Società gilaniche: le floride comunità senza Stato. – L’anarchia durata migliaia di anni

11/03/2017

Questo post, che ha avuto una lunga e doverosa gestazione, vuole una volta per tutte dimostrare come una società possa esistere senza Stato ed essere, proprio per questo motivo, estremamente florida e pacifica. Il post è indirizzato a tutti coloro che, di fronte alla saggia proposta politica anarchica, obiettano dicendo (ipotizzando) che una società senza governo e senza Stato non potrebbe mai esistere e che, addirittura, non è mai esistita. Noi del blog Italiani Imbecillidiciamo che è tempo di ricredersi e di conoscere.

Quanti anni ha lo Stato, inteso come forma di organizzazione del potere? In Europa diciamo circa 1200 anni, se consideriamo invece il potere statale centralizzato (come quello attuale), ci si deve rifare a poche centinaia di anni fa, alla creazione degli Stati nazionali (XVI sec.). Se invece consideriamo uno dei primissimi codici di legge, quello del re Hammurabi, dobbiamo risalire a quasi 1800 anni prima di Cristo. E prima cosa c’era? Com’era gestita la società? Se noi leggiamo gli indici dei consueti libri di Storia, cioè di quei testi avallati dallo Stato e che si studiano nelle scuole, la risposta che ci viene fornita in capitoli è la seguente:
In questo indice, però, manca qualcosa di molto importante, qualcosa che mette in crisi l’idea di Stato come unica possibilità di gestione del potere e della società. Per inciso dobbiamo denunciare il fatto che le informazioni storiche censurate nei libri scolastici sono moltissime.
Il capitolo cancellato di cui oggi ci occupiamo non è un capitoletto, si tratta invece di un periodo di migliaia di anni, completamente tagliati, insabbiati, vietati. Parliamo delle società gilaniche, citate come esempio di ottima politica anche dal famoso psicanalista Erich Fromm.

I libri e i mass-media in genere, ci hanno sempre insegnato che ‘la civiltà’ (con tutto il peso e l’importanza che riveste questa parola) sia iniziata là dove sono sorti i primi Stati, le poleis, le grandi monarchie (egizi, babilonesi, sumeri, assiri, ittiti, fenici, greci…) e in questo modo lo Stato, che detiene il controllo della cultura nazionale, attua la sua prima fidelizzazione autoreferenziale presso il fanciullo.
Si insegna che lo Stato equivale a civiltà (e viceversa) come se prima della nascita degli Stati ci fossero stati soltanto clan, tribù incivili di uomini e donne, poco evoluti, quasi bestie, e anche disorganizzate. Questo è completamente sbagliato. Semmai è esattamente l’opposto, nel senso che le comunità gilaniche, esistenti prima della nascita degli Stati, erano le più fiorenti della storia antica, almeno in Europa (ma diffusamente ve n’erano anche nel continente americano).
Dopo la scomparsa di queste civiltà evolute (spiegheremo anche il motivo della loro scomparsa), l’instaurazione delle gerarchie e degli apparati dello Stato hanno prodotto un regresso notevolissimo in ogni àmbito culturale, morale e cognitivo.
Le società gilaniche
La scoperta delle società gilaniche è dovuta alla famosa archeologa Marija Gimbutas, seguita dall’antropologa Riane Eisler, sua erede culturale. Marija Gimbutas è stata colei che ha coniato il termine ‘gilan’, che deriva dall’unione di ‘gi’ + ‘an’, abbreviazioni dei termini greci giné (donna) e andros (uomo). La lettera ‘elle’ in mezzo ha due importanti significati:
1) il segno fonetico greco leyin/lyo che vuol dire ‘liberare’.
2) segno di unione culturale e ideale tra i due sessi.
Anche il famoso archeologo irlandese-americano James Patrick Mallory si è occupato lungamente delle società non autoritarie (o acefale, o gilaniche) indoeuropee, egli è professore alla Queen’s University di Belfast.

