SEI TRISTE? ARRABBIATI !!!

Follia terapeutica

La tristezza e la rabbia sono la stessa cosa. La tristezza è rabbia passiva e la rabbia è tristezza attiva. Se la tristezza è più facile, la rabbia sembra difficile – vuol dire che sei troppo focalizzato sul passivo.

Per una persona triste è difficile essere arrabbiata. Se riesci a far arrabbiare una persona triste, la sua tristezza svanirà subito. È molto difficile che una persona arrabbiata sia triste. Se riesci a farla diventare triste, la rabbia scomparirà immediatamente.

In tutte le nostre emozioni continua la polarità fondamentale: uomo e donna, yin e yang, maschile e femminile. Quindi se sei sintonizzato sulla tristezza, ti sarà difficile muoverti verso la rabbia, ma vorrei che lo facessi comunque. Una semplice esplosione non basterà perché allora starai ancora cercando un modo di essere passivo. No, falla uscire, esprimila nelle tue azioni. Anche se ti sembra senza senso, fallo lo stesso. Appari pure come un pagliaccio ai tuoi stessi occhi, ma esprimila comunque.

Se puoi oscillare tra rabbia e tristezza, diventeranno entrambe facili, allo stesso modo. La tua sarà una trascendenza e a quel punto sarai in grado di osservare. Potrai rimanere al di là dello schermo e guardare questi giochi, e potrai andare al di là di entrambe. Ma prima dovrai riuscire a muoverti facilmente dall’una all’altra, altrimenti tenderai a essere triste e quando ti senti così pesante, la trascendenza è difficile …

Ricorda che quando due energie, due energie opposte, sono presenti esattamente nella stessa quantità – cinquanta per cento ognuna – è molto più facile venirne fuori, perché lottano tra di loro e si cancellano a vicenda. Nessuna delle due riesce a dominarti.

Quando la tua tristezza e la tua rabbia sono allo stesso livello – sono energie alla pari – si cancellano a vicenda. Di colpo sei libero e puoi sfuggire. Ma se la tristezza è il settanta per cento e la rabbia il trenta, allora è molto difficile. Il trenta per cento di rabbia in contrasto con il settanta di tristezza vuol dire che ci sarà ancora alla fine il quaranta per cento di tristezza e non riuscirai a sfuggire. Quel quaranta per cento rimarrà sospeso su di te.

Questa è una delle leggi basilari dell’energia: far sì che le polarità opposte arrivino ad una condizione identica, dopodiché potrai avere una via d’uscita. Non far intervenire la mente, fa che diventi un semplice esercizio.
Puoi farlo diventare un esercizio quotidiano; non aspettare che accada da solo. Devi essere arrabbiato tutti i giorni, sarà più facile. Salta, corri, urla, e fallo succedere. Quando sarai capace di introdurre la rabbia senza alcuna ragione, sarai molto felice perché cosi sarai libero. Altrimenti la rabbia è condizionata dalla situazione. Non ne sei tu il padrone. Se non puoi farla apparire, come puoi lasciarla andare?

Gurdjieff insegnava ai suoi discepoli a non lasciare andare nulla.
Prima inizia a farla apparire, solo una persona che sa creare la rabbia può riuscire a insegnare ai suoi discepoli il fatto di lasciar cadere qualcosa. Prima di tutto falla emergere, perché solo una persona che può inventarsi la rabbia può anche riuscire a farla cadere a comando – è una semplice aritmetica. Gurdjieff diceva ai suoi discepoli che dovevano prima di tutto imparare ad arrabbiarsi. Erano tutti seduti e improvvisamente diceva: ‘Numero uno, alzati in piedi e arrabbiati!’ Sembra assurdo.
Ma è possibile manifestarla… È sempre a disposizione, proprio dietro l’angolo, devi solo darle una piccola spinta. Arriva facilmente appena qualcuno ti fornisce una scusa, quando qualcuno ti insulta – è subito lì. Perché aspettare l’insulto? Falla apparire per conto tuo!

All’inizio sembrerà un po’ imbarazzante, strano, incredibile, perché hai sempre creduto alla teoria secondo la quale è l’insulto che crea la rabbia. Non è affatto vero. La rabbia era sempre lì; quella persona ti ha solo fornito la scusa perché potesse emergere. Puoi darle una scusa anche tu. Immagina una situazione in cui saresti arrabbiato, e poi arrabbiati. Parla con il muro, dì ciò che vuoi, e presto il muro ti risponderà. Impazzisci completamente. Devi portare rabbia e tristezza alla stessa condizione, al punto in cui esistono nella stessa proporzione una rispetto all’altra. Si cancelleranno a vicenda e tu potrai scivolare fuori.
Gurdjieff chiamava questa ‘la via degli scaltri’: porti le energie interne a un tale stato di conflitto che sono impegnate a cancellarsi a vicenda, e tu hai l’opportunità di scivolare fuori.
Provalo, mmh?

Osho

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IL CUORE UMANO E’ CONNESSO AL CAMPO MAGNETICO TERRESTRE.

