Il racconto delle schiave yazide torturate dall’Isis. «Ci stupravano e ci costringevano ad abortire»

15 OTTOBRE 2015

Ottobre 9, 2015 Leone Grotti
Noor, 22 anni, racconta alla Cnn: «L’uomo che mi ha comprata mi ha detto: “Diventerai musulmana se 10 combattenti ti stupreranno”. Lo ha fatto, poi mi ha passata ai suoi 10 amici»
cnn-yazidi-isis
Non c’è limite all’orrore, quando si parla di Stato islamico. Ma se si affronta il problema delle violenze commesse dai jihadisti sulle donne e bambine yazide, rapite in Iraq a centinaia e centinaia l’anno scorso, è ancora peggio. Tutto è già stato detto e scritto, ogni possibile crimine è stato riportato, eppure mano a mano che le donne sfuggite ai carnefici trovano la forza di raccontare le proprie storie, emergono nuovi terribili dettagli.
MERCATO DELLE SCHIAVE. Bushra, 21 anni, come tante altre è stata rapita dall’Isis nell’agosto del 2014, durante l’occupazione della provincia di Sinjar. Come tante altre, è stata portata in catene al “mercato delle schiave“, dove jihadisti e religiosi di paesi arabi vengono a scegliere e comprare le loro concubine.
La ragazza racconta però che, prima di essere vendute, tutte venivano controllate da due ginecologi: dovevano verificare se erano in stato interessante e se erano vergini. «Una delle mie amiche era incinta di tre mesi», racconta alla Cnn. «L’hanno presa e portata in un’altra stanza. C’erano due dottori e l’hanno fatta abortire. Poi l’hanno riportata indietro. Le ho chiesto cos’era successo ma mi ha detto che i dottori le avevano ordinato di non parlare. L’hanno lasciata sanguinare e soffrire così tanto che non poteva più né parlare né camminare».
«TI PREGO, PORTAMI VIA». Bushra è riuscita a scappare e ora vive nel campo profughi iracheno di Dohuk, insieme a tante altre yazide. Tra loro c’è anche Noor, 22 anni: «Non avevamo scelta. Un uomo mi ha presa. Era vecchio, grasso e brutto. Ero molto spaventata. C’erano altri combattenti dell’Isis là, così ho pregato uno di loro di prendermi e sposarmi, pur di essere liberata da quell’uomo. Mi ha accontentata».
Se da principio il jihadista non l’ha obbligata ad avere rapporti sessuali con lui, dopo due giorni ha cambiato atteggiamento: «È venuto da me, mi ha mostrato una lettera e mi ha detto: “Qui si legge che ogni donna catturata diventerà musulmana se 10 combattenti dell’Isis la stuprano”. Allora mi ha stuprato e poi mi ha passato ai suoi amici. Mi hanno stuprata 11 persone diverse».
TENTATI SUICIDI. Non ci si può stupire se centinaia di ragazze, come dichiarato dalla deputata irachena Ameena Saeed Hasan, hanno cercato di suicidarsi pur di non essere umiliate a questo modo. Ma neanche uccidersi è facile. «Una volta, 14 ragazze che erano con me hanno cercato la morte bevendo veleno per topi. Ma i miliziani le hanno portate subito in ospedale per fare loro la lavanda gastrica. Non sono morte e si sono sentite dire: “Non vi lasceremo morire così facilmente”», spiega Bushra. «Anch’io ho provato a uccidermi, ma non ci sono riuscita».
SCHIAVITÙ E CORANO. Nel 2014, sul quarto numero di Dabiq, l’Isis ha giustificato così la riduzione a schiavitù delle donne yazide: «Bisogna ricordare che rendere schiave le famiglie degli infedeli e prendere le loro donne come concubine è un aspetto stabilito in modo chiaro dalla sharia. E se qualcuno la negasse o la prendesse in giro, negherebbe e prenderebbe in giro i versi del Corano e le narrazioni del Profeta, e di conseguenza diventerebbe un apostata».

