Osho, Il primo gradino della scala

8 GIUGNO 2016

 
Qual è la prima verità nella ricerca della verità suprema? La prima verità per chiunque è conoscere se stessi per ciò che si è, così come si è. Questo è il primo gradino della scala. Ma sulla maggior parte delle scale quel primo gradino manca; ragion per cui sono scale solo di nome, ma non possono essere utilizzate per salire. Se qualcuno vuole, può tirarsi dietro quelle scale sulle spalle, ma sarà impossibile salirci.
L’uomo inganna gli altri, inganna se stesso, e vuole ingannare perfino Dio; in tutti questi tentativi perde se stesso. Ha creato lui stesso tutto il fumo che gli acceca gli occhi!
La nostra civiltà, la nostra cultura e le nostre religioni non sono forse nomi splendidi per simili inganni? Non abbiamo forse fatto tentativi del tutto vani di mascherare la nostra mancanza di civiltà, di cultura e di religione dietro a questo fumo? E qual è stato il risultato? Semplicemente questo: sulla base di quegli sforzi di civilizzazione, non siamo riusciti a diventare civili, e a causa delle nostre religioni non siamo riusciti a diventare religiosi; e questo perché ciò che è falso non potrà mai diventare la via che conduce al Vero.
La verità in quanto tale è la soglia al Vero. Solo dopo aver lasciato perdere tutti gli autoinganni la via verso il Vero potrà presentarsi limpida e libera da ostacoli.
È essenziale ricordare che in ultima analisi è impossibile ingannare se stessi. Oggi o domani ogni inganno andrà in pezzi e le verità verranno rivelate; proprio per questo l’autoinganno alla fine si trasforma in rimorso. D’altra parte nessun pentimento potrà mai fare ciò che può operare l’essere consapevoli fin dall’inizio.
Perché vogliamo ingannare? Dietro a ogni nostro inganno non c’è forse la paura? Ma la causa all’origine della paura è forse annientata dall’inganno? No, anzi, con l’inganno simili radici vengono seppellite e in questo modo crescono più in profondità. Non è questo il modo per farle morire; così acquistano vitalità e potenza; di conseguenza, si devono inventare inganni ancor più grandi, per coprirle e nasconderle. Così nasce un’interminabile catena di sotterfugi dove la codardia continua ad aumentare e l’uomo si incupisce, si perde nella debolezza e nella viltà. Alla fine inizia ad aver paura anche di se stesso, e questa paura diventa un inferno.
Nella vita, non va bene nascondersi per paura dietro a delle illusioni. La cosa giusta da fare è ricercare la causa alla radice della paura: non si dovrebbe reprimerla, non la si dovrebbe occultare. La suprema liberazione è impossibile, se esiste una paura repressa. Solo dopo aver conosciuto questa paura, dopo averla messa a nudo, ci si può liberare dalla paura.

Dunque, io considero il coraggio la qualità religiosa più grande. Nel tempio della vita non esiste alcun accesso tramite una porta sul retro: l’esistenza dà il benvenuto solo a coloro che lottano con coraggio strenuo.
In una delle maggiori città dell’Inghilterra, veniva rappresentata una delle commedie di Shakespeare. Questo accadeva qualche decennio fa, quando era ancora ritenuto un peccato il fatto che un gentiluomo andasse a teatro, e non si era mai neppure posto il problema di un prete che ne vedesse uno. Dopotutto, la religione è il suo unico interesse!
Un prete, però, non riuscì a evitare quella tentazione e si mosse nello stesso modo in cui facciamo noi nella vita: scrisse al direttore del teatro, chiedendogli: “Potrebbe farmi entrare da una porta sul retro del teatro, così nessuno mi vedrà?”.
Il direttore gli rispose: “Mi spiace, ma qui non abbiamo porte che Dio non possa vedere!”.
Anch’io vorrei dirti la stessa cosa. Non esistono porte sul retro tramite le quali si possa accedere al Vero: il divino è sulla soglia di qualsiasi porta!
Osho, Crea il tuo destino

Il suono dell’esistenza

7 GIUGNO 2016
Quando sei assolutamente silenzioso puoi udirlo…

Preziosi testi apparsi su Osho Times n. 228


Domanda: Osho, negli ultimi due anni, in meditazione profonda, ho udito un suono. Assomiglia al suono del mare, come lontane onde oceaniche. Lo chiamo il “mio tono” e me lo godo, come segno dell’inizio del silenzio. Ma l’altra sera hai detto che è possibile udire il suono del sangue che circola. È questo che sento? Puoi darmi qualche suggerimento, oltre a osservare, che è ciò che ho fatto in questi due anni?