Il cuore intelligente

Il centro cardiaco è dotato di un sistema di neuroni, il cui “campo” ha la stessa forma di quello che circonda il nostro pianeta ed è in grado di influenzare il cervello. Che cos’è lo stato di coerenza e come si misura

Tutte le antiche tradizioni ci parlano del cuore: l’iconografia religiosa cattolica ci mostra il cuore di Gesù, il Sacro Cuore. I Maestri ci parlano del “sentire” con il cuore e non con la mente. Nella medicina indiana, il chakra del cuore (immagine sotto) è il più importante, ed è collegato all’amore
cristico, l’amore incondizionato.
Nell’accezione comune, siamo abituati a considerare il cuore da due differenti punti di vista: uno scientifico-funzionale (la pompa che dirige la circolazione sanguigna) ed uno “sentimentale” come sede dei sentimenti, quella parte di noi di cui si dice: “ascolta il tuo cuore”, “mi ha spezzato il cuore”, “sono parole che vengono dal cuore”… Da un punto di vista funzionale, fino a poco tempo fa, si dava per scontato che fosse solo il cervello a dirigere il funzionamento dell’organismo. Invece, probabilmente, la tradizione ne sapeva più di noi a riguardo e le recenti scoperte in campo neurobiologico stanno trasformando completamente i paradigmi scientifici fin qui percorsi.
Una ricerca sviluppata fin dagli anni settanta da alcuni neurobiologi e neuro-cardiologi statunitensi ha consentito di scoprire che il cuore è l’unico organo a non ubbidire automaticamente ai segnali inviati dal cervello e che, inoltre, esso può mandare segnali al cervello a cui quest’ultimo ubbidisce. Ma com’è possibile? Essi individuarono nel cuore un proprio sistema nervoso, formato da 40.000 neuroni, un reticolo di neurotrasmettitori, proteine e cellule di sostegno, che gli consentono di prendere decisioni e passare all’azione indipendentemente dal cervello. Si parlò allora di intelligenza del cuore. Così sappiamo che nel feto in divenire, il cuore umano inizia a battere prima che il cervello si sia formato: sembra un «paradosso», ma non è così perché quel piccolo cervello comunica con tutte le altre cellule e con l’universo informazione.
Il campo elettrico del cuore, che viene misurato dall’elettrocardiogramma, è all’incirca sessanta volte più grande in ampiezza di quello generato dalle onde cerebrali, registrate da un elettroencefalogramma, e 5000 volte più potente, non è impedito dai tessuti e può essere misurato anche a distanza dal corpo con uno strumento a Superconduzione di Interferenze Quantiche (SQUID), basato su magnetometri.
La dimensione del Campo misurabile varia da un minimo di 2,5 ed un massimo di 3 m, con asse verticale centrato nel cuore.

La sua forma toroidale (sotto, a sinistra) è quella considerata la più unica e primaria dell’universo ed è quella che circonda il nostro pianeta. Questo campo contiene un suo doppio (come una matriosca) più piccolo posto sullo stesso asse verticale – questo perché esso è “duale” come le energie della manifestazione – le forze + e -, ovvero Yin e Yang, ed è quindi in grado di interagire in ogni momento con il campo elettromagnetico circostante. Questo vuol dire che noi abbiamo costantemente una specie di “ciambella energetica” molto estesa intorno a noi che entra in comunicazione con quelle degli individui che incontriamo molto prima che il contatto fisico avvenga ed è recepibile dai soggetti che si trovano nel suo raggio di azione-comunicazione.

I cambiamenti derivanti dalle emozioni, nelle onde elettromagnetiche, fanno variare la frequenza del battito, la pressione sanguigna e quella sonora prodotta dall’attività del ritmo cardiaco, quindi creano una variazione nell’emissione magnetica del campo. Essi sono percepiti da ogni cellula del corpo; è stato dimostrato che, prelevato un campione di Dna e portato a chilometri di distanza, generando un’emozione negativa il filamento risponde in tempo reale, come se fosse ancora nell’organismo di provenienza.
Si è scoperto inoltre che le emozioni positive (il cuore genera emo-azioni, da non confondersi con sentimenti o pensieri) e la coerenza del ritmo cardiaco hanno influenza sulla funzione corticale, facilitando il suo funzionamento, mentre emozioni negative, soprattutto se legate allo stress, possono influenzare e inibire la stessa capacità di organizzazione coerente dei pensieri.
Quando creiamo un’esperienza di amore, di gratitudine o di comprensione nel cuore, questa invia un segnale al cervello, che genera quella che viene chiamata coerenza (coerenza cuore-cervello).

La coerenza è stata effettivamente misurata scientificamente come un segnale elettrico molto basso, pari a 0,10Hz, o 0,10 cicli al secondo. Dunque quando proviamo un’emozione che crea il valore di 0,10Hz, si dice che “siamo in coerenza” ed ecco perché si tratta di una cosa positiva: in presenza della coerenza, diventiamo più buoni e meno aggressivi. Nello stato di coerenza, siamo più disposti a risolvere i nostri problemi discutendone, senza prevaricazioni. Nello stato di coerenza la forza di carattere e la risolutezza sono molto forti, riusciamo a pensare meglio ed a risolvere i nostri problemi. Non da ultimo, l’organismo intero risponde con un ben-essere cellulare e la frequenza corretta. Esperimenti condotti su malati di AIDS hanno dimostrato che i soggetti che si erano sottoposti all’esperimento dopo sei mesi avevano avuto una significativa remissione dai sintomi.
Per di più, determinati strati dell’atmosfera terrestre, oltre alla terra stessa, generano ciò che oggi viene definita una “sinfonia” di frequenze (comprese fra 0,01 e 300 hertz), alcune delle quali si sovrappongono alle frequenze create dal cuore mentre comunica col cervello. È proprio questo rapporto apparentemente antico e quasi olistico fra il cuore umano e lo scudo che rende possibile la vita sulla terra ad aver generato una splendida teoria e il progetto che la sta esplorando. Detto in parole usate dai ricercatori di HeartMath® Institute, il rapporto fra il cuore umano e il campo magnetico terrestre indica che «una intensa emozione collettiva esercita un impatto misurabile sul campo geomagnetico della Terra».

