Osho, Libero dalla mente


31 MAGGIO 2016

 

Era una notte buia durante la stagione delle piogge. Il cielo era carico di nuvole e il fragore dei tuoni era accompagnato da lampi potentissimi. Un giovane cercava di orientarsi alla loro luce, e alla fine raggiunse la porta di una capanna dove un saggio vecchissimo aveva vissuto per tutta la vita.
Quel vecchio non aveva mai lasciato la capanna per andare da qualche parte; eppure, quando gli si chiedeva se avesse mai visto qualcosa del mondo, rispondeva: “L’ho visto, l’ho conosciuto a fondo. Il mondo non esiste forse all’interno dell’essere?”.
Conosco quel vecchio, siede dentro di me; ed è vero che non ha mai lasciato la sua casa. Se ne sta lì, ed è sempre la stessa persona ferma lì dentro. E conosco anche quel giovane molto bene, perché sono anche lui.
Per un po’ quel giovane rimase fermo di fronte all’ingresso. Poi, con trepidazione, bussò leggermente alla porta. Dall’interno giunse una voce: “Chi è là? Che cosa stai cercando?”.
Il giovane rispose: “Non so chi sono; ma per parecchi anni ho girovagato alla ricerca della felicità. Sto cercando la felicità, e quella ricerca mi ha portato alla tua porta”.
Dall’interno giunse una risata, poi la voce disse: “Come potrà mai qualcuno che non conosce neppure se stesso trovare la felicità? In quella ricerca, non è possibile avere alcuna oscurità sotto una lampada. D’altra parte, perfino sapere di non conoscere se stessi dimostra che sai abbastanza, ragion per cui aprirò la porta. Ma ricorda, se qualcun altro apre una porta, quella non è la tua soglia”.
La porta si aprì, alla luce di un lampo il giovane vide un mistico ergersi di fronte a lui: non aveva mai visto tanta bellezza. Il mistico era assolutamente nudo. In verità, la bellezza è sempre nuda; gli abiti esistono solo per coprire la bruttezza. Il giovane si arrese totalmente ai piedi di quel vecchio; poggiò la testa su di loro e chiese: “Cos’è la felicità? Cos’è la felicità?”.
A quelle parole il vecchio iniziò a ridere di nuovo, e disse: “Mio diletto, la felicità dimora nell’indipendenza. Non appena sei libero da vincoli e legami, ecco che vieni inondato di felicità. Lascia perdere i miei piedi, dimentica i piedi altrui! Tu stai cercando una felicità che dipende da qualcun altro, questa è stupidità! Tu stai cercando all’esterno, questa è idiozia! In verità, proprio il tuo stesso essere alla ricerca è follia. Si può cercare ciò che esiste nel mondo esteriore, ma come si potrà mai ricercarvi qualcosa che esiste all’interno del proprio essere? Lascia perdere ogni ricerca e guarda: è sempre stata presente dentro di te”.
A quel punto il vecchio prese due frutti dalla sua borsa e disse: “Ti dono questi due frutti. Sono davvero magici: se mangi il primo, comprenderai cos’è la felicità; se mangi il secondo, sarai felice. Ma puoi mangiare solo uno dei due; infatti, non appena ne mangi uno, l’altro scompare. E ricorda: se mangi il secondo frutto, non capirai mai cos’è la felicità. Adesso sta a te scegliere: dimmi, quale scegli?”.
Il giovane esitò per un momento, poi disse: “Voglio conoscere cos’è la felicità, prima di tutto; perché senza conoscerla, come posso trovarla?”.
Il vecchio iniziò a ridere e disse: “Posso capire il motivo per cui la tua ricerca si è protratta tanto a lungo. Se continuerai su questa strada non troverai mai la felicità – e non solo per gli anni a venire, ma per parecchie incarnazioni –, perché ricercare la conoscenza di ciò che è la felicità non è la stessa cosa che conseguirla. Conoscere qualcosa sulla felicità e l’esperienza della felicità sono polarità opposte: sapere qualcosa sulla felicità non è felicità; al contrario, è dolore, è infelicità. Sapere della felicità ma non essere felici: questa è la vera infelicità. Proprio per questo semplice motivo l’essere umano è più infelice delle piante, degli animali, degli uccelli. D’altra parte, anche l’ignoranza non è felicità: è solo essere inconsapevoli dell’infelicità”.
La felicità si trova quando si va al di là del sapere e dell’ignoranza. Ignoranza significa essere inconsapevoli dell’infelicità, conoscenza è esserne coscienti; felicità vuol dire essere liberi da entrambi: conoscenza e ignoranza.
Il risultato dell’andare al di là di entrambi è libertà dalla mente in quanto tale: non appena si è liberi dalla mente, ci si orienta verso il sé. Essere radicati nel sé è felicità, è beatitudine. È libertà ed è estasi sublime.
Osho, Crea il tuo destino

Osho: Cos’è la vita?


