto proprio: l’esistenza di un sistema politico consociativo di mutuo soccorso tra il PD e il PDL.
E’ per questo motivo che i cosiddetti “8 punti” di Bersani non valgono nulla.
La debolezza intrinseca e subdola di tale proposta viene evidenziata dal silenzio chiassoso della direzione nazionale di un partito ormai allo sfascio. Come del resto il PDL, dove le opposizioni interne vengono richiamate all’ordine schiavista per salvare il caro leader, in tal modo evitando la benché minima discussione relativa al fatto di aver perso 6 milioni di voti alle elezioni.
Sono l’uno il rispecchiamento dell’altro.
Così come pochissimi, tra i giornalisti, (per non dire proprio nessuno) ha sottolineato ed evidenziato la tragica e dittatoriale decisione della segreteria della Lega Nord, dove il boss Roberto Maroni ha presentato le dimissioni prendendo atto della sconfitta elettorale (-56% dei voti) ma tutti i dirigenti (eletti da lui) hanno respinto la sua scelta. Con un’unica eccezione: Umberto Bossi, che ha definito la scelta di Maroni di rifiutare la realtà “una dimostrazione di inaffidabilità, di mancanza di lealtà, coraggio e rispetto per la parola data; in campagna elettorale aveva detto che se ne sarebbe andato anche se avesse perso un solo voto”. Nessun commento è stato fatto a proposito della manifestazione illegale del PDL, che aggiunge gravità a sconcerto, essendo Maroni il presidente della Regione Lombardia, dove Milano è sotto l’attacco frontale del crimine organizzato, e delle clientele politiche corrotte, per impedire che la magistratura vada avanti a svolgere il proprio lavoro.
Se davvero Bersani avesse voluto trovare un accordo con il M5s, la realtà di ieri gli aveva regalato  un’occasione d’oro da non perdere.
Sarebbe bastato, ieri notte, denunciare la posizione eversiva dei parlamentari del PDL, dichiarare pubblicamente che la costituzione della Repubblica Italiana impone a tutti gli eletti in parlamento il rispetto della suddivisione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario) e quindi impone l’assoluto divieto per chi appartiene a una di queste tre forme di aggredire pubblicamente gli appartenenti alle altre due. Essere deputati in parlamento vuol dire applicare la procedura legale istituzionale, seguendo l’iter previsto.
Era l’occasione storica per il PD, Bersani, Letta, D’Alema, di fare una dichiarazione sostenendo l’assoluta, improrogabile, necessaria e immediata scelta di volere fortemente l’applicazione della legge sul conflitto di interesse, dicendo pubblicamente e a chiare lettere che “Silvio Berlusconi è ineleggibile e la sua sola presenza in parlamento è di per sé una violazione dell’articolo 69 della costituzione” chiedendo un accordo su questo punto. Macchè: silenzio assoluto.
Perché non lo hanno fatto?
Perché sono poco intelligenti? Non sono sagaci? Non sanno leggere la realtà?
No.
Non lo hanno fatto perché non lo possono fare.
Altrimenti l’avrebbero già fatto quando erano al governo.
E se non lo hanno fatto non è perché erano pigri o incompetenti, o inadempienti. Erano collusi.
Tutto qui.
La scelta di non varare quella legge ha comportato la condivisione d’esercizio nelle presidenze delle fondazioni bancarie, nella commistione consociativa nei consigli di amministrazione delle grandi banche italiane, nella suddivisione partitica dei dirigenti degli enti locali, nella lottizzazione delle mansioni professionali nella Rai, nelle grandi aziende editoriali, nei giornali, in ogni settore d’attività mediatico, nella scelta di amministrare le città e il patrimonio pubblico come se fosse una entità astratta e privata. Privatissima. Cosa loro.
Cosa Nostra. Perché lo hanno fatto con i soldi nostri.
Il PD non è in grado di attaccare “politicamente” il PDL perché sono ammanettati insieme alla stessa greppia: è stata la loro scelta di sempre, come aveva spiegato –reo confesso- nel lontano 1997, in parlamento, in diretta televisiva, l’onorevole Luciano Violante, quando ricordò a tutti: “Silvio Berlusconi sa benissimo che c’era stato un accordo tra le parti in base al quale noi avevamo garantito al cavaliere la salvaguardia delle sue aziende” senza rendersi conto di ciò che stava dicendo, senza accorgersi che stava pubblicamente confessando che la dirigenza politica della sinistra italiana aveva scelto di sostituirsi alla volontà popolare e soprattutto al Diritto, di fatto prendendo il posto della Corte Costituzionale e della magistratura.
E’ per questo che gli 8 punti di Bersani non valgono nulla.
E’ simile all’urlo angoscioso di Riccardo III che offre un cavallo in cambio del suo regno.
Ma non si accorgono che la realtà è cambiata e hanno sbagliato ippodromo.
Dice Dario Fo in una intervista rilasciata a La Stampa di Torino “So che il Pd si ritrova con conflitti interni grandissimi ma la vecchia guardia che ha fatto tanti casini resiste proterva. Un accordo con questi qui? Con chi per vent’anni ha rimandato il conflitto di interessi? No, e’ stata una porcata imperdonabile. Ed e’ solo una delle tante. Se andiamo col compromesso andiamo a rifare tutto daccapo. Troppa intransigenza? Ma e’ per mancanza di intransigenza che siamo arrivati a questo punto: leggi ad hoc, vendita di deputati a sei a sei. Per il Pd, c’e’ una possibilità d’essere credibile agli occhi dei 5 Stelle, se invece di reagire a Renzi, Fassina avesse detto: da domani il Pd rinuncia ai rimborsi integralmente. Se proponesse un taglio delle sovvenzioni alla scuola privata in favore di quella pubblica. Invece le proposte che ha fatto sono deboli. La proposta sul conflitto di interessi e’ piena di scappatoie. Ci vorrebbero promesse vere, sottoscritte davanti a un notaio, magari. Non mi fido del Pd. Come fai a fidarti di un partito dove spadroneggia ancora un furbastro come D’Alema?”.
Pretendere che venga considerata attendibile una proposta lanciata da chi –come nel caso di D’Alema- ha già ingannato la cittadinanza gestendo (alla fine degli anni’90) la cosiddetta bicamerale, ovvero una serie di riunioni segrete tra lui e Berlusconi, durate quattordici mesi, vuol dire considerare oggi i propri interlocutori degli autentici babbei. Quelle riunioni e quegli incontri portarono a scegliere di non varare alcuna legge, consegnando su un piatto d’argento il paese alle destre e a quel Giulio Tremonti che già nel 2001 si mise al servizio dei grossi colossi finanziari internazionali, per riempire di soldi le banche e distruggere l’industria nazionale.
Ecco perché gli 8 punti di Bersani non valgono nulla.
Ecco perché non possono accettare di rinunciare subito a 45 milioni di euro del finanziamento ai partiti.
Perché sono soldi che servono immediatamente per seguitare ad alimentare una pletora di funzionari incompetenti il cui unico compito consiste nel seguitare a garantire il mantenimento dello status quo.
Non è che non vogliano farlo.
Non possono.
Tutte le discussioni, zuffe, dibattiti su facebook e chiacchiere varie, relative a questi 8 punti e a un preteso accordo per poter governare sono tempo perso.
Il PD non è in grado di fare nulla, questa è la realtà lapalissiana sotto gli occhi di tutti.
Il PD è voluto salire sulla barca dorata di Silvio Berlusconi fingendo che così non fosse.