Nella pratica del quotidiano vivere, il tutto si traduce come civiltà autorganizzata e non violenta, in cui uomini e donne hanno gli stessi diritti. Stiamo parlando di quella fase temporale che si pone tra il Neolitico e la nascita degli Stati, quindi stiamo abbracciando un grande arco di tempo che va all’incirca dal 7000 al 3500 a.C. (talora sino al 1500 a.C.), dove nel Sud-Est dell’Europa, isole comprese, fiorivano società pacifiche, evolute, raffinate, senza gerarchie, senza governo, senza Stato, senza eserciti. Società non patriarcali, anarchiche ante-litteram, dove l’auto-organizzazione protratta per migliaia di anni non ha mai generato caos e violenze. In nessun sito o tomba gilanica sono state trovate armi, neppure nell’età della lavorazione dei metalli. Nessuna raffigurazione vascolare o parietale riporta scene di guerra. E le numerose statuette della Dea Madre (‘Venere’ o ‘Grande Dea’, come viene chiamata da M. Gimbutas) attestano storicamente che all’inizio dio era donna e che, per conseguenza, queste società non contemplavano l’uso della forza fisica (come strumento organizzativo, offensivo e difensivo, prerogativa maschile opportunisticamente utilizzata dagli Stati creatori di eserciti e di repressione istituzionalizzata e legalizzata).
Presso questi popoli l’Arte era fiorente e sofisticata, gli individui erano in costante armonia con la Natura e si professava il culto per la vita, quindi gli strumenti di morte non erano contemplati, né ammessi.Per conseguenza, non v’era nessuna intenzione di nuocere o di sottomettere, niente eserciti, niente repressioni, niente ingiustizie, niente gerarchie, niente mura di cinta: in un contesto così libero e pacifico, non potevano che nascere individui altrettanto liberi e pacifici, capaci di perpetuare questo modello di giustizia sociale.
Tutto questo risponde anche a quelle persone che sono ancorate all’idea (sbagliata) secondo cui l’essere umano tenda per natura al dominio, alla malvagità, e che sia persino incapace di auto organizzarsi. L’Uomo nasce anarchico, cooperativo, solidale, pacifico, vitale, libero (‘nessun uomo ha ricevuto dalla Natura il diritto di comandare gli altri’ – D. Diderot). Nello specifico degli studi anarchici e antropologici, l’innato istinto cooperativo dell’Uomo è attestato anche dallo scrittore Colin Ward che lo dimostra in più occasioni, e anche, come citato prima, da Erich Fromm (qui). Le Dee Madri sono l’espressione sacra e votiva delle società gilaniche e sono presenti massicciamente in tutta l’Europa sudorientale, isole comprese, cioè in un’area vastissima in cui uomini e donne vivevano nella ricerca costante del miglioramento sociale, nel segno della libertà senza autorità. Il loro sistema culturale, fondato e maturato sull’ordinamento orizzontale (non piramidale e gerarchico), aveva prodotto le migliori espressioni sociali, un sano sviluppo tecnologico, scientifico, architettonico e artistico, volto al vero benessere personale e collettivo.
Nel vivere sociale gilanico, il ‘personale’ e il ‘collettivo’ non erano considerati elementi dissociati, ma interdipendenti. Perciò Bakunin afferma spesso: ‘non posso dirmi completamente libero, fintanto che gli altri non lo sono completamente’. In una società anarchica, come in quelle gilaniche, non esiste il suddito, poiché la coscienza collettiva e la stessa organizzazione sociale egualitaria lo impedirebbero a priori, non vi sono le condizioni necessarie per la creazione di qualsiasi tipo di oppressione e di senso di rivalsa. Tutto questo, scritto in estrema sintesi (perdonateci per questo), non è riportato in nessun libro scolastico ‘ufficiale’.
Quindi
La portata di questa scoperta è talmente grande e ‘pericolosa’ che ha giustificato la sua costante censura da parte delle istituzioni. Questa scoperta, che ha spaccato anche il fronte degli archeologi, mina profondamente il nostro imprinting secondo cui non esiste altra forma di potere (e di ‘civiltà’) se non quello statale e gerarchico.
L’esistenza storica delle società gilaniche rappresenta perciò un’ulteriore prova, la più duratura mai avuta nel tempo, in grado di dimostrare ciò che l’anarchia sostiene da sempre: gli Stati sono creazioni artificiali e menzognere, concepite espressamente per opprimere i cittadini, i loro diritti, le loro libertà, le loro esigenze, per il tornaconto di un manipolo oligarchico che vuole comandare gli individui e avere tutti i privilegi. Le società gilaniche e l’anarchia ci dànno la prova che si può fare a meno dello Stato, ci dimostrano che vivere senza sovrani, senza leggi statali, senza gerarchie e soldati, alimenta la pace, la fratellanza e forgia coscienze raffinate e colte. Ma perché le società gilaniche sparirono, lasciando il passo agli Stati? Com’è avvenuto il passaggio?

