La cerimonia del peyote tra i Nativi Americani

20APRILE 2016
Peyote ceremony
Fin dall’alba della civiltà la religione ha sempre ricoperto un ruolo molto importante nella vita dell’uomo.
Ha viaggiato di pari passo con la comparsa sul nostro pianeta delle prime creature appartenenti al genere umano, e si è moltiplicata nei suoi numerosi culti, servendo da scudo contro le forze del male. La religione ha fornito agli antichi guerrieri armi efficaci quanto incredibili per combattere le altre tribù, esercitando un influsso sinistro sul nemico. Nel 1870 la religione apparve tra gli indiani delle pianure in una forma fino ad allora sconosciuta chiamata “Peyotismo”, anche se già nel 1560 gli spagnoli giunti da poco in Messico scoprirono che i nativi si nutrivano di una “radice diabolica”.
Il peyote era al centro di un culto che si diffuse anche tra gli indiani del Sud e del Sudovest. I missionari si opposero al suo utilizzo e stigmatizzarono questo rito come diabolico e blasfemo, a causa delle allucinazioni provocate dalla droga che generavano le visioni, portando l’individuo in un regno spirituale al di là del mondo reale, in un paradiso insolito e surreale che nulla aveva a che fare con l’esistenza materiale.
Sembra che sotto l’effetto di questa droga i nativi riuscissero a stabilire un rapporto intimo e profondo con le forze spirituali.


Un dipinto della cerimonia del peyote
Sia i protestanti che i cattolici si opposero duramente al culto del peyote, ma i seguaci aumentavano di anno in anno, dando vita alla “Chiesa dei Nativi Americani”, che a tutti gli effetti veniva considerata una branca della religione Cristiana.
Il peyote, o mescal, è una strana, misteriosa e potente droga che provoca visioni e allucinazioni che vanno oltre la realtà della vita quotidiana. Gli indiani guardano ad essa come a qualcosa di spirituale, i bianchi come a una forza diabolica.
L’utilizzo di questa pianta per scopi medici e religiosi è molto antico. Vi sono testimonianze del fatto che la cerimonia del peyote era diffusa in tutte le tribù dal fiume Arkansas alla valle del Messico, e dalla Sierra Madre fino alla costa, sebbene pare che gli indiani Navajo e Moki non la conoscessero.

Tutti gli strumenti in uso nella cerimonia
Gli indiani consideravano la pianta un elemento sacro per le loro cerimonie religiose, tanto che i Mescalero Apache devono ad essa il loro nome.
James Mooney, del dipartimento di Etnologia degli Stati Uniti, fu il primo a rendere nota questa cerimonia in una relazione presentata alla Società Antropologica di Washington il 3 novembre 1891. Si legge: “So per esperienza che il mescal è un potente stimolante e consente alle persone di resistere a grandissimi sforzi fisici senza riportare alcun danno; è qualcosa di totalmente differente da ogni altro stimolante conosciuto.”
Gli indiani considerano il mescal come una fonte di ispirazione e una chiave per accedere alle meraviglie di un’altra dimensione. In campo medico lo ritengono una panacea, particolarmente efficace per combattere le emorragie e le malattie polmonari. Essi preparano spesso un decotto con il mescal, senza alcun rituale, efficace contro la febbre e il mal di testa.

Un danzatore del peyote
Il mescal non crea dipendenza, non ha effetti seri e duraturi sulle persone e il suo uso abituale non si ripercuote sulle facoltà mentali. Il suo sapore è estremamente sgradevole e nauseante, e assunto in dosi eccessive, specie se si tratta della prima volta, generalmente causa il vomito. Gli indiani dicono che meno di dieci “bottoni” di mescal non provocano alcun effetto sulla mente; il numero indicato per una persona da assumere nel corso della notte va da dodici a venti.
Masticare la droga, secondo il rituale indiano, svela il mistero del paradiso e avvicina al Grande Spirito. Il Peyotismo è molto popolare tra alcune tribù di indiani per lo stato di contentezza e di esaltazione mentale che genera, stato che offre loro un meccanismo di fuga dall’esistenza quotidiana. Il culto prevede l’uso della droga sotto forma di sacramento durante le cerimonie, le quali necessitano per il loro svolgimento dell’attrezzatura necessaria.
Essa non è un’attrezzatura convenzionale, ma varia da una tribù all’altra. Una parte del rito è caratterizzata dall’uso simbolico di ventagli puramente decorativi, che raffigurano uccelli variopinti che servono da messaggeri tra lo spirito divino e l’uomo. La grandezza e la forma dei ventagli variano, e vengono utilizzate le piume di numerose varietà di uccelli, sia per gruppi singoli che per composizioni. Generalmente l’impugnatura, alla quale viene appeso un fiocco, è ricoperta da bellissime decorazioni di perline colorate che rappresentano le visioni avute sotto l’effetto della droga.