Ora che la barca fa acqua, va in giro per il parlamento a chiedere l’elemosina di una zattera con la pretesa surreale di restare però ben piazzati su quella stessa barca che sta andando a fondo.
E allora, invia –notizia del giorno- i “mediatori in grado di poter colloquiare a livello politico con gli eletti del M5s”.
E’ l’ultima grande truffa.
Sbugiardata immediatamente non da Che Guevara o da Casaleggio, bensì da Filippo Civati, un solido compagno di merende piddine, il quale ha dichiarato qualche ora fa “
“Bersani ha nominato i mitici ‘pontieri’ verso il M5S.
Nessuno di loro è stato eletto con le primarie.
Nessuno di loro ha rapporti con il M5S.
Nessuno di loro rappresenta la discontinuità, anzi è stato scelto in ragione di una più o meno completa continuità con il gruppo precedente o la segreteria uscente.
Nessuno di loro è stato scelto dall’assemblea degli eletti, ma indicato da Bersani: non nell’introduzione, ma nelle conclusioni, senza dibattito né voto.
Sono persone scelte insieme a D’Alema. Mi chiedo sinceramente: dove vogliamo arrivare, in questo modo? Perché forse non ci stiamo rendendo conto. Senza forse”
.
E’ un sistema che implode.
Sono alla disperazione, è fin troppo ovvio.
Da parte PDL portano le mummie in piazza, senza comprendere che la gente li spaccia ormai per comparse di un film horror.
Da parte PD prosegue la malafede. Mentono sapendo di mentire.
Tutto il resto è chiacchiera inutile.
Basta armarsi di pazienza e attendere. Si scanneranno tra di loro.
L’aspetto inquietante e davvero sconvolgente di questa vicenda politica attuale consiste nella manifestazione di totale irresponsabilità e arroganza, da parte di una classe dirigente politica che si è lanciata nella loro ultima giocata d’azzardo al grido di muoia Sanson con tutti i filistei pur di non mollare l’esercizio del potere. La tragedia consiste nel fatto che i filistei dentro al palazzo siamo noi, i 60 milioni di cittadini che subiamo le loro angherie, la loro protervia, la loro impossibilità a considerarci membri di una comunità di eguali. Per loro siamo sudditi passivi da far imbonire dai vari Giovanni Floris, Michele Santoro, Bruno Vespa, Fabio Fazio e compagnia cantante accreditata, con in prima fila i sedicenti intellettuali, artisti a go go di vario genere, che si muovono tra un appello e l’altro alla disperata caccia di una zattera di sopravvivenza, nel tentativo disperato di far dimenticare agli italiani la semplice verità dei fatti che li condanna come servi sciocchi, sempre pronti a eseguire gli ordini di chi li mantiene da decenni con i soldi delle nostre tasse.
Grazie alla crisi, siamo alla resa dei conti.
Non ci sarà nessuno che porterà un cavallo a Riccardo III.
Bersani, D’Alema, Cicchitto, e il resto dell’amena brigata, non lo hanno capito.
Noi sì.
Capire questo, vuol dire essere cittadini liberi.

Libero Pensiero: la casa degli italiani esuli in patria: “Il mio regno per un cavallo” tuona Bersani. Ma ha…

Trattativa Stato-mafia for dummies

Lo Stato e la mafia rinviati a giudizio dopo vent’anni per i loro rapporti. Nelle aule del tribunale di Palermo sfileranno dal 27 maggio senatori, ex ministri, vertici del Ros, generali e colonnelli che avrebbero dovuto difendere la Repubblica.
“Stato e mafia sono andati a braccetto per oltre 40 anni. Ma dovevano incontrarsi in clandestinità ché, si sa, in Paese si parla. Così come amanti il loro rapporto è andato avanti e come in tutte le coppie, con alcuni screzi – oggi ti ammazzo un magistrato, domani mi arresti un boss – ma fondamentalmente con una convivenza anche abbastanza civile. Ci si sedeva allo stesso tavolo a spartirsi il manciare, ci si aiutava in un rapporto mutualistico. Insomma, una vera e propria coppia di fatto. E poi che ci fu? Ci fu che qualcuno, nell’est europeo, ha deciso di fare saltare il tavolo sul quale s’era poggiato il mondo sin dal dopoguerra. Si disgrega l’Unione Sovietica e gli stati satelliti e un giorno il mondo s’è svegliato con un muro in meno e nuove regole da creare sulle ceneri delle precedenti. E l’Italia è crollata appresso a tutto il resto. Fino ad allora lo Stivale era stato un buon campo di battaglia per le due fazioni in cui era diviso il globo, un terreno sperimentale sito nell’avamposto dell’Occidente a pochi passi dal comunismo. E, fra gli esperimenti, c’era quel rapporto con la mafia. Quei “goodfellas” affidabili, utili all’occorrenza ma che, senza comunista da tenere a bada, non erano più dei partner strategici. Così, sulla soglia delle nozze d’oro, Stato e mafia litigano. E per la prima volta, nel gennaio 1992, l’intera Cupola si trova con gli ergastoli definitivi sulle spalle.
Mafia: Non mi ha più garantita, ma che cos’è? Quella sentenza della Cassazione non doveva andare così. Me l’avevi promesso…
Stato: Eh, abbiamo fatto tutto il possibile, ma non c’è stato niente da fare. Poi quel Falcone… pareva che avesse finito di rompere i coglioni e, invece, è venuto a casa mia. Sì, a Roma. E si inventa: carcere per tutti gli indiziati di te, e finirono gli arresti domiciliari; ha ricalcolato i termini di custodia, così ho dovuto riportare in carcere un bel po’ di voi; i benefici per i pentiti e la Dda in cui i magistrati tutti sanno tutto di te e pure la Dna perché dicono che sei un fenomeno nazionale per non parlare della Dia… sbirri tutti dedicati a te; pure la norma sui prestanome s’è inventato e poi, quel 41 bis, ma che è brutto anche solo a sentirlo nominare. Ma stai tranquilla, queste cose non passeranno mai. Parola d’onore.
Mafia: Onore?! Ma di cosa stai parlando, tu non sai nemmeno cosa vuol dire onore per me! Ora ti faccio vedere io. Non hai voluto fare come ti dicevo? Ora mi devo togliere i sassolini dalle scarpe. Sassolini… belli pietroni!
Stato: No, aspetta. Possiamo ancora farcela, certo ad aprile ci sono le elezioni…
Mafia: Elezioni sta minchia! Tu sei finito. Guarda i tuoi uomini, sono tutti vecchi, molli, stanno cadendo come pere sfatte. E se non cadono, non ti preoccupare, li taglio io i rami. Tutti fuori dalla sella li voglio! La gente non ci deve credere più in te e ricordati che qua, in Sicilia, lo stato sono io! Salutamu.
Sotto i colpi dei killer il 12 marzo 1992, a Mondello, cade Salvo Lima, leader della corrente andreottiana in Sicilia e indicato da numerosi documenti come referente politico principale di Cosa Nostra. Qualcuno comincia a farsela sotto. Anche perché cominciano a girare documenti. Si parla di “piano destabilizzante l’ordine repubblicano” e si fanno anche i nomi dei prossimi rami da tagliare. Calogero Mannino, ministro dell’ultimo governo Andreotti e leader della sinistra Dc nell’Isola, è nella lista. Per salvarsi la pelle, chiede aiuto al capo del Ros dei carabinieri, Antonio Subranni, e anche ai servizi segreti, rappresentati da Bruno Contrada. E mentre i picciotti sono in giro a Roma per cercare di seccare uno a scelta fra Costanzo, Falcone e Martelli, arriva l’ordine di tornare alla base. C’erano cose grosse da sbrigare. Esplosive.
