Osho: Rischia ogni cosa per la Consapevolezza

13 Gennaio 2017
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È un bene che ti stia rendendo conto di un fenomeno davvero essenziale: nelle relazioni sociali eri diventato meccanico, automatico. Venendo qui, sei più rilassato. La velocità della mente, piano piano va diminuendo. E man mano che la tua consapevolezza diviene limpida, la tua meccanicità va scomparendo. Devi comprendere che la consapevolezza e la meccanicità non possono coesistere, non esiste alcuna convivenza possibile tra questi due fattori. Nella vita sociale non ti è richiesto di essere consapevole – ci si aspetta che tu sia efficiente. L’efficienza è una qualità delle macchine, le macchine sono più efficienti degli esseri umani. Poiché è richiesta efficienza tu diventi più meccanico, e diventando più automatico la tua consapevolezza scompare. E la consapevolezza è il tuo vero essere. Con l’efficienza e la meccanicità, puoi riuscire a guadagnare più soldi, più potere, più prestigio, più rispettabilità, ma perderai te stesso. E stai perdendo te stesso molto a buon mercato: ciò che stai guadagnando in cambio non ha alcun valore. Sai quante persone hanno vissuto prima di te su questa terra? Ti rendi conto del fatto che milioni di loro erano persone di successo? Milioni di loro erano famosi nel loro tempo, e adesso la gente non ricorda nemmeno i loro nomi. Tutti sono scomparsi simili a sogni, senza lasciare alcuna traccia. Anche noi stiamo per scomparire nello stesso modo. Le uniche poche persone che sono morte e tuttavia continuano a vivere nell’amore della gente, nella fiducia della gente, non sono quelle di maggior successo – gli imperatori i conquistatori del mondo, i più ricchi. Quelle poche persone che, malgrado la loro morte, ancora pulsano nei cuori degli uomini appartengono a una categoria del tutto diversa: erano persone di consapevolezza, gente con un’anima. Il loro impatto è stato così profondo che resterà fino all’ultimo uomo. Gautama il Buddha, Lao Tzu, Kabir, Cristo, al Hillaj Mansur – costoro non possono essere dimenticati. Continueranno a vivere nelle dimensioni più profonde del vostro essere per la semplice ragione che non hanno mai fatto un compromesso fra la loro consapevolezza e le aspettative del mondo degli affari. Dunque, come prima cosa, sei diventato consapevole. Rendi la tua consapevolezza più acuta, e la prossima volta che ti relazioni in società non c’è bisogno di diventare come un automa. Forse non sarai efficiente come un robot – e allora? Forse non avrai l’efficienza che l’automatismo permette – e allora? Lascia che sia così, in questo modo spariranno come bolle di sapone. Non provare invidia per quegli automi. Sii compassionevole nei loro confronti e considerati appagato con la tua consapevolezza. Rischia ogni cosa per la consapevolezza, ma non mettere mai a rischio la consapevolezza per qualcos’altro. Non esiste un valore più alto della consapevolezza. La consapevolezza è il seme dell’essenza divina dentro di te. Quando giunge a una sua piena crescita, sei giunto al compimento del tuo destino. Più la tua consapevolezza va in profondità, meno potrebbero essere efficienti le tue azioni, ma avranno una qualità nuova – la qualità della grazia – che è ben più preziosa. Nessuna macchina può avere la qualità della grazia. Le tue azioni, le tue parole avranno una bellezza particolare. Nel modo in cui vive un uomo di consapevolezza, ogni momento è colmo di grazia e bellezza straordinarie. Ciò è riflesso nelle sue azioni, anche nelle azioni più piccole – nel semplice gesto della sua mano o anche solo nel modo in cui guarda, nella profondità dei suoi occhi o nell’autorità delle sue parole, oppure nella musica del suo silenzio. La sua stessa presenza è una celebrazione. 
Osho

Osho: Il peso dell’ego non permette di elevarsi


 16 Luglio 2016
 
Cosa può impedire all’uomo di raggiungere l’essenza divina? E cosa può tenerlo legato alla terra?
Qual è il potere che non permette al fiume della vita di raggiungere l’oceano?
Io affermo che è l’uomo in quanto tale: il peso del suo ego non gli permette di elevarsi. E non è la forza di gravità della Terra, bensì il peso del suo ego simile a una montagna, che non gli permette alcuna ascensione. Noi viviamo schiacciati dal nostro stesso peso, e perdiamo qualsiasi capacità di movimento. La Terra ha potere soltanto sul corpo – la sua gravità lo lega a sé – ma l’ego ha legato perfino l’anima a questa terra: il suo stesso peso impedisce all’anima di elevarsi verso i cieli, togliendole ogni potere.
Questo corpo è composto di terra, ne è un frutto e alla terra tornerà; ma, a causa dell’ego, l’anima viene deprivata dell’essenza divina. In questo modo è forzatamente obbligata a seguire il corpo, sebbene questo sia del tutto inutile.
Se l’anima non può conseguire l’essenza divina, la vita diventa un dolore intollerabile. Il divino è l’unico appagamento dell’anima; essa ne è la piena manifestazione, e ogni volta che quell’appagamento viene impedito, insorge una sofferenza atroce.
Quando il potenziale che il sé ha di diventare verità viene ostacolato, si ha dolore e sofferenza; e questo perché la piena manifestazione del sé è beatitudine.
Non lo riconosci? Non vedi questa lampada? È una lampada priva di vita, fatta di creta; ma la fiamma che racchiude è immortale. La lampada proviene dalla terra, ma la fiamma giunge dai cieli. Ciò che appartiene alla terra resta sulla terra, ma la fiamma si eleva continuamente verso il cielo ignoto. Il corpo dell’uomo è qualcosa di simile: è fatto di terra, ma la sua anima no. L’anima non è una lampada priva di vita, bensì una fiamma immortale; ma, a causa del peso dell’ego, anch’essa non si può elevare al di sopra della terra.
Solo coloro che sono, sotto tutti i punti di vista, liberi dall’oppressione dell’ego potranno progredire verso il divino che è l’esistenza.
Ho sentito raccontare una storia…
Su una montagna inaccessibile, sulla cima più alta, c’era un tempio d’oro dedicato a Dio. Il sacerdote di quel tempio era diventato ormai vecchio e aveva annunciato che la persona di maggior forza e potenza dell’intera umanità sarebbe stata riconosciuta come il suo successore. Non c’era riconoscimento più alto di quello, su tutta la Terra.
Il giorno stabilito, i candidati più validi iniziarono a salire la montagna. Chi avesse raggiunto il tempio per primo, posto in cima a quella montagna altissima, di certo avrebbe dimostrato di essere il più forte. Quando iniziarono la scalata, ciascuno dei contendenti portava sulle spalle un masso enorme, per mostrare la sua forza; ciascuno di loro portava un peso che tutti pensavano rappresentasse il loro vigore; la scalata era davvero impervia, e avrebbe richiesto un mese… c’era il rischio che parecchi concorrenti perdessero la vita.
Forse, proprio per questo sentivano un pungolo e una sfida: per migliaia di persone era la prova della loro fortuna e della loro capacità di resistenza. Con il passare dei giorni, parecchi scalatori vennero distanziati, qualcuno si perse tra crepacci e vallate con le loro pietre sulle spalle; altri, come risultato di quello sforzo, crollarono esausti e lasciarono questo mondo mortale, sempre portando le loro pietre. Ma, anche così, gli altri concorrenti, stanchi e indeboliti continuarono ad andare avanti, fermamente determinati a procedere. Chi ancora proseguiva non ebbe tempo di pensare a coloro che erano caduti, né aveva la forza di farlo.
Poi, un giorno, tutti gli scalatori si stupirono nel vedere una persona, che si erano lasciati alle spalle, che procedeva di gran carriera e li superava a gran velocità. Costui non portava alcuna pietra sulle spalle che rivelasse la sua forza: la mancanza di quel peso doveva essere il motivo per cui stava procedendo così spedito… di certo doveva averla abbandonata da qualche parte.
Tutti iniziarono a ridere della sua stoltezza; infatti, che senso aveva che qualcuno arrivasse in cima, privo di qualsiasi segno che rivelasse la sua forza?
Per cui, quando con estrema difficoltà e dopo fatiche penosissime, qualche mese dopo quegli scalatori arrivarono finalmente al tempio di Dio, non poterono credere ai loro occhi: videro che quell’uomo non particolarmente forte, che era arrivato al tempio per primo gettando via la sua pietra, era stato nominato sacerdote del tempio.
Prima che potessero lamentarsi per quell’ingiustizia, il vecchio sacerdote li accolse, dicendo: “Solo coloro che si sono liberati dal peso del loro ego hanno il diritto di entrare nel tempio di Dio. Questo giovane ha dato prova di una forza di tipo assolutamente nuovo. Il peso di una pietra, che simboleggia l’ego, non è in realtà una prova di forza.
E con profondo rispetto, vorrei chiedere a tutti voi: chi vi ha dato l’idea di dover trasportare delle pietre sulle spalle, prima di intraprendere questa ascesa? E quando l’ha fatto?”.
Osho: Crea il tuo destino