2015: fine delle menzogne americane

8 OTTOBRE 2015

di Enrico Galoppini
russia-china-veto-against-us-intervention-in-syria1Il 2015 verrà ricordato sui libri di storia come un anno fondamentale nell’avventura del genere umano su questa terra: l’anno in cui la menzogna americana s’è mostrata a tutti per quello che è. Nuda, senza più veli, perché altro non poteva più fare.
Sono anni, decenni, secoli addirittura, che l’America taglieggia, deruba, preda, attacca e distrugge (per “ricostruire”!), usando la più grande macchina di raggiro mai messa in piedi: i cosiddetti “mass media”.
Anche solo mantenendoci a questi ultimi anni (non sia mai detto che la nostra “liberazione” venga messa in discussione!), ne abbiamo sentite di tutti i colori pur di giustificare le intenzioni malvagie degli Usa: “armi di distruzione di massa”, “esportazione della democrazia”, “violazioni dei diritti umani”, “brogli elettorali”, “intervento umanitario”, “bombardamenti chirurgici”. La lista dei pretesti escogitati dall’America per attaccare a destra e a manca è praticamente senza fine, perché senza fine è la brama di sottomettere e sfruttare tutto e tutti.
Una serie inesauribile di frottole con tanto di teatrino (come quella sull’antrace iracheno) che tutto il mondo a loro sottomesso ha dovuto fagocitare a colazione, pranzo e cena, quando per un’inveterata quanto nociva abitudine ci si piazza davanti ad un telegiornale.
Col passar del tempo, effettivamente, sono sempre più quelli che qualche dubbio sulle amorevoli e filantropiche intenzioni americane se lo sono posto (la favola dell’11/9 è troppo grossa), ma in qualche modo, coi loro giochi da illusionisti della politica e della “comunicazione” (si pensi alla carta del “presidente di colore”), sono riusciti ancora a tirarsi dietro un certo consenso.
carlos-latuff-642Ma è bastato l’inizio dei raid aerei russi in Siria a far saltare il tappo sul pentolone delle bugie dell’America. Un pentolone dal quale è uscito di tutto e di più: “Mosca attacca i nemici di Assad” (e cosa dovrebbe fare, di grazia???); “la Russia deve coordinarsi con la Comunità internazionale” (che coraggio, detto da chi fa da sempre come gli pare); “i raid russi provocano vittime civili, tra cui bambini” (ma guarda un po’, all’improvviso sono diventati dal cuore tenero!).
Il culmine di questa fuoriuscita di liquami nauseabondi (perché questo è l’odore dell’essenza, del concentrato dell’impostura) è stato il senatore McCain, che ha strillato – subito ripreso da tutte le solerti agenzie occidentali, senza più una stilla di senso del ridicolo: “La Russia attacca i ribelli finanziati dalla Cia!”.
Il cerchio si chiude: a forza di menzogne si finisce per dire la verità.
Un momento che prima o poi doveva arrivare. Quello in cui i peggiori delinquenti, ladri e truffatori che la storia umana abbia mai visto confermano le stesse identiche cose che un’informazione cosiddetta “alternativa” – che ovviamente, anche se letta da tutti, non ha diritto di cittadinanza sui “grandi media” – ripete incessantemente da anni.
A credere (per contratto) alle panzane americane sono davvero rimasti solo certi giornalisti ed il loro contorno di politicanti da strapazzo di un’Italia che, anche solo a giudicare dai commenti dei lettori di qualsiasi testata, sta con Putin e la Russia, ma che rischia di essere trascinata nel baratro nel quale, assieme alle sue menzogne, finirà presto l’America.

Il costo umano di uno smartphone

Il coltan, minerale sanguinoso
Dall’Africa ai nostri cellulari

Da dove arriva il coltan, minerale usato per produrre i condensatori dei computer portatili, alcuni parti dei telefoni cellulari, delle consolle di giochi e dei sistemi di localizzazione satellitare? Dietro a questo prezioso materiale, resistente al calore e alla corrosione, corrono commerci e scambi che animano l’Africa, in particolare la Repubblica Democratica del Congo. Il futuro sembra non poter esser scritto senza queste pietre, di cui è ricchissima la parte orientale del Paese, la zona del Kivu, lago che s’adagia al confine con il Rwanda, dall’altra parte della nazione rispetto alla capitale Kinshasa. E qui dove giace una preziosa risorsa per l’Africa e il mondo, bande armate e guerriglieri sono riusciti a creare un vero e proprio regime del terrore, facendo dell’estrazione del coltan un business che viene sfruttato come fonte di introiti per i loro affari.

L’estrazione e la tassa. Li chiamano “Lords of war”, e sono i padroni di queste aree, terre in cui la legislazione e la forza del governo centrale non riesce a far valere alcun tipo di autorità, costingendo i minatori a pagare alle bande armate una quota per ogni chilo di minerale estratto. Con i proventi che ne traggono, i guerriglieri acquistano armi che garantiscono loro ulteriore potere sul territorio. Dopo aver pagato questa “tassa”, i minatori camminano per due giorni, portandosi sulle spalle sacchi che contengono svariati chili del minerale estratto. Il loro obbiettivo è quello di arrivare a Goma, punto di raccolta dove il coltan viene per la prima volta registrato in maniera ufficiale. Fino a questo momento, infatti, non esiste alcun documento che possa garantire l’origine e la storia di questo minerale. Da Goma, il coltan viene caricato in piccoli aerei che raggiungono il Ruanda, l’Uganda, la Tanzania e il Kenya, dove le aziende incaricate dalle multinazionali lo acquistano per farlo arrivare nelle catene di montaggio dei nostri cellulari…

I minatori. In queste miniere il lavoro e lo sfruttamento minorile sono pratiche, purtroppo, usuali. I bambini, spesso vengono rapiti dai gestori dei giacimenti e trasformati in schiavi, nei casi più tristi sono le stesse famiglie a venderli per pochi dollari: orribile testimonianza di un Paese in cui fame e povertà fanno spesso dimenticare l’amore filiale. La dinamica d’estrazione del coltan rende tristemente i più giovani gli operai migliori per questo lavoro: sono infatti i più adatti a calarsi negli stretti cunicoli e buche da cui si estraggono le pietre che contengono il coltan. L’età media dei bambini/minatori si aggira intorno ai 6-7 anni, e dopo solo una decina di anni trascorsi a lavorare al buio e alla sporcizia di quei cunicoli invecchiano precocemente e sviluppano, a causa della radioattività del coltan, malattie del sistema linfatico che ne causano la morte.