Osho: Bodhinavar, non è il suono della circolazione sanguigna. Quello può essere udito solo in una stanza assolutamente isolata da ogni genere di suono. Non c’è altro modo.
Il suono che senti è molto più importante. È il suono che gli antichi in Oriente chiamavano il suono dell’universo, il suono dell’esistenza. Lo hanno chiamato omkar. È il suono dell’Om e se ascolti attentamente udrai che la parola Om è ripetuta di continuo in quel suono. Om non fa parte di alcun alfabeto, è la sola parola al mondo che non appartiene a un alfabeto e che non significa nulla. Semplicemente richiama il suono dell’esistenza. Quando sei assolutamente silenzioso puoi udirlo.
Gli antichi saggi e i fisici moderni sono molto vicini su questo punto. La fisica moderna pensa che l’esistenza sia costituita da elettromagnetismo e che certamente il suono non è altro che una particolare onda elettromagnetica. I mistici dei tempi antichi pensavano che fosse l’esatto opposto. Pensavano che il suono fosse l’elemento costitutivo fondamentale dell’esistenza e che l’elettricità fosse una particolare onda sonora.
Quindi, in Oriente, è esistita una musica particolare che dà origine al fuoco. Se metti delle lampade spente intorno a un musicista quando suona una particolare raga, una scala particolare, arriva il momento in cui le lampade all’improvviso si accendono. Il fuoco può essere creato dal suono. Per questo i mistici hanno pensato che l’elettricità, il fuoco e qualsiasi cosa, non fossero altro che variazioni di onde sonore.
Entrambi sono d’accordo in un certo senso. I primi pongono l’enfasi sull’elettricità, gli altri sul suono, ma in profondità non c’è differenza, a parte il fatto che l’idea dei mistici che il suono sia il fondamento dell’esistenza è una visione più poetica, perché la musica diventa immensamente importante. Cantare diventa di immensa importanza e danzare diventa qualcosa di sacro.
Considerare l’elettricità come fondamento è un’idea molto prosaica, non molto poetica. Non puoi concepire che la musica, le canzoni, la danza, o la gioia siano fatte di elettricità! Comunque, in ogni caso, io preferisco l’approccio alla realtà dei mistici, dei poeti. Magari non è così aritmetico, così scientifico, ma è più poetico, più musicale, più artistico, più creativo. E per me la poesia è un valore più alto della scienza, la musica è un valore più alto della matematica, perché per me l’estasi è la sorgente e lo scopo supremo della vita.
Quindi ciò che senti è ciò che nel corso dei secoli hanno udito tutti coloro che hanno raggiunto un certo stato di silenzio. È il suono dell’esistenza, è il canto dell’esistenza. E mi chiedi se devi fare qualcos’altro oltre a osservare. No, qualsiasi altra attività disturberebbe l’osservazione. Osserva e basta, ma con più gioia, con più amore. Non osservare in modo arido, ma con più trasporto. Osserva come un poeta guarda l’alba, o come un pittore guarda un fiore, o come un amante guarda l’amato. 
Gli occhi devono essere pieni di gioia, raggianti, belli.
Quindi, Bodhinavar, ciò che stai facendo va bene, ma mettici più trasporto, più bellezza, come in una canzone… E il suono diventerà sempre più chiaro, così chiaro che tutto di te pulserà di quel suono. Ogni fibra del tuo corpo, ogni cellula della tua mente saranno nella danza.
Questo è il modo autentico di conoscere il mantra supremo. Ripetere Om, Om… è semplicemente stupido. Non devi affatto ripetere, devi essere assolutamente silenzioso e posseduto dall’esistenza, e poi è l’esistenza che ripete in te, in ogni fibra del tuo essere, il suono Om. Ed è così piacevole, così beato che non c’è paragone, in nessuna esperienza umana, che vada oltre l’estasi di questa danza dell’esistenza dentro di te. Si può dire che sia l’apice supremo dell’estasi.
È un buon inizio, vai avanti. Un po’ alla volta non udrai più il suono, ma diventerai il suono. Quella sarà la conclusione del viaggio, sarai arrivato a casa.
Tratto da: Osho, The New Dawn #27

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Osho, Le ricchezze non possono comprare la spiritualità