La preghiera non è chiedere


15 Luglio 2016

 
Ero ospite in un villaggio. Sebbene fosse piccolo, aveva un tempio, una moschea e pure una chiesa. Quella gente era molto religiosa e al tramonto, ogni giorno, andava nel proprio luogo di adorazione. Perfino di notte nessuno andava a letto, se non dopo aver fatto una visita. E quasi ogni giorno si celebravano feste religiose.
Ma la vita di quel villaggio assomigliava a quella di molti altri villaggi. La religione e la vita non sembra si siano mai toccate: la vita ha i suoi percorsi e la religione ne ha altri; corrono parallele tra loro, pertanto non si pone mai il problema di un loro incontro. Come risultato la religione di quei paesani divenne arida e spenta, e le loro esistenze scorrevano senza alcuno spirito religioso.
Ciò che accadeva in questo villaggio sta accadendo in tutto il mondo. Visitai ognuno dei loro luoghi di culto per un paio di giorni, cercando di cogliere qualche segno nei cuori di quei cosiddetti devoti e nei sacerdoti. Scrutai nei loro occhi, sondai le loro preghiere, parlai con loro, esaminai le loro esistenze. Osservai il loro andirivieni, i loro stili di vita e visitai alcune delle loro case. Interrogai i vicini, raccolsi le opinioni dei seguaci di una fede, rispetto alle altre. Presi informazioni dai sacerdoti di un tempio, rispetto agli altri. Misi a confronto gli studiosi di una religione con quelli delle altre…
giunsi così alla conclusione che quel villaggio in apparenza religioso era assolutamente irreligioso. C’era una facciata di religione e una vita irreligiosa.
Una simile facciata è necessaria solo se si vive una vita priva di spirito religioso. Infatti, i luoghi di culto non esistono forse solo per nascondere scene del crimine?
I cosiddetti sacerdoti di Dio non avevano nulla a che fare con lui; di certo volevano che continuasse a esistere, perché portava soldi! E i devoti di qualsiasi fede non provavano alcun amore per il loro Dio: stavano cercando una sicurezza dalle paure e dai pericoli del mondo, e pregavano Dio perché li aiutasse a realizzare i loro desideri mondani. Inoltre, coloro le cui vite stavano per finire volevano essere rassicurati da Dio rispetto alle vite future: tutti in quel posto amavano solo i piaceri, gli svaghi e i divertimenti.
Poiché il loro amore era rivolto soltanto al mondo, nessuna delle loro preghiere era, di fatto, un’orazione rivolta a Dio. Nelle loro preghiere chiedevano di tutto, fatta eccezione per un risveglio dello spirito e, in realtà, finché una preghiera racchiude in sé una richiesta, non è affatto intesa come rivolta a Dio.
Una preghiera diventa reale solo quando è libera da domande, richieste, pretese. Anche se racchiude una brama di Dio, quella preghiera non è reale; lo è soltanto quando è del tutto libera da qualsiasi bisogno. E di certo una simile preghiera non può contenere alcuna lode: la lode non è preghiera, è adulazione, lusinga; elogiando Dio si tenta di corromperlo. Questa non è solo la manifestazione di una mente ben misera, è anche un tentativo di ingannare… e cos’altro potrebbe essere più stupido di un tentativo di truffa come questo? Facendolo, non si fa altro che ingannare se stessi.
Amici miei, la preghiera non è un domandare: è amore, è un arrendersi alla totalità dell’esistenza.
La preghiera non è un adulare: è un profondo stato di gratitudine; e là dove c’è un senso di riconoscenza così profondo, non esistono parole.
La preghiera non è linguaggio, è silenzio; è un consacrarsi all’infinito. La preghiera non possiede parole, è la musica dell’infinito: una musica simile ha inizio, quando tutte le altre finiscono.
La  preghiera  non è  devozione, né  può  esserci alcuno spazio per un qualsiasi culto. La preghiera non ha nulla a che fare con il mondo esteriore; non ha alcuna relazione con l’altra gente: è il più intimo risveglio del proprio essere.
La preghiera non è azione, è consapevolezza; è presenza consapevole: non è un fare, è un essere.
Alla preghiera occorre unicamente la nascita dell’amore. Perché accada, neppure il concetto di Dio è di qualche utilità, addirittura è un ostacolo insormontabile. Ovunque ci sia preghiera, là c’è Dio; ma ovunque esista l’idea di Dio, il divino è incapace di essere presente, proprio a causa di quella presenza.
La verità è una sola. Dio è uno solo. Invece le menzogne sono tante, le idee e i concetti sono tanti; pertanto i templi sono tanti. Proprio per questo non diventano soglie bensì mura che annullano qualsiasi tentativo di realizzare il divino.
Chi non ha trovato il tempio di Dio nell’amore non troverà il divino in nessun altro tempio.
Cos’è l’amore? È forse attaccamento a Dio? Un attaccamento non è amore: là dove esiste attaccamento, c’è sfruttamento. Nell’attaccamento qualcun altro è il soggetto, e quel soggetto è l’io. In realtà, in amore l’altro non esiste: essere in relazione con qualcun altro implica l’ego; e là dove l’ego esiste, non c’è alcun Dio.
L’amore esiste e basta; non è orientato verso qualcuno: è semplicemente presente. Là dove esiste un amore per qualcuno, là è presente la delusione; un simile “amore” è attaccamento, è un desiderio. Quando l’amore è semplicemente fine a se stesso, ecco che non esiste alcun desiderio: quella è preghiera. Il desiderio è simile ai fiumi che scorrono verso l’oceano; l’amore è simile all’oceano stesso: non scorre verso alcuna meta. È semplicemente se stesso, non ha alcuna attrazione per nessuno; esiste di per sé e, come l’oceano, anche la preghiera è così. Il desiderio è il fluire, l’attrazione e la tensione; la preghiera è uno stato dell’essere: si acquieta in se stessa.