Stato: Ma che fai, m’ammazzi Falcone?! Ma sei diventata pazza?
Mafia: Avanti, non fare il verginello, che m’hai anche dato una mano.
Stato: Non ti consento di fare certe insinuazioni…
Mafia: Se va bé… e io come facevo a sapere che stava arrivando?
Stato: …
Mafia: Lo vedi! Comunque, sei debole, noi siamo più forti. Ormai l’hanno capito tutti.
Stato: Aspetta un minuto, parliamone. Che cosa vuoi per farla finita?
Mafia: Ora cominciamo a ragionare. Intanto che fa, me li togli dai coglioni questo Scotti, questo Martelli e Andreotti poi… deve sparire dalla scena, altrimenti ci penso io… già, come vedi, non l’ho fatto diventare il tuo capo.
Stato: No! No! Ok, ora vediamo.
Dopo la strage di Capaci il ministro Claudio Martelli firma il decreto Falcone che contiene tutte le intenzioni del giudice da applicare nel concreto alla lotta alla mafia. Norme che restano in parte lettera morta, soprattutto sul “carcere duro”. Il 28 giugno Giuliano Amato forma il nuovo governo, Scotti passa agli Esteri ma Martelli resta. Intanto il Ros dei Carabinieri cerca Vito Ciancimino per cercare di capire come finire con questo “muro contro muro”. Di questa iniziativa viene a conoscenza Paolo Borsellino (http://www.youtube.com/watch?v=BQkv3iy4TsE), amico, braccio destro e erede naturale di Falcone, tramite Liliana Ferraro, succeduta a Falcone nella poltrona di direttore degli affari penali al ministero di Giustizia, alla quale il Ros chiede “una copertura politica” da parte di Claudio Martelli.
Mafia: Ma chi mi hai mandato, ma chi sono questi?
Stato: Credimi, ne so poco, ho saputo che sono andati da Ciancimino e che vanno a bussare alle porte dei ministri per cercare coperture…
Mafia: E Martelli, che ci fa ancora là?
Stato: Eh, sì… dammi un po’ di tempo, non è così facile come per te… tu decidi, parti, ammazzi, torni a casa. Io c’ho ministri, presidenti, parlamentari…
Mafia: E non me ne fotte niente. E allora? Che risposta mi dai, mi pare di averti fatto un bello papello.
Stato: Eh, va bè, così, come si fa? Ci vorranno anni…
Mafia: Ma tu lo sai che noi abbiamo la stessa età
Stato: Ma ora non si può fare niente… e poi, ormai si sa, lo sa anche quello che meno di tutti doveva saperlo. A volte i miei dipendenti, quando prendono l’iniziativa, finiscono per combinare guai.
Mafia: E a quello ci pensiamo noi… come abbiamo sempre fatto! Che… tu scurdasti Dalla Chiesa? E La Torre… che ti stava sui coglioni anche a te! E tutte quelle cose che ho fatto per te?! Io mi sono preso sempre la mia responsabilità e anche questa volta lo farò ma sappi una cosa…
Stato: Cosa?
Mafia: Non ci fermeremo mai
Alle 18 del 19 luglio 1992 salta in aria via D’Amelio a Palermo e con essa anche Paolo Borsellino e la sua scorta. La stessa notte, dalle celle dell’Ucciardone dove avevano appena finito di bere lo champagne per festeggiare, vengono trasferiti i primi detenuti nell’isola di Pianosa al 41bis.
Mafia: E allora? Ma che dobbiamo fare?
Stato: No, guarda, stavolta hai esagerato.
Mafia: Di nuovo? Che fai finta di niente?
Stato: La situazione è messa male, devi avere un po’ di pazienza, fermati un attimo e vediamo se possiamo trovare un accordo.
Mafia: Va bene, io mi fermo per un po’, tranne qualche altro sassolino che mi devo togliere, ma tu non ti preoccupare, questi sono affari interni nostri. Sono cose nostre.
Stato: Aspetta che mi riprendo, ora, così, non posso muovermi, mi sono spiegato?
Mafia: E amunì, vedi di sbrigarti che qua i picciotti si lamentano… e si lamentano assai!
Cosa nostra, sotto la sua superficie ruvida e compatta si spacca. La strategia delle bombe sta solo portando enormi sofferenze ai carcerati. Che si fanno sentire. Tre giorni dopo la morte di Borsellino il Ros bussa alla porta della Presidenza della Consiglio parlando con Fernanda Contri dei contatti avviati con Ciancimino, il portavoce della Cupola. Non sarà l’unica. In ottobre anche il Presidente della Commissione Antimafia Luciano Violante viene informato dal Ros degli incontri con l’ex-sindaco di Palermo.
La trattativa avviata dal Ros cambia l’interlocutore finale: con il sanguinario Riina non ci sono margini di trattativa, anzi, in questo momento rappresenta un danno per la stessa organizzazione. Meglio puntare su Bernardo Provenzano, più “ragioniere”, avvezzo a badare agli affari e che con lo Stato ci ha sempre dialogato. Attorno a lui potrebbe organizzarsi una nuova mafia che deve rispettare le regole di quella vecchia: niente scruscio. Così il 15 gennaio Totò Riina viene arrestato dal Ros a pochi metri da casa sua, dove nessuno dei carabinieri entra per 18 giorni.
Mafia: Sei stato bravo! Complimenti, non me l’aspettavo…
Stato: Fai pure ironia? Sai anche tu che non c’erano alternative, a quello gli era partita la testa.
Mafia: Non ti preoccupare che ce ne sono altri… ti pare che è finita qua?! Dammi un pochino di tempo e vedi che minchia ti combino. Qua i picciotti dalle carceri continuano a lamentarsi. E che è sta cosa? La vogliamo finire?
Stato: Eh va bé, lasciamelo dire, te la sei cercata. Ora, però, stai tranquilla che con questo colpo abbiamo dato un bel po’ di calmante alle persone. Abbiamo preso il ‘maggiordomo’. È dietro le sbarre. Vedrai che piano piano la gente comincerà a pensare ad altro…
Mafia: Ti do quattro mesi di tempo, dopo di che… non puoi immaginare…
Stato: Si, ho capito. L’importante ora è non fare altre cazzate, la gente deve immaginare che hai accusato il colpo.
Mafia: Certo, intanto io mi faccio qualche riunione… vediamo che ne viene fuori.
Stato: Fai come vuoi, sai che non sono mai stato geloso
A Febbraio 1993 Martelli viene costretto alle dimissioni perché raggiunto da un avviso di garanzia per una vecchia storia di tangenti, al suo posto va Giovanni Conso. I vertici del Dap, Dipartimento amministrazione penitenziaria, vengono sostituiti. Al posto di Nicolò Amato e Edoardo Fazioli, arrivano Adalberto Capriotti (vecchio magistrato di Trento) e Franco Di Maggio, magistrato d’assalto a Milano nei primi anni ’80 finito poi all’Alto commissariato antimafia. Di Maggio non aveva i titoli per ricoprire quell’incarico ma ci pensa il presidente della Repubblica in persona, Oscar Luigi Scalfaro, che nominandolo in pochi minuti dirigente generale alla Presidenza del Consiglio lo fa salire di grado. Ma è già troppo tardi. A Firenze il 27 maggio una bomba fa cinque morti. Pochi giorni prima Maurizio Costanzo sfugge ad un attentato. Il 2 giugno, giorno dell’anniversario della nascita della Repubblica, un’autobomba viene fatta ritrovare a cento metri da Palazzo Chigi. Negli stessi giorni 140 detenuti escono dal 41bis. Alcuni di loro risultano essere legati ad organizzazioni mafiose.