9 centesimi al giorno. I salari di questi operai sono al di fuori di ogni umana immaginazione. Secondo un rapporto di Watch International del 2009, la manodopera locale prende l’equivalente di 18 centesimi di euro per ogni kg di coltan estratto, che per i bambini scende a una paga giornaliera di 9 centesimi, quando in realtà il prezzo di mercato del minerale arriva fino ai 600 dollari al kg. A far luce e a presentare al mondo questo terribile sfruttamento ci ha pensato il danese danese Frank Piasecki Poulsen che nel 2010 ha girato un documentario dal titolo “Blood in the Mobile”, con l’obiettivo di far conoscere all’opinione pubblica mondiale da dove vengono e come sono estratte le materia prime dei nostri cellulari.

Una (debole) soluzione al problema. Per cercare di risolvere questo problema, il presidente americano Barack Obama nel 2010 ha firmato la riforma Dodd-Frank Act, che cercava di bloccare lo sfruttamento e il giro d’affari che si è creato negli ultimi decenni attorno all’estrazione del coltan. La legge americana prevedrebbe l’obbligo di certificare la provenienza di questo minerale così da escludere ogni possibile acquisto dalle miniere incriminate di sfruttamento. Le multinazionali acquistano oggi il prezioso minerale a Kigali, in Ruanda, e in questo modo il materiale risulta “pulito”. Ma c’è un problema. Come già detto, il punto di raccolta del coltan in Congo si troverebbe a Goma, cittadina che dista a meno di tre ore di camion da Kigali. E in Ruanda non esiste neppure un giacimento di coltan. Da dove arriverà, quindi, quello che viene acquistato dalle grandi multinazionali?


La risposta etica agli smartphone si chiama Fairphone?

Da due anni è possibile acquistare su internet Fairphone, il telefonino che prova a rispettare i lavoratori e cerca di non utilizzare materiale proveniente da zone di guerra: eticità contro obsolescenza progorammata.

lo spettacolo dell’emozione: il costo umano di uno smartphone

L’Impero del Male: Un soldato U.S.A confessa…

19 settembre 2015


Estratto dal libro “IL SOAVE PROFUMO DELL’IMPERIALISMO” di Gianni Viola

La NATO non è sottomessa al diritto internazionale
Essa è il diritto internazionale. Per questo, sulle rovine e sulla distruzione di popoli, il capitalismo costruisce i propri affari.


 IL PIANO DI DOMINIO MONDIALE DEGLI STATI UNITI D’AMERICA


 Nel 1933 il cittadino statunitenseSmedley D. Butler, dopo aver trascorso trentatrè anni e quattro mesi in servizio militare effettivo permanente in qualità di membro della più versatile e agile forza militare degli USA, il Corpo dei Marines, ricoprendo tutti i gradi della scala gerarchica, da sottotenente a maggiore generale fino a generale di divisione, ormai fuori dal lavoro, si sentì libero di parlare, ed ebbe a dire (e lo riportò nel libro “War is racket”):


“In tutto quel periodo ho trascorso la maggior parte del mio tempo a fare il superman di prima classe, tutto muscoli e niente cervello, per il Grande Business di Wall Street e per i banchieri. 
In poche parole, ho fatto il racketeer, sono stato un delinquente, un gangster ed ho operato come emissario del capitalismo.


Quando il capitalismo, nella sua pratica di rapina, oltrepassa i confini della Nazione, diventa Imperialismo, ovvero crimine internazionale, ed è lo stesso Butler che ce ne dà la conferma:

“Ripassando con lo sguardo tutto quanto feci allora, sento di poter impartire tante lezioni allo stesso Al Capone che avrebbe avuto parecchie cose da imparare da me. Il massimo che lui era riuscito a fare era stato di organizzare un racket in tre distretti cittadini. 

Noi Mariners operavamo su tre continenti.


Attualmente l’economia americana è completamente dipendente e intrecciata con il militarismo statunitense, così come ieri l’economia nazista era intrecciata con il militarismo tedesco. 
La spesa militare degli Usa è maggiore di quella di tutti gli altri paesi al mondo messi insieme. La maggior parte delle imprese dipende in un modo o nell’altro dai profitti della guerra e del militarismo: l’ottanta per cento delle commesse sono militari. Più di 250 miliardi di dollari all’anno vengono bruciati per le spese militari. Questo è l’unico settore della spesa federale che non subisce notevoli tagli. 


Lo scopo ultimo degli USA 
è il controllo dei destini del pianeta, militarmente, politicamente 
ed economicamente. 


E’ guidato da un insaziabile appetito del profitto…

Dal 1945 ad oggi gli Stati Uniti d’America direttamente o mediati dalla maschera dellaNATO, hanno bombardato da due a tre Paesi all’anno. Gli interventi dell’imperialismo nordamericano hanno come obiettivi i punti di resistenza alla penetrazione neoliberista presenti ancora sul nostro Pianeta. La Jugoslavia ha rappresentato (e in parte lo rappresenta ancora oggi) uno dei punti più pericolosi per la realizzazione del dominio globale (la cosiddetta globalizzazione!) del Mondo. 

In quest’area gli Stati Uniti hanno puntato all’utilizzo dell’elemento nazionalista ora semplicemente nazionalista (Croazia) ora anche religioso, in questo caso, musulmano (Bosnia, Kosovo), esasperando i conflitti etnici e teorizzando una situazione favorevole al loro intervento.