30 MAGGIO 2016

Cos’è la vita?
È un rituale del sacro fuoco, ma solo per coloro che offrono se stessi in nome della verità.
Cos’è la vita?
È una preziosa opportunità, ma solo per coloro che riescono a farsi coraggio, a operare con determinazione e a compiere uno sforzo.
Cos’è la vita?
Una sfida benedetta, ma solo per coloro che l’accettano e si confrontano con essa.
Cos’è la vita?
Una lotta estrema, ma solo per coloro che raccolgono tutta la loro forza e lottano fino alla vittoria.
Cos’è la vita?
Un grande risveglio, ma solo per coloro che lottano contro il loro sonno profondo e contro la loro inconsapevolezza.
Cos’è la vita?
Un canto divino, ma solo per coloro che hanno fatto di se stessi uno strumento del divino.
In caso contrario, la vita non è altro che una morte lenta e procrastinata.
La vita diventa ciò che ne facciamo: la vita non viene data, dev’essere conquistata.
La vita è una perenne creazione del sé da parte del sé. Non è un destino, è creazione.
Dopo aver condotto un’arringa lunga e noiosa, un avvocato si rivolse furioso al giudice, dicendo: “Vostro onore, la giuria sta dormendo!”.
Il giudice replicò: “Mio forbitissimo amico, sei stato tu ad averla addormentata. Dovresti procedere in modo tale da permettere loro di stare svegli. Anch’io in certi momenti mi sono appisolato!”.
Se la vita è un’esperienza di sonnolenza, dovremmo comprendere di aver fatto qualcosa che l’ha fatta addormentare. Se la vita è un’esperienza di dolore, dovremmo comprendere di aver fatto qualcosa che l’ha resa dolorosa. La vita è un’eco di ciò che siamo. La vita non è altro che il nostro riflesso.
Osho: Crea il tuo destino

I pensieri sono simili a sogni: non fidarti!


29 MAGGIO 2016 
   
Non vale la pena vagliare se la religione si trova nelle elucubrazioni filosofiche oppure no. La religiosità ha significato unicamente quando è la tua stessa vita, non un semplice pensiero.
Nei pensieri si trova molta religione, ma quella religione forse ti eleva? Non fa che soffocarti. Accade mai che qualcuno si avventuri nell’oceano con una barca fatta solo di pensieri? Eppure la gente si avventura nell’oceano della verità con una barca formata solo da pensieri! Non stupisce quindi se la si vede affondare a pochi metri dalla riva: perfino una barchetta di carta potrebbe portarti più lontano di una navicella fatta di pensieri; perfino quella è più realistica! I pensieri sono simili a sogni, non ci si deve fidare.
Se la religione fosse semplicemente racchiusa nei pensieri, nulla potrebbe essere più falso. Se la religione vive soltanto nei testi sacri, è morta. Finché la religione si limita a vivere nelle parole, è priva di qualsiasi forza.
La religione che esiste unicamente nelle sette e nei culti non è affatto religione. La religione diventa viva solo quando è vissuta nella vita; la religione è vera solo se vive nei respiri della vita. E quando c’è verità esiste potere, esiste azione; e dove c’è azione, c’è vita.
Un prigioniero morì. Un gruppo di persone si riunì intorno al suo cadavere; ma nessuno piangeva, tutti stavano ridendo; vedendo quella situazione, anch’io mi fermai con quella folla.
Quel prigioniero aveva passato anni in carcere, praticamente non c’era crimine che non avesse commesso. Aveva passato dietro le sbarre la maggior parte della sua vita; eppure quell’uomo aveva pensieri davvero devoti. Determinato a proteggere la religione, girava sempre con in mano un grosso bastone, e quando non stava facendo malefatte, cantava con orgoglio: “Rama, Rama”.
Era solito dire: “La morte è meglio di una disgrazia”. Quello era il principio su cui aveva fondato la sua vita. L’aveva scritto, insieme ad altre pratiche spirituali, su un pezzo di carta racchiuso in un amuleto che portava legato al polso. Non ancora soddisfatto, quando alla fine venne rilasciato dal carcere, si era fatto tatuare su entrambe le braccia quelle parole; inoltre, su diverse parti del corpo si era fatto tatuare: “Rama, Rama”.
Il  suo  cadavere  giaceva  ora  sotto  il  sole  del mattino. Le sue braccia testimoniavano la sua filosofia di vita, ma in verità la sua vita era rivelata da come l’aveva effettivamente vissuta. Solo a quel punto potei capire perché la gente lì raccolta non piangeva, ma rideva.
La situazione in cui l’uomo si ritrova, in nome della religione, è esattamente la stessa.
Ebbene, vorrei chiederti se sia giusto piangere, oppure ridere, di fronte a questo stato di cose!
Osho: Crea il tuo destino

Osho: La soglia della vita attraverso il processo della morte


28 MAGGIO 2016
 

  Cosa dovrei dire sulla religione? La religione è la soglia della vita attraverso il processo della morte.