Stato: T’avevo detto di stare ferma, dai cazzo.
Mafia: Ehhhh, ma io non te l’avevo detto pure…
Stato: Ma non ha visto, Martelli se n’è andato e sulle carceri ci sto già pensando…
Mafia: Eh, ma che vuoi?! I picciotti con le mani in mano non ci sanno stare…
Stato: Ma quel casino, per Costanzo?
Mafia: Ci dovevo pur dare qualcosa da fare… lo volevamo solo fare scantare.
Stato: Sì, spaventare, a Firenze sono morte cinque persone
Mafia: E tante altre in più ce ne saranno se non ti smuovi. Sto perdendo la pazienza… anzi sai che ti dico… succederanno cose clamorose. In tutta Italia!
La notte del 28 luglio tre esplosioni simultanee avvengono a Roma, davanti la Basilica di S.Giovanni e la chiesa del Velabro, e a Milano, vicino al museo d’arte contemporanea: cinque morti.
Nell’agosto del 1993 qualcuno avverte del pericolo di “una tacita trattativa” tra Mafia e Stato. E’ il capo della DIA Gianni De Gennaro che invia un report al ministro Mancino che a sua volta lo gira a Luciano Violante.
Stato: E ma ora basta! Pure le chiese! E a Milano, cinque persone che non c’entravano niente, ma che vuoi fare? Hai visto che ti ho levato un po’ di persone dal 41 bis?
Mafia: Tu mi devi dare, anzi, mi devi ridare il mio potere. Lì, dove sei tu, a Roma. E continuare a levare i miei dal 41 bis. U capisti?
Stato: Si, qua, a Roma… ma tu non hai capito che ormai il potere è a Milano. Vedi che casino che stanno facendo con sta ‘mani pulite’? Io pure a questo devo badare. Se rivuoi il tuo potere tu devi andare a Milano, qua stiamo raccogliendo i cocci e, facendo, così, i tuoi problemi te li potrò risolvere solo più in là.
Mafia: Minchia, sei un quaquaraquà, io mi posso solo fidare dei miei compaesani.
Sul finire dell’estate Cosa nostra si organizza per fare un suo partito. Basta rappresentanza indiretta, i boss vogliono essere loro stessi a sedere a Montecitorio in modo da non incappare più nei politici traditori. Ma, di contro all’idea del partito-mafia, qualcosa di nuovo si affaccia. Forse c’è un’altra strada. Mentre altri 340 detenuti, aderenti a Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra, escono dal 41 bis. Il ministro Conso, indagato per falsa testimonianza, dice che prese quella decisione da solo e per dare un segnale di distensione, “all’interno della mafia c’erano due fazioni, una più violenta l’altra più moderata”.
Stato: Ho saputo che ti stai sistemando…
Mafia: Sì, ma non credere che è finita qui, io di prese per il culo non ne voglio più sapere.
Stato: Io, con i miei uffici, quello che potevo fare l’ho fatto.
Mafia: Sì, ma qua ancora siamo lontani. Non ti dimenticare che ti colpisco quando voglio… e stavolta… non te lo puoi immaginare.
Stato: Ma insomma, le cose si stanno mettendo meglio, se pensi un anno fa… e poi l’ultima bomba l’hai messa tre mesi fa!
Nel gennaio del 1994 un ordigno di potenzialità devastante piazzato a pochi metri dallo Stadio Olimpico sarebbe dovuto esplodere alla fine di un incontro di serie A uccidendo centinaia di carabinieri in servizio di ordine pubblico.
Mafia: U viristi! Posso sempre farti un danno che manco te l’immagini! Va, per stavolta te la sei evitata
Stato: Grazie! Io l’ho capito che volevate dare l’ultima spinta, l’ultimo lancio. Grazie per non averlo fatto.
Mafia: Non c’è di che!
Stato: Ma ora, è chiaro, come dai patti… un po’ di voi li dobbiamo togliere dalla circolazione. Sono teste calde, troppo pericolosi, io con loro non posso averci a che fare. Così tu sopravviverai e io sopravviverò e magari potremo tornarci a incontrare come ai vecchi tempi. L’hai capito che serve tempo e poi tutto sarà come prima. Tutto cambierà per restare tutto uguale, proprio come piace a te!
Mafia: E va bé! Però devono stare belli comodi! Non facciamo che ci levate i piccioli a questi… acchiappateli ma le loro famiglie non devono mai più avere problemi. Come ai vecchi tempi. Ci siamo capiti.
Stato: Sì, certo, sono serio io che ti pare…
Mafia: Talè, non mi fare parlare… Salutamu!
Negli ultimi mesi del 1993 il boss Vittorio Mangano, ex-stalliere ad Arcore, riallaccia i contatti con il suo vecchio amico Marcello Dell’Utri.
Sul finire del gennaio 1994 i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, registi delle stragi in “continente”, vengono arrestati a Milano mentre cenano in un noto ristorante. Con tutti i covi che potevano trovare in Sicilia, hanno deciso di passare la latitanza nella capitale meneghina, accompagnando il figlio di un loro amico a fare un provino nel Milan.
Leoluca Bagarella, altro frontman della strategia stragista, viene arrestato nel 1995. L’anno dopo tocca a Giovanni Brusca, il “boia” di Capaci. Bernardo Provenzano conquisterà la leadership della nuova Cosa nostra mentre giovani e vecchi boss vengono arrestati: tutti tranne lui. Fino al 2006 quando terminerà la sua latitanza durata 43 anni. Lo troveranno, incredibile ma vero, a Corleone dove il vecchio boss aspetta, seduto su una sedia, ormai troppo malato per farsi curare in latitanza. Ma ce n’è ancora uno. Matteo Messina Denaro. Ha dato man forte, cervello e braccia, per fare le stragi. Si dice sappia cose disdicevoli.
Stato: Meglio lasciarlo dov’è…
di
Andrea Cottone
Nicola Biondo

Il testo sopra riportato è liberamente ispirato al contenuto degli atti depositati al gup di Palermo, dott. Piergiorgio Morosini, nell’ambito dell’udienza preliminare sulla trattativa Stato-mafia che si celebra a Palermo“.

http://www.beppegrillo.it/2013/03/trattativa_stato-mafia_for_dummies.html#commenti

Lo scontro tra pretesa di cittadinanza e aspirazio…

di Sergio Di Cori Modigliani

Che ne sai tu di un campo di grano?……conosci me….la mia realtà…..”.
E’ una fase estremamente interessante, non vi è dubbio.
Su questo punto siamo davvero tutti d’accordo.
In solo otto giorni lo scenario della commedia umana nazionale ha completamente modificato il proprio copione standard.
Se non altro, gli italiani cominciano ad abituarsi all’idea di elaborare, confrontarsi, litigare e scannarsi, su qualcosa di tangibile e reale: il governo, quale governo, quale alleanza, quali programmi, come dovrebbe essere il rapporto tra media e parlamentari, ecc.
Considerando il fatto che, fino a un anno fa, il paese disquisiva, in maniera allarmante,  di inaccessibili mega-complotti planetari (Bilderberg, trilateral, massoneria, consorzi bancari) oppure delle farfalline tatuate di Belen, non si può negare che sia stato fatto un grande passo avanti come maturità civica.