La struttura di una capanna in uso nella cerimonia del peyote
Colui che guida la cerimonia porta con sè un sottile bastone di legno lungo circa novanta centimetri, intagliato con immagini simboliche e decorato con perline. I disegni sono di varie dimensioni, a seconda della tribù di appartenenza. Di solito i sonagli per la cerimonia del peyote sono fatti con zucche vuote che spesso sono decorate con disegni variopinti. Le zucche sono fissate su un’impugnatura in legno ricoperta di perline che le trapassa completamente; alla cima dell’impugnatura viene attaccato un ciuffo di crine di cavallo colorato, e la base viene spesso decorata con un fiocco. Il sonaglio viene tenuto in posizione verticale e fatto vibrare con un movimento ritmico che segue l’asse dell’impugnatura.
I tamburi, molto importanti nel rituale del culto, sono ricavati da bricchi in ghisa con treppiede ai quali sono state rimosse le impugnature. Alla sommità viene distesa una pelle di daino bagnata che asciugando si restringe, rimanendo così molto tesa. I lembi laterali vengono fissati con una corda, fino a descrivere il disegno di una stella a sette punte. Sul lato esterno, sotto i lembi della pelle, si trovano sette pietre tonde in marmo che rappresentano le punte della stella e che servono per fissare la corda.
Il disegno che viene descritto dalla corda tesa potrebbe somigliare al bottone del peyote o alla Morning Star. Le corde sono trattenute da punte di corna di cervo. Il bricco viene riempito a metà con acqua, e vengono gettati dentro alcuni carboni ardenti. Si aggiungono erbe officinali o essenze, a seconda se la cerimonia sia condotta o meno per la cura di malattie. Viene utilizzata una sola bacchetta per il tamburo, di lunghezza variabile e spesso intagliata; in genere si tratta di un piccolo bastone senza corteccia. Secondo il culto Kiowa, il tamburo simboleggia il tuono, l’acqua contenuta in esso la pioggia, e i carboni ardenti rappresentano il fulmine. http://www.farwest.it/?p=335

IL MONDO FELICE PRIMA DELL’UOMO BIANCO

5 APRILE 2016


Prima che arrivassero i nostri fratelli bianchi per fare di noi degli uomini civilizzati, non avevamo alcun tipo di prigione. 
Per questo motivo non avevamo nemmeno un delinquente. Senza una prigione non può esservi alcun delinquente. Non avevamo né serrature, né chiavi e perciò, presso di noi non c’erano ladriQuando qualcuno era cosi povero, da non possedere cavallo, tenda o coperta, allora egli riceveva tutto questo in dono. 


Noi eravamo troppo incivili, per dare grande valore alla proprietà privata

Noi aspiravamo alla proprietà, solo per poterla dare agli altri. Noi non conoscevamo alcun tipo di denaro e di conseguenza il valore di un essere umano non veniva misurato secondo la sua ricchezza. 




Noi non avevamo delle leggi scritte depositate, nessun avvocato e nessun politico, perciò non potevamo imbrogliarci l’uno con l’altro. Eravamo messi veramente male, prima che arrivassero i bianchi, ed io non mi so spiegare come potevamo cavarcela senza quelle cose fondamentali che – come ci viene detto – sono cosi necessarie per una società civilizzata .

(Cervo Zoppo, Tahca Ushte -Dakota)


Il Nuovo Mondo: IL MONDO FELICE PRIMA DELL’UOMO BIANCO

Cervo Zoppo Sioux UN GRANDE SAGGIO

 
Ho guardato attentamente le piante: le foglie non sono mai una identica all’altra, anche se sono sullo stesso ramo. In tutta la Terra non c’é una foglia perfettamente uguale all’altra. Il Grande Spirito ha deciso così. Per ogni creatura Egli ha tracciato a grandi linee un sentiero: Egli insegna la direzione e lo scopo, ma lascia ognuna libera di trovarsi la sua strada. Egli vuole che ognuna agisca in modo autonomo, secondo il proprio istinto e obbedendo alla sua forza interiore.
Se il Grande Spirito vuole che le piante, gli animali, persino i piccoli topi e gli insetti vivano in modo diverso, quale orrore deve provare davanti a degli uomini che fanno tutti le stesse cose”.
 

Sioux


http://www.servadghi.it/cervozop.htm 

Non mi interessa cosa fai per vivere…

ricordi indiani
Voglio sapere per cosa sospiri e se rischi tutto per trovare i sogni del tuo cuore.
Non mi interessa quanti anni hai.
Voglio sapere se ancora vuoi rischiare di sembrare stupido per amore, per i sogni, per l’avventura di essere vivo.
Non voglio sapere quali pianeti minacciano la tua luna.
Voglio sapere se hai toccato il centro del tuo dolore, se sei rimasto aperto dopo i tradimenti della vita, o se ti sei rinchiuso per paura del dolore futuro.
Voglio sapere se puoi sederti con il dolore, il mio o il tuo, se puoi ballare pazzamente e lasciarti andare all’estasi che ti riempie fino alla punta delle dita senza prevenirti di cautela, di essere realista, o di ricordarti le limitazioni degli esseri umani.
Non voglio sapere se la storia che mi stai raccontando sia vera.
Voglio sapere se sei capace di deludere un altro per essere autentico a te stesso, se puoi subire l’accusa di un tradimento e non tradire la tua anima.
Voglio sapere se sei fedele, e quindi di fiducia.
Voglio sapere se sai vedere la bellezza anche quando non è bella tutti i giorni, se sei capace di far sorgere la vita con la tua sola presenza.
Voglio sapere se puoi vivere con il tuo fracasso, tuo o mio, e continuare a gridare all’argento di una luna piena.
Non mi interessa sapere dove abiti o quanti soldi hai.
Mi interessa sapere se ti puoi alzare dopo una notte di dolore, triste e spaccato in due, e fare quel che si deve per i bambini.
Non mi interessa chi sei, o come hai fatto per arrivare fin qui.
Voglio sapere se sapresti restare in mezzo al fuoco, con me, e non retrocedere.

Non voglio sapere cosa hai studiato, o con chi o dove.
Voglio sapere cosa ti sostiene dentro, quando tutto il resto di te non l’ha fatto.
Voglio sapere se sai stare da solo con te stesso, e se veramente ti piace la compagnia che hai nei momenti più vuoti.”
Donna indiana della tribù Oriah, tratto da ”Una Psicologia Antica” di Mario Mastropaolo, Liguori Editore

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