Una notte ero su una barca. La barca era grande e molti amici erano con me. Chiesi loro: “Questo fiume scorre veloce, ma dove va?”.
Qualcuno rispose: “Verso l’oceano”.
È vero che tutti i fiumi scorrono verso l’oceano; ma correndo in quella direzione non è forse vero che tutti corrono verso la propria morte? Dopotutto, i fiumi si perderanno nell’oceano. Forse è proprio per questo motivo che gli stagni non si muovono mai verso l’oceano: quale uomo saggio vorrebbe mai avvicinarsi alla propria morte? Ed è per questo stesso motivo che i cosiddetti saggi non si avvicinano alla religione: l’oceano è per il fiume ciò che la religione è per l’uomo. La spiritualità presuppone la completa perdita di se stessi nell’esistenza: quella sarà per l’ego una morte estrema. Coloro che si vogliono salvare diventano degli stagni di ego, riuscendo così a non dissolversi nell’oceano dell’essenza divina. L’inevitabile conseguenza di una fusione con l’oceano è l’assoluto annientamento del proprio sé. Ma quella morte non è una vera morte; infatti, paragonata alla vita che si ottiene come risultato dell’unione, la vita che conosciamo adesso assomiglia a una morte. E lo dico dopo essere morto io stesso!
Perché la vita Reale possa iniziare, si deve morire a questa vita fasulla.
Per armonizzarsi con l’universo sconfinato, la nostra realtà atomica deve dissolversi.
Ciò che è morte da un lato diventerà vita dall’altro.
La morte dell’ego è la nascita dell’anima: questo non è un annichilirsi, questa è la vera essenza. Chi non riesce a comprendere questa verità rimarrà deprivato della vita.
Un lago per un fiume non è vita: è la sua morte, sebbene diventando un lago potrebbe sembrare al fiume una sorta di sicurezza. E l’oceano non è la morte del fiume, è la sua stessa vita, sebbene sembri che l’oceano l’abbia inghiottito.
Un giorno Radha chiese a Krishna: “Mio Signore, questo flauto è sempre sulle tue labbra, ne sono davvero gelosa. Questo flauto di bambù riceve così tanto dal tocco sublime delle tue labbra che mi sento morire dalla gelosia. Perché è così vicino a te? Perché ti è così caro? Non faccio che pensare: vorrei essere il flauto di Krishna. E nelle prossime incarnazioni desidero soltanto essere il flauto che riposa sulle tue labbra”.
Sentendo quelle parole, Krishna rise a crepapelle e disse: “Mia amata, è difficilissimo essere un flauto. Forse non c’è nulla di più difficile; solo colui che riesce ad annullare totalmente se stesso può diventare un flauto. Questo flauto non è solo un pezzo di bambù; in realtà, è il cuore di un amante: di per sé non ha alcuna nota, ha fatto delle tonalità dell’amante la propria musica. Io canto, lui canta; se io sono in silenzio, lui è in silenzio… ragion per cui la mia vita è diventata la sua stessa vita”.
Inavvertitamente passavo di lì e per caso ho sentito questa conversazione tra Radha e Krishna. Il mistero della musica è rivelato nel mistero dell’essere un flauto: la chiave per trovare l’essere è nell’estinguersi dell’ego.
Cosa significa essere religiosi? La religiosità è la soglia della vita attraverso il processo della morte.
Osho: Crea il tuo destino