Un rapporto segreto della Cia del 1990, reso pubblico il giorno della festa nazionale della Jugoslavia, il 29 novembre, quasi come un macabro segnale del tipo “vi spaccheremo”, prevedeva che entro diciotto mesi, sarebbe avvenuto uno smembramento della Jugoslavia, con esplosioni di violenze che — affermava il documento — hanno “molte probabilità” di trasformarsi in guerra civile. 

Sempre secondo la Cia “l’esperimento jugoslavo è fallito e il Paese sarà smembrato” e aggiungeva che tutto ciò “sarà molto probabilmente accompagnato da esplosioni di violenza etnica e disordini che potrebbero portare ad una guerra civile”. Il rapporto giungeva a definire con precisione che il presidente Slobodan Milosevic era da ritenere come “il principale istigatore” dei predetti conflitti jugoslavi.

Questo rapporto “segreto” della Cia faceva seguito all’approvazione delle legge 101-513 da parte del Congresso degli Stati Uniti, il 5 novembre del 1990. Tale norma prevedeva lo stanziamento di fondi per le operazioni internazionali e nella fattispecie essa distribuiva fondi oppure li attribuiva alle dirigenze delle varie repubbliche jugoslave in base a criteri politici, con la regola dell’appoggio ai secessionisti., una legge che praticamente ha segnato la condanna a morte della Jugoslavia. Una delle misure previste era così letale che il rapporto della Cia sopra riportato, si riferiva proprio a questa legge.

Un rapporto pubblicato durante i colloqui di Dayton (1995) dal Dipartimento di Stato Usa, “Bosnia Fact Sheet: Economic Sanctions Against Serbia and Montenegro”, spiega che

“Le sanzioni hanno contribuito a un significativo declino della Jugoslavia. La produzione industriale e il reddito effettivo sono calati del 50% dal 1991. Ottenere un allentamento delle sanzioni è diventata una priorità per il governo jugoslavo”.
Il ricatto aveva funzionato e ora si poteva agire.

L’attuazione pratica di questo piano 
ha visto gli USA intervenire attraverso:


Fornitura di armi ai nazionalisti anti-serbi;
Copertura mediatica di crimini commessi dai nazionalisti allo scopo di far ricadere le responsabilità sui serbi;


Da notare che qui è stato adottato lo stesso meccanismo utilizzato in Nicaragua dove i contras venivano finanziati dal commercio di droga fiorente in California. 

Organizzazione e copertura del traffico di armi e droga i cui profitti sono stati destinati al finanziamento delle guerriglie anti-serbe.Oltretutto, nel Kosovo hanno agito gli stessi personaggi con la busta paga della Cia, fra cui lo statunitense Walker, già organizzatore degli squadroni della morte in San Salvador.

Da tempo gli Stati Uniti avevano aspirato a diventare i “padroni” dei Balcani. Un documento del Pentagono in parte pubblicato dal “New York Times” asserisce il bisogno di una totale supremazia mondiale degli Stati Uniti sia in termini politici che militari e il medesimo documento contiene esplicite minacce nei confronti di quei Paesi che aspiravano (o che aspirassero ancora oggi) ad aumentare il proprio ruolo nei Balcani.

Ecco alcuni stralci del documento:


“Il nostro primo obiettivo è prevenire il riemergere di un nuovo rivale… (“nuovo” si intende dopo quello “vecchio”, cioè l’URSS, ormai messa fuori combattimento- n.d.c.). Innanzitutto gli Stati Uniti devono sottolineare la necessità della loro leadership per stabilire e mantenere il nuovo ordine, convincere i potenziali competitori che non possono aspirare a un ruolo maggiore o perseguire un atteggiamento più aggressivo per proteggere i loro legittimi interessi”.

“Dobbiamo essere responsabili degli interessi delle nazioni industrialmente avanzate per indurle a non cercare il rovesciamento dell’ordine politico ed economico stabilito. Infine, dobbiamo mantenere il meccanismo militare per scoraggiare potenziali competitori dall’aspirare ad allargare il loro ruolo regionale o globale”.

“É di importanza fondamentale preservare la Nato come principale strumento di difesa e sicurezza… Dobbiamo cercare di prevenire l’emergere di accordi di sicurezza fra i soli Stati europei che potrebbero indebolire e mettere in discussione l’esistenza della Nato”.

In un discorso tenuto nel settembre 2001, il deputato USA Lester Munston, ha dichiarato:

“Voi non vedrete mai apparire i piloti della NATO dinanzi ad un Tribunale dell’ONU. 
La NATO è accusatrice, procuratrice, 
giudice ed esecutore, 
poiché è la NATO che paga le bollette. 
La NATO non è sottomessa al diritto internazionale. Essa è il diritto internazionale”.