Amore e perfezione si attirano senza alcun motivo, senza che si siano viste e senza essere tirate.
Io chiamo questo tipo d’amore “preghiera”.
In tutti gli altri casi le nostre preghiere non sono vere, sono soltanto autoinganni.
Un prigioniero condannato all’impiccagione giunse al carcere. Ben presto, l’intera prigione echeggiò delle sue preghiere a Dio: le sue devozioni e le sue orazioni iniziavano prima dell’alba. Il suo amore per
Dio era sconfinato, quando pregava dai suoi occhi scorrevano fiumi di lacrime. Nacque così un senso di distacco, generato dal suo amore per Dio, presente in tutti i suoi inni devozionali: lui era un devoto di Dio e, ben presto, gli altri prigionieri divennero suoi seguaci.
Il direttore del carcere e tutti i secondini iniziarono a trattarlo con rispetto; e la sua routine di orazioni continuò arrivando a coprire l’intera giornata e la notte. Mentre si alzava, si sedeva o camminava, le sue labbra continuavano a ripetere: “Rama, Rama, Rama”. Tra le sue mani i grani del rosario scorrevano ininterrottamente, persino sul suo scialle aveva fatto stampare “Rama, Rama, Rama” ovunque!
In tutte le sue ispezioni il direttore del carcere trovava quest’uomo intento nelle sue devozioni. Ma un giorno, quando si presentò, scoprì che il prigioniero stava ancora dormendo della grossa, sebbene il sole fosse ormai alto!
Il suo scialle e il suo rosario giacevano ignorati in un angolo. Il direttore pensò che forse non si sentiva bene; ma quando si informò presso gli altri prigionieri, gli fu detto che stava benissimo. Eppure nessuno sapeva come mai le sue preghiere a Dio si erano interrotte all’improvviso, la sera precedente.
Il direttore svegliò il prigioniero e gli chiese: “Il sole è ormai sorto da tempo, non preghi più al mattino?”.
Il prigioniero replicò: “Pregare e adorare? Perché mai dovrei farlo, adesso? Proprio ieri ho ricevuto una lettera da casa in cui mi si informa che la pena di morte è stata commutata in sette anni di carcere. Qualsiasi cosa volevo da Dio mi è stata concessa: non sarebbe giusto disturbare ulteriormente quel poveretto… per nulla!”.
Osho: Crea il tuo destino

Osho: L’ego vuole ciò che nessun altro possiede


24 GIUGNO 2016

 Un multimilionario si stava facendo costruire un palazzo; e non appena fu terminato, lui si ritrovò moribondo. È ciò che accade spesso: la persona a cui viene costruito un palazzo spesso muore durante i lavori, prima di poterci vivere. Persone simili vogliono costruire un luogo dove vivere, invece stanno costruendo le loro tombe.
Era quello che stava succedendo: il palazzo era finito, ma il proprietario era prossimo alla fine. E quel palazzo non aveva confronti!
L’ego vuole ciò che nessun altro possiede; e solo per quello l’uomo perde la sua anima. L’ego, che è un fenomeno inesistente, può sperimentare la propria esistenza unicamente diventando il più importante; può sperimentare la propria esistenza solo primeggiando. Quel palazzo era senza paragoni da tutti i punti di vista – come bellezza, come stile e come comodità – ragion per cui il multimilionario era alle stelle per la felicità.
L’intera capitale parlava di lui, chiunque vedeva quel palazzo restava senza parole.
Alla fine, perfino il re venne a vederlo. Anche lui non riusciva a credere ai suoi occhi; al confronto, la sua reggia sembrava poca cosa. In cuor suo provò invidia, ma esteriormente iniziò a decantarlo e a lodarlo.
Il multimilionario fraintese la sua invidia, ritenendola un encomio e, provando riconoscenza per quegli elogi, disse: “È tutto dovuto alla grazia di Dio”, ma in cuor suo sapeva che tutto ciò era stato possibile grazie ai suoi sforzi.
Mentre salutava il re, sul portone gli disse: “Ho costruito solo un ingresso a questo palazzo. In una dimora come questa i ladri non possono entrare: chiunque entri o esca deve passare da quest’unico portone”.
Un vecchio che si trovava tra la folla, fuori dal portone, sentendo le parole del ricco, scoppiò in una fragorosa risata. Il re gli chiese: “Perché ridi?”.
L’uomo rispose: “Posso sussurrare il motivo solo nell’orecchio del ricco”. Poi si avvicinò al padrone di casa e gli sussurrò: “Ho riso perché ti ho sentito elogiare la presenza di un solo accesso al palazzo. In questo palazzo immenso quello è l’unico difetto: così la morte potrà entrare e portarti via. Se non avessi fatto fare quell’unico portone, il palazzo sarebbe stato perfetto!”.
Anche nella vita l’uomo costruisce palazzi; e in tutti esiste lo stesso difetto, ragion per cui nessuna casa si rivela il posto perfetto dove vivere. In tutte c’è come minimo un’entrata e quella porta diventa l’accesso per la morte.
D’altra parte, sarebbe forse possibile dimorare nella vita, senza che ci sia una porta per la morte? Sì, è possibile! Ma una casa simile non ha mura: ha solo porte su porte, e poiché ci sono solo porte, quelle soglie restano invisibili. La morte può entrare soltanto da una porta; là dove esistono soltanto porte su porte, una simile soglia non esiste.
L’ego crea mura nella vita. Poi, perché il sé possa entrare e uscire, fa come minimo una porta, e quella è la porta della morte. La casa dell’ego non può restare libera dalla morte: una porta resta sempre, e quella è la soglia di cui abbiamo parlato. Se non avesse quell’unica apertura, l’ego morirebbe, si ucciderebbe.
D’altra parte esiste una vita senza l’ego. Quella vita è immortale, perché non ha alcuna soglia da cui la morte possa entrare, e non ci sono mura che la circondano.
Là dove non esiste alcun ego, c’è l’anima. L’anima è sconfinata e senza fine, come il cielo; e ciò che è sconfinato e senza fine è immortale.
Osho: Crea il tuo destino