L’ignoranza si esprime e la conoscenza tace

27 MAGGIO 2016

 
Questo episodio accadde in pieno giorno. Un gruppo di persone venne da me e disse: “Non esiste alcun Dio e la religione è tutta ipocrisia”.
Sentendo queste parole, mi alzai e scoppiai a ridere, al che mi chiesero: “Perché ridi?”.
Spiegai: “Rido perché l’ignoranza è in grado di esprimersi e la conoscenza tace. È così facile dire qualcosa sull’esistenza o la non esistenza di Dio? Non sono forse tutte quelle scelte frutto del mero sapere dell’uomo, qualcosa di cui si può solo ridere?
Coloro che conoscono i limiti del proprio sapere non fanno affermazioni simili, al contrario si sentono umili e incapaci di dire qualcosa; e in quei momenti così misteriosi anch’essi trascendono i loro limiti. In quegli istanti conoscono se stessi come pure la verità; infatti, la verità esiste nell’essere, e l’essere esiste nella verità: non è forse vero che la goccia viene trovata nell’oceano, e l’oceano nella goccia? Potrà mai una goccia che non conosce se stessa aspirare a conoscere l’oceano? E se non riuscisse a trovarlo, non direbbe forse che non esiste? Laddove, se la goccia riesce a conoscere se stessa, può conoscere anche l’oceano.
Pensare a Dio è del tutto privo di significato. Ebbene, vi chiedo: conoscete voi stessi? E se qualcuno non conosce se stesso, avrà mai la competenza per decidere sull’esistenza di Dio, oppure per decidere sulla sua non esistenza?”.
“Conosci te stesso?”: sentendo questa domanda, quegli amici iniziarono a guardarsi l’un l’altro. E non lo fareste anche voi, sentendola? Ricordate: senza conoscere il proprio essere nella vita non esiste alcuno scopo, né alcun valore. E a quegli amici tornai a narrare una conversazione che avvenne migliaia di anni fa, in Grecia…
Qualcuno chiese a un vecchio saggio: “Tra tutte le cose che esistono al mondo, qual è la più grande?”.
Il saggio rispose: “Il cielo, perché tutto ciò che esiste, esiste nell’aere; laddove il cielo in quanto tale non esiste all’interno di qualcos’altro”.
Quella persona domandò ancora: “E qual è la cosa migliore?”.
Il saggio rispose: “La grazia, perché tutto può essere sacrificato per lei, mentre la grazia non può essere sacrifica per nessun’altra cosa”.
Al che venne la domanda: “E qual è la cosa più volubile?”.
“Il pensiero” rispose il saggio.
Allora quell’uomo chiese: “E qual è la cosa più facile da dare?”.
Il saggio rispose: “Un consiglio”. “E la più difficile?”
“La conoscenza del proprio essere” concluse il saggio.
Di certo conoscere il proprio sé sembra essere la cosa più difficile; infatti, per conoscerlo, si dovrà rinunciare a qualsiasi altra cosa. La conoscenza del sé non è possibile, senza aver abbandonato come prima cosa tutto il proprio sapere.
L’ignoranza è un ostacolo alla conoscenza del sé. Il sapere è un ostacolo alla conoscenza del sé.
Ma esiste un altro stato che non è sapere né è ignoranza: in quello stato ecco che la conoscenza dell’essere si manifesta.
Io chiamo samadhi, meditazione, quello stato dell’essere.
Osho: Crea il tuo destino

Per amare occorre un cuore semplice

26 MAGGIO 2016

  
L’ego rende il cuore simile a un sasso. L’ego è la morte di tutto ciò che è vero, buono e bello nella vita. Ecco perché non esiste altro ostacolo sulla nostra via al divino, fatta eccezione per l’ego: come potrebbe mai, una persona il cui cuore si è impietrito, conoscere l’amore? E là dove non esiste amore alcuno, come potrà mai esistere il divino? Per l’amore è necessario un cuore semplice e umile, un cuore semplice e colmo di benevolenza. In proporzione a quanto l’ego si è consolidato, il cuore ha perso altrettanta semplicità e capacità di sentire.
In cosa consiste la religiosità? Quando qualcuno me lo chiede, dico: “La religiosità è semplicità del cuore, la potenza del sentire del cuore”.
Purtroppo ciò che oggi esiste sotto il nome di religione è la manifestazione di forme egoiche molto sottili e contorte. L’ego è la causa alla radice di ogni violenza.
“Io sono”: questa stessa sensazione è violenza. Di conseguenza “io sono qualcosa” è una forma di violenza ancora più grande. Una mente violenta non può scoprire la vera bellezza, perché qualsiasi violenza indurisce chiunque. L’insensibilità implica la chiusura delle porte dell’essere; e come potrà mai chi ha chiuso le porte del proprio essere avere una qualsiasi relazione?
C’era una volta un santo di nome Hasan. Viveva fuori dal villaggio e da giorni era affamato, quando alcuni pellegrini andarono a trovarlo. Anche loro erano stanchi e affamati dopo un lungo ed estenuante viaggio. Non appena arrivarono e sedettero in quella capanna diroccata, uno sconosciuto portò loro una quantità enorme di cibo e di frutta, dicendo: “Questa offerta insignificante è per coloro che praticano la penitenza e hanno rinunciato ai piaceri del mondo”.
Quando quell’uomo se ne andò, Hasan disse ai suoi compagni: “Amici, anche questa notte dovrò andare a dormire senza cibo; infatti, quando mai io ho praticato alcuna penitenza, e come potrei mai io essere qualcuno che rinuncia? In verità, dov’è questo io?”.
“Io non sono”: chiunque l’ha riconosciuto conosce il divino che è l’esistenza.
“Io non sono”: chiunque lo scopre può trovare l’essenza divina.
Osho: Crea il tuo destino