Quali sono le implicazioni possibili? Se possiamo imparare il linguaggio del cuore — lo stesso che lo scudo protettivo magnetico della terra riconosce e al quale risponde — allora possiamo partecipare agli effetti che il campo esercita su ogni forma di vita. Non da ultimo, il cuore è il tramite tra la vita e la morte, la nostra più grande paura.
Questi studi ed altri condotti dal fisico Dan Winter ci dicono che alla momento del trapasso, questo campo del cuore si ritira piano piano fino a scomparire (in circa un’ora, cioè quanto dura la funzionalità della ghiandola pineale) e permette lo scambio totale delle informazioni finali dell’essere stesso con gli elettroni e gli atomi, che lo compongono e che andranno a fare parte di altre forme (sostanze, corpi ecc.). “Quando il vostro cuore fa risuonare la musica dell’amore, corrispondente alle armoniche del vostro battito cardiaco nell’ECG”, afferma Dan Winter “potete misurare gli effetti di questa coerenza sul vostro DNA. L’emozione del vostro cuore che imparaa cantare coerentemente è in realtà ciò che intreccia o giuda le parti del DNA ad annidarsi, allo scopo di programmarlo ed informarlo. L’emozione coerente controlla il vostro DNA”. Ed è questa informazione ciò che ci portiamo da una vita all’altra: forse per questo “quando viene concepito un bambino, il cuore umano inizia a battere prima che il cervello si sia formato”.

Il fisico Dan Winter

Un apparecchio per misurare lo stato di coerenza del cuore.
Ora viene spontaneo chiedersi.”Ma come si fa a generare questa frequenza ed a sapere quando realmente riesco ad essere in questo stato?. Sempre l’HeartMath® Institute (sito web: http://www.heartmath.org/) commercializza un’applicazione, dal nome Freeze Frame, che monitorizza lo stato di onde generate; essa è disponibile per computer ed oggi anche come applicazione per cellulari IPhone. Ci sono anche altri programmi che fanno lo stesso servizio: il più completo, molto complesso e costoso, è quello messo a punto da Dan Winter.
L’esperienza di chi ha provato a cimentarsi con questa pratica, è che tale “stato di coerenza“ avviene centrando la propria attenzione sul cuore. Generando una gioiosità pacata, si avverte in quel momento un senso di profonda pace, uno stato consapevole, non meditativo profondo, presente, ma senza pensieri persistenti; infatti, dato che il programma legge anche il tipo di onde cerebrali generate, quando si sconfina nel pensiero attivo o nello stato di meditazione profonda, la coerenza cessa.
Un allenamento costante permette di generare coerenza anche conversando o espletando normali attività fisiche. E per generare quello stato unico – come tutti noi siamo meravigliosamente unici – ognuno di noi ha il suo specifico modo! Vi riporto quello di un bambino di circa dieci anni che volle provare l’apparecchio, andando in coerenza dopo qualche minuto; quando gli chiesi cosa aveva fatto per accendere la lucina verde lui mi rispose: “Cantavo dentro”.

di Daniela Ghirardi
http://fuoridimatrix.blogspot.it/2014/05/il-cuore-umano-e-connesso-al-campo.html

LE MOLECOLE DEL BENESSERE

(Convegno di Padova del 18 Maggio 2014 – Vegan, strumento di armonia fisica, equilibrio mentale ed evoluzione spirituale)

BUONA GIORNATA A TUTTI

Buongiorno a tutti voi convenuti qui a Padova fin dalle prime ore del mattino. Ho il piacere e l’onore di rompere il ghiaccio. Parlare di molecole e di radicali liberi poco dopo il risveglio potrebbe anche risultare ostico e pesante da digerire, se non addirittura noioso. Cercheremo pertanto di essere sintetici e comprensibili nelle nostre argomentazioni, mantenendo vivo l’interesse e l’attenzione generale, preservando il vostro sorriso e la vostra ammirevole disponibilità mentale di fronte alla feconda e impegnativa giornata che ci attende.

ELETTRONE SPAIATO E REAZIONI RADICALICHE A CATENA

Sia in microbiologia che in chimica dell’alimentazione le cose più importati avvengono nel microcosmo, a livello atomico e molecolare. I radicali liberi RL sono atomi o gruppi di atomi con un elettrone spaiato nell’orbitale più esterno. Detto in altri termini, si parla di molecole instabili e socio-chimicamente affamate, visto che hanno un elettrone in esubero che le rende pronte a reagire con altre molecole, scatenando reazioni a getto continuo. Pur di stabilizzarsi tendono a sottrarre, per ossidazione, un elettrone alle specie circostanti, mediante reazioni a catena denominate reazioni radicaliche.