Osho: Di fronte all’ignoto


18 GIUGNO 2016
   
Ero seduto al capezzale di un uomo di ottantaquattro anni che stava morendo. Aveva tutti i malanni che una persona potrebbe avere, e tutti  insieme.  Da tempo era preda di un dolore insopportabile, alla fine aveva perso peso; ogni tanto sveniva. Da anni non si alzava più dal letto, la sua vita era dolore e soltanto dolore; ma perfino in quella condizione voleva vivere: neppure allora era pronto a morire.
Anche se la vita è diventata peggiore dell’inferno, nessuno vuole mai morire: come mai questa brama di vivere è così cieca e tanto inappagante? Ti costringe a lottare con le unghie e con i denti. In cosa consiste questa paura della morte? E come puoi aver paura della morte, se non l’hai neppure sperimentata? In realtà, si può solo temere ciò che si conosce, perché essere spaventati dall’ignoto? Rispetto all’ignoto si può solo avere un desiderio o una propensione a conoscerlo.
Ogni volta che qualcuno lo andava a trovare, quel vecchio piangeva: sciorinava lamentele su lamentele. Le lagne non muoiono, anche mentre si muore; forse fanno compagnia alla gente, anche dopo la morte.
Era disgustato da tutti i dottori, eppure ancora non aveva abbandonato la speranza: con l’aiuto di qualche amuleto ancora sperava di continuare a vivere.
Lo trovai solo e gli chiesi: “Vuoi ancora vivere?”. La domanda lo fece di certo sussultare, sicuramente pensava che gli avessi fatto una domanda infausta. Poi, con un dolore profondo disse: “Adesso rivolgo a Dio una sola preghiera: che mi porti via”. Ma la falsità di quelle parole era scritta su tutto il suo volto.
E mi venne in mente una storia…
C’era una volta un taglialegna. Era stanco, povero, infelice e vecchio. Non riusciva più a tagliare abbastanza legna per mantenersi; ogni giorno le sue forze scemavano. E al mondo non aveva nessuno.
Un giorno, dopo aver tagliato legna nella foresta, la stava raccogliendo in fascine e mormorava: “Neppure la morte viene a salvarmi da questa vita sofferta, in questa tarda età”. Ma non appena disse quelle parole, sentì la presenza di qualcuno, di fianco a lui; sulla spalla gli si posò una mano invisibile e gelata. Tutto il suo corpo e il suo respiro tremarono. Si voltò e non riuscì a vedere nessuno; ma anche così, di certo qualcuno era presente: sulla sua spalla sentiva il peso di una mano gelida.
Prima che potesse parlare, quel potere invisibile disse: “Sono la morte. Dimmi, cosa posso fare per te?”.
Il vecchio taglialegna ammutolì. Era inverno, ma il suo corpo iniziò a sudare copiosamente. In qualche modo riuscì a raccogliere il coraggio sufficiente per chiedere: “O divina, abbi pietà di questo poveretto. Che cosa vuoi da me?”.
La morte disse: “Sono qui perché ti sei ricordato di me”.
Il taglialegna raccolse tutte le sue forze e disse: “Perdonami. Ero sovrappensiero: saresti così gentile di aiutarmi a sollevare questa fascina di legna? Ti ho chiamato solo per questo e, in futuro, non ti chiamerò mai più; oppure, se per errore lo facessi, non occorre che tu venga. Grazie a Dio, sono molto felice”.
Quel vecchio stava pensando a questa storia, quando qualcuno entrò e gli disse: “È arrivato un sant’uomo. Si narrano molte storie sui suoi poteri miracolosi. Lo devo far entrare, così che ti veda?”.
Un lampo di speranza illuminò il volto di quel vecchio e a fatica si sollevò, dicendo: “Dov’è quest’uomo santo? Svelto, fallo venire! Dopotutto non sono così malato; in realtà, sono i medici che mi stanno uccidendo. Dio mi vuole salvare, ed è per questo che sono ancora vivo, malgrado tutti loro: chi potrebbe mai uccidere una persona che Dio vuole salvare?”.
A quel punto mi accomiatai. Ma non appena giunsi a casa, ricevetti la notizia che quel vecchio non era più in questo mondo.
Osho: Crea il tuo destino

Osho: Dov’è la felicità?

14 GIUGNO 2016

  Tu mi chiedi: “Dov’è la felicità?”.