6 GIUGNO 2016
So che un multimilionario ha costruito parecchi templi. Ha investito i suoi soldi nella religione e ora ha grandi aspettative. È un uomo d’affari molto abile ed è abituato a trarre profitti vertiginosi.
Perfino nel business della religione non vuole essere inferiore a nessuno; in realtà, non è abituato a essere superato da qualcuno; e se non resta mai indietro quando è in gioco il denaro, perché dovrebbe ritrarsi nel mondo della religione? Nelle questioni del mondo, primeggia e supera chiunque; e adesso si sta organizzando per fare affari anche nel mondo trascendente! Adesso il paradiso è una certezza, ragion per cui lui non si cura più del mondo.
Non solo questa Terra, perfino il paradiso può essere comprato con i soldi! Ecco perché il denaro è così importante: il denaro è addirittura superiore alla religione, perché non può essere ottenuto con la religione, ma di certo la religione può essere acquistata con il denaro. Visto che il denaro può acquistarti la religione, anche il timore di fare soldi tramite degli allocchi scompare, perché senza gli sciocchi in nessun caso si possono fare soldi a palate. La ricchezza è di fondo un furto, qualsiasi ricchezza è sfruttamento del sangue altrui; ma nel Gange della religione, tutti i peccati vengono lavati via, e il Gange della religione inizia a scorrere ogni volta che un Bhagirath della ricchezza – il re i cui sforzi virtuosi fecero scendere il Gange sulla Terra – fa un cenno. Ma in questo modo la religione diventa il fondamento dell’irreligiosità.
Ma com’è possibile che la religione diventi il presupposto dell’irreligiosità? Di certo una simile religione non è vera religiosità!
Ciò che può essere comprato con le ricchezze non è spiritualità, non è religione.
Ho sentito raccontare…
Un mattino, un ricco bussò alle porte del paradiso. Chitragupta, il guardiano del paradiso, chiese: “Fratello, chi sei?”.
“Sono io! Non mi conosci? Le notizie della mia morte non sono ancora arrivate fin qui?” Chitragupta domandò: “Che cosa vuoi?”.
Quel ricco, furioso, sbraitò: “È una cosa da chiedere? Voglio entrare in paradiso” e mentre parlava tirò fuori un rotolo di banconote dal suo mantello e lo offrì a Chitragupta.
Al che Chitragupta rise fragorosamente e disse: “Fratello, gli usi e i costumi del mondo qui non possono funzionare, né questa moneta qui è in circolazione. Per favore, tieniti i tuoi soldi”.
A quel punto il ricco iniziò a comportarsi come un povero e un debole, visto che quanto gli aveva dato forza in passato qui si rivelava non avere alcuna sostanza.
Chitragupta gli chiese: “Cos’hai fatto per meritarti il paradiso?”.
Dopo averci pensato a lungo, il ricco disse: “Ho dato dieci centesimi in dono a una vecchia”.
Chitragupta chiese immediatamente al suo assistente se fosse vero, costui guardò nei suoi archivi e disse: “Sì, signore, è vero”.
Chitragupta di nuovo chiese cos’altro avesse fatto, e di nuovo il ricco ci pensò, poi disse: “Ho dato cinque centesimi a un orfano”.
Di nuovo l’assistente cercò nei suoi archivi e trovò che anche questo era vero.
Chitragupta domandò: “Non hai fatto altro?”.
E il ricco rispose: “Questo è quanto. Riesco a ricordare solo quelle due cose”.
Chitragupta si consultò con il suo assistente sul da farsi. E quello disse: “Gli si possono rendere quindici centesimi e mandarlo all’inferno. Per il paradiso quindici centesimi sono ben misera cosa!”.
D’altra parte, sarà mai possibile raggiungere il paradiso donando soldi? Una monetina, dopo tutto, è una monetina… anche se le mettessi una sopra l’altra per farne una pila altissima, resterebbero sempre delle monetine.
In realtà, la religiosità non può essere acquistata in nessun modo – neppure per somme piccole o grandi – perché nel mondo della spiritualità il denaro non circola. La religiosità non può essere acquistata neppure rinunciando a tutte le proprie ricchezze, perché cercare di comprare il paradiso rinunciando a ciò che si possiede equivale a cercare di comprarlo utilizzando le proprie ricchezze.
Tra i valori religiosi, il denaro non ha alcun valore: per ciò che concerne la religiosità il linguaggio stesso dei soldi è del tutto privo di rilievo.
La realtà del proprio essere non può essere acquistata. La realtà del proprio sé è religiosità, quella realtà è il paradiso; e nulla di tutto ciò può essere trovato fuori dal proprio essere: è sempre presente nel tuo stesso centro.
Non occorre coinvolgersi con una religione, devi semplicemente svegliarti e riconoscere che sei sempre stato un essere spirituale: così come un pesce vive nel mare, tu hai sempre dimorato nella religiosità. D’altra parte, pur vivendo nel mare, il pesce può comunque lasciarlo nei suoi sogni, dormendo. La nostra condizione è la stessa: quando siamo nel mondo, sogniamo; e sia perdersi nei piaceri del mondo, sia rinunciarvi sono sogni. Sia i palazzi sia i templi sono sogni.
Né i palazzi né i templi costruiti nei sogni possono portare alcun risveglio. Il sentiero del risveglio è qualcosa di diverso: lo si trova quando si sposta la propria consapevolezza da ciò che viene visto a colui che vede.
Il nostro sonno è tanto profondo quanto è intensa l’attenzione che diamo alle cose viste, e il risveglio si avvicina sempre di più via via che ci si sposta all’indietro, verso colui che vede.
Quando la nostra attenzione ritorna totalmente a colui che vede, sia la cosa vista sia chi la vede scompaiono, e la totalità che rimane è religiosità: quella è la verità. Quella è la suprema liberazione.
Osho, Crea il tuo destino

Osho, Se l’umanità fosse una sola e uguale…

5 GIUGNO 2016

  