Osho: La verità è qualcosa di assolutamente interiore

25 MAGGIO 2016

 
Affermo l’urgenza di un radicale cambio della mente! Nessun cambiamento che avvenga al livello superficiale del corpo potrà mai avere alcun valore reale. Il semplice cambiare il modo in cui ci si comporta non è sufficiente; infatti, senza una rivoluzione interiore non farai altro che ingannare te stesso.
D’altra parte, perfino le persone nelle quali affiora l’idea di cambiare se stesse, ben presto si preoccupano di cambiare i loro abiti e non il loro cuore. Questa è la soluzione estrema per ingannare se stessi; è davvero fondamentale esserne consapevoli, altrimenti perfino quel rinunciare sarà solo un evento esteriore. Il mondo è altro da noi, ma perfino rinunciarvi può essere un atto esteriore; in questo caso la tua vita andrà perduta lungo sentieri oscuri.
Non c’è dubbio che il sentiero del desiderio sia connesso all’ignoranza; ma se anche il distacco dai desideri materiali è qualcosa di esteriore, ci si ritroverà a percorrere nuovi sentieri lastricati con l’ignoranza.
La verità è che ignoranza e oscurità sono il risultato di una consapevolezza focalizzata su ciò che è al di fuori del proprio essere. E non fa alcuna differenza se l’oggetto della propria messa a fuoco estroversa è il mondo o la ricerca del Vero: se la mente è coinvolta nella sfera esteriore, sia che si indulga nei piaceri del mondo sia che vi si rinunci, la tua messa a fuoco resta comunque sull’esterno.
Se la mente è libera dalla dimensione esteriore, tornerà spontaneamente al centro dell’essere.
L’idea fallace che la sfera esteriore possa portare qualche frutto è il regno mondano, la comprensione che la sfera esteriore non darà mai alcun appagamento è il sannyas, ovvero la ricerca del Reale.
Ho sentito raccontare una storia…
In una città si ebbero due morti nello stesso giorno. Era una coincidenza davvero strana. Il primo era uno yogin e l’altra era una prostituta; entrambi lasciarono questo mondo lo stesso giorno e nello stesso momento. I due vivevano in case che si fronteggiavano: avevano vissuto una vita iniziata nello stesso momento e che si era conclusa nello stesso istante.
Quella coincidenza sorprese tutti in città, ma accadde qualcosa di ancor più sorprendente, che soltanto lo yogin e la prostituta conobbero. Non appena morirono, i messaggeri della morte scesero a prelevarli; però quegli inviati portarono la prostituta in paradiso e lo yogin all’inferno!
Lo yogin protestò: “Amici miei, indubbiamente dev’esserci un errore: perché portate la prostituta in paradiso e me all’inferno? A cosa è dovuta questa ingiustizia? Che malinteso è mai questo?”.
Gli inviati della morte ribatterono: “No, signore; non ci sono errori, ingiustizie o malintesi. Per favore, da’ uno sguardo verso la Terra per un momento”.
Lo yogin guardò e vide il suo corpo decorato con fiori che veniva portato alla pira funeraria ed era seguito da un’immensa processione: a migliaia lo accompagnavano al suono di un tamburo; e al crematorio era stata allestita una pira di legno di sandalo, appositamente per lui. Invece, sull’altro lato della strada giaceva ignorato il cadavere della prostituta: nessuno si degnava di portarlo via da lì, e cani e avvoltoi lo stavano assalendo, divorandolo.
Vedendo tutto ciò lo yogin disse: “La gente sulla Terra ha un senso della giustizia maggiore!”.
I messaggeri replicarono: “Accade perché quella gente conosce solo ciò che è successo esteriormente. La loro capacità di visione non va al di là del corpo; in realtà, ciò che conta davvero non è il corpo bensì la mente: nel tuo corpo tu eri un sannyasin, ma nella tua mente? La tua mente non ha forse sempre amato la prostituta? Non è forse vero che nella tua mente è sempre stata vivida l’idea che la musica e la danza che rallegravano la casa della prostituta fossero cose piacevoli, laddove la tua vita era del tutto priva di delizie?
“D’altro canto, quella prostituta non ha fatto che pensare a quanto dovesse essere estatica la vita di uno yogin. Di notte, quando tu cantavi inni devozionali, lei piangeva, persa nella sua malinconia. Da un lato il tuo ego si inorgogliva per essere un ricercatore del Vero, dall’altro lei diventava sempre più umile, martoriata dai suoi peccati. Tu ti indurivi sempre di più a causa della tua presunta conoscenza, e lei diventava sempre più morbida e ricettiva, consapevole della sua ignoranza.
Alla fine, tutto ciò che a te è rimasto è stata la tua personalità, divorata dall’ego, mentre la sua ne divenne completamente libera. Di fronte alla morte, tu avevi dentro di te soltanto ego e bramosia, mentre nella sua mente non c’era nulla di tutto ciò: la sua mente era colma della luce divina, di amore e preghiera”.
La verità della vita non dimora negli abbellimenti esteriori; dunque, che senso ha cambiare ciò che è esteriore?
La verità è assolutamente interiore, è totalmente dentro di te. Per scoprirla, si deve operare non alla circonferenza della personalità ma nel proprio centro: trova quel centro; se viene trovato, di certo verrà trovata anche la verità perché, dopo tutto, essa è nascosta nell’essere.
La religione non è un cambiamento alla circonferenza, è una rivoluzione dell’essere interiore.
La religione non è un atteggiamento esteriore, è un duro lavoro al centro del proprio essere.
La religione è un duro lavoro sul proprio essere. È grazie a quell’impegno che l’io viene distrutto e la verità viene conseguita.
Osho: Crea il tuo destino