Ti racconterò una storia. Questa storia racchiude la risposta.
Un giorno i popoli di questo mondo si erano appena svegliati dal loro sonno quando udirono uno strano annuncio. Un simile proclama non era mai stato dato in precedenza. Nessuno comprese da dove provenisse questa comunicazione senza precedenti, ma le parole erano chiarissime. Forse provenivano dal cielo, o forse giungevano dalla dimensione interiore. Nessuno riconobbe la fonte.
“O popoli del mondo! C’è un dono gratuito di felicità fatto da Dio, è un’occasione unica che garantisce la liberazione da ogni preoccupazione e da ogni guaio. Oggi a mezzanotte, chiunque voglia liberarsi dai suoi problemi li deve riunire in un fagotto immaginario e li deve gettare fuori dal suo villaggio. E prima di tornare a casa, deve raccogliere qualsiasi felicità desidera in quella stessa sacca, e rientrare prima dell’alba; al posto dei suoi guai otterrà felicità. Chiunque si lascerà sfuggire questa opportunità, la mancherà per sempre: l’occasione è data adesso, perché l’albero dei desideri piegherà le sue fronde fino a terra, ma solo per una notte. Abbiate fede e raccogliete i suoi frutti, la fede porterà quei frutti.”
L’annuncio venne ripetuto per tutto il giorno, fino al tramonto. A mano a mano che la notte si avvicinava, perfino le persone più scettiche iniziarono a crederci: chi poteva essere così sciocco da lasciarsi sfuggire quell’opportunità? Ed esisteva qualcuno che non avesse guai e non desiderasse la felicità? Tutti alla fine iniziarono a fare un fagotto dei loro problemi, e tutti si preoccuparono di un’unica cosa: che nessuno dei loro guai venisse preservato.
Quando la mezzanotte fu vicina, tutte le case del mondo si erano svuotate e un numero sterminato di persone era in movimento, ciascuno con il proprio fagotto di guai, simili a file interminabili di formiche, diretti ai confini delle proprie città. E per evitare che i loro guai tornassero, si diressero sempre più lontano dai confini cittadini, per poi gettarli via; e come folli, tutti iniziarono con impazienza a raccogliere felicità, una volta che la mezzanotte fu passata.
Tutti si affrettavano, per evitare che l’alba sorgesse prima che un po’ di quella felicità fosse negletta: la felicità diffusa era immensa, e il tempo era limitato. Comunque, la gente si affrettò e tutti riuscirono a tornare a casa prima del sorgere del sole, dopo aver raccolto l’intero dono.
Arrivando a casa, rimasero allibiti, incapaci di credere ai loro occhi: al posto delle loro capanne, c’erano palazzi giganteschi che svettavano verso il cielo. Ogni cosa era rivestita d’oro, e da ogni dove la felicità si riversava su di loro: qualsiasi cosa avevano sempre desiderato era ora disponibile.
Quella fu la prima sorpresa, ma ce n’era una ancora più grande. Anche dopo aver scoperto tutto ciò, i volti delle persone non brillavano di gioia: la felicità dei loro vicini li addolorava. I loro vecchi guai erano scomparsi, ma adesso li avevano rimpiazzati con problemi e preoccupazioni del tutto nuovi e diversi. La situazione era cambiata, ma le menti delle persone erano le stesse, per cui tornarono a riempirle di infelicità. Il mondo era cambiato, ma la gente era la stessa; pertanto, ogni cosa tornò a essere quella di sempre.
Ovviamente, c’era una persona che non aveva accettato quell’invito a rinunciare alla propria sofferenza e a raccogliere felicità: era un monaco che viveva nudo. Egli aveva povertà, nient’altro che povertà, e compatendo la sua stoltezza, tutti gli avevano chiesto di unirsi a loro: lo stesso re stava andando a gettar via il suo fardello di guai, dunque era ovvio che anche lui dovesse andare.
Ma lui aveva riso e aveva detto: “Qualsiasi cosa si trovi all’esterno non è felicità. E dove potrei mai andare a cercare ciò che è all’interno? Io ho già fatto quella scoperta, dopo aver abbandonato qualsiasi ricerca”.
La gente aveva riso della sua follia e l’aveva compatito; l’aveva considerato uno stolto fatto e finito! E quando le loro capanne furono trasformate in palazzi e davanti alle loro porte trovarono gemme grosse come sassi, di nuovo chiesero a quel monaco: “Ti sei reso conto dell’errore che hai commesso?”.
Al che il monaco scoppiò a ridere e disse: “Stavo proprio pensando di fare a voi tutti la stessa domanda”.
Osho: Crea il tuo destino

Osho Chi sta badando al negozio?

9 GIUGNO 2016

 
Questa è la storia di un viaggio. Un gruppo di donne e di uomini anziani stavano partendo per un pellegrinaggio. Un santo li accompagnava e io ascoltai ciò che diceva, spiegando loro cosa succede dopo la morte: “Ciò che accade al termine della vita dipende da cosa l’uomo stava pensando nell’ultimo istante. Chi si prende cura di quegli ultimi momenti si è preso cura di ogni cosa; e morendo ci si deve ricordare il nome di Dio. Sono esistiti peccatori che nell’istante della morte si sono ricordati il nome di Dio e oggi si stanno godendo i piaceri del paradiso”.
Il discorso del santo stava producendo l’effetto desiderato: quei vecchi si avviavano verso un pellegrinaggio, l’ultimo della loro vita, e i loro cuori erano felici di sentire quanto volevano che fosse detto loro: “In realtà, il problema non è riferito alla vita, bensì alla morte. Per liberarsi dai peccati di un’intera vita, è sufficiente ricordare il nome di Dio, anche solo per “errore” e nel loro caso non era neppure per errore, perché avevano deciso di compiere quel pellegrinaggio. Ovviamente erano felici, e di conseguenza si stavano anche prendendo ottima cura del santo.
Io ero seduto proprio di fronte a loro e, sentendo le parole del santo, scoppiai a ridere; al che quel sant’uomo mi chiese furioso: “Non credi nella religione?”.
Gli domandai: “Dov’è la religione? Qui circolano solo le monete della miscredenza, un’irreligiosità mascherata da religione; e di fatto sono soltanto le monete false che pretendono la fede: là dove un’intelligenza lucida e obiettiva non le sostiene, ecco che viene pretesa la fede. La fede uccide l’obiettività; d’altra parte, né i ciechi sono pronti ad accettare la loro cecità, né i fedeli sono pronti ad ammettere di essere seguaci ciechi.
La cospirazione tramata da gente cieca e pronta a sfruttare ha praticamente tagliato le radici stesse della religione. Esiste una rappresentazione della religione ed esiste la pratica religiosa: hai mai pensato a ciò che stavi dicendo a questi vecchi? ‘Non importa come sia stata la loro vita, ciò che conta è che i loro pensieri siano puri alla fine.’ Può esistere qualcosa di più falso? Se hai un seme dell’albero del neem, l’albero potrà solo essere un neem – e tu vuoi raccogliere dei manghi? Soltanto l’essenza della vita che si è vissuta può comparire di fronte alla consapevolezza, al momento della morte. E cos’è la morte? Non è forse il culmine e l’appagamento della vita stessa? Come potrà mai essere qualcosa di diverso dalla vita? Non ne è altro che un’estensione: è solo il frutto della vita.
Nessuna delle altre fantasie potrà mai funzionare. Per esempio, si narra di Ajamil, un peccatore che al momento di morire chiamò suo figlio Narayan, e poiché in questo modo pronunciò uno dei nomi di Dio, pur involontariamente, divenne libero da tutti i suoi peccati e conseguì la suprema liberazione.
Cosa inventerà mai la mente di un uomo che ha peccato? E di certo esisterà sempre qualcuno che sfrutterà quella gente terrorizzata. In verità, esiste davvero un nome di Dio? La rimembranza del divino è soltanto uno stato d’animo dell’essere: la condizione interiore in cui l’ego viene dissolto, quello è il giusto stato dell’essere per ricordare il divino. Solo chi continua a scuotersi via la polvere dell’ego, nell’arco di tutta la sua vita, alla fine potrà trovare il limpido specchio dell’assenza di ego. E questo non può accadere pronunciando semplicemente un nome per sbaglio.
Se qualcuno ritiene per errore che un nome sia quello di Dio, e per errore continua a vivere la propria vita con questo malinteso, vedrà la sua esistenza colmarsi sempre più di inconsapevolezza, e non di divina consapevolezza. La mera ripetizione di una parola non risveglia la consapevolezza, la mette a dormire.
Non sappiamo come mai Ajamil stesse chiamando il figlio Narayan, la spiegazione più credibile è questa: sentendo di essere alla fine della sua vita, voleva passare al figlio qualche affare lasciato in sospeso. Infatti, gli ultimi momenti sono soltanto l’essenza di ciò che è stata tutta la tua vita, e di come apparirà di fronte alla tua consapevolezza”.
A quel punto narrai a quella gente una storia…
Un mercante era steso sul suo letto di morte. Intorno a lui erano seduti tutti i membri della sua famiglia, in preda al più profondo sconforto. All’improvviso il vecchio aprì gli occhi e chiese, con ansia stringente: “Mia moglie è qui?”.
La donna disse: “Sì, sono qui”. “E il mio primogenito?”
“Ci sono anch’io.”
“E gli altri cinque figli?” “Siamo qui anche noi!” “E le mie quattro figlie?”
“Ci sono anche  loro,  non  preoccuparti.  Per favore, resta sdraiato e riposati” disse la moglie. “Ma che dici?” esclamò il vecchio moribondo, cercando di alzarsi. “Se siete tutti qui, chi sta badando al negozio?”
Osho Crea il tuo destino