E’ il primo chiodo nella bara del berlusconismo.
Siamo, a mio avviso, oggi, in un momento particolare che va affrontato in maniera zen.
I vagiti del post-Maya ci impongono, giocoforza, di tenere a freno l’appetito bulimico (della serie “tutto e subito”) che spinge a chiedere e pretendere immediate soluzioni ad aspetti e problematiche che in questo momento sono irrisolvibili, perché la maggior parte delle risposte che vengono fornite (qualunque sia la provenienza) sono irrilevanti in quanto interscambiabili: sono il risultato di domande sbagliate. E valga una per tutte: “Come intende affrontare il M5s il problema del gigantesco debito pubblico?”. La risposta (qualunque essa sia) è irrilevante e inutile. E’ la domanda che è errata, perché il disavanzo pubblico non è il problema, quindi che Senso ha parlare della soluzione di un non problema? Caso mai sarebbe più interessante chiacchierare a proposito del “come mai ci hanno fatto credere che il disavanzo pubblico fosse un problema presentando se stessi come la soluzione?”. 
Finchè non verranno affrontate le nuove domande, sguazzare nel fango mediatico e gettarsi nella mischia feisbucchiana, al grido di non toccate Grillo oppure giù le mani dal piddì, è inutile e va bene come sfogo personale alla propria frustrazione individuale. Niente di più.
Ciò che è indubbio consiste nella sveglia collettiva: benvenuta.
E un risultato (a livello nazionale) lo si può già archiviare con grande soddisfazione
Sono trascorsi solo otto giorni dall’esito elettorale e l’Italia da totale retroguardia si è trasformata in avanguardia europea, trasformando il M5s nella punta di diamante di una ben più vasta associazione di comunità europee, che stanno fibrillando, scaldando i motori, pronti a produrre i loro grillini locali in salsa catalana, bavarese, provenzale. L’impatto è stato immediato, profondo e davvero molto ma molto esteso.
Si tratta del pensionamento definitivo dello sistema di rappresentanza dei partiti politici storici, ormai inadatti a rispondere alle domande autentiche dei bisogni collettivi.
Si tratta forse dell’inizio della fine (che potrebbe anche essere momentanea, chi lo sa?) della democrazia rappresentativa, per essere sostituita dalla democrazia diretta.
Tutto lo sforzo che i partiti italiani, in questo momento, stanno facendo nel tentativo di salvare il salvabile, cercando di mettere una pezza immediata allo squarcio sulla fiancata del loro Titanic è inutile. Ma non lo sanno, non se ne rendono conto, altrimenti avrebbero provveduto anni fa a correggere la rotta. Bersani, Cicchitto, D’Alema, sembrano degli alti ufficiali sulla plancia di comando che urlano “dobbiamo cambiare immediatamente la rotta”  consultando carte dal sapore surreale  mentre la gente si assiepa sgomitando per un posto nelle scialuppe di salvataggio. Nel frattempo, Draghi consulta le mappe nella sua cabina, convinto che presto stupirà il mondo con le nuove linee da seguire nella geografia europea.
E se questo processo è partito dall’Italia, non è una sorpresa: era l’unica nazione in Europa in cui poteva avvenire.
Avviene qui per diversi motivi. L’Italia è la nazione più ricca d’Europa. Il patrimonio nazionale è indicato dall’Ocse, dall’Istituto di Statistica e dall’Onu intorno ai 9.000 miliardi di euro, quindi è in grado di reggere alla perfezione qualsivoglia sussulto di natura economica, sociale, politica. L’Italia è la seconda potenza industriale d’Europa.  L’Italia è tuttora la più importante nazione manifatturiera del continente europeo, la quarta nel mondo. Il suo punto debole e più fragile, in questo specifico momento della Storia, si è rivelato, secondo me, uno spaventoso boomerang per il capitalismo mondiale: quello di essere un paese medioevale, ovvero ancora in fase pre-capitalista, con una struttura mista di statalismo e oligarchia dove i sindacati e i partiti della sinistra sono diventati gli autentici guardiani protettori dello status quo finendo per impedire alla nazione l’ingresso nella modernità. Proprio perché arretrata rispetto al capitalismo avanzato, l’Italia nel momento in cui il capitalismo occidentale affronta la sua crisi mortale, si trova nella situazione di vantaggio di poter saltare “direttamente” alla fase della post-modernità senza eccessivi contraccolpi, perché questa è l’unica via –davvero la sola possibile- per poter superare l’attuale crisi di sistema. Basti pensare che le più importanti famiglie italiane (la maggior parte delle quali sconosciute alla massa dei cittadini) sono le stesse di 40 anni fa, di 80 anni fa, di 150 anni fa, di 400 anni fa, con delle minime new entry. In tutto il resto d’Europa, il capitalismo ha promosso nuove ricchezze perché il concetto di profitto (legato al duro lavoro) aveva sostituito quello dei medioevali rentiers, ovvero la rendita passiva finanziaria legata ai grandi patrimoni aristocratici. In Italia le 1.200 famiglie più ricche in assoluto non producono nulla, se non danaro. L’Italia è l’unica nazione in Europa che non ha mai fatto la rivoluzione borghese entrando nella modernità capitalista, perché in Italia non esiste la concorrenza, non esiste una società del merito e della competenza tecnica, non esiste una società dell’efficienza che premia chi si impegna, imprende e applica il proprio ingegno, rispettando le regole; queste sono tutte caratteristiche delle democrazie capitaliste avanzate. In questo paese completamente ignorate.
In una realtà come questa, lo Stato centrale ha rappresentato una “finzione simbolica” ovverossia “ha finto di essere capitalista”. In verità, in Italia, il concetto di cittadino –come forma più avanzata e riconosciuta della democrazia capitalista- non è mai esistito.
In Italia esistono soltanto sudditi, come nelle monarchie assolute europee spazzate via dalla rivoluzione francese in poi.
L’italiano è vissuto sempre dentro una finzione collettiva, incorporando l’idea che “quella” (cioè la nostra) fosse l’unica modalità di socialità moderna. Tutte le ideologie, tutti i governi, si sono sempre comportati di conseguenza, dal fascismo mussoliniano al comunismo rivisto di D’Alema & co., laddove “il partito” ha sostituito il monarca: benefico con chi è deferente, lo omaggia, lo serve; micidiale e perfido con chi lo contesta. Lo scontro tra la destra e la sinistra, in Italia, è stata –finita la sanguinosa guerra civile- una pantomima usata per imbavagliare, ipnotizzare, depistare la gente: è sempre stata una guerra tra fazioni aristocratiche, una lotta tra signorie, uno scontro tra baroni.
Non è un caso che oggi, nell’occhio della tempesta, il sistema partitico attuale PD-SEL & co., una volta controllati i dati scorporati statistici delle elezioni, dopo aver visto che il M5s ha preso una alta percentuale dei propri voti dal bacino di utenza della sinistra, scatena una furibonda campagna mediatica per convincere la gente a pensare che Beppe Grillo sia un fascista, che il movimento a cinque stelle sia una organizzazione fascista, chiamando a raccolta il mai sopito zoccolo duro ideologico,  pensando così di farla franca e darla ad intendere; nello stesso identico modo in cui lo ha fatto, ad ogni campagna elettorale, il PDL nei confronti del PD. Entrambi hanno evocato (ed evocano tuttora) fantasmi di un’poca che non esiste più.