LE MODALITÀ FORMATIVE DEI ROS, RADICALI DELL’OSSIGENO

Tra i RL vi sono le specie radicaliche dell’ossigeno (ROS) che si formano: A) Durante i processi respiratori, B) Nelle reazioni enzimatiche implicanti trasferimento di elettroni, C) Nelle leucocitosi digestive e nelle reazioni immunitarie (specie neutrofili e macrofagi) per effetto del NAPDH di membrana, emoproteina riduttasi, oltre che attore proteico al pari di feredossina e cito-cromo B5, generante superossido atto a distruggere eventuali microrganismi, D) Nelle perfusioni e danni correlati (esempio nel ritorno del flusso sanguigno dopo un periodo di ischemia e relativi stati infiammatori di recupero), E) Ossigenasi nel metabolismo dell’acido arachidonico, F) Nelle reazioni di ossidoriduzione di proteine da parte del citocromo P450.

I CITOCROMI P450, MAGGIORI MOLECOLE DETOSSIFICANTI DELL’ORGANISMO

I citocromi P450, sottoclasse delle ossidasi a funzione mista, sono una super-famiglia enzimatica di emo-proteine, presente in tutti i domini dei viventi. I P450 sono i maggiori attori nella detossificazione dell’organismo, in quanto sono anche trasportatori di elettroni e di permeabilità. Agiscono su un gran numero di substrati esogeni (farmaci e tossine esterne, minerali inorganici assunti con diete cotte o con integratori e vitamine sintetiche) e di substrati endogeni (scarti organici, detriti cellulari definiti virus o meglio fattori intasanti). Sono note più di 7500 molecole tipo P450.

ELENCO DEI MAGGIORI ANTI-OSSIDANTI

Per bloccare, limitare e tenere sotto controllo i radicali liberi esistono gli antiossidanti. Gli antiossidanti combattono i RL con un meccanismo semplicissimo. Cedono istantaneamente l’elettrone in più e disinnescano la miccia. Quali sono i miglior i antiossidanti? Acido lipoico, aminoacidi solforati come cistina, metionina, cisteina, metionina, taurina, ascorbato di potassio, betacarotene, bioflavonoidi, catalasi, glutatione, licopene, catalasi corporale, coenzima Q10, EDTA (acido etile-diammico tetracetico), luteina (carotenoide), melatonina (scavenger o spazzino contro i radicali OH-), melograno (acido ellagico), metionina, MSM, potassio (frutta), quercitina, resveratrolo, rame-selenio-zinco (nei vegetali naturali che li contengono), vitamine A-C-E-B al naturale, zeaxantine, e moltissime altre strutture molecolari che vengono scoperte in continuazione.

5000 ORAC AL GIORNO E 6500 ANGSTROM COSTANTEMENTE A DISPOSIZIONE, QUOTE MINIME PER STARE IN FORMA

All’Università di Boston hanno scoperto che il record mondiale di anti-ossidazione appartiene all’uva nera. Seguono le prugne nere, i mirtilli, le more e le fragole, e comunque la frutta scura, a patto che la buccia non venga scartata. Si è anche provveduto a stabilire dei valori misurabili, ossia una scala illustrante il potere antiossidante dei vegetali. Il termine ORAC sta per Oxygen Radical Absorbance Capacity, e rappresenta il metro di misura del potere ossidante nei vegetali, qualcosa di paragonabile agli Angstrom usati da André Simoneton per esprimere il potere viobrazionale dei cibi nella sua scala Bovis-Simoneton. E come in quel caso c’era una quota ideale del benessere fissata a 6500 Angstrom, in questo caso la quota minima di ORAC antiossidanti è di 5000 unità al giorno, raggiungibile solo se uno si alimenta col vegancrudismo e con un 70% circa di crudo almeno.

TEST SPETTROFOTOMETRICO DI CARRATELLI PER MISURARE LO STRESS OSSIDATIVO

Frutta e verdura sono state suddivise in 3 gruppi, dove il 1° gruppo di alimenti apportanti 200 ORAC, il 2° gruppo 500 ORAC e il 3° gruppo 1200 ORAC per porzione. Il chimico italiano Mauro Carratelli ha messo poi a punto un test spettrofotometrico per valutare i livelli ematici di RL attraverso la capacità ossidante totale del sangue. Si tratta del d-ROM test che effettua l’analisi dello stress ossidativo, dove si prende una goccia di sangue da un dito e la si analizza. ROM sta per Reactive Oxygen Metabolites. Con 300-320 unità U-CARR siamo nella fascia accettabile border-line dello stress, con 321-340 si parla di livello lieve di stress ossidativo, con 341-400 livello medio, con 401-500 livello elevato, e oltre 500 si ha stress ossidativo altissimo.