Osho, Il primo gradino della scala

8 GIUGNO 2016

 
Qual è la prima verità nella ricerca della verità suprema? La prima verità per chiunque è conoscere se stessi per ciò che si è, così come si è. Questo è il primo gradino della scala. Ma sulla maggior parte delle scale quel primo gradino manca; ragion per cui sono scale solo di nome, ma non possono essere utilizzate per salire. Se qualcuno vuole, può tirarsi dietro quelle scale sulle spalle, ma sarà impossibile salirci.
L’uomo inganna gli altri, inganna se stesso, e vuole ingannare perfino Dio; in tutti questi tentativi perde se stesso. Ha creato lui stesso tutto il fumo che gli acceca gli occhi!
La nostra civiltà, la nostra cultura e le nostre religioni non sono forse nomi splendidi per simili inganni? Non abbiamo forse fatto tentativi del tutto vani di mascherare la nostra mancanza di civiltà, di cultura e di religione dietro a questo fumo? E qual è stato il risultato? Semplicemente questo: sulla base di quegli sforzi di civilizzazione, non siamo riusciti a diventare civili, e a causa delle nostre religioni non siamo riusciti a diventare religiosi; e questo perché ciò che è falso non potrà mai diventare la via che conduce al Vero.
La verità in quanto tale è la soglia al Vero. Solo dopo aver lasciato perdere tutti gli autoinganni la via verso il Vero potrà presentarsi limpida e libera da ostacoli.
È essenziale ricordare che in ultima analisi è impossibile ingannare se stessi. Oggi o domani ogni inganno andrà in pezzi e le verità verranno rivelate; proprio per questo l’autoinganno alla fine si trasforma in rimorso. D’altra parte nessun pentimento potrà mai fare ciò che può operare l’essere consapevoli fin dall’inizio.
Perché vogliamo ingannare? Dietro a ogni nostro inganno non c’è forse la paura? Ma la causa all’origine della paura è forse annientata dall’inganno? No, anzi, con l’inganno simili radici vengono seppellite e in questo modo crescono più in profondità. Non è questo il modo per farle morire; così acquistano vitalità e potenza; di conseguenza, si devono inventare inganni ancor più grandi, per coprirle e nasconderle. Così nasce un’interminabile catena di sotterfugi dove la codardia continua ad aumentare e l’uomo si incupisce, si perde nella debolezza e nella viltà. Alla fine inizia ad aver paura anche di se stesso, e questa paura diventa un inferno.
Nella vita, non va bene nascondersi per paura dietro a delle illusioni. La cosa giusta da fare è ricercare la causa alla radice della paura: non si dovrebbe reprimerla, non la si dovrebbe occultare. La suprema liberazione è impossibile, se esiste una paura repressa. Solo dopo aver conosciuto questa paura, dopo averla messa a nudo, ci si può liberare dalla paura.

Dunque, io considero il coraggio la qualità religiosa più grande. Nel tempio della vita non esiste alcun accesso tramite una porta sul retro: l’esistenza dà il benvenuto solo a coloro che lottano con coraggio strenuo.
In una delle maggiori città dell’Inghilterra, veniva rappresentata una delle commedie di Shakespeare. Questo accadeva qualche decennio fa, quando era ancora ritenuto un peccato il fatto che un gentiluomo andasse a teatro, e non si era mai neppure posto il problema di un prete che ne vedesse uno. Dopotutto, la religione è il suo unico interesse!
Un prete, però, non riuscì a evitare quella tentazione e si mosse nello stesso modo in cui facciamo noi nella vita: scrisse al direttore del teatro, chiedendogli: “Potrebbe farmi entrare da una porta sul retro del teatro, così nessuno mi vedrà?”.
Il direttore gli rispose: “Mi spiace, ma qui non abbiamo porte che Dio non possa vedere!”.
Anch’io vorrei dirti la stessa cosa. Non esistono porte sul retro tramite le quali si possa accedere al Vero: il divino è sulla soglia di qualsiasi porta!
Osho, Crea il tuo destino