kurgan: i capostipiti del sistema statale
Gli studi di Marija Gimbutas (ripescati e ristudiati dal movimento femminista negli anni ’60) sono stati lunghi e meticolosi e spiegano anche il motivo per cui le società gilaniche si siano estinte quasi simultaneamente. Gimbutas scrive in proposito vari testi che sono inseriti in ‘The Kurgan Culture and the Indo-Europeanization of Europe: Selected Articles from 1952 to 1993’. Interessanti anche le altre sue pubblicazioni. Ma veniamo ai kurgan.

Come dimostra la cartina geografica, popolazioni indoeuropee, patriarcali e guerriere, provenienti dall’area caucasica e siberica, divenute patriarcali e guerriere per le cause che si possono leggere nel libro ‘Kurgan, le origini della cultura europea‘ di M. Gimbutas, si introdussero in Europa, estinguendo o assoggettando con le armi le comunità gilaniche, imponendo un modello sociale gerarchico e guerresco, dove la forza fisica e l’autorità maschile erano gli elementi dominanti. Ogni donna, da quel momento, fu destinata alla schiavitù e al concubinaggio forzato. L’ordine anarchico venne represso. Si istituì la proprietà privata. 
I popoli assoggettati furono mantenuti e ‘normalizzati’ entro rigide leggi (sedicenti divine, in realtà marziali) e in condizione di servitù permanente. Questa servitù e ‘questo stato’, venne con il tempo metabolizzato dalla coscienza umana ed è diventata normalità, consuetudine, ovvietà, alla quale ci si è abituati. E’ dunque qui, e per questi motivi, che nasce la cultura del dominio e la struttura piramidale dello Stato. Ed è da questa logica oppressiva che nascerà quella che oggi viene definita paradossalmente ‘civiltà’. Il nostro intendere la politica, la moderna organizzazione sociale, l’autorità costituita, i confini e gli eserciti, derivano quindi dai Kurgan ed è ovvio che, dopo 3000 anni di questa cultura, sembra impossibile oggi concepire un altro sistema di organizzazione sociale diversa da quella statale.