Sono andato a un incontro; era un incontro di sudra, di intoccabili. L’idea stessa riempie il mio cuore di lacrime; mentre raggiungevo quell’incontro di intoccabili, mi sentivo triste e infelice: che cosa ha mai fatto l’uomo all’uomo? E le persone che costruiscono mura insormontabili tra gli esseri umani vengono definite religiose! Che declino maggiore potrebbe esserci per la religione? E se questa è religione, cosa sarà mai la miscredenza? Sembra che i covi dell’irreligiosità si siano appropriati delle insegne della religione, e le scritture di Satana siano diventate i testi sacri di Dio.
La vera religione non è separazione, ma unione. Non è dualità, è non-dualità; non la si trova costruendo mura, ma demolendole. Purtroppo, però, le cosiddette religioni non hanno fatto che creare divisioni, elevando mura: hanno usato il loro potere per frammentare e dividere l’essere umano.
Di certo non è stato fatto senza un motivo. La verità è questa: non possono esistere organizzazioni o sfruttamento senza creare divisioni che mettano un uomo contro l’altro. Se l’umanità fosse una sola e uguale, le basi stesse dello sfruttamento verrebbero annientate; infatti, per avere sfruttamento, sono essenziali l’ineguaglianza, le sette e i sistemi delle caste. E proprio per questo motivo le religioni, in molte forme diverse, hanno sostenuto l’ineguaglianza, le sette e le caste.
Una società priva di sette e di caste è automaticamente contraria a qualsiasi sfruttamento: accettare l’uguaglianza di tutte le persone è un modo inequivocabile di abbandonare qualsiasi sfruttamento.
Dunque, se non vengono create divisioni tra le persone, non possono esistere istituzioni, organizzazioni e sette religiose. La divisione genera paura, invidia e odio; e in ultima analisi produce inimicizie.
L’inimicizia dà vita alle organizzazioni; tutte le organizzazioni nascono a causa di rivalità e inimicizie, non sono mai frutto di amicizie: l’odio, mai l’amore, è il loro fondamento.
Si creano organizzazioni per paura dell’ostilità. Poi le organizzazioni diventano potenti, e il potere rende più facile lo sfruttamento e la possibilità di appagare la propria avidità. E via via che il potere si espande genera una sete di dominio.
In questo  modo,  la  religione  si  trasforma segretamente in politica. La religione è la facciata, la politica si pone alle sue spalle; la religione finisce per essere soltanto una copertura per i giochi politici, che diventano la forza trainante alle sue spalle.
In realtà, laddove esistono organizzazioni e sette, non è presente alcuna religione, c’è solo politica. La religione è una ricerca attraverso la meditazione, non è affatto un’organizzazione. Dunque, in nome delle diverse organizzazioni religiose, si continuano ad attuare strategie politiche di vario tipo e colore. Certo, se non sono presenti organizzazioni, può esistere una religiosità, ma non delle religioni che hanno seguaci, preti e via dicendo.
Dio è stato trasformato in una professione. Gli interessi costituiti si sono addirittura legati a Dio: cosa potrebbe essere più osceno e irreligioso di questo? Ma il potere della propaganda non ha limiti e con un costante indottrinamento perfino le bugie più false diventano verità. Dunque, ciò che stupisce è che i fedeli e i preti – che sono a loro volta in affari per sfruttare – si fanno paladini di un sistema di sfruttamento! Infatti, le religioni si sono sempre messe al servizio di sistemi sociali votati a sfruttare la gente.
Grazie al loro intessere una ragnatela di dottrine immaginarie, hanno descritto gli sfruttatori come persone religiose e gli sfruttati come peccatori: a chi viene sfruttato viene detto che le sue sofferenze sono il risultato di cattive azioni commesse in vite precedenti. In verità, le religioni hanno dato davvero una quantità enorme di oppio!
Al termine di quell’incontro, un vecchio sudra mi chiese: “Posso entrare nei templi?”.
Risposi: “Andare nei templi? E perché mai? Dio stesso non visita mai i templi che sono di proprietà dei sacerdoti”.
Dio non ha altro tempio all’infuori dell’esistenza. Tutti gli altri templi e le moschee sono cose ideate dai preti; non esiste neppure una relazione remota tra questi templi e Dio: Dio e i preti non si sono mai neppure parlati! I templi sono creazioni dei preti, e i preti sono creature di Satana: sono tutti discepoli del demonio!
Le scritture e le sette religiose sono responsabili di aver contrapposto l’uomo all’uomo. Hanno parlato d’amore, ma hanno diffuso il veleno dell’odio; e di fatto è più facile somministrare veleno, se viene coperto con un velo di zucchero. Eppure, la gente non ha mai sospettato dei preti: qualsiasi sia la loro idea di Dio, si lascia incantare dai preti; e questa è la causa fondamentale che ha portato all’indebolimento di ogni connessione con il divino. Per secoli e millenni i preti sono stati impegnati nell’assassinare Dio; se si esclude la casta sacerdotale, nessun altro ha mai provato a uccidere Dio!
Se vuoi optare per Dio, non puoi scegliere il prete: non è possibile adorare entrambi contemporaneamente. Non appena un prete entra in un tempio, Dio ne esce! Per stabilire una connessione con Dio, è necessario liberarsi dai preti: essi sono l’unico ostacolo tra un devoto e Dio. L’amore non tollera che qualcuno interferisca, né la preghiera ammette alcun intermediario.
Era l’alba. Non appena la porta di un tempio si aprì, un sudra salì la scalinata ed entrò. Stava per superare la soglia, quando il prete gli urlò furibondo: “Fermati, fermati, peccatore! Se fai ancora un passo, verrai annientato… tu hai inquinato i sacri gradini del tempio di Dio”.
Il sudra, terrorizzato, si ritrasse. I suoi occhi si gonfiarono di lacrime, era come se qualcuno avesse pugnalato il suo cuore assetato di Dio. Si sciolse in lacrime e disse: “O Signore, quale peccato ho mai commesso che mi impedisce di vederti?”.
Il prete disse, a nome Dio: “Fin dalla tua nascita sei stato impuro. Noi sei altro che un ammasso di peccati”.
Il sudra pregò: “In questo caso mi dedicherò a severe discipline spirituali per purificarmi. Non voglio morire senza aver visto Dio”. E per anni di quel sudra non si seppe più nulla. Nessuno sapeva dov’era andato; la gente si era praticamente dimenticata di lui, quando, all’improvviso, un giorno tornò al villaggio.
Il tempio era posto all’entrata del villaggio, e il prete vide quel sudra camminare nei pressi: sul suo volto splendeva una luce nuova, nei suoi occhi era riflessa una quiete ignota; perfino intorno al suo volto si vedeva un alone luminoso. Eppure, quell’uomo non sollevò mai gli occhi verso il tempio; sembrava che la sua presenza gli fosse del tutto indifferente e che non gli interessasse affatto.
Il prete non riuscì a controllarsi, lo chiamò e gli disse: “Salve! Il tuo sforzo di purificazione è completato?”.
Al che il sudra rise e annuì. Il prete gli domandò: “Allora perché non entri nel tempio?”.
Il sudra rispose: “Amico mio, cosa potrei mai fare, lì dentro? Quando Dio mi è apparso, ha detto: ‘Perché continui a cercarmi in un tempio? Là non c’è nulla. Io stesso non sono mai entrato in quei templi; e se anche avessi voluto andarci, non penso che il prete mi avrebbe permesso di entrarci!’”.
Osho, Crea il tuo destino