Estratto dal libro “IL SOAVE PROFUMO DELL’IMPERIALISMO” di Gianni Viola, Ricercatore scientifico, giornalista freelance e consulente politico-militare d’Ambasciata. Originariamente pubblicato sul sito www.interkosmos.it

Dalai Lama sui migranti: “L’Europa non può accogliere tutti”

17 settembre 2015

Dalai Lama migranti Europa

(Keith Tsuji/Getty Images)
Il Dalai Lama, guida spirituale del buddhismo, è in viaggio in Gran Bretagna e ha sorpreso un po’ tutti dimostrandosi molto più pragmatico di tanti politici a proposito della questione immigrazione. Ecco le sue semplici parole: “Penso che Germania e Austria abbiano avuto una buona risposta alle migrazioni, ma bisogna riflettere: è impossibile che tutti possano venire in Europa”. L’uso della parola “impossibile” fa molto riflettere, perché esprime un giudizio piuttosto tranchant sulla questione migranti. Il Dalai Lama elogia dunque i Paesi europei che hanno aperto le loro frontiere e hanno accolto così tanti profughi, ma poi molto realisticamente invita ad una riflessione sul fatto che questa ondata migratoria non può essere infinita e deve per forza di cose essere gestita e regolamentata in qualche modo.
Il monaco tibetano ha poi aggiunto: “Bisogna interessarsi dei migranti ma in piccoli numeri” e comunque facendo sempre riferimento alla capacità di accoglienza di ogni determinato Paese per evitare che i profughi siano in numero eccessivo rispetto allo spazio disponibile o rispetto ai cittadini di un determinato luogo. Secondo il Dalai Lama bisognerebbe impegnarsi di più nella risoluzione dei problemi alla radice, andando a pacificare le zone di guerra e aiutando queste popolazioni prima che siano costrette ad intraprendere i viaggi della speranza verso l’Europa.

Marinaleda (Spagna): disoccupazione a 0 e affitti a 15 euro

14 SETTEMBRE 2015

Casares-Andalusia
Può sembrare il folle sogno di un socialista utopista, ma il caso del piccolo villaggio di Marinaleda è incredibilmente concreto. Piccolo comune non distante da Siviglia, è balzato agli onori della cronaca perché rappresenta un esperimento sociale ed economico interessante.
Nel bel mezzo della più grave crisi del Dopoguerra il paesino governato dalla fine degli anni ’70 dal sindaco Gordillo registra un roboante 0% di senza lavoro.
 Le parole d’ordine a Marinaleda sonocooperazione e cittadinanza inclusiva. La comunità collabora alla fornitura dei servizi pubblici essenziali, che si tratti di pulire le strade o tenere in ordine giardini e verde urbano. L’economia del villaggio è quasi interamente basata sull’agricoltura, visto che il 70% dei cittadini lavora alla produzione dei pezzi forte del territorio andaluso: carciofi e peperoni. Il restante 30% della popolazione lavora in piccoli negozietti e poi, naturalmente, nelle scuole e negli uffici.
In realtà, il segreto a Marinaleda è una virtuosa sinergia tra livelli amministrativi diversi: comune, governo andaluso e amministrazione centrale. Ciò consente di sperimentare un modello di redistribuzione assolutamente unico. La quota per pagare la mensa scolastica è di 12 euro al mese; la piscina comunale costa, per l’intera estate, solo 3 euro.
 Ma non è finita qui: ogni cittadino di Marinaleda ha la possibilità di pagare un affitto calmierato di 15 euro al mese per un appartamento di 90 metri quadri. Come? Il Comune gestisce il terreno, ne concede il permesso di edificabilità valutando la bontà del progetto e l’assegnatario contribuisce alla costruzione dell’edificio con il proprio lavoro. Chi lavora nell’agricoltura, indipendentemente dalla mansione svolta, guadagna 50 euro al giorno: la giornata lavorativa è di 6 ore e vige un perfetto egualitarismo.

Canada, l’obliteratrice della metrò è rotta, la gente lascia lo stesso i soldi (FOTO)

Canada, l'obliteratrice della metrò è rotta, la gente lascia lo stesso i soldi (FOTO)
12 SETTEMBRE 2015

La macchinetta che marca i biglietti della metropolitana si rompe e non ci sono controllori. Si può entrare senza pagare. Ma la gente lascia i soldi incustoditi sull’obliteratrice per poi prendere il treno. E nessuno toccherà un centesimo. Siamo a Toronto.

“L’onestà degli ormai miei compatrioti canadesi non cessa di sorprendermi”, comincia così una lettera inviata alla redazione de Il Mattino da “un napoletano” che “vive in Canada da circa 20 anni”. A Toronto per la precisione, dove in una stazione della metropolitana l’obliteratrice si è guastata. Non c’erano controllori. Insomma, chiunque poteva passare senza fare il biglietto. E invece no, perchè la gente ha voluto comunque pagare in qualche modo “lasciando i soldi incustoditi sull’obliteratrice per poi entrare e prendere il treno. Il tutto senza che nessuno si sorprendesse dell’atto di profonda civiltà e nessuno ha toccato un centesimo”, racconta piacevolmente sorpreso l’uomo che ha fatto anche una foto per documentare il tutto. E conclude: “Se una cosa del genere non l’avessi vista con i miei occhi, non ci avrei mai creduto”.

La battuta è ovviamente legittima: che cosa sarebbe accaduto in Italia? La gente ne avrebbe approfittato per tirare dritto senza fare il biglietto? E quei soldi lasciati incustoditi? I commenti alla lettera al Mattino, in tal senso, si sprecano: “Caro amico napoletano che vive in Canada, prima di tutto mi permetta di dirle, con una punta di invidia, che ha scelto uno dei paesi piu’ civili dove vivere. Per quanto riguarda cio’ che ha assisitito e’ una cosa davvero straordinaria, purtroppo a Napoli non succederebbe mai, la chiami mentalita’, modo di vivere o di vedere le cose, non saprei, quello che posso dirle e’ che nella nostra citta’ c’e’ ancora gente che se non paga il biglietto se ne vanta con amici e parenti, si passa ancora con il rosso, si parcheggia in terza fila, si truffano le assicurazioni e si rubano ancora le autoradio. Ah, dimenticavo la ” munnezza”, ne siamo sempre pieni. Buone cose”.
http://www.fanpage.it/canada-l-obliteratrice-della-metro-e-rotta-la-gente-lascia-lo-stesso-i-soldi-foto/

IL POPOLO PIU’ RICCO DEL MONDO? E’ IN EUROPA, MA NON HA L’EURO E HA SEMPRE VOTATO PER NON ENTRARE NELL’UNIONE EUROPEA! HAI CAPITO DI CHI STIAMO PARLANDO?