Qui in basso: tabella riassuntiva fotografata dal libro sopra citato ‘Kurgan, le origini della cultura europea’ di Marija Gimbutas.
Civiltà a confronto. L’Arte parla
L’Arte è quell’espressione dell’essere umano che rivela, racconta, sintetizza il contesto sociale, la cultura di un popolo. Ed è grazie ai reperti artistici che noi possiamo toccare con mano la grandissima differenza tra i gilanici e i kurgan, possiamo constatare la netta cesura culturale, il disastroso regresso sociale e morale avvenuto per colpa del dominio barbarico dei kurgan sui popoli liberi d’Europa. Prendiamo in considerazione l’isola di Creta che, grazie al suo essere isola, è stata l’ultimo baluardo libero e gilanico fino al 1500 a.C. I libri scolastici ben si guardano dal nominare la parola ‘gilanica’ (o non-violenta) con riferimento alla civiltà cretese. Invece ci hanno insegnato ad associare a Creta l’attributo ‘minoico’, poiché Minosse fu un re cretese (un re). Ma al di là del mito del Minotauro e dei riferimenti fantastici che si intrecciano intorno al nome di Minosse, cosa c’era a Creta prima di questo sovrano despota? Come vivevano i cretesi gilanici? Cosa ci raccontano i reperti artistici?
Prendiamo in analisi il dipinto più famoso, la tauromachìa (palazzo di Cnosso).
Nel dipinto murale, due donne e un uomo giocano insieme e affrontano il toro. Le attività sociali, compresi i giochi, erano liberamente e normalmente svolte sia dalle donne, sia dagli uomini in un rapporto paritario. E al di là dell’aspetto egualitario tra genere maschile e femminile (aspetto che manca alla decantata e ‘civile’ cultura democratica greca e in tutte le altre successive), osserviamo lo stile pittorico, la raffinatezza artistica, il grado di fluidità. Dice Giulio Carlo Argan: ‘la mancanza della gravità rituale delle figurazioni asiatiche, l’andamento più libero delle linee e l’accordo dei colori, dimostrano che l’immaginazione degli artisti è già aperta verso gli orizzonti di una mitologia fondamentalmente naturalistica’. Peccato solo che i cretesi trovarono, nel loro futuro, soltanto regresso e schiavitù. Ma questa concezione naturalistica e persino realistica di indubbia raffinatezza si riscontra anche nella celebre brocchetta di Gurnià:
Qui l’artista ha dipinto un polpo che abbraccia con i suoi tentacoli la brocca. Quel polpo sta nuotando, il pittore dipinge anche le alghe fluttuanti. Sempre Argan: ‘(il polpo) è un essere vivo’. Siamo quindi di fronte a un’Arte che dichiara e ostenta la propria vitalità (culto della vita), una grande consapevolezza, un’ottima maturazione culturale, un rapporto intimo e confidenziale con la Natura. Cosa che sparirà da lì a breve con l’ingresso violento dei kurgan anche a Creta, come avvenuto in precedenza in tutta l’Europa sudorientale. Infatti l’Arte dei guerrieri che andò a sostituirsi a quella gilanica produsse un pesantissimo regresso culturale, e di questo regresso ne è ancora testimone il primo periodo dell’Arte greca, successivo alla cultura gilanica, dove la semplificazione e la geometrizzazione estrema della realtà sono il sintomo di una povertà intellettuale che ha fatto compiere un balzo indietro di millenni alla nostra cultura. Guardiamo l’enorme differenza stilistica tra Arte gilanica e quella successiva greca arcaica.
In mezzo ci è passata la cultura rozza, primitiva, guerresca dei kurgan (qui sotto)
Prima dei kurgan non esistevano né la povertà, né tutti quei problemi connessi alla condizione di indigenza. In buona sostanza, lo Stato ha prodotto impoverimento e regresso, dominio ed oppressione, schiavi e padroni, patriarcato e tutte le aberrazioni di cui soffre la nostra società, crimini compresi.
Adesso è forse più chiaro il motivo per cui l’anarchia intende e vuole una società libera e liberata dallo Stato.

Ora non rimane altro da fare che prendere coscienza della Storia e cercare di allontanare dalla nostra vita lo Stato e i suoi apparati di governo, siano essi locali o centrali. Ognuno di noi, attraverso scelte consapevoli per il benessere nostro e dei nostri nipoti, può agire e sconfiggere questa gabbia statale. Ma prima di abbattere lo Stato, occorre distruggere le barriere mentali, le più dure, quelle che lo Stato stesso ci ha imposto da 3000 anni. Oggi di barriere ne sono state abbattute un bel po’. Buon pro’ ci faccia, per il bene di tutti.

(L’argomento qui trattato è soltanto una sintesi e non può essere esaustiva. I riferimenti da studiare sono in verità moltissimi, la bibliografia è vasta e interessante. Lasciamo qualche link, a nostro giudizio tra i più autorevoli sull’argomento, gli unici dai quali abbiamo desunto le informazioni per questo articolo).