Osho, Azione alla circonferenza e inazione al centro

4 GIUGNO 2016

 Un uomo andò da Confucio e disse: “Sono molto stanco, adesso vorrei riposare. C’è un modo per farlo?”.
Confucio gli disse: “Vita e riposo sono due parole che si contraddicono: se vuoi vivere, non chiedere di riposare. Il riposo è morte”.
La fronte di quell’uomo si corrugò preoccupata, poi chiese: “Allora non potrò mai riposare?”.
Confucio replicò: “Troverai il riposo, sicuramente lo troverai” e, indicando le tombe di fronte a loro, aggiunse: “Guarda quelle tombe. In loro c’è pace, in loro c’è riposo”.
Non sono d’accordo con Confucio. Vita e morte non sono separate: sono simili ai respiri dell’esistenza. La vita non è solo azione, né la morte è solo riposo. Di fatto, chi non si riposa in vita, non può avere pace dopo la morte. Non è forse vero che l’irrequietezza durante il giorno rende anche il tuo sonno agitato, di notte? Non è forse vero che gli echi dell’irrequietezza che accompagna tutta la tua vita ti assillano anche dopo la morte? La morte seguirà lo stesso schema che la tua vita ha seguito: non è l’opposto della vita, ma ne è l’elemento complementare.
È giusto che tu non sia inattivo durante la tua vita, perché quello sarebbe l’equivalente di essere morti mentre si è al mondo, ma neppure una vita che diventa totalmente azione è giusta: anche quella non è vita! Quello è altrettanto stupido… è un automatismo insensato!
La vita sarà pienamente realizzata solo se ci sarà azione alla circonferenza e inazione al centro: azione nella sfera esteriore, quiete e pace in quella interiore; movimento all’esterno, calma all’interno.
Una persona integra e armonica nasce solo quando la sua personalità è azione totale unita a un’anima intimamente serena. L’esistenza di un simile individuo è pace e quiete, e la sua morte sarà una liberazione suprema.
Osho, Crea il tuo destino

Osho, Non ascoltare le opinioni degli altri


3 GIUGNO 2016
 
Un mattino, mi ero appena svegliato quando alcune persone vennero a trovarmi.
Dissero: “Ci sono persone che ti criticano aspramente. Qualcuno dice che sei un ateo, altri dicono che sei un miscredente. Perché non ribatti a tutte queste opinioni, del tutto prive di valore?”.
Ribattei: “Tutto ciò che non ha valore non richiede alcuna replica. Non è forse vero che noi rendiamo importante solo ciò che riteniamo degno di una smentita?”.
A queste parole un altro disse: “Ma non è giusto che cose sbagliate si diffondano nel mondo”.
Replicai: “Hai ragione. Ma chi ha bisogno di criticare e si perde nei pettegolezzi non verrà mai zittito: quella gente ha una grande inventiva e troverà sempre nuove occasioni di farlo. Vi racconterò una storia che lo illustra”.
E vorrei ripetere anche a te la storia che raccontai a quegli amici…
Era una notte di luna piena, e la terra intera era immersa in quella luce lunare. Shankara e Parvati, seduti su Nandi, il loro torello prediletto, andarono a fare una passeggiata. Ma avevano fatto poca strada che alcune persone, incontrandoli e vedendoli seduti in groppa a Nandi, commentarono: “Guarda quella coppia di svergognati! Sono seduti tutti e due su quel povero torello… quasi non fosse un essere vivente!”. Sentendo quel commento, Parvati scese e iniziò a camminare.
Ma poco più in là, incontrarono altra gente che disse: “Curioso, chi sarà mai quell’uomo che se ne sta in groppa al torello, permettendo a quella creatura tanto delicata di camminare? Dovrebbe esserci un limite a simili vergogne”. Sentendo queste parole, Shankara scese e mise Parvati in groppa a Nandi.
Fatti pochi passi, ecco altra gente che disse: “Che svergognata, quella donna! Permette al marito di camminare, mentre lei se ne sta seduta sul toro! Amici miei, il Kaliyuga, la fine del mondo, è davvero iniziato”.A quelle parole, entrambi si misero a camminare, di fianco al torello.
Non avevano fatto che pochi metri, quando altre persone commentarono: “Guardate quegli sciocchi! Hanno un torello così forte, eppure se ne vanno a piedi”.
A quel punto Shankara e Parvati si trovarono paralizzati: non c’era altro che potessero fare. Si fermarono dunque sotto un albero per considerare il problema.
Fino a quel momento, Nandi se n’era stato zitto; a quel punto scoppiò a ridere e disse: “Posso suggerirvi una soluzione? Entrambi dovreste prendermi sulla vostra testa!”.
A quelle parole, Shankara e Parvati compresero, e risalirono tutti e due in groppa a Nandi. Ovviamente, i passanti continuarono a fare commenti; infatti, come potrebbe mai la gente smettere di criticare? Ma adesso Shankara e Parvati si godevano la loro passeggiata sotto la luna, incuranti della gente che passava.
Nella vita, se vuoi arrivare da qualche parte, sappi che è una scelta suicida dare ascolto a tutti coloro che incontri per strada.
Infatti, la persona la cui opinione ha un qualsiasi valore non la esprimerà mai, senza che le venga chiesta.
Inoltre ricorda che i passi fatti da qualcuno, se non corrispondono alle sue intuizioni e alla sua intelligenza, diventano simili a foglie secche che il vento fa volteggiare con la sua potenza.
Osho, Crea il tuo destino