Osho: L’arte di discernere, con occhi spalancati

24 MAGGIO 2016

 
Ero in una grande città. Alcuni giovani mi vennero a trovare, e iniziarono a chiedermi: “Credi in Dio?”.
Dissi: “No. Che rapporto potrà mai esserci tra il credere e Dio? Io conosco Dio!”.
Poi raccontai loro una storia…
In un Paese era scoppiata una rivoluzione. I rivoluzionari erano impegnati a cambiare ogni cosa. Erano determinati a distruggere anche la religione, ragion per cui un vecchio monaco fu arrestato e portato in tribunale, dove gli chiesero: “Credi in Dio?”.
Il monaco replicò: “No, signori, io non credo. Ma Dio esiste, cosa ci posso fare?”.
Gli chiesero: “Come sai che esiste?”.
Il vecchio spiegò: “Dal giorno in cui ho aperto gli occhi non ho visto altri che lui”.
La risposta di quel vecchio fu come benzina messa sul fuoco. I rivoluzionari divennero furibondi e dissero: “Presto uccideremo tutti i monaci e tutte le suore. E a quel punto…?”.
Il vecchio rise e disse: “Sarà come Dio vorrà!”. “Ma noi abbiamo deciso di distruggere ogni vestigia della religione. Non lasceremo alcuna traccia di Dio nel mondo.”
Al che il vecchio replicò: “Figlioli, avete scelto un compito davvero difficile: ma sia fatta la volontà di Dio! Come potrete mai distruggere ogni segno di Dio? Tutto ciò che rimarrà proclamerà la sua esistenza. Quantomeno voi sarete presenti, ragion per cui ne proclamerete l’esistenza: è impossibile liberarsi di Dio, perché il divino è tutto ciò che pervade l’esistenza”.
Tutti questi malintesi sono spuntati perché Dio è stato paragonato all’uomo.
Dio non è una persona: egli è ciò che è! E anche l’idea di credere in Dio ha generato molti malintesi: che senso ha credere nella luce? La si può vedere solo quando i tuoi occhi sono aperti.
Credere sostiene l’ignoranza, e l’ignoranza è un peccato. Ciò che può condurre una persona alla verità non è una fede cieca, non sono occhi coperti da bende, ma discernimento fatto con occhi spalancati.
La verità è Dio. E non esiste altro Dio all’infuori della verità.
Osho: Crea il tuo destino

