Orgoglio spirituale

21 APRILE 2016

Un tempio è in costruzione. Ci passo di fianco e dico a me stesso: “Visto che ci sono già tantissimi templi e molto probabilmente il numero dei fedeli che li visitano sta diminuendo, perché costruirne un altro?”. E questo non è l’unico: ce ne sono un’infinità in costruzione! Ogni giorno si apre un nuovo cantiere per un nuovo tempio.

La costruzione di templi sembra non fermarsi, eppure il numero di chi li frequenta diminuisce: che senso ha tutto questo? Ci ho pensato a lungo, senza però arrivare a una risposta. Alla fine sono andato a chiederlo a un vecchio costruttore che stava lavorando al nuovo tempio. Pensavo che lui potesse conoscere il mistero dietro quell’impulso a erigere così tanti nuovi templi, visto che ne aveva costruiti tantissimi.

Quel vecchio scoppiò a ridere alla mia domanda, e poi mi portò sul retro del tempio, dove venivano cesellate le pietre. In quello stesso punto, venivano scolpite delle statue di Dio; e io pensai che forse voleva dirmi che quelle statue erano il motivo. Ma questo non avrebbe appagato la mia curiosità, perché in quel caso in me sarebbe sorta un’altra domanda: perché mai si scolpivano tutte quelle statue?

Invece no, mi sbagliavo. Il costruttore non disse nulla su quelle statue, le superò e continuò ad andare avanti. Nel punto più remoto del cantiere, dietro ogni altra cosa, alcuni artigiani stavano lavorando su una pietra; il vecchio me la mostrò e disse: “È per questo che il tempio viene eretto; e tutti i templi vengono costruiti solo per questo!”.

Ero allibito e iniziai a rammaricarmi per la mia stupidità. Perché non ci avevo pensato prima? Infatti, su quella pietra quegli uomini stavano intarsiando il nome della persona grazie alla quale il tempio veniva costruito.

Pensandoci, mentre tornavo a casa, vidi una processione che avanzava lungo la strada: qualcuno aveva rinunciato al mondo ed era diventato un sannyasin; la processione veniva fatta in suo onore. Mi fermai sul ciglio della strada e mi misi a osservare: guardai il volto e scrutai negli occhi della persona che aveva fatto voto di rinuncia. Il vuoto che spesso si trova negli occhi di un sannyasin non era presente nei suoi; nel suo sguardo era presente lo stesso ego e la stessa vanagloria che si può vedere in quello dei politici.

Era possibile che mi sbagliassi, e che pensassi così solo perché ero rimasto colpito da quanto quel vecchio costruttore mi aveva rivelato? D’altra parte, conosco molti altri sannyasin, e in tutti è facile vedere una sottile forma di ego, difficile da trovare altrove. Probabilmente qualsiasi azione abbia origine nella mente dell’uomo non può esistere senza l’ego: se non ti liberi dalla mente, non è possibile evitare un senso di grandezza!

Proprio qualche giorno fa, un amico ha intrapreso un digiuno di dieci giorni: sono rimasto davvero allibito nel vedere quanto fosse ansioso di annunciare a gran voce il suo digiuno. D’altra parte, anche questo era un mio fraintendere: quel vecchio costruttore aveva portato alla luce tutti i malintesi che avevo coltivato nella mia vita…

Al termine del suo digiuno, a quell’amico fu offerta una festa e venne colmato di elogi a dismisura! Anch’io ero presente, e un uomo mi sussurrò nell’orecchio: “Poveraccio, ha sostenuto lui l’intero costo di questa festa”.