Risultati immagini per norvegia

I più ricchi del mondo? Sorpresa, sono i norvegesi
Il fondo sovrano gestito dal governo vale oltre 800 miliardi grazie al petrolio. È azionista di 9mila società, ha il 2% delle azioni mondiali e ogni cittadino ha un credito di 160mila euro
Da Oslo – Lo chiamano sparegris , salvadanaio. Contiene circa 820 miliardi di euro; circa perché domani sarà già cresciuto di varie centinaia di milioni, non riesci a stargli dietro. Un contatore che galoppa, come quelli che ospitiamo malvolentieri a casa nostra, solo che i norvegesi questo lo controllano sul sito del ministero delle Finanze per tirarsi su il morale nelle giornate uggiose.
È il Norwegian government pension fund global, più comunemente Petroleum fund, il fondo sovrano più grande del mondo, istituito con i proventi statali del petrolio, un salvadanaio per le generazioni a venire, una macchina da soldi che marcerà anche se il resto del mondo dovesse andare in malora e soprattutto in previsione del giorno in cui verrà estratto l’ultimo barile di Brent.
Un patrimonio pari al Pil dello Stato di New York che garantisce ai cinque milioni di norvegesi un credito di 160mila euro ciascuno, un dato che non si può crudelmente non paragonare ai circa 40mila euro di debito che accompagnano invece la nascita di ogni italiano.
Eccola dunque l’eccezione di questo Emirato del Nord che ha sfatato, unico tra i grandi Paesi produttori, la maledizione del petrolio: un pugno di nababbi e il resto della popolazione che resta all’asciutto, magari tenuta a bada con qualche buono benzina. «Non c’è nulla di ideologico, e non c’entra la socialdemocrazia – dice Øystein Noreng, professore alla Norwegian business school -.
Rispecchia piuttosto la cultura dell’equità sociale e del risparmio che arriva dal senso comunitario contadino. La ricchezza che proviene dalla natura è di tutti».
E il viceministro delle Finanze, Paal Bjørnestad, va addirittura indietro all’alba dei tempi: «Siamo stati fortunati, noi estraiamo dal suolo norvegese una ricchezza che si è formata centinaia di milioni di anni fa, ma un giorno il petrolio finirà e noi dobbiamo garantire che di questa fortuna possano beneficiarne le generazioni a venire». Così vent’anni fa si decise di istituire il fondo, investendo interamente all’estero rendite dai diritti e dalle tassazioni sulle estrazioni: 60 per cento in azioni, 35 per cento in titoli a tasso fisso e il 5 per cento in proprietà immobiliari. Oggi i numeri sono spaventosi: il fondo è azionista in novemila società quotate nel mondo, significa che il due per cento delle azioni globali sono intestate alla Norvegia, pezzi pregiati, come la torre di Time Square a New York o Regent Street a Londra, appartengono a Ole Nordman, il Mario Rossi norvegese.
«Volevamo evitare di contrarre il male olandese», dice il ministro. Nel gergo della finanza si chiama dutch disease quando accade – come in Olanda negli anni Settanta con il gas – che la ricchezza prodotta dalle risorse naturali e reinvestita nel Paese provoca un cortocircuito economico, deindustrializzazione e depressione generale. «Cerchiamo il massimo ritorno con il minimo rischio, come un buon padre di famiglia», spiega Paal nel suo studio al ministero, spartano quanto una canonica luterana.
Ovvio che il fondo non è un bancomat dove chiunque può estrarre dalla sua quota, ma parte degli interessi vengono già spesi oggi: «Il governo è autorizzato a utilizzare fino al 4 per cento del guadagno prodotto dagli investimenti per coprire il deficit di bilancio, che significa una grande quantità di denaro a disposizione dell’attuale governo perché il fondo ha raddoppiato il suo valore in quattro anni… Stiamo parlando del 15 per cento del budget norvegese garantito e che non è finanziato dalle tasse. Tuttavia il valore complessivo del fondo rimane intatto per sempre. Tutto è trasparente, ogni decisione controllabile da tutti sul sito». E proprio l’ultimo rapporto indica come il fondo sia tornato a investire pesantemente in Italia: una quindicina di miliardi di euro, tre miliardi di euro accumulati nell’ultimo triennio con un forte recupero di interesse per i nostri titoli di Stato ma non solo: l’acquisto di azioni sfiora gli otto miliardi e riguarda oltre 130 società. Mentre il viceministro fa sapere che si sta valutando attentamente il mercato immobiliare, soprattutto a Milano.
Stavanger, città sulla costa occidentale, esprime il suo orgoglio e la sua storia attraverso due musei. Uno, nella parte vecchia, casette bianche con i ciclamini e l’erica sui balconi, racconta un villaggio di pescatori di aringhe e di piccole imprese per la produzione delle sardine in scatola: la bionda Katrine guida l’ospite con slancio, spiega del boom della produzione per i soldati di tutti i fronti durante le guerre mondiali, mostra piena d’orgoglio le sale dove gli uomini saldavano una a una le scatolette di latta e poi le prime macchine a vapore che ne sfornavano mille all’ora, quindi le foto delle donne che salavano e affumicavano il pesce. L’altro museo celebra invece il petrolio, scoperto dagli americani a duecento miglia dalla costa nel Natale del 1969. Il Norsk Oljemuseum, con al centro il modello della prima piattaforma, l’Ekofisk, simboleggia la nuova Stavanger, diventata la Houston d’Europa, sede di tutte le multinazionali legate all’estrazione, città con il costo della vita più alto al mondo, venti euro per un hamburger, monolocali da un milione di euro.