Osho, Le ricchezze non possono comprare la spiritualità


6 GIUGNO 2016
So che un multimilionario ha costruito parecchi templi. Ha investito i suoi soldi nella religione e ora ha grandi aspettative. È un uomo d’affari molto abile ed è abituato a trarre profitti vertiginosi.
Perfino nel business della religione non vuole essere inferiore a nessuno; in realtà, non è abituato a essere superato da qualcuno; e se non resta mai indietro quando è in gioco il denaro, perché dovrebbe ritrarsi nel mondo della religione? Nelle questioni del mondo, primeggia e supera chiunque; e adesso si sta organizzando per fare affari anche nel mondo trascendente! Adesso il paradiso è una certezza, ragion per cui lui non si cura più del mondo.
Non solo questa Terra, perfino il paradiso può essere comprato con i soldi! Ecco perché il denaro è così importante: il denaro è addirittura superiore alla religione, perché non può essere ottenuto con la religione, ma di certo la religione può essere acquistata con il denaro. Visto che il denaro può acquistarti la religione, anche il timore di fare soldi tramite degli allocchi scompare, perché senza gli sciocchi in nessun caso si possono fare soldi a palate. La ricchezza è di fondo un furto, qualsiasi ricchezza è sfruttamento del sangue altrui; ma nel Gange della religione, tutti i peccati vengono lavati via, e il Gange della religione inizia a scorrere ogni volta che un Bhagirath della ricchezza – il re i cui sforzi virtuosi fecero scendere il Gange sulla Terra – fa un cenno. Ma in questo modo la religione diventa il fondamento dell’irreligiosità.
Ma com’è possibile che la religione diventi il presupposto dell’irreligiosità? Di certo una simile religione non è vera religiosità!
Ciò che può essere comprato con le ricchezze non è spiritualità, non è religione.
Ho sentito raccontare…
Un mattino, un ricco bussò alle porte del paradiso. Chitragupta, il guardiano del paradiso, chiese: “Fratello, chi sei?”.
“Sono io! Non mi conosci? Le notizie della mia morte non sono ancora arrivate fin qui?” Chitragupta domandò: “Che cosa vuoi?”.
Quel ricco, furioso, sbraitò: “È una cosa da chiedere? Voglio entrare in paradiso” e mentre parlava tirò fuori un rotolo di banconote dal suo mantello e lo offrì a Chitragupta.
Al che Chitragupta rise fragorosamente e disse: “Fratello, gli usi e i costumi del mondo qui non possono funzionare, né questa moneta qui è in circolazione. Per favore, tieniti i tuoi soldi”.
A quel punto il ricco iniziò a comportarsi come un povero e un debole, visto che quanto gli aveva dato forza in passato qui si rivelava non avere alcuna sostanza.
Chitragupta gli chiese: “Cos’hai fatto per meritarti il paradiso?”.
Dopo averci pensato a lungo, il ricco disse: “Ho dato dieci centesimi in dono a una vecchia”.
Chitragupta chiese immediatamente al suo assistente se fosse vero, costui guardò nei suoi archivi e disse: “Sì, signore, è vero”.
Chitragupta di nuovo chiese cos’altro avesse fatto, e di nuovo il ricco ci pensò, poi disse: “Ho dato cinque centesimi a un orfano”.
Di nuovo l’assistente cercò nei suoi archivi e trovò che anche questo era vero.
Chitragupta domandò: “Non hai fatto altro?”.
E il ricco rispose: “Questo è quanto. Riesco a ricordare solo quelle due cose”.
Chitragupta si consultò con il suo assistente sul da farsi. E quello disse: “Gli si possono rendere quindici centesimi e mandarlo all’inferno. Per il paradiso quindici centesimi sono ben misera cosa!”.
D’altra parte, sarà mai possibile raggiungere il paradiso donando soldi? Una monetina, dopo tutto, è una monetina… anche se le mettessi una sopra l’altra per farne una pila altissima, resterebbero sempre delle monetine.
In realtà, la religiosità non può essere acquistata in nessun modo – neppure per somme piccole o grandi – perché nel mondo della spiritualità il denaro non circola. La religiosità non può essere acquistata neppure rinunciando a tutte le proprie ricchezze, perché cercare di comprare il paradiso rinunciando a ciò che si possiede equivale a cercare di comprarlo utilizzando le proprie ricchezze.
Tra i valori religiosi, il denaro non ha alcun valore: per ciò che concerne la religiosità il linguaggio stesso dei soldi è del tutto privo di rilievo.
La realtà del proprio essere non può essere acquistata. La realtà del proprio sé è religiosità, quella realtà è il paradiso; e nulla di tutto ciò può essere trovato fuori dal proprio essere: è sempre presente nel tuo stesso centro.
Non occorre coinvolgersi con una religione, devi semplicemente svegliarti e riconoscere che sei sempre stato un essere spirituale: così come un pesce vive nel mare, tu hai sempre dimorato nella religiosità. D’altra parte, pur vivendo nel mare, il pesce può comunque lasciarlo nei suoi sogni, dormendo. La nostra condizione è la stessa: quando siamo nel mondo, sogniamo; e sia perdersi nei piaceri del mondo, sia rinunciarvi sono sogni. Sia i palazzi sia i templi sono sogni.
Né i palazzi né i templi costruiti nei sogni possono portare alcun risveglio. Il sentiero del risveglio è qualcosa di diverso: lo si trova quando si sposta la propria consapevolezza da ciò che viene visto a colui che vede.
Il nostro sonno è tanto profondo quanto è intensa l’attenzione che diamo alle cose viste, e il risveglio si avvicina sempre di più via via che ci si sposta all’indietro, verso colui che vede.
Quando la nostra attenzione ritorna totalmente a colui che vede, sia la cosa vista sia chi la vede scompaiono, e la totalità che rimane è religiosità: quella è la verità. Quella è la suprema liberazione.
Osho, Crea il tuo destino

Osho, Se l’umanità fosse una sola e uguale…

5 GIUGNO 2016

  

