Il coraggio

10 APRILE 2016

 

Qual è il fattore essenziale nella ricerca della verità?

Io dico che è il coraggio: il coraggio di scoprire il proprio sé autentico. Conoscere se stessi per ciò che si è, questa è la cosa più essenziale! È difficilissimo, ma senza quello non potrà mai esserci alcuna comprensione della verità.

Quale impresa più ardua potrà mai esserci dell’arrivare a conoscere se stessi, liberi da qualsiasi velo, nella nostra più completa nudità? D’altra parte, questo è il prezzo che si deve pagare per conseguire il Vero. Solo a quel punto nell’uomo ha inizio l’aspirazione alla verità.

Essere veri rispetto al proprio essere è in sé una manifestazione di un’intensa sete di verità. Come potrà mai chi è fortemente aggrappato alla sponda della menzogna guidare la propria barca nell’oceano della verità? La sponda della menzogna dovrà essere lasciata alle proprie spalle; proprio quella sponda è un ostacolo al viaggio verso il Vero. È proprio quella sponda il legame, la schiavitù che vincola. Certo, esiste una sicurezza su quella sponda, ed è quel desiderio di sicurezza che lega saldamente alla falsità.

Nel nostro viaggio verso la verità non dovrebbe esistere alcuna propensione, nessun amore per la sicurezza. Anzi, dev’esserci un coraggio indomito per l’avventura, la determinazione ad addentrarsi nell’ignoto; chi non possiede il coraggio dell’insicurezza non potrà mai scoprire l’ignoto. Se non si accetta la sfida data dal vivere nell’insicurezza, nessuno potrà mai togliere e gettar via le proprie maschere false e le proprie finzioni, né potrà essere libero dai pregiudizi che ha adottato per sentirsi più sicuro.

Non è forse in nome della sicurezza che ci presentiamo per ciò che non siamo? Tutte le nostre qualifiche non sono forse strategie che aiutano a sentirsi sicuri? E cosa sono mai le nostre civiltà e le nostre culture? La persona tronfia si atteggia a umile, la persona avida si veste come chi ha rinunciato a tutto, chi sfrutta si compiace nel fare la carità, l’assassino si abbandona alla retorica della pace, e le menti cariche di odio parlano il linguaggio dell’amore.

Questo autoinganno è cosa facilissima: quando mai recitare in uno spettacolo teatrale è stato difficile? Al mercato delle contraffazioni giocattoli attraenti sono stati sempre venduti a buon prezzo; ma ricorda: ciò che a prima vista sembra conveniente si rivela costosissimo sulle lunghe distanze. Infatti, chi si nasconde dietro simili trastulli si allontana sempre di più dalla realtà; tra quella persona e la realtà si crea un baratro incolmabile, perché la sua identità vive nella perenne paura di perdere la propria facciata. Quella persona continua a nascondersi senza sosta dietro a un numero sempre più grande di maschere e di orpelli.

La falsità non si muove mai da sola: è affiancata dai suoi eserciti che la proteggono; la rete dell’autoinganno è talmente fitta e la paura che l’avvolge così stringente che diventa impossibile levare gli occhi verso ciò che è al di là di noi. E come potrà mai una persona che soffre per la paura di perdere la propria maschera falsa, raccogliere forza a sufficienza per sollevare il velo della verità? Una simile forza si trova solo se si ha il coraggio di abbandonare tutte le nostre illusioni: una mente intimorita è nemica della percezione del Vero.

Ebbene, chi è il vero amico in questa situazione? L’assenza di paura è l’amico, e una mente impavida è ottenuta solo da chi si può ergere nudo di fronte alla verità di se stesso, e che diventa così libero dalla paura. Se continui a nascondere dietro a delle maschere la verità di ciò che sei, la paura continua ad aumentare e l’essere interiore diventa del tutto impotente. D’altra parte, se sveli te stesso e osservi, ecco che la paura è dissolta nella luce di quella comprensione e tu scopri una sorgente di energia nuova e diversa.

È questo ciò che io chiamo coraggio: il potere di svelare il sé e di riconoscerlo. Questo è coraggio, ed è qualcosa di inevitabile nel conseguimento della verità. Questo è il primo passo verso l’essenza divina.

Si narra una storia molto interessante…

Un giovane raggiunse la dimora del rishi Haridrumat Gautama. Voleva conoscere la verità; desiderava ardentemente conoscere il Brahman, l’Assoluto. Appoggiò la testa ai piedi del rishi e disse: “O Maestro, sono venuto alla ricerca della verità; sii generoso con me e insegnami questa conoscenza: sono cieco e desidero la luce”.

Il nome di quel giovane era Satyakama.

Il veggente gli chiese: “Figlio mio, qual è la tua discendenza? Chi è tuo padre, come si chiama?”.

Questo giovane non conosceva suo padre, né sapeva qualcosa del suo lignaggio, per cui tornò dalla madre e glielo chiese; poi si ripresentò e ripeté al veggente ciò che la madre gli aveva detto. Queste furono le sue  parole: “O Maestro, non conosco  il  mio  lignaggio; né  conosco  mio  padre. Neppure mia madre ha saputo dirmi chi era mio padre; quando gliel’ho chiesto, mi ha detto che in gioventù si è unita a moltissime persone rispettabili, ed era solita fare tutto ciò che poteva per  dare  loro  piacere.  Dunque, non  sa  da  chi discendo. Il nome di mia madre è Jabali; dunque, io sono Satyakama Jabal. Ecco cosa mi ha chiesto di riferirti”.

Haridrumat fu profondamente colpito dalla semplice sincerità di questo racconto. Abbracciò il giovane e disse: “Figlio mio carissimo, tu sei definitivamente un brahmano. Una simile fiducia nella verità è l’essenza di ciò che significa essere un saggio. Anche tu di certo scoprirai il Brahman, perché sarà la verità a bussare alla porta di chiunque abbia il coraggio di fronteggiare la verità di ciò che egli è”.
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