Stavo per trasalire, ma grazie a quel vecchio costruttore, oggi sono più saggio e non vedo motivo per essere sorpresi. Al contrario, un pensiero mi assilla continuamente: se farsi pubblicità è così utile in questo mondo, perché non dovrebbe esserlo anche in paradiso? Perché mai le regole del cielo dovrebbero essere diverse? Dopotutto, il paradiso è una creazione della stessa mente che ha creato questo mondo: il desiderio e l’idea del paradiso non sono forse simili a tutti gli altri desideri della mente? E, in questo caso, chi è questo Dio? Non è forse un’invenzione della mente umana? Dopotutto anche lui si sente insultato e va in collera, e per puro spirito di vendetta brucia i suoi nemici nelle fiamme dell’inferno. Anche lui si rallegra quando può elogiare; e salva i suoi devoti dai guai, riversando su di loro le sue benedizioni: tutto questo non è forse una creazione della mente dell’uomo? E se è così, perché il farsi pubblicità non dovrebbe funzionare anche nel regno di Dio? Perché anche Dio non dovrebbe affidarsi alla fama, come prova della sua esistenza? Dopotutto, quale altro metro di misura potrebbe mai usare l’uomo nei suoi confronti?

Ho condiviso questa prospettiva con un sannyasin, che divenne furibondo: “Cosa stai pensando? Che bisogno ha la religione di farsi pubblicità? Tutto è un gioco dell’ego, tutto in questo mondo è maya, un gioco divino; a causa della loro ignoranza, la vita delle persone resta invischiata nell’ego”.

Ho accettato tutto ciò che diceva: quella rinuncia porta alla conoscenza e, poiché aveva rinunciato a tutto ciò che possedeva, di certo aveva trovato la conoscenza. Come avrei mai potuto dubitare delle sue parole? Ma subito ricordai a me stesso, per due o tre volte, che quell’uomo aveva voltato le spalle a una ricchezza che ammontava a centinaia di migliaia di rupie, solo per diventare un sannyasin. In altre parole, non era un sannyasin qualunque! Perfino la rinuncia viene misurata in funzione dei soldi… e gli chiesi: “Quando hai voltato le spalle a tutta quella ricchezza?”.

Mi rispose: “All’incirca venticinque o trent’anni anni fa”. E in quel momento valeva davvero la pena vedere il modo in cui i suoi occhi brillarono… sembra vero il detto “La rinuncia risveglia negli occhi uno splendore particolare”!

Con estrema esitazione gli dissi: “Amico mio, forse non l’hai scalciata via con la giusta forza; come potresti altrimenti avere una memoria così chiara di quel giorno, anche dopo trent’anni?”.

E ciò che temevo, alla fine esplose: la sua rabbia eruttò! Ma mi consolai al pensiero che quella è una vecchia abitudine dei veggenti e dei saggi, e quel sannyasin fu abbastanza compassionevole da non maledirmi!

Quando venne il momento  di  andarmene,  gli raccontai una storia. Voglio ripeterla anche a te: pensaci con attenzione, il suo significato è molto profondo.

Un ricco offrì diecimila monete d’oro a Shri Nathji, la divinità che governa il tempio di Nathdwara. Ma quell’uomo iniziò a contare le monete d’oro, una per una,prima di deporle ai piedi della statua. Le tirava fuori dalla borsa con ostentazione e lanciava una voce ogni volta. Udendo quel suono stridulo, una folla si riunì nel tempio; e l’uomo iniziò a fare un clamore maggiore, contando le monete. E via via che la folla aumentava, il suo bearsi di quella rinuncia cresceva sempre di più.

Alla fine, quando ebbe finito di contare le sue monete e, con un orgoglio smisurato negli occhi guardava la gente che gli si era ammassata intorno, il sacerdote gli parlò: “Fratello, riprenditi queste monete. Shri Nathji non accetterà mai una simile offerta”.

Il ricco rimase allibito e chiese: “Perché no?”.

Il sacerdote ribatté: “L’amore potrà mai essere messo in mostra? La preghiera è forse qualcosa da mostrare agli altri? In realtà, nel tuo cuore esiste solo il desiderio di metterti in mostra; un simile desiderio non conosce gratitudine, un simile desiderio è incapace di lasciar andare alcunché. Un desiderio simile non ha alcun valore per l’amore!”.
Osho Crea il tuo destino

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