«Siamo certamente un’eccezione nella gestione di tanta ricchezza, la Norvegia con il fondo sovrano, investendo tutto all’estero, ha trovato il modo di vivere come se il petrolio non ci fosse, ma ovviamente non è così», dice il direttore Finn E. Krogh, che è anche politologo. Finn è preoccupato per una generazione che si adagia nell’ovatta, viziata da papà Stato e da mamma Statoil, la compagnia petrolifera pubblica che ha in mano l’80 per cento delle operazioni. «I giovani norvegesi vivono nella ricchezza, crescono in famiglie ricche, frequentano buone scuole… diventano pigri, ignorano la vita vera, i sacrifici e potrebbero non sapersela cavare da soli. Forse la perdita di posti di lavoro che sta causando il crollo del prezzo del petrolio potrebbe dare loro la sveglia».
Secondo Arild Moe del Nansens institute, centro di studi strategici legati alle politiche energetiche, «l’industria petrolifera ha alzato troppo il costo della vita e i costi generali nel Paese, compromettendo la concorrenza di altre industrie. E poiché i prezzi di petrolio e gas continueranno a essere bassi per molto tempo, dobbiamo cogliere l’opportunità di incentivare industrie alternative, diversificare gli investimenti. A differenza di altri Paesi petroliferi, noi possiamo permettercelo grazie al fondo sovrano». Chissà che non arrivi prima del previsto il momento di prendere il martello e rompere lo sparegris , il salvadanaio megagalattico.

La guerra dimenticata che da 20 anni continua sui monti Nuba

sudanNei rari momenti di pace, i Monti Nuba, in Sudan, sembravano un rigoglioso e ordinato giardino. Il cibo abbondava, la gente era allegra e le scuole sempre affollate. Nei rari momenti di pace…
Va avanti da 30 anni l’odiosa guerra che costringe un intero popolo alla paura e a vivere nelle grotte per cercare scampo a bombardamenti che, oramai è provato, non mirano ad obiettivi militari, ma adannientare gli abitanti di questa regione. Ad essere colpite sono case e capanne, scuole, ospedali e raccolti.
La colpa della popolazione nera dei Monti Nuba è la sua voglia di libertà, la sua fierezza. Il suo essere musulmani per scelta, non per imposizione, e nel frattempo rispettare gli altri credi ed ospitarli come una ricchezza dello spirito in più. Per il governo arabizzato di Khartoum, per le sue leggi improntate alla Sharia, questi sentimenti sono una minaccia da annichilire.
Tanto più che i Monti Nuba, come il Darfur, sono terre di confine contro tanti nemici esterni e pedine importantissime nella geopolitica folle del petrolio in un paese che galleggia sull’oro nero.
Un oro che fa gola a troppi attori, interni ed esterni, e arma guerre e conflitti senza sosta alcuna. Né Khartoum, né le grandi compagnie petrolifere, né Cina e Stati Uniti, nei loro giochi di potere, hanno interesse ad una pace stabile e duratura. A pagarne le conseguenze è un popolo inerme.
Sui monti Nuba si muore di carestie, indotte dalla distruzione dei raccolti, di malattie, anche le più semplici, per il sistematico bombardamento di ogni struttura sanitaria. Si muore in schiavitù una volta catturati. Si muore per stupro se si è una giovane donna. Si muore perché nei campi di raccolta governativi tutto manca mentre abbonda la violenza e la sopraffazione culturale di un popolo in fuga.
http://www.dolcevitaonline.it/la-guerra-dimenticata-che-da-20-anni-continua-sui-monti-nuba/