Osho: L’ego è sempre stato un mendicante

23 MAGGIO 2016

  
L’altra notte, una giovane donna venne a trovarmi e disse: “Voglio mettermi al servizio della gente”.
Le dissi: “Se ti scordi dell’‘io’, sarai automaticamente al suo servizio”.
Cos’altro, all’infuori dell’ego, impedisce al tuo stile di vita di essere al servizio degli altri?
L’ego pretende di essere generoso; in realtà, vuole ogni cosa e non dà niente: è incapace di dare; per lui, dare non è possibile. L’ego è sempre stato un mendicante; pertanto, è impossibile trovare qualcuno che sia più povero e infelice dell’egoista.
Solo qualcuno che sia un re può mettersi al servizio degli altri. Cosa potrà mai dare una persona se non ha nulla dentro di sé? Prima di dare, è essenziale avere qualcosa.
In cosa consiste il prodigarsi? Non è forse l’amore in quanto tale un prodigarsi? E l’amore nasce solo in una consapevolezza nella quale l’io è morto e sepolto.
Nella morte dell’io si ha la nascita e la vita dell’amore.
Sopra la pira funeraria dell’io, germoglia il seme dell’amore.
Coloro che sono pieni dell’io sono vuoti d’amore. L’io è il nucleo da cui ha origine lo sfruttamento; e persino il suo mettersi al servizio degli altri è uno sfruttamento. Perfino prodigandosi, quello stesso io prospera e si rafforza. L’umanità è forse inconsapevole dell’ego dei benefattori? Perfino un ego teso a sfruttare si maschera di umiltà, ma l’umiltà di un benefattore è solo un proclama dell’ego. Ricorda: l’amore non dice mai nulla e il prodigarsi è sempre silenzioso.
Inoltre, ricorda che l’amore è di per se stesso apprezzamento, e prodigarsi è in sé la propria ricompensa.
Mi sovviene un episodio davvero strano…
Due amici andarono da un insegnante per imparare a dipingere. Entrambi erano molto poveri, non avevano nulla di nulla; per cui decisero che, per iniziare, uno di loro si sarebbe dedicato alla pittura e l’altro avrebbe cercato un lavoro per sostenere entrambi; in seguito, il primo avrebbe guadagnato a sufficienza per permettere all’altro di imparare.
Il primo iniziò a dipingere con la guida dell’insegnante. Passarono gli anni e lui apprese quell’arte; il tempo non contava: il giovane si dedicò con totalità a quell’arte. Poi, piano piano iniziò a diventare famoso; nel mondo dell’arte la sua stella iniziò a brillare: il suo nome era Albrecht Dürer.
Invece, l’amico si era impegnato nello scavare in miniera e nello spaccare pietre; nel tagliare legna e trasportare pesi. Piano piano si dimenticò completamente che anche lui voleva imparare a dipingere e, quando arrivò il suo momento per apprendere quell’arte, si rese conto che le sue mani erano diventate così callose, così dure e deformi che non potevano neppure tenere un pennello.
Di fronte alla sua sfortuna, il giovane si mise a piangere, ma l’altro si rallegrò e gli disse: “Che differenza fa se sono le mie mani o le tue a dipingere? Non sono forse mie anche le tue mani?”.
Dürer divenne un grande pittore, ma il nome dell’amico che gli permise di diventarlo con il suo sudore e la sua fatica, nessuno lo conosce. Ma quel suo ignoto prodigarsi non è forse un esempio vivido del suo amore? Coloro che servono non restano forse sconosciuti e le opportunità di essere utili non sono forse una benedizione?
Non creano soltanto coloro che sono famosi, lo fa anche chi rimane sconosciuto: non esiste sforzo o preghiera più grande del prodigarsi fatto dalle mani sconosciute dell’amore.
Albrecht Dürer dipinse in un quadro le mani del suo amico in preghiera: è forse facile trovare mani così belle? È possibile trovare mani più sacre di quelle? E potranno mai delle mani, fatta eccezione per mani simili, avere il diritto di pregare?
Dunque, pochissime mani hanno avuto la buona fortuna di amare e di pregare come poté accadere alle mani di quel buon amico.
Osho: Crea il tuo destino