VALORE ORAC DEI CIBI E RECORD MONDIALE DELL’UVA NERA

Alimenti di 1° gruppo: 3 albicocche (172 Orac), 3 fette melone (197), 1 tazza cavolfiore cotto (400), 1 pera (222), 1 pesca (248), 1 banana (223), 1 mela (301), 1 melanzana (326), 1 cetriolo (36), 1 pomodoro (116), 1 piatto spinaci crudi (182), 1 piatto fagiolini cotti (404). Alimenti di 2° gruppo: 1 pompelmo rosa (1188 Orac), 1 avocado (571), 1 kiwi (458), 1 cucchiaio uvetta secca nera (396), 1 cipolla (360), 1 tazza cavoli Bruxelles (1384), 1 patata americana (433), 1 peperone (529), 1 susina (626), 1 succo d’arancia (1142), 1 patata arrostita (575), 1 succo pompelmo (1274), 1 grappoletto uva nera (569), un grappoletto uva bianca (357). Alimenti di 3° gruppo (elementi più ricchi): 1 tazza di fragole (1170 Orac), 3 prugne nere (1454), 1 arancia (983), 1 tazza more (1466), 1 cavolo verde cotto al vapore (2048), 1 tazza spinaci cotti (2042), 1 tazza di mirtilli (3480), 1 bicchiere di succo di uva nera (5216, record mondiale). Altri amici anti-stress ossidativo sono i broccoli, olio d’oliva, extravergine, germogli, grano saraceno, carote, finocchi, radicchio, mango, papaia, lattuga, cachi, fiori di zucchine, lupini, peperoni, porri, aglio, tarassaco, ananas, limoni, rosa canina, biancospino, piselli, rape, patate.

160 MILA SPECIE COMMESTIBILI A DISPOSIZIONE DELL’UOMO

I polifenoli sono presenti in tutte le 160.000 piante commestibili esistenti sul pianeta Terra e rappresentano pertanto una parte integrante e fondamentale della dieta umana. Si suddividono in fenoli semplici, tannino e flavonoidi. Vengono anche chiamati “cibo per la mente” e mantengono giovane il cervello, contrastando l’invecchiamento delle cellule nervose. Ottimi dunque come prevenzione sia per l’autismo nei bambini che per il Parkinson e l’Alzheimer per gli anziani. Contribuiscono alla pigmentazione, ma anche all’aroma, alla fragranza, e al sapore delle piante che li contengono.

ALBERT SZENT-GYORGYI, GRANDE SCIENZIATO UNGHERESE

I flavonoidi, componenti-base di frutta e verdura, assieme ad acqua biologica, vitamine naturali e minerali organicati, sono stati scoperti dallo scienziato ungherese, Nobel per la medicina, Albert Szent-Gyorgyi (1893-1986), scopritore pure della vitamina-C, da lui isolata nel 1937. Il lato interessante è che contengono preziose sostanze solforate chimicamente socializzanti.

I FLAVONI DELLA PERMEABILITÀ

I flavonoidi, o bioflavonoidi, derivano il loro nome dal latino flavus che significa color giallo-oro, ma che poi assumono colore arancio, rosso, violetto a seconda di altre sostanze coinvolte. Essi rappresentano il gruppo più comune di polifenoli, con 4000 e oltre composti, che aumentano di numero man mano che la ricerca li sta portando a galla. Un po’ come nel campo delle vitamine poi che si stimano essere 30 mila, mentre ne conosciamo soltanto un centinaio. Gruppo dei 4000 che si trova nelle piante in forma glicosilata, legata cioè a zuccheri naturali monosaccaridi o polisaccaridi. Vengono anche chiamati vitamina-P, P come permeabilità e come penetrazione attraverso le membrane. Senza di essi il metabolismo umano non avrebbe nemmeno luogo. L’idrolisi di un glicoside libera glicone ( cioè glucosio) e aglicone o antrachinone (cioè alcol).

150 MILA CHILOMETRI DI CAPILLARI DA PROTEGGERE CON SANGUE FLUIDO E NON MELMOSO

I bioflavonoidi esplicano azione protettiva sul sistema cardiovascolare proteggendo le cellule dai ROS (dalle reazioni di trasferimento di un elettrone e/o di un protone all’ossido). I bioflavonoidi inibiscono gli enzimi alteratori, essendo essi capaci di interagire coi ROS, e quindi sono di enorme interesse per la fisiopatologia cardiovascolare. Proteggono infatti il sistema cardiovascolare, in particolare vene, arterie oltre che la vastissima rete corporale di vasi capillari con 150000 km di micro-canalizzazione a servire i 75-100 trilioni di cellule del corpo.

REGOLAZIONE MESTRUALE E NORMALIZZAZIONE DEL FLUSSO SANGUIGNO

Di straordinaria importanza per le donne in quanto regolarizzano e semplificano il mestruo. Hanno azione vasodilatatoria. Vitamina C e vitamina P assieme sono in grado di migliorare il tono venoso e la resistenza parietale dei vasi capillari, dando loro più elasticità. I flavonoidi sono normalizzatori del flusso sanguigno.

LA RUTINA E LA PRECARIA CIRCOLAZIONE LINFO-EMATICA DEGLI ARTI INFERIORI

In genere si tende a identificare la vitamina P nella rutina, che è poi pure essa uno dei glucosidi flavonoici, presente soprattutto negli agrumi, nei limoni, nei capperi, nella menta, nei vegetali, nel grano saraceno. La rutina contiene a sua volta l’eccezionale flavonolo quercitina, legato al disaccaride rutinosio. Si lega bene al ferro bivalente, bloccando la formazione di radicali liberi. La rutina è fattore di contrasto negli edemi e nella precaria circolazione linfoematica degli arti inferiori.