IL TAGLIO DELLA CLITORIDE

“Poi toccò a me. Ormai ero terrorizzata.
– Quando avremo tolto questo “kintir” (clitoride) tu e tua sorella sarete pure.- Dalle parole della nonna e degli strani gesti che faceva con la mano, sembrava che quell’orribile kintir, il mio clitoride, dovesse un giorno crescere fino a penzolarmi tra le gambe. Mi afferrò e mi bloccò la parte superiore del corpo … Altre due donne mi tennero le gambe divaricate. L’uomo che era un cinconcisore tradizionale appartenente al clan dei fabbri, prese un paio di forbici. Con l’altra mano afferrò quel punto misterioso e cominciò a tirare…Vidi le forbici scendere tra le mie gambe e l’uomo tagliò piccole labbra e clitoride. Sentii il rumore, come un macellaio che rifila il grasso da un pezzo di carne. Un dolore lancinante, indescrivibile e urlai in maniera quasi disumana. Poi vennero i punti: il lungo ago spuntato spinto goffamente nelle mie grandi labbra sanguinanti, le mie grida piene di orrore … Terminata la sutura l’uomo spezzò il filo con i denti…Ricordo le urla strazianti di Haweya, anche se era più piccola, aveva quattro anni, scalciò più di me per cercare di liberarsi dalla presa della nonna, ma servì solo a procurarlo brutti tagli sulle gambe di cui portò le cicatrici tutta la vita.
Mi addormentai, credo, perché solo molto più tardi mi resi conto che le mie gambe erano state legate insieme, per impedire i movimenti e facilitare la cicatrizzazione (dato che c’è stata una perdita di sostanza, clitoride e piccole labbra, le gambe legate insieme permettono la cicatrizzazione, ma la cicatrizzazione avviene in retrazione. Non c’è più tutto il tessuto necessario perché le gambe possano essere divaricate completamente. Nessuna farà più la spaccata. Anche dare un calcio a un pallone può essere impossibile, come andare a cavallo o, nei casi più gravi, nuotare a rana. Nei casi più gravi, dove infezioni riducono ulteriormente il tessuto, le donne non possono più divaricare le gambe per accovacciarsi e urinare e, dove non esistono water, devono urinare dalla posizione in piedi con l’orina che scola tra le gambe, scola un filino alla volta, una goccia alla volta.) Era buio e mi scoppiava la vescica, ma sentivo troppo male per fare pipì. Il dolore acuto era ancora lì e le mie gambe erano coperte di sangue. Sudavo ed ero scossa dai brividi. Soltanto il giorno dopo la nonna mi convinse a orinare almeno un pochino. Oramai mi faceva male tutto. Finché ero rimasta sdraiata immobile il dolore aveva continuato a martellare penosamente, ma quando urinai la fitta fu acuta come nel momento in cui mi avevano tagliata. Impiegammo circa due settimane a riprenderci. La nonna accorreva al primo gemito angosciato. Dopo la tortura di ogni minzione ci lavava con cura la ferita con acqua tiepida e la tamponava con un liquido violaceo, poi ci legava di nuovo le gambe e ci raccomandava di restare assolutamente ferme o ci saremmo lacerate e allora avrebbe dovuto chiamare quell’uomo a cucirci di nuovo. Lui venne dopo una settimana per esaminarci. Haweya doveva essere ricucita. Si era lacerata urinando e lottando con la nonna…L’uomo ritornò a togliere il filo dalla mia ferita. Ancora una volta furono atroci dolori per estrarre i punti usò una pinzetta. Li strappò bruscamente mentre di nuovo la nonna e altre due donne mi tenevano ferma. Ma dopo questo anche se avevo una ruvida spessa cicatrice tra le gambe che faceva male se mi muovevo troppo, almeno non fui più costretta a restare sdraiata tutto il giorno con le gambe legate. Haweya dovette attendere un’altra settimana e ci vollero quattro donne per tenerla ferma… Non dimenticherò mai il panico sul suo viso e nella sua voce…Da allora non fu più la stessa…aveva incubi orribili. La mia sorellina un tempo allegra e giocosa cambiò. A volte si limitava a fissare il vuoto per ore. (svilupperà una psicosi) … cominciammo a bagnare il letto dopo la circoncisione.”

– Hirsi Alip

Sebbene non sia in nessuna sua parte richiesta dal Corano, l’infibulazione è però una pratica che si può riscontrare in alcuni paesi, in tutto o in parte islamici (essenzialmente la parte meridionale dell’Egitto, Sudan, Somalia, Eritrea,Nigeria, Senegal, Guinea), dove viene consigliata come sistema ritenuto utile a mantenere intatta l’illibatezza della donna.

In Somalia, una donna non infibulata viene considerata impura; pertanto, non riesce a trovare marito e rischia l’allontanamento dalla società

effetti dell’infibulazione ; I rapporti sessuali, attraverso questa pratica, vengono impossibilitati fino alla defibulazione (cioè alla scucitura della vulva), che in queste culture, viene effettuata direttamente dallo sposo prima della consumazione del matrimonio. Le puerpere, le vedove e le donne divorziate sono sottoposte a reinfibulazione con lo scopo di ripristinare la situazione prematrimoniale di purezza. I rapporti diventano dolorosi e difficoltosi, spesso insorgono cistiti, ritenzione urinaria e infezioni vaginali. L’asportazione totale o parziale degli organi genitali femminili esterni è praticata con lo scopo di impedire alla donna di conoscere il piacere durante il rapporto sessuale e come forma di controllo del desiderio sessuale femminile.
BOLDRINI: MIGRANTI SONO AVANGUARDIA DEL NOSTRO FUTURO STILE DI VITA
presto lo stile di vita dei migranti sara’ il nostro stile di vita, (wow ma che fortuna e che onore)
infatti In Italia 40mila bambine sono state sottoposte a infibulazione i dati risalgono al 2012 e sono in aumento 
Eh si certo abbiamo molto da imparare dalle tradizioni dei migranti, secondo la Boldrini sono gli Italiani che devono integrarsi  con usi e costumi dei migranti AZZZ la lungimiranza e l’intelligenza politica di questa donna è sorprendente
Antar Raja