I dati elettorali lo dimostrano con chiarezza: i grandi, veri sconfitti di queste elezioni sono i comunisti e i fascisti in tutte le loro liste civiche dai nomi più impensati.
Per il semplice motivo che non esistono più.
L’Italia non è la Grecia come speravano Francesco Storace e Oliviero Diliberto.
Non esistendo una evoluta borghesia moderna capitalista (se non rare nobili eccezioni) in grado di avvantaggiarsi del vuoto pneumatico sociale provocato dalla scomparsa dei fasci littori e delle falci e martelli,  gli oligarchi aristocratici hanno pensato di poter occupare quel territorio psico-sociale attraverso i loro nuovi valvassori: i partiti.
L’esistenza del web e le nuove tecnologie avanzate hanno nel frattempo fondato la società post-moderna, un luogo virtuale che abolisce il tramite, la distribuzione, la rappresentanza, la mediazione: i cittadini si incontrano e si scambiano informazioni, notizie, merci, sogni, ambizioni, desideri, soldi, progetti, “direttamente” attraverso una formidabile forma di energia composta da gangli interconnessi che ha spinto il popolo italiano (l’ultimo in occidente a usare la rete) ad acquisire una consapevolezza, questa sì davvero rivoluzionaria: l’idea di essere stati finora sudditi e non cittadini.
La cittadinanza è una diversa idea dell’esistenza che ripropone l’idea della comunità condivisa, di un senso della collettività che si sviluppa sulla base della identificazione di bisogni comuni per cui il simbolo da combattere non è più il feticcio (la svastica o la falce e martello)  bensì il banchiere avido che non dando credito obbliga il vicino di casa a fallire e in molti casi, troppi, lo spinge al suicidio non vedendo nessuna possibilità di ripresa. Come avveniva nei secoli scorsi a chi non riusciva a far fronte agli obblighi imposti dall’aristocrazia fondiaria.
Gli attuali partiti sembrano pesci rimasti imbrigliati nella rete, che boccheggiano perché manca loro l’aria. Vederli annaspare nei talkshow in preda all’asfissia, anche quando sono grossi come Fabrizio Cicchitto o Massimo D’Alema fa davvero impressione; è un po’ come vedere un gigantesco tonno preso nella rete mentre le funi la tirano su dal mare. I pescatori lo guardano e aspettano.
Come ha detto il grande Karl Kraus: “I nani, quando il sole volge al tramonto, acquistano le sembianze dei giganti, ma sempre nani sono: è una pura illusione percettiva”.
E’ come appaiono ora i rappresentanti dell’attuale classe politica dirigente italiana.
Siamo al tramonto di un’epoca storica: gli italiani hanno scoperto il diritto a essere riconosciuti, rispettati e identificati, prima di ogni altra cosa, come cittadini.
E’ avvenuto grazie alla rete, che ha tessuto l’allacciamento dei gangli e ha consentito la connessione tra le singole individualità umane, vittime da sempre del divide et impera.
La rete –per sua definizione- unisce perché crea collegamenti, connette e quindi determina un flusso di energia costante, perenne, e come tale accende: chi vuole può anche trovare insospettabili lampadine per comprendere, capire, acquisire consapevolezza. Se la va a cercare, non aspetta di essere imbonito dal capo bastone di turno.
La nuova realtà – e sono i vagiti del post-Maya- consiste nell’irruzione sulla scena dei cittadini.
Tramonta l’epoca dei peones e dei portatori d’acqua.
Gli italiani, poco a poco, cominciano a gustare il sapore (appena scoperto) del proprio sacrosanto diritto alla cittadinanza, che obbliga chi esercita il potere a considerare se stesso come un semplice pubblico ufficiale al servizio della collettività e non più come esponente rappresentante di interessi consolidati.
L’Italia è stata volutamente ingessata, volutamente immobilizzata, per impedire l’allargamento della sfera di intervento della cittadinanza e fare in modo che la ricchezza venisse distribuita  limitatamente ai piccoli circoli garantiti dalla politica dei partiti.
In un paese come l’Italia i signori che ne erano al comando hanno esercitato il potere sostenendo sempre di “non potersi muovere” perché esisteva sempre un nemico che ne impediva i movimenti. Adesso, costringerli ad attuare riforme, atti pragmatici, azioni di bene comune, li mette nella condizione di rinunciare alla loro stessa essenza, e ne decreta l’ estinzione per disfunzionalità.
L’Europa ci segue con molta attenzione perché stiamo diventando un gigantesco laboratorio sociale operativo di una nuova formula che è l’unica in grado –a costo zero- di poter contrastare la strategia dei colossi della finanza facendo saltare i giochi: rifondare il concetto di cittadinanza che comporta l’abbattimento del concetto di sudditanza.
E’ un processo destinato all’espansione, ad allargarsi sempre di più, a dilagare.
Basta non farsi prendere dalla fretta e tantomeno dalla paura.
Siamo al tramonto, non dimentichiamolo.
Ci offrono il quotidiano show di nani, offerti dal mondo spettacolare mediatico, con l’abilità degli illusionisti che li mostrano come se fossero dei giganti.
L’unico pericolo è il loro colpo di coda disperato.

Libero Pensiero: la casa degli italiani esuli in patria: Lo scontro tra pretesa di cittadinanza e aspirazio…

C’è chi insegue il con-senso e chi pratica il dis-…

 
 di Sergio Di Cori Modigliani

Veniamo al Senso della Politica, finalmente.
Perché queste elezioni hanno chiarito molte cose.
Un mojito –versione ligure- offerto a meraviglia, il mio cocktail preferito.
Servito, peraltro, con i fiocchi: con tanto di poetiche olive pugliesi, vere, di stuzzichini di pesce fritto in salsa siciliana (30% dei voti e primo partito), crostini alla cacciatora in puro stile senese (24% dei voti in città, il PD perde il 14% dei voti e l’uscente sindaco commissariato getta la spugna mentre l’intera giunta annuncia che non ha il coraggio di candidarsi alle prossime elezioni comunali del prossimo maggio: si ritirano) con aggiunta di piadina marchigiana dove sono stati battuti tutti i candidati dalemiani.
Un bell’aperitivo, non c’è che dire.
Perché di aperitivo si tratta.
Il pranzo lo si sta apparecchiando.
E chi parla di sorpresa vive al di fuori della realtà.
C’è la conferma di un risveglio nazionale delle coscienze pensanti che annunciano l’imminente scomparsa di una intera classe dirigente politica incapace (oltre che di governare) di pensare, di comprendere, di capire che cosa sta accadendo.
Non si rendono conto, come al solito, di ciò che succede sotto gli occhi di tutti.
Fanno i conti, si affidano alle percentuali, calcolano le perdite, pensando che si tratti di mettere una pezza qui, tappare un buco lì, per poter fermare la diga che sta crollando.
Si tratta di una rivoluzione lessicale, così va letto l’esito della tornata elettorale.
Prima viene un nuovo linguaggio, grazie all’uso di nuove parole, nuovi sintagmi, e di conseguenza nuove sinapsi nel cervello che finiranno per modificare in misura impensabile l’immaginario collettivo della nazione.
Per una rivoluzione culturale, finalmente.
Veniamo quindi alle parole.
Chi sostiene che si sia trattato di un voto di “protesta” sbaglia di grosso: non è così.
L’uso di questo termine nasce da una manipolazione linguistica che tenta disperatamente di applicare la demagogia e la mistificazione per occultare la verità.