POLIFENOLI AMICI DEL CUORE

Grazie alla loro capacità antiossidante, i composti polifenolici in vitro hanno dimostrato di essere ingredienti base per ridurre le ossidazioni dell’LDL, che sono processi fondamentali nella formazione dell’ateroma, nella lesione iniziale delle pareti vascolari che porta all’aterosclerosi. I bioflavonoidi riducono pure l’ipertensione e il suo impatto sull’arteriosclerosi. Interagiscono con gli enzimi intracellulari che controllano la funzione endoteliale. Hanno proprietà estrogeniche ed effetti modulanti sui sistemi enzimatici. Hanno effetti regolativi su lignani ed isoflavoni, sostanze vegetali ad attività simil-estrogenica. Agiscono come protezione antiossidativa delle aree acquose interne alle cellule e nei fluidi corporei come il sangue.

RIDUZIONE DI EMATOMI ED EMORROIDI

I flavonoidi si suddividono in antocianine (o antociani), pro-antocianine, pro-antocianidine o PAC, calconi (enzimi polichetidi-sintasi, metaboliti di batteri, funghi e piante), catechine, flavoni, flavonoli (pigmenti), flavon-lignani, carotenotidi, flavanoni, isoflavoni, neoflavoni. Parliamo di sostanze naturali che costituiscono il profilo compositivo fito-chimico di molte piante, partecipando alle loro molteplici colorazioni e sfumature, e sono contraddistinti da provate proprietà benefiche sulla salute psico-fisica dell’organismo. Spiccate proprietà riducenti verso ematomi ed emorroidi. I flavonoidi sono dei fito-nutrienti dotati di duttilità sul piano del riequilibrio biochimico.

FLAVONOIDI FORMIDABILI IN TUTTE LE DIREZIONI

Possiedono azione anti-ossidante, anti-infiammatoria, anti-allergica, anti-emorragica, anti-emorroidale, anti-abortiva, anti-leucemica, anti-trombotica, anti-aggregante. Mantengono il buon funzionamento del sistema immunitario, del sistema vascolare, del sistema epatico, dermico e neurologico. Riducono la fragilità dei capillari e quindi risolvono gonfiori ed edemi agli arti inferiori. Contrastano la ritenzione idrica, la cellulite, le problematiche venose, le vene varicose, le ulcere, i sanguinamenti gengivali, le epistassi (sanguinamento dal naso), il sanguinamento emorroidale, i disturbi della retina di origine diabetica ed ipotensiva, migliorando la vista notturna.

DERIVATI DAL FLAVONE E DALL’ISOFLAVONE

I flavonoidi più diffusi e noti sono derivati dal flavone (2 fenil-y-benzopirene) o dal suo isomero isoflavone (3 fenil-y-benzopirene). L’isomero è un composto che ha la stessa formula chimica ma diversa formula strutturale. Ne citiamo alcuni come l’apigenina (flavone presente nel sedano, prezzemolo, pompelmo, noci e camomilla), l’ipericoside (betulla), l’iperina (iperico), la quercitrina, l’isoquercitrina (melissa), il kaemp-ferolo (broccoli, pomodori, fragole, uva, Bruxelles, mele), la luteolina (timo, tarassaco, salvia, carota, finocchio, peperoni, sedano), la rutina, la vitexina (passiflora, biancospino), gli antociani, la quercitina.

AGRUMI, BACCHE E MIRTILLI

Dove si trovano i bioflavonoidi? Primato assoluto per agrumi e bacche. Il mirtillo blu della Patagonia, ad esempio è tra i più apprezzati. Comunque tutti i mirtilli, l’uva spina, l’uva ribes, le more, i lamponi, l’uva rossa inclusa la buccia e i semi, ogni tipo di uva comunque. Ma anche albicocche, mele, pere, prugne, carote, zenzero, timo, salvia, menta, mentastro, origano (contenente timolo e carvacloro, sostanze antibatteriche e anti-infiammatorie).

CI SONO PURE I NEMICI

Quali sono gli acerrimi nemici, incompatibili con i flavonoidi? Il fumo, lo stress, la paura, la preoccupazione, l’aspirina, il cortisone, l’antibiotico, l’antipiretico e il caffè.

QUERCITINA, SOSTANZA NATURALE PIÙ IMPORTANTE DEL PIANETA

Vediamo in dettaglio alcuni dei flavonoidi più importanti. Partiamo dalla quercitina, bioflavonoide bianco, oltre che antistaminico naturale. Pur se ancora poco conosciuta dalla gente, è una delle sostanze naturali più importanti sulla faccia del pianeta, in quanto regina contro allergie ed infiammazioni. Sappiamo che l’intestino non è solo stomaco e tubo intestinale, ma contiene il 70% del sistema linfatico-immunitario, per cui va rispettato religiosamente, e non insultato tutti i giorni con cibarie abominevoli e cervellotiche, assunte a casaccio o in base ad abitudini tanto famigliari quanto dannose.

L’ESPERIDINA E L’EFFETTO ANTI-ARTROSICO SUL COLLAGENE

L’esperidina è un flavonoide ed un vasoprotettore specifico che si trova negli agrumi, nella pasta interna e nella buccia più che nel succo. Il suo alcol o aglicone è chiamato esperetina. La quercitina, assieme alla esperidina, incrementa la resistenza dei capillari e regola la loro permeabilità. Ha inoltre forte azione anti-artrosica, nel senso che contrasta la degenerazione del collagene. L’esperidina aumenta l’efficienza del collagene nei cox-artrosici e rinforza pure il tessuto connettivo.