Osho, Felice più di un imperatore


 2 GIUGNO 2016
 

Un imperatore era soffocato dalle preoccupazioni. Quando le preoccupazioni ti prendono d’assalto, lo fanno totalmente; infatti, una volta che un guaio ha trovato il modo di entrare, gli altri seguono la stessa strada. Chiunque permetta a un’inquietudine di possederlo inconsciamente apre la porta a molte altre. Proprio per questo motivo le preoccupazioni arrivano sempre come una folla! Nessuno si trova mai a dover fronteggiare un’unica ansia.

Potrebbe stupire che gli imperatori spesso anneghino nelle preoccupazioni; anche se la verità è che solo chi si è liberato da ogni inquietudine è un imperatore. La schiavitù dell’ansia e delle preoccupazioni è così gravosa che tutto il potere di un imperatore non riesce a vanificarla. Forse, proprio per questo motivo anche il potere degli imperi si esaurisce, usurato dalle preoccupazioni.
Un uomo vorrebbe essere un imperatore, per avere il potere e l’indipendenza che la cosa comporta. Ma alla fine, scopre che nessuno è più impotente, dipendente e sfortunato di un imperatore; e questo perché chiunque voglia ridurre gli altri in schiavitù, alla fine diventa schiavo degli stessi schiavi. Qualsiasi cosa vogliamo dominare, alla fine riesce a dominarci. Per conseguire un’indipendenza, è essenziale non solo conseguire una libertà dalla schiavitù altrui, ma liberarsi anche dalla mentalità che tende a ridurre gli altri in schiavitù!
Questo imperatore viveva in una schiavitù simile. Era partito tentando di conquistare dei paradisi, ma dopo tutte le sue vittorie si era reso conto di sedere sul trono dell’inferno. Qualsiasi cosa aveva vinto grazie al suo ego, alla fine si era dimostrata essere un inferno; d’altra parte, l’ego non potrà mai conquistare il paradiso, perché in paradiso non esiste alcun ego.
Adesso quell’imperatore voleva liberarsi dal sé infernale che aveva raggiunto. Purtroppo è difficile conseguire il paradiso ed è facile perderlo, mentre è facile raggiungere l’inferno ed è difficile perderlo.
Si voleva liberare dal fuoco delle preoccupazioni, chi non lo vorrebbe? Chi vorrebbe mai restare seduto sul trono dell’inferno? D’altra parte, chiunque voglia sedere su un trono siederà sul trono dell’inferno. Ricordalo: in paradiso non esiste alcun trono; semplicemente, i troni dell’inferno, visti da lontano, sembrano i troni del paradiso.
Giorno e notte, addormentato o sveglio, quell’imperatore lottava contro ansie e preoccupazioni di ogni tipo. Anche se le persone con una mano si liberano delle loro preoccupazioni, con migliaia di mani ne invitano a profusione!
L’imperatore voleva liberarsi da tutte le preoccupazioni, ma al tempo stesso voleva diventare un grande monarca. Forse pensava che, una volta diventato imperatore del mondo, si sarebbe liberato da tutti i suoi affanni: la follia dell’uomo continua ad arrivare a simili conclusioni. Ed era per questo che ogni giorno cercava nuove regioni da dominare: ogni sera, al tramonto del sole, non voleva che i suoi confini fossero ancora là dov’erano all’alba! Sognava argento e respirava oro: nella vita, sogni e respiri simili sono molto pericolosi, perché sognare argento crea catene per i propri respiri, e respirare oro riversa veleno nella propria anima. Lo stordimento che accompagna il vino dell’ambizione può essere solo spezzato dalla morte.
La vita dell’imperatore stava ormai tramontando, e la fine dei suoi giorni si stava avvicinando: la morte aveva iniziato a invitarlo. La sua forza diminuiva giorno dopo giorno, e le sue preoccupazioni aumentavano: la sua vita era in subbuglio!