Altri esempi di anarchia già applicata (autogoverni, cooperazioni, realtà senza Stato, collettivizzazioni) –
Barcellona 1936 (filmato)
La Comune di Marsiglia (e di altre città francesi)
‘L’antica Europa e l’Anatolia, come la Creta minoica, erano una ‘Gilania’ (Marija Gimbutas ‘Il linguaggio della Dea’: introduzione, pag. 21)
(Ci teniamo a dire che gli anarchici non hanno mai avuto bisogno di queste ‘prove’ per dimostrare l’efficacia e la bontà dell’anarchia. Pertanto, questo articolo va a beneficio di quanti hanno sempre dubitato, screditato, diffamato l’anarchia e gli anarchici, non conoscendo, ipotizzando e lasciandosi deviare dalle menzogne di Stato. Di fronte all’evidenza storica, qualsiasi dubbio cade, ‘come corpo morto cade’)
Non lo diciamo mai, ma crediamo sia importante far circolare il più possibile il link di questo articolo, come state già facendo.
Grazie.
Il lemma ‘Gilania’ nell’enciclopedia Treccani (qui )
Dall’enciclopedia Treccani
gilania: Organizzazione sociale anteriore al patriarcato, esistita in Europa tra il 7000 e il 3500 a.C. e caratterizzata dall’eguaglianza tra sessi e dalla sostanziale assenza di gerarchia e autorità centralizzata. Tra il 4300 e il 2800 a.C. la g. sarebbe stata soppiantata da un’altra cultura neolitica, quella dei kurgan, una società androcratica e patrilineare emersa dal bacino del Volga. Il termine è stato coniato dall’archeologa di origine lituana M. Gimbutas utilizzando le radici greche gy (donna) e an (uomo).

COMPRESSA-MENTE: Società gilaniche: le floride comunità senza Stat..

Le origini del ciclo mestruale

 triple
Il ciclo mestruale dalla donna è passato da espressione del sacro nella Preistoria a tabù sociale ai giorni d’oggi.
LE ORIGINI
Ormai è evidente che fino a 5 mila anni fa, prima dell’avvento del patriarcato, erano diffuse in tutto il mondo delle civiltà in cui erano le donne a trovarsi al centro della società e della cultura.
Recenti ricerche archeologiche e nuove interpretazioni sui ritrovamenti, condotte soprattutto da studiose, hanno evidenziato come il ciclo mestruale e il corpo femminile fossero infatti considerati sacri e il sangue mestruale ritenuto generatore e rigeneratore di vita.
Si può dire che proprio dal mestruo, sangue naturale non dovuto a malattia o a ferita, caratteristica esclusivamente femminile, la civiltà prese avvio.
Dalla ciclicità del mestruo femminile affiorò la coscienza dello scorrere del tempo: di mese in mese le mestruazioni ricomparivano, accompagnate dalle fasi lunari, collegamento che fu chiaramente stabilito fin dalle epoche più remote.
Il primo calendario fu quindi lunare anziché solare: un anno era composto da 13 mesi invece che dai nostri 12, così come le donne avevano 13 cicli mestruali all’anno.
A testimonianza di questa concezione del tempo, i più antichi calendari ritrovati sono oggetti a forma di bastone con 13 tacche che rappresentavano i mesi lunari di 28 giorni.
Inoltre era chiaro anche il legame che ha la Luna con le gravidanze e i parti, con la semina e la crescita delle piante, con la vita animale e con le maree.
Questa stretta associazione delle donne con i cicli della natura era evidente ed era oggetto di venerazione. Per i popoli dell’Età della Pietra il mistero della nascita dei bambini era attribuito tutto alla donna, al pari delle mestruazioni, ignorando completamente il contributo degli uomini alla nascita. Si riteneva dunque che le donne fossero dotate di poteri mistici, che permettevano loro di far nascere i bambini.
La nascita dal corpo della donna della concezione dello scorrere del tempo trova riscontro anche dal punto di vista linguistico: nel termine latino mens e in quello greco men, menos che significano luna, mese e misura.
Da questi termini derivano la parola italiana mente, mind in inglese, Metis, dea greca dell’intelligenza, e Maat, dea egiziana della saggezza.
Dal termine greco metra, che significa utero, deriva la parola metro, a indicare l’unità di misura, in origine temporale, identificata con il mese lunare corrispondente appunto al ciclo mestruale.
Dallo stesso termine inoltre deriva la parola madre, assieme a tutte traduzioni simili nelle altre lingue (mother, mutter, mère, mãe…).
Allo stesso modo troviamo conferme etimologiche anche per quanto riguarda la nascita del senso del sacro dal corpo femminile, capace di creare vita e di essere in collegamento con l’energia cosmica.
La stessa radice me o ma si ritrova nella parola polinesiana mana, che indica la forza elementare non corporea immanente all’universo, o in quella latina Mani, che indicava presso i Romani gli spiriti dei defunti, o ancora in Manito, il grande spirito dei Pellerossa.