Sono andato a un incontro; era un incontro di sudra, di intoccabili. L’idea stessa riempie il mio cuore di lacrime; mentre raggiungevo quell’incontro di intoccabili, mi sentivo triste e infelice: che cosa ha mai fatto l’uomo all’uomo? E le persone che costruiscono mura insormontabili tra gli esseri umani vengono definite religiose! Che declino maggiore potrebbe esserci per la religione? E se questa è religione, cosa sarà mai la miscredenza? Sembra che i covi dell’irreligiosità si siano appropriati delle insegne della religione, e le scritture di Satana siano diventate i testi sacri di Dio.
La vera religione non è separazione, ma unione. Non è dualità, è non-dualità; non la si trova costruendo mura, ma demolendole. Purtroppo, però, le cosiddette religioni non hanno fatto che creare divisioni, elevando mura: hanno usato il loro potere per frammentare e dividere l’essere umano.
Di certo non è stato fatto senza un motivo. La verità è questa: non possono esistere organizzazioni o sfruttamento senza creare divisioni che mettano un uomo contro l’altro. Se l’umanità fosse una sola e uguale, le basi stesse dello sfruttamento verrebbero annientate; infatti, per avere sfruttamento, sono essenziali l’ineguaglianza, le sette e i sistemi delle caste. E proprio per questo motivo le religioni, in molte forme diverse, hanno sostenuto l’ineguaglianza, le sette e le caste.
Una società priva di sette e di caste è automaticamente contraria a qualsiasi sfruttamento: accettare l’uguaglianza di tutte le persone è un modo inequivocabile di abbandonare qualsiasi sfruttamento.
Dunque, se non vengono create divisioni tra le persone, non possono esistere istituzioni, organizzazioni e sette religiose. La divisione genera paura, invidia e odio; e in ultima analisi produce inimicizie.
L’inimicizia dà vita alle organizzazioni; tutte le organizzazioni nascono a causa di rivalità e inimicizie, non sono mai frutto di amicizie: l’odio, mai l’amore, è il loro fondamento.
Si creano organizzazioni per paura dell’ostilità. Poi le organizzazioni diventano potenti, e il potere rende più facile lo sfruttamento e la possibilità di appagare la propria avidità. E via via che il potere si espande genera una sete di dominio.
In questo  modo,  la  religione  si  trasforma segretamente in politica. La religione è la facciata, la politica si pone alle sue spalle; la religione finisce per essere soltanto una copertura per i giochi politici, che diventano la forza trainante alle sue spalle.
In realtà, laddove esistono organizzazioni e sette, non è presente alcuna religione, c’è solo politica. La religione è una ricerca attraverso la meditazione, non è affatto un’organizzazione. Dunque, in nome delle diverse organizzazioni religiose, si continuano ad attuare strategie politiche di vario tipo e colore. Certo, se non sono presenti organizzazioni, può esistere una religiosità, ma non delle religioni che hanno seguaci, preti e via dicendo.
Dio è stato trasformato in una professione. Gli interessi costituiti si sono addirittura legati a Dio: cosa potrebbe essere più osceno e irreligioso di questo? Ma il potere della propaganda non ha limiti e con un costante indottrinamento perfino le bugie più false diventano verità. Dunque, ciò che stupisce è che i fedeli e i preti – che sono a loro volta in affari per sfruttare – si fanno paladini di un sistema di sfruttamento! Infatti, le religioni si sono sempre messe al servizio di sistemi sociali votati a sfruttare la gente.
Grazie al loro intessere una ragnatela di dottrine immaginarie, hanno descritto gli sfruttatori come persone religiose e gli sfruttati come peccatori: a chi viene sfruttato viene detto che le sue sofferenze sono il risultato di cattive azioni commesse in vite precedenti. In verità, le religioni hanno dato davvero una quantità enorme di oppio!
Al termine di quell’incontro, un vecchio sudra mi chiese: “Posso entrare nei templi?”.
Risposi: “Andare nei templi? E perché mai? Dio stesso non visita mai i templi che sono di proprietà dei sacerdoti”.
Dio non ha altro tempio all’infuori dell’esistenza. Tutti gli altri templi e le moschee sono cose ideate dai preti; non esiste neppure una relazione remota tra questi templi e Dio: Dio e i preti non si sono mai neppure parlati! I templi sono creazioni dei preti, e i preti sono creature di Satana: sono tutti discepoli del demonio!
Le scritture e le sette religiose sono responsabili di aver contrapposto l’uomo all’uomo. Hanno parlato d’amore, ma hanno diffuso il veleno dell’odio; e di fatto è più facile somministrare veleno, se viene coperto con un velo di zucchero. Eppure, la gente non ha mai sospettato dei preti: qualsiasi sia la loro idea di Dio, si lascia incantare dai preti; e questa è la causa fondamentale che ha portato all’indebolimento di ogni connessione con il divino. Per secoli e millenni i preti sono stati impegnati nell’assassinare Dio; se si esclude la casta sacerdotale, nessun altro ha mai provato a uccidere Dio!
Se vuoi optare per Dio, non puoi scegliere il prete: non è possibile adorare entrambi contemporaneamente. Non appena un prete entra in un tempio, Dio ne esce! Per stabilire una connessione con Dio, è necessario liberarsi dai preti: essi sono l’unico ostacolo tra un devoto e Dio. L’amore non tollera che qualcuno interferisca, né la preghiera ammette alcun intermediario.
Era l’alba. Non appena la porta di un tempio si aprì, un sudra salì la scalinata ed entrò. Stava per superare la soglia, quando il prete gli urlò furibondo: “Fermati, fermati, peccatore! Se fai ancora un passo, verrai annientato… tu hai inquinato i sacri gradini del tempio di Dio”.
Il sudra, terrorizzato, si ritrasse. I suoi occhi si gonfiarono di lacrime, era come se qualcuno avesse pugnalato il suo cuore assetato di Dio. Si sciolse in lacrime e disse: “O Signore, quale peccato ho mai commesso che mi impedisce di vederti?”.
Il prete disse, a nome Dio: “Fin dalla tua nascita sei stato impuro. Noi sei altro che un ammasso di peccati”.
Il sudra pregò: “In questo caso mi dedicherò a severe discipline spirituali per purificarmi. Non voglio morire senza aver visto Dio”. E per anni di quel sudra non si seppe più nulla. Nessuno sapeva dov’era andato; la gente si era praticamente dimenticata di lui, quando, all’improvviso, un giorno tornò al villaggio.
Il tempio era posto all’entrata del villaggio, e il prete vide quel sudra camminare nei pressi: sul suo volto splendeva una luce nuova, nei suoi occhi era riflessa una quiete ignota; perfino intorno al suo volto si vedeva un alone luminoso. Eppure, quell’uomo non sollevò mai gli occhi verso il tempio; sembrava che la sua presenza gli fosse del tutto indifferente e che non gli interessasse affatto.
Il prete non riuscì a controllarsi, lo chiamò e gli disse: “Salve! Il tuo sforzo di purificazione è completato?”.
Al che il sudra rise e annuì. Il prete gli domandò: “Allora perché non entri nel tempio?”.
Il sudra rispose: “Amico mio, cosa potrei mai fare, lì dentro? Quando Dio mi è apparso, ha detto: ‘Perché continui a cercarmi in un tempio? Là non c’è nulla. Io stesso non sono mai entrato in quei templi; e se anche avessi voluto andarci, non penso che il prete mi avrebbe permesso di entrarci!’”.
Osho, Crea il tuo destino