Osho: Le vie dell’ego

22 MAGGIO 2016

 
Ogni tanto un amico mi viene a trovare. Ogni volta che lo vedo, mi viene sempre in mente un detto di Socrate, che disse a un monaco itinerante: “Amico mio, dai buchi delle tue misere vesti occhieggia soltanto l’ego”.
Le vie dell’ego sono molto sottili. Quando è coperto dall’umiltà, si rivela nella sua forma più aerea; d’altra parte, anziché ricoprirlo, quell’umiltà lo rivela ancora di più. Assomiglia a quegli abiti che, anziché ricoprire il corpo, non fanno altro che metterlo più a nudo.
In realtà, né il rivestimento dell’amore elimina l’odio, né gli abiti dell’umiltà ricoprono la nudità dell’ego. Nello stesso modo in cui le braci restano al sicuro sotto la cenere fino a quando un soffio di vento non le ravviva, allo stesso modo la verità resta nascosta nelle persone, fino a quando il minimo strattone a quel sipario non lo apre, rivelando ogni cosa. Simili malattie invisibili sono più pericolose e letali delle malattie visibili; purtroppo, l’abilità dell’essere umano a ingannarsi è molto ben sviluppata, ed egli utilizza questa abilità a tal punto che l’ha resa la sua seconda natura.
Dopo migliaia di anni, nello sforzo di imporre a forza la civiltà, non abbiamo raggiunto altro all’infuori di questa abilità: l’uomo non è riuscito a distruggere la natura, ma a dissimularla; e, in questo modo, la civiltà si è dimostrata un male cronico.
Come può una civiltà nascere, se si oppone alla natura? In quel modo, potrà soltanto fluire una non civiltà, mai una civiltà! La vera civiltà è una splendida esplosione della natura. E l’autoinganno non può portare l’uomo da nessuna parte.
D’altra parte, paragonato a una rivoluzione interiore, l’autoinganno è facilissimo; e ogni volta che facciamo l’errore di scegliere, questa è l’opzione più facile. Eppure l’opzione più facile non è sempre la migliore: come si potrà mai scegliere la facilità di una camminata in discesa, se si vogliono toccare le vette delle montagne della vita?
È facilissimo ingannare se stessi. Nell’ingannare gli altri, potrebbe esserci la paura di essere colti in fallo; nell’ingannare se stessi anche quella paura è assente. Coloro che ingannano gli altri soffriranno punizioni e recriminazioni su questa Terra, e anche nell’altro mondo li attendono torture atroci all’inferno; invece, coloro che ingannano se stessi vengono rispettati in questo mondo. Inoltre, pensano anche di meritare il paradiso nel prossimo. Ecco perché l’essere umano inganna se stesso senza timore; altrimenti, come potrebbe l’intera ipocrisia della civiltà e della religione essere mai nata?
D’altra parte, potrai mai nascondere e distruggere ciò che è vero? Può l’uomo avere successo nell’ingannare il proprio essere, l’intero genere umano e infine l’esistenza stessa? Questo sforzo non è forse una pura e semplice follia?
È giusto conoscere il proprio essere per ciò che è; infatti, se non si accetta la realtà di ciò che si è, nell’essere non può verificarsi alcun cambiamento reale. Così come per il corpo è necessario conoscere nei dettagli una malattia, se si vuole che torni perfettamente sano, allo stesso modo, per la salute spirituale è necessario conoscere le proprie malattie interiori. Non è nell’interesse di un paziente nascondere la propria malattia, perché fa solo gli interessi della malattia stessa; infatti, non esiste alcuna cura senza una diagnosi precisa. Ragion per cui, chiunque voglia sfuggire alla diagnosi rimarrà inesorabilmente privo di cure.
Uno scultore stava scolpendo la statua di Ralph Waldo Emerson. Ogni giorno, Emerson osservava intensamente l’affiorare del suo aspetto dalla pietra e, via via che la scultura progrediva, diventava sempre più serio. Alla fine, l’ultimo giorno, quando la statua era pressoché finita, Emerson aveva uno sguardo davvero preoccupato.
Lo scultore gli chiese la ragione della sua cupezza, e lui rispose: “Noto che quella statua, via via che mi assomiglia, diventa sempre più brutta e sgraziata”.
Considero questo potere di vedere se stessi in tutta la propria bruttura, nella più assoluta nudità e nella propria animalità, come il primo passo sulla scala della rivoluzione individuale.
Solo chi è in grado di vedere ciò che è brutto e sgraziato dentro di sé ha la capacità di dare bellezza a se stesso. Senza quella prima capacità, la seconda non è possibile; e chiunque ricopra le proprie brutture, e si impegni a dimenticarsene, rimarrà brutto per sempre: conoscere e accettare in se stessi Ravana, ovvero il male, è il primo e inevitabile passo per diventare Rama, una persona virtuosa. La bruttura della vita rimane nascosta e al sicuro, se ne rimaniamo inconsapevoli.
Prima di tutto, dovrò conoscere me stesso per ciò che sono. Non ci sono alternative: se, fin dal primo passo del viaggio, diamo spazio alla falsità, si potrà mai trovare la verità alla fine? D’altra parte, a causa della sua bruttezza, noi disconosciamo la realtà del nostro essere, e iniziamo a nutrire una personalità irreale e immaginaria. La turpitudine dell’essere non può essere eliminata, indossando una bellissima maschera; inoltre, a causa di simili maschere, il sé continua a diventare sempre più brutto e deforme. A quel punto, piano piano, ogni conoscenza di ciò che si è scompare, e noi interagiamo unicamente con false maschere, riconoscendo solo quelle. Se il proprio vero volto è perduto, diventa impossibile riconoscere il vero essere.
Una signora andò in banca a ritirare del denaro. Il cassiere le chiese: “Come può dire di essere chi dice di essere?”.
La donna tirò immediatamente fuori uno specchietto dalla borsa, si guardò e disse: “Mi creda, sono veramente chi dico di essere!”.
Nella tua ricerca del Vero, nella tua ricerca del tuo vero sé, come prima cosa dovrai lottare con le tue stesse maschere. Senza scoprire il tuo vero volto, non potrai mai scoprire te stesso, né potrai raffinare il tuo essere. Il palazzo della verità si erge sulle fondamenta della realtà; e nessun altro potere, fatta eccezione per la verità, potrà mai portare alcuna civiltà.
Osho: Crea il tuo destino