Le donne erano in contatto con queste energie sacre e ad esse si allineavano in vari modi: secondo il ciclo della Luna Nera, mestruando durante il Novilunio, o secondo il ciclo della Luna Rossa, mestruando in Luna crescente e ovulando in Novilunio, o ancora seguendo la Sorellanza Ovarica, allineandosi cioè alle altre donne del gruppo.
Durante le mestruazioni il contatto con l’ energia era ancora più profondo e la sensibilità femminile si acuiva a tal punto da renderle capaci di profezie.
Originariamente il significato della parola tabù era sacro e le donne nel periodo mestruale erano considerate tali.
I loro sogni e le loro visioni era usati per guidare la tribù, e nelle culture indigene l’intera tribù festeggiava le giovani donne con riti di passaggio.
Il sangue sacro era celebrato con riti religiosi che sopravvissero anche in epoca patriarcale, come ad esempio i Misteri Eleusini della Grecia classica, il cui nome greco mhysterios contiene il termine hysterion che significa utero.
Le celebrazioni di tutti momenti salienti della vita femminile avevano grande importanza: il menarca, la gravidanza, il parto, la menopausa.
Durante questi riti spesso un gruppo di donne inscenava racconti mitici il cui preciso intento e significato restavano un segreto gelosamente custodito.
Le aborigene Priljari Tjara dei deserto occidentale dell’Australia eseguono una rappresentazione rituale in sette episodi, le cui prime due scene descrivono la scoperta del cibo, dell’acqua e di un rifugio.
Il terzo episodio riguarda la prima mestruazione
dell’iniziata, che riceve consigli sul sesso dalla sorella maggiore.
Negli ultimi quattro episodi l’adolescente, riconosciuta l’attrazione sessuale, va alla ricerca di un uomo e infine lo sceglie; questi è interpretato da una donna in menopausa. Una variante del rituale prevede che una delle giovani venga rapita e stuprata, dopo di che le donne catturano e mutilano il violentatore. In entrambe le versioni il finale del rito è fonte di gran divertimento per tutti coloro che vi partecipano e prevede canti e danze celebrative.
Queste civiltà erano società matrilineari, in quanto la discendenza era di madre in figlia e matrilocali, poiché le donne rimanevano negli stessi luoghi ed erano i maschi ad andare a vivere con loro.
Bambine e bambini erano allevati comunitariamente nel clan materno ed era impensabile che un maschio avesse su di loro potere di vita e di morte.
Mentre il termine matriarcato sottintende una dominazione delle donne sugli uomini (come accadde poi al contrario con il patriarcato), in queste società l’elemento femminile era investito naturalmente di autorità e considerazione senza bisogno di predominio coercitivo, proprio perché la visione della vita, i culti e i simboli erano femminili.
Infatti alle donne era affidato il ruolo più importante nell’approvvigionamento del cibo per la loro conoscenza delle piante, nell’organizzazione ordinata della società e della vita quotidiana, nonché nella spiritualità e nel culto.
Da tali premesse si sviluppò il modello ciclico di vita-morte-rinascita, che troviamo diffuso dappertutto già nella remotissima era Paleolitica, quando le caverne, sacre perché ritenute uteri della terra, venivano intonacate con ocra rossa e i morti vi venivano sepolti dipinti di rosso e in posizione fetale per
propiziarne la rinascita.

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