Quello che un uomo semina in gioventù raccoglie nella vecchiaia. I semi velenosi non ti preoccupano mentre li semini, ti inquietano soltanto quando il raccolto è maturo. Chi riesce a vedere quell’inquietudine nei semi non li semina; una volta seminati, non ce ne si può liberare… dovranno essere raccolti, non è possibile evitarlo!
L’imperatore era in piedi in mezzo al suo raccolto, qualcosa che lui stesso aveva seminato. Per sfuggire a tutto ciò aveva persino pensato di suicidarsi; però, l’avidità di essere un imperatore e la speranza di arrivare a essere un monarca universale in futuro non gli permettevano di fare neppure quello. Avrebbe potuto perdere la sua vita – di fatto l’aveva già perduta – ma era al di là delle sue capacità rinunciare a essere un imperatore: quel desiderio era la sua stessa vita, e solo desideri simili – desideri che sembrano essere vita – la distruggono.
Un giorno, nel tentativo di liberarsi dai propri assilli, andò a spasso su una collina verdeggiante. Ma è più difficile sfuggire le proprie preoccupazioni che scappare perfino dalla propria pira funeraria. Qualcuno potrebbe riuscire a sfuggire la propria cremazione, ma non le proprie ansie e le preoccupazioni; e questo perché la pira funeraria è all’esterno e le inquietudini sono all’interno. Qualsiasi cosa presente dentro di te ti accompagnerà sempre: ovunque sarai, sarà al tuo fianco. Se non si cambia il proprio sé alle radici, è del tutto impossibile sfuggire i propri affanni.
L’imperatore si ritrovò a cavalcare nella foresta. All’improvvisò udì il suono di un flauto; qualcosa in quel suono lo fece fermare bruscamente, e lo indusse a voltare il cavallo verso quella musica.
Nei pressi di una cascata, all’ombra di un albero, un giovane pastore stava suonando il flauto e danzava; nelle vicinanze riposavano le sue pecore. L’imperatore gli disse: “Sembri felice come se avessi conquistato un regno”.
Il giovane ribatté: “Che dici? Io prego continuamente l’esistenza di non darmi un regno! Adesso sono un imperatore, ma nessuno che conquisti un regno resta un imperatore”.
Il re rimase stupefatto e chiese: “Dimmi, cosa possiedi che fa di te un imperatore?”. Il giovane rispose: “Non è con la ricchezza ma con la libertà e l’indipendenza che si diventa un imperatore. Io non ho nulla, a eccezione di me stesso. Io possiedo solo me stesso, e non esiste ricchezza più grande di questa. Non riesco a pensare a nulla che un imperatore abbia e che io non ho: possiedo occhi in grado di vedere la bellezza, ho un cuore che ama, ho la capacità di immergermi nella preghiera. La luce che il sole mi dona non è inferiore alla luce che dà a un imperatore, e la luce che la luna riversa su di me non è minore di quella che riversa su un imperatore. Fiori meravigliosi spuntano sia per me che per lui. Un imperatore mangia il suo cibo e copre il suo corpo, io faccio lo stesso.
Dunque, cos’ha un imperatore che io non ho? Forse ha le preoccupazioni di un monarca, ma possa Dio salvarmi da tutto ciò: una pira funeraria è di gran lunga meglio di quelle preoccupazioni! D’altra parte, ci sono molte cose che io ho e un imperatore non ha: la mia indipendenza, la mia anima, la mia felicità, la mia danza, la mia musica. Io sono felice con ciò che ho, pertanto sono un imperatore”.
L’imperatore ascoltò i punti di vista del giovane e disse: “Mio caro, ciò che dici è giusto. Va’ e informa ogni villaggio che anche l’imperatore conferma le tue parole”.
Osho, Crea il tuo destino