Le differenze tra i tre schieramenti usciti dalle urne, PD, PDL e M5s rivelano chiaramente il gigantesco spartiacque discriminante tra due modalità opposte di leggere l’esistenza.
Da una parte abbiamo i voti del PD (perde il 30% del suo elettorato) e del PDL (perde il 50% del suo elettorato) che appartengono per entrambi a ciò che loro hanno sempre perseguito, il consenso. Tradotto, vuol dire che gli elettori italiani, notoriamente pavidi e conservatori, preferiscono sottoscrivere un accordo di eutanasia soft per paura, paura del nuovo, del non conosciuto e diventano complici dichiarati di chi ha espoliato e distrutto il paese. E lo sanno anche, ne sono consapevoli. Tant’è vero che nei giorni scorsi abbiamo assistito ad affermazioni del tipo “mi turo il naso ma voto PD” come a dire: “so che non funzionano, sono al corrente della loro incompetenza, sento la puzza di marcio ma li voto lo stesso”. Quelli del PDL, mitomani confessi, si sono sperticati nelle promesse e i loro elettori hanno seguito una fantasia, una speranza, inconsapevoli della truffa.
I voti del M5s, invece, non sono affatto voti né di protesta, né tantomeno di speranza.
La “speranza” in politica è una frustrazione rimandata.
La “protesta” in politica è la manifestazione della propria incapacità propositiva e della propria dichiarata impotenza nel trovare e fornire soluzioni
Chi ha votato per il M5s appartiene alla categoria dei “realisti dissenzienti”.
Proposte realistiche all’interno di un quadro di dissociazione dalla classe politica dirigente responsabile dell’attuale dissesto italiano.
Sono voti di dis-senso. E’ una opzione completamente diversa.
Ovverossia, sono voti di cittadini che hanno scelto e deciso di assumersi la responsabilità individuale del proprio atto civico chiarendo che non intendono mai più essere complici di una classe dirigente politica che ha attuato scelte prive di Senso, che vive in un mondo che non ha Senso (se non per loro), e non hanno nessuna intenzione di seguitare ad appoggiare una classe politica che non si occupa del bene comune, dell’interesse della collettività, dei bisogni reali della nazione.
Mentre il PDL (alla spasmodica caccia di con-senso) allertava sul pericolo che le sinistre conquistassero il potere, il PD -a caccia di identico con-senso- parlava di rinnovamento  presentandosi agli elettori con Rosy Bindi in Calabria, Anna Finocchiaro in Puglia, e la stessa identica dirigenza politica del 2012 del 2011 del 2010 del 2009 del 2008 (la stessa del 2001 e del 1994) puntando sul fatto che la gente non ha memoria ed è possibile dare ad intendere qualsivoglia argomentazione a chicchessia. Chi li ha votati è finito in un’architettura dada surrealista, un po’ come quelle scale disegnate dal grande grafico Escher, con delle rampe che salgono e scendono ma non vanno da nessuna parte.
Consenso e Dissenso, quindi.
Questo è il primo risultato discriminante delle elezioni, altro che protesta.
E quindi il vero risultato è pressappoco così: da una parte abbiamo il 58% degli elettori che danno il consenso al non-Senso (quindi un suicidio dichiarato e consapevole,“una eutanasia soft”) e dall’altra abbiamo un 25% di italiani che dissentono perché hanno identificato, riconosciuto, e dolorosamente accertato la totale mancanza di senso reale in tutte le non-proposte di PD e PDL, rigettandole in toto.
Il voto al M5s è il voto di chi vuole ritrovare un Senso, ovverossia auspica che al comando delle banche ci vadano esperti di finanza e non politicanti, a dirigere e gestire gli ospedali ci vadano medici e dirigenti sanitari esperti e competenti invece che funzionari di partito, e che in ogni professione, in ogni mansione, in ogni luogo di lavoro, vengano applicati i requisiti minimi ed elementari del buon senso: il personale viene selezionato sulla base del proprio merito e grado qualitativo della propria competenza tecnica specifica invece che attraverso il filtro organizzato e gestito dalle segreterie dei partiti. Chi ha votato per il M5s pretende ed esige che venga rispettata la Legge, che venga riconosciuto lo Stato di Diritto applicando le dovute sanzioni, che venga ricostituito il reato di falso in bilancio, perché il Senso Civico consiste nel promuovere chi fa scrivere al proprio commercialista la verità dei propri affari e fa invece bocciare chi dichiara il falso. Tutto qui.
Non si tratta, quindi, di nessuna protesta, e sostenerlo è fuorviante.
Se avete votato per il M5s rifiutatevi di essere identificati come chi protesta.
Si tratta, invece,  di una banale quanto legittima richiesta di riaffermare il Senso delle cose. E’ l’estremo tentativo di riportare l’Italia da una situazione di perdurante anormalità a una condizione di normalità, di rispetto e applicazione di regole e leggi, di norme e consuetudini da applicare all’intera cittadinanza, con l’obiettivo dichiarato di costruire una comunità che si occupi di gestire, amministrare e far funzionare i beni comuni dell’intera collettività: vi sembra, questa, una protesta?
A me no.
A me sembra una affermazione di principio: la fondazione del valore del Senso.
La giornata di martedì 26 febbraio è stata fondamentale perché ha chiarito diversi aspetti, soprattutto il fatto che NON E’ VERO che l’Italia è ingovernabile.
La verità, resa evidente dal 25% dei voti al M5s (a questo servono le elezioni, e qui mi rivolgo agli astenuti) consiste nel fatto che non è possibile, a nessun prezzo, governare come hanno governato fino adesso: è una prospettiva linguistica completamente diversa.
Ecco alcuni elementi di rilievo avvenuti nelle ultime due giornate, primo fra tutti quello relativo a una delle grandi questioni –per non dire “la questione”- sulle quali si è dibattuto fino allo sfinimento negli ultimi mesi: chi c’è veramente dietro Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio? Finalmente, ieri, l’arcano è stato svelato e il mistero è risolto per sempre, mi auguro definitivamente. Si sanno anche i veri nomi dei due geniali strateghi della comunicazione che (insieme) hanno deciso e stabilito (dietro le quinte) come e perchè alle prossime e imminenti elezioni il M5s debba prendere almeno il 52% dei voti validi. Data l’abilità sconcertante dei due guru, il dato è praticamente certo.
Si chiamano Silvio Berlusconi e Anna Finocchiaro: sono loro i due geniali artefici del trionfo elettorale, prossimo venturo, che porterà il movimento cinque stelle alla inevitabile maggioranza assoluta. Sarà grazie a loro.
Ecco come i due veri guru stanno lanciando la campagna di primavera:
Martedì 26 febbraio, infatti, alle 10 del mattino, la senatrice Anna Finocchiaro, del tutto  indifferente rispetto all’esito elettorale, ha dichiarato tronfiamente “Poiché il PD è consapevole del momento che stiamo vivendo e della assoluta necessità di garantire un governo stabile alla nazione, ci assumiamo la gravosa responsabilità che ci viene dal fatto di essere la coalizione vincente alla camera e avviamo immediatamente le consultazioni iniziali ai fini del raggiungimento di un accordo di legislatura. Ho già telefonato al senatore Maurizio Lupi del PDL per incontrarci subito”.
Alle ore 10.30 su raidue, Fabrizio Cicchitto replica: “Confermo quanto detto dalla senatrice Finocchiaro, già oggi ci incontreremo con i colleghi del PD perché siamo responsabili e sentiamo come dovere civico quello di dare agli italiani immediatamente il governo che si aspettano”.