ANTI-INFIAMMATORIO ED ANTI-STAMINICO NATURALE

La quercitina è il migliore antinfiammatorio, antiallergico ed antistaminico naturale. Inibisce la presenza di istamina stabilizzando i basofili. Controlla la degranulazione di mastociti, basofili e neutrofili. Inibisce la sintesi delle citochine e i loro effetti sui tessuti articolari. Le citochine o citoleuchine sono molecole proteiche prodotte dal sistema immuno-ematopoietico, capaci di indurre produzione, differenziazione e morte nelle altre cellule. La quercitina riduce la sintesi di sostanze chemiotattiche deputate al richiamo di cellule infiammatorie circolanti.

ANTI-EMORRAGICO, ANTI-HERPES LABIALE E VAGINALE

La quercitina inibisce gli enzimi calcio-ossigenasi e lipo-ossigenasi, capaci di ridurre i principali agenti infiammatori istamina, bradichinina e PGE2 (prostaglandine). È anche un modulatore degli stati ansiogeni. Essenziale per la ossidazione della vitamina-C, protegge dalle emorragie e dalla rottura dei capillari. La fragilità dei vasi sanguigni porta alla formazione di macchie rossastre e di edemi sotto-pelle, oltre che mini-emorragie interne e ad accumulazione di liquidi nei tessuti (ritenzione idrica). Assieme alla lisina, è la migliore sostanza naturale contro l’herpes labiale e vaginale.

CONTRASTATRICE DI PARKINSON ED ALZHEIMER

È un free-radicals-scavenger e quindi opera direttamente una sottrazione di radicali liberi alle operazioni corporali. Ha azione anti-apoptoica (protezione da danni neuro-muscolari) ed azione cito-protettiva. Risolve i danni da perossido di idrogeno (radicali liberi) e quindi blocca Parkinson e Alzheimer. Aiuta la prostatite e i dolori pelvici. Allevia la fatica e aumenta il numero di mitocondri all’interno delle cellule, e quindi il potere energetico del sistema cellulare. Ideale per la gente stanca, avvilita, depressa e sfibrata. Aumenta la potenza aerobica del 3,9% (ovvero il VO2 max, il massimo consumo di ossigeno). Aumenta la resistenza fisica allo sforzo del 13,2%, e pertanto di straordinaria importanza per gli sportivi.

QUERCITINA PURA E QUERCITINA GLICOSIDICA

Materialmente parlando, la quercitina pura è un composto giallo-verdastro insolubile in acqua, mentre i suoi composti e derivati glicosidici risultano più idrosolubili. Il 25% della dose pura ingerita viene assorbita dall’intestino tenue attraverso il ciclo portale (vena porta), va al fegato che la re-distribuisce ai vari tessuti del corpo. La quercitina glicosidica invece viene assorbita direttamente dal colon, dove la flora intestinale idrolizza i glicosidi. Troviamo abbondante quercitina nell’iperico (erba di San Giovanni), finocchio, rapa, aglio, sedano, cavolfiore, cavoli, fagioli, fave, lupini, ceci, broccoli, cime di rapa, crescione, cavolo, ciliegie (specie acerole ed amarene), cipolla, capperi, mele, uva rossa, anche uva bianca, peperoncino rosso o paprika, zenzero, vino rosso (ma vedi danni alcol), the verde (ma vedi danni acidificazione).

ECCEZIONALI E POTENTI CATECHINE

Quanto alle catechine, sono potenti polifenoli antiossidanti e solubili in acqua, oltre che facilmente ossidati. Duemila catechine sono note per avere una “struttura di flavon”, per cui sono chiamate pure flavonoidi. La loro efficacia consiste nella capacità di attaccarsi facilmente alle proteine e anche ai metalli nocivi (piombo, mercurio, cromo, cadmio, nichel). Contrastano i radicali liberi, rallentano l’invecchiamento, riducono il colesterolo LDL nel sangue, impediscono il restringimento dei vasi sanguigni, prevengono arteriosclerosi, trombosi, infarti e ictus cerebrali, abbassano la pressione, bloccano gli enzimi assorbi-zucchero e prevengono il diabete, combattono l’aggregazione piastrinica, la dissenteria, il colera, le malattie gengivali, le ulcere gastriche. Creano simbiosi intestinale favorendo i batteri utili come il bifidus. Le catechine hanno pure qualità disintossicanti e chelanti.

SOVRA-PERFORMANTI RISPETTO ALLE VITAMINE

Le catechine sovra-performano di 10 volte la vitamina-C e la vitamina-E come collettori del radicale alchilico perossile. Nelle catechine vengono incluse sostanze tipo CE, ECG, EGC EGCG, chiamate sostanze catechimico-inclusive. La EGCG significa ad esempio epigallo-catechin-gallato ed è la più potente di queste catechine, essendo 25-100 volte più antiossidante di vitamina-C e vitamina-E.

CAROTENOIDI, MOLECOLE DEL BENESSERE

I carotenotidi sono pigmenti gialli e arancione e rossi, liposolubili, oltre 700 sostanze finora identificate. I più importanti sono l’alfa-carotene, il beta-carotene, la beta-criptosantina, la luteina, la zeaxantina e il licopene. Le zeaxantine ad esempio sono presenti nelle ovaie, nei testicoli e nell’occhio, dove costituiscono un fattore protettivo contro la degenerazione maculare. Si trovano nelle pesche, nella zucca, nelle albicocche, nella papaia, nelle prugne, nelle patate a pasta gialla. Le astaxantine, chiamate anche molecole del benessere, appartengono alla classe delle xantofille.