Osho, Gli abiti possono ingannare


1 GIUGNO 2016  
 

Un amico è diventato un sannyasin tradizionale. Oggi è la prima volta che mi viene a trovare, dopo aver fatto quella scelta. Vedendolo vestito di giallo zafferano, gli ho detto: “Pensavo che tu fossi diventato un vero sannyasin, ma cosa vedo? Perché hai cambiato il colore dei tuoi vestiti?”.

Lui ha sorriso della mia ignoranza e ha detto: “Un sannyasin ha il proprio codice nell’abbigliamento”.
Sentendo queste parole, ho iniziato a riflettere; e lui mi ha chiesto: “Cosa c’è da pensare tanto?”.
Ho spiegato: “È qualcosa che richiede una profonda riflessione, perché un sannyasin non dovrebbe avere alcuna regola rispetto all’abbigliamento; e se ne ha una, non è un sannyasin”.
Forse non ha capito le mie parole, perché mi ha chiesto: “Dopotutto, un sannyasin deve indossare qualcosa; oppure vuoi che vada in giro nudo?”.
Ho replicato: “Non è vietato indossare abiti e non ci sono regole che lo impediscano. La cosa da valutare è l’insistenza nell’indossare qualcosa in particolare, contrapposta al non indossare nulla.
Amico mio, la regola non si riferisce ai vestiti quanto piuttosto all’imporre qualcosa”.
Ha commentato: “Ma indossare abiti particolari mi aiuta a ricordare che sono un sannyasin”.
A quel punto sono scoppiato a ridere, e ho detto: “Ciò che si è non dev’essere ricordato. Ricordarsi di ciò che non si è, questo richiede un continuo nutrimento; ma una spiritualità che si può ricordare solo grazie agli abiti, potrà mai essere spiritualità? Gli abiti sono cose molto superficiali e futili, perfino la pelle non è abbastanza profonda; la carne e il midollo sono a loro volta poco profondi… e neppure la mente lo è! Fatta eccezione per l’anima, non esiste nulla di abbastanza profondo da poter diventare la dimora della spiritualità. E ricorda, coloro che restano focalizzati su cose superficiali non sperimenteranno mai la dimensione interiore. Coloro che restano fissati sui vestiti non possono avere alcuna consapevolezza della propria anima, appunto per quel motivo.
Cos’altro nel mondo, fatta eccezione per la mente, si fissa sugli abiti e gli abbellimenti esteriori? Solo colui che si libera dai vestiti è un sannyasin”.
Poi gli raccontai una storia…
Un imitatore andò al palazzo del re e disse: “Voglio che mi doni di cinque rupie”.
Il re disse: “A un artista che dà uno spettacolo posso dare una ricompensa, ma non fargli un dono”.
L’imitatore sorrise e se ne andò; ma, mentre stava uscendo, disse: “O re, accetterò la ricompensa solo se mi fai anche il dono. Per favore, ricordalo”.
La cosa finì lì. Qualche giorno dopo, nella capitale si diffuse in un lampo la notizia che era giunto un sannyasin bellissimo. E proprio fuori dalla città c’era un giovane sannyasin seduto in profonda meditazione: non parlava, non apriva gli occhi e stava immobile.
Una folla sempre più numerosa andava da lui, tutti volevano vederlo: intorno a lui si accumulavano fiori, frutta fresca, frutta secca e dolciumi, ma lui era in profonda meditazione per cui non sapeva nulla di tutto ciò.
Passò un giorno, ne passò un altro e la folla continuava ad aumentare. Al mattino del terzo giorno, il re in persona andò a vedere il sannyasin. Offrì centomila monete d’oro ai suoi piedi e pregò per ottenere le sue benedizioni, ma il sannyasin era immobile come una roccia; nulla riusciva a tentarlo o a farlo muovere. Dunque, perfino il re non ci era riuscito e, mentre tornava a palazzo, udì la folla che ancora inneggiava a quel monaco itinerante.
Ma il quarto giorno la gente vide che nella notte il santo era scomparso. E proprio quello stesso giorno l’imitatore ricomparve alla corte del re, e gli disse: “Adesso che mi hai fatto dono di centomila monete d’oro, per favore dammi la mia ricompensa di cinque rupie”.
Il re era allibito, e disse a quell’uomo: “O stolto, perché mai hai ignorato quelle centomila monete d’oro? E perché adesso mi chiedi cinque rupie?”.
L’imitatore ribatté: “Sire, visto che non mi hai voluto fare una donazione all’inizio, come avrei potuto accettare la seconda? Non è forse sufficiente avere una ricompensa per il proprio lavoro? Inoltre, quando recitavo la parte del sannyasin, anche se ero un santo fasullo, ero comunque un sannyasin; dunque ho dovuto conservare la dignità del sannyas”.
Se mediti su questa storia, molte cose ti colpiranno: gli imitatori possono essere sannyasin. Come mai? Perché nei cosiddetti abiti di un sannyasin c’è spazio sufficiente dove un imitatore si può nascondere: ovunque un abito abbia valore, qualsiasi imitatore ne può approfittare. Quell’imitatore in realtà era un mistico, ecco perché a fronte di un’offerta di diecimila monete d’oro preferì accettare solo cinque rupie; ma non sarebbe giusto aspettarsi che tutti gli imitatori siano così religiosi. Il re fu ingannato dai suoi vestiti.
Poiché gli abiti indossati possono ingannare le persone, gli approfittatori e gli imbroglioni li hanno resi molto importanti. E quando una persona ha successo nell’ingannare gli altri, quel successo diventa una solida base nell’ingannare se stessi.
Si dice: “Satyameva jayate, solo la verità trionfa”. Ma questo è un criterio molto pericoloso; infatti, in questo modo si ha l’idea che qualsiasi cosa trionfi sia vera. Se “la verità trionfa” in breve la mente arriverà a questa conclusione: tutto ciò che trionfa è vero!
Una spiritualità che può essere imitata non è vera spiritualità; infatti, se è così, nulla sarà più facile di una recita fatta da un attore. Se un imitatore può impersonare un sannyasin, anche i sannyasin possono essere imitatori!
In realtà, non esiste alcun codice d’abbigliamento per i sannyasin: può esistere una simile etichetta solo per chi imita. E se non esistono regole su come vestirsi, per un sannyasin non si pone neppure il problema di proteggere la propria dignità: quella preoccupazione ce l’hanno solo gli imitatori, non i sannyasin. E simili preoccupazioni si troveranno soltanto negli imitatori che sanno di essere solo degli attori.
Coloro che hanno iniziato a pensare a se stessi come sannyasin, solo perché indossano abiti particolari, sono soltanto attori che impersonano Rama in uno spettacolo teatrale, e che iniziano a prendersi sul serio.
Conosco un simile attore: dopo aver recitato il ruolo di Rama in uno spettacolo, non ha più lasciato quel ruolo. La gente dice che è matto.
Qualsiasi imitatore si può vestire come un sannyasin, ma se poi inizia a credere di essere un sannyasin, non solo scimmiotta, è anche impazzito!
Osho, Crea il tuo destino