Risultato ottenuto dai due guru: rivolta interna in entrambi i partiti.
E poi Bersani,  che propone un’apertura al M5s ma presentandola in maniera smaccata come una attribuzione della responsabilità dell’attuale crisi al movimento. Nella sua mente, abituata agli squallidi tatticismi della palude del politichese italiota, intendeva senza alcun dubbio sollecitare i neo-eletti del M5s a presentargli il conto della spesa. Lui è abituato così e questa è l’unica modalità che conosce. Pensava che Casaleggio avrebbe inviato un fax con i nomi delle fondazioni bancarie di cui voleva la presidenza, dove e come piazzare i neo-eletti del movimento e su quella piattaforma economica sedersi intorno a un tavolo e trattare. Quindi è spiazzato perché non capisce. Non ce la fa proprio a comprendere il Senso di questa nuova realtà.
Dopo tre ore, alcuni tra i neo-eletti (intervistati in tutta Italia in ordine sparso, ciascuno dei quali ha spiegato che –per il momento- parlava a titolo personale) hanno replicato dicendo tutti la stessa identica cosa: “Noi siamo aperti a votare per chiunque accolga nel proprio programma di governo le nostre istanze, senza alcuna pregiudiziale, e cioè una immediata nuova legge elettorale, subito la legge sul conflitto d’interesse, una nuova legge anticorruzione,  la decurtazione dei parlamentari, il reddito di cittadinanza e l’abbattimento dei costi della politica, tanto per iniziare”.
Panico e sconcerto tra le fila del PD. E il prode Enrico Letta dichiara: “Rispettiamo il M5s e prendiamo atto del loro innegabile successo elettorale; li consideriamo degli interlocutori politici, ma sia chiaro che il PD non si fa dettare l’agenda da nessuno”.
E il prode Alfano, a Ballarò, sfrontatamente sostiene che non c’è alcun inciucio, che non ci sarà nessun incontro con il PD e tantomeno con quelli del M5s. E intanto, alla direzione del PD, Walter Veltroni e Massimo D’Alema si dichiarano ufficialmente “fortemente contrari a qualunque accordo e incontro con quelli del M5s”.
Beppe Grillo, dal canto suo, conferma ai giornalisti, la posizione dei suoi eletti: “noi non facciamo alcun accordo con nessuno, ma siamo positivamente aperti e disponibili a votare ogni singolo provvedimento che corrisponda al nostro programma: a noi interessa quello”.
Si arriva, quindi, alla giornata di oggi.
I geniali capi del PD iniziano la giornata con una sicumera arrogante, indice di totale mancanza del Senso della realtà. Dichiarano, sparpagliatamente, che non intendono sottoporsi all’esame da parte dei neo-eletti del M5s e ci aggiungono il carico da 11 (sempre Enrico Letta che sta tirando la volata a Monti per il suo bis). “Se l’Italia diventa ingovernabile, la responsabilità sarà del M5s che non è disponibile ad un accordo preventivo”. Questa frase, degna di un organigramma del Cremlino, tradotta sta per “quelli del M5s devono votarci a scatola chiusa”.
Ma a metà mattinata arriva Silvio Berlusconi, che così dichiara alla attendibile e seria professionista del corriere della sera (edizione on-line) Paola Di Caro: “Superati i primissimi giorni le cose cambieranno, adesso quelli del PD fanno i sostenuti, guardano a Grillo. Ma non ce la faranno. Quello è un rapporto che non regge, politicamente e numericamente. Avranno bisogno di noi, busseranno alla nostra porta. Vedrete, verranno a Canossa… E vi dico l’idea che mi sono fatto: non sono nemmeno sicuro che alla fine l’incarico sarà dato a Bersani”. Non è chiaro se sia un auspicio oppure una minaccia. Poco importa. Ma all’interno del PDL c’è una rivolta interna perché il gruppo dirigente non è d’accordo. E il Cavaliere, re della comunicazione italiota, poco dopo, avvertito della levata di scudi tra i suoi, non si lascia sfuggire l’occasione e dichiara: “Se non ci sarà accordo, si accomodino. Facciano pure, vediamo quanto durano. Io intanto preparerò la mia campagna elettorale sui temi che interessano i nostri elettori, mi sento alla grande, e stavolta correrei come leader”.
Infine, la dichiarazione di Beppe Grillo che sostiene: “Il M5s voterà in aula le leggi che rispecchiano il proprio programma chiunque sia a proporle…il movimento cinque stelle non darà alcun voto di fiducia al PD né ad altri. Se Bersani vorrà proporre l’abolizione dei contributi pubblici ai partiti sin dalle ultime elezioni lo voteremo di slancio (il M5s ha rinunciato ai 100 milioni di euro che gli spettano) e se metterà in calendario il reddito di cittadinanza lo voteremo con passione”.
Questo è ciò che sta accadendo.
Quelli del PD e quelli del PDL vivono ancora nello spazio mentale di un mondo senza Senso. Non si accorgono, non capiscono, non comprendono che la trattativa non viaggia sulla rotaia di presidenze, sottosegretariati, gestione di aziende, bensì sui programmi e sulle proposte. Quantomeno non quando si parla con il M5s, altrimenti non sarebbe tale.
Si tratta di una differenza lessicale, per il momento incompatibile.
Sono software mentali diversi.
Il PD e il PDL cercano l’accordo sul “con-senso” identificato in gestione consociativa privata e personale dei beni comuni e delle risorse della collettività. Quindi, come sempre.
Quelli del M5s cercano l’accordo e sono disponibili al dialogo, al confronto, e a una piattaforma governativa, sulla base del “dis-senso”, identificato come gestione pubblica delle risorse da mettere a disposizione della collettività. La qualità del dis-Sensoconsiste in una rottura con i precedenti fallimentari durati vent’anni, per dar mostra di un segno di discontinuità nel lavoro parlamentare.
E’ un altro mondo lessicale. E’ un diverso ordine d’idee.
Per il momento, quindi, il PD e il PDL dimostrano di non volere nessun cambiamento, nessuna riforma, nessun accordo, e di non essere in grado di saper o di poter accogliere nessuna delle istanze portate avanti dal M5s che ha raccolto il voto di 8.800.000 cittadini.
Per loro, queste voci non valgono nulla.
Personalmente consiglio ai neo-eletti di armarsi di tutta la necessaria pazienza e, invece di farsi intimorire,  di comprendere che i propri interlocutori non hanno il senso della realtà, e quindi va spiegato loro come si stanno mettendo le cose, come si fa con i bambini o con quelli fuori di testa. Forse quelli del PD capiranno che è arrivato il momento di ascoltare la nazione, le istanze dei cittadini, i bisogni collettivi e si decideranno a varare un programma che accolga i punti per i quali ha votato il 25% degli italiani.
Come notava il giornalista Andrea Scanzi, de Il Fatto Quotidiano, rivolgendosi ai neo eletti: “D’Alema e Veltroni sono contrari a un dialogo con Grillo. E’ la conferma che è l’unica strada possibile. Provateci. (a margine: nel Pd hanno ancora Veltroni e D’Alema che dettano la linea. O anche solo pontificano. Sono proprio lanciati a bomba verso il proprio abisso).
Allora, non hanno ancora capito che questo è soltanto l’aperitivo, un buon mojito tra amici.
Sarà una primavera di riscossa, quindi.
A tutt’oggi, così vedo io la cosa.

E voi?Libero Pensiero: la casa degli italiani esuli in patria: C’è chi insegue il con-senso e chi pratica il dis-…