DOVE STA IL LICOPENE IL CANCRO NON ENTRA

Il licopene va pure annoverato tra le sostanze più straordinarie. Basti solo pensare che i suoi livelli sierici nel corpo sono inversamente proporzionali agli sviluppi di cancro al pancreas e alla cervice! Blocca i radicali liberi e in particolare l’ossigeno singoletto, inibisce la perossidazione lipidica e possiede attitudine chemioprotettiva. Il licopene conferisce colore rosso alle sostanze che lo contengono. Pertanto, pomodori, anguria, uva scura, guava rosso, radicchio rosso scuro, cavolo rosso e così via, sono particolarmente importanti.

SERVE UNA ADEGUATA VARIETÀ DI FRUTTA ED ANCHE QUALCOSA DI COTTO

Chi dovesse decidere di intraprendere volontariamente una dieta fruttariana, infatti, dovrà ampliare il ventaglio di scelte offerte dalle vecchie abitudini alimentari. Ovvero non più solo mele, pere, banane, fragole, arance, mandarini, albicocche, pesche e quant’altro possano offrire abitualmente i nostri mercati. Per poter massimizzare  i vantaggi della dieta fruttariana, evitandone le carenze, è necessario aggiungere anche altri frutti magari meno noti. E serve pure integrare con verdure e con qualcosa di sapientemente cotto.

LO STILE DI VITA FRUTTARIANO RIMANE VALIDISSIMO PER TUTTI COME PUNTO DI RIFERIMENTO E COME AUSPICABILE TENDENZA

Consigliabile in particolar modo includere durian, manghi, jackfruit, cocco, avocado, longan, rambutan e le diverse varietà di bacche equatoriali. Tutte cose che probabilmente non sarà facile trovare nel supermercato sotto casa. Non sia questa una scusa per demordere. Consoliamoci col fatto che il miglior tarassaco del mondo si trova proprio nelle nostre campagne, corredato da diverse erbe che non si trovano nelle zone calde.

NIENTE RINUNCE E NIENTE CARENZE ENERGETICHE

Se abbracciare la dieta vegetariana è relativamente facile, già con quella vegana-verduriana stretta si iniziano ad avere i primi problemi legati alla ricerca di cibi integrativi, concentrati e compensativi. Chiaro che una dieta fruttariana è ancor più difficile da poter seguire correttamente.

L’ESPERIENZA DIRETTA CONFERMA QUANTO SOPRA

Devo confessare che col caldo torrido di agosto e col tipo di frutta che si trova sui nostri mercati, non sempre mi trovo a mio agio. Difficile spiegarne i motivi. Angurie e nettarine troppo dolci. Mele poco convincenti. Fichi rinsecchiti. Uve gonfiate. Fragole, ciliegie e nespole troppo frettolose. Melagrane e cachi che tardano a maturare. In tutta onestà è proprio grazie a manghi, durian, rambutan, longan, cherimoya, guava, mangustin, leichi, papaia, cocco, tamarindo, passion fruit, dragon fruit, salak o snake fruit, angurie e meloni più dissetanti di quelli nostri, e arance, pompelmi e cachi tutto l’anno, che riesco a fare il fruttariano quando vivo in Sud-Est Asiatico. Al limite aggiungi il succo di carota o di canna da zucchero, e magari la polentina di manioca, la patata dolce alla brace e la pizzetta vegana come stuzzichini e riempitivi, e il gioco è fatto.

RICONOSCIAMO I NOSTRI LIMITI

È facile, oltre che appagante e divertente, fare i fruttariani in zone come Singapore, Bangkok, Hongkong, Malesia, Indonesia, Filippine, Vietnam, Taiwan, India, Sri Lanka, Myanmar, Australia, Africa, America Latina e Hawaii. Da noi, le cose più interessanti del momento restano l’anguria, i mirtilli e le more, le noccioline e i pinoli. E tante belle vigne coi grappoli in attesa di maturazione. Ottime per la cura dell’uva, il frutto più ricco di flavonoidi del mondo intero, a condizione di trovare grappoli privi di spruzzatura anticrittogamica.

SE NON TROVI LA FRUTTA GIUSTA SEI COSTRETTO A COMPENSARE IN UN MODO O NELL’ALTRO

Tutto sommato, troppo poco per convincere una persona normale a diventare di punto in bianco fruttariano al 100%. Non tutti ci chiamiamo Hilton Hotema (alias George Cléments), che si divertiva da matti tra i frutteti delle Hawaii. Se non troviamo il giusto nutrimento nella frutta, ci vediamo costretti a compensare. Chi con le verdure e le patate, chi con cereali e legumi, chi con la pasta, chi con l’ovetto ruspante, chi con le acciughe e i capperi, chi coi gelati e coi latticini.

CI VUOLE APERTURA MENTALE, FLESSIBILITÀ E SENSO PRATICO

Nel condurre questa mia opera informativa, mi sono ripromesso di essere ligio ai nostri principi fondamentali, ma di essere nel contempo conciliante e di manica larga. Meglio pertanto essere franchi, sinceri, trasparenti e concreti. Non possiamo ubriacarci di teorie virtuose ma nel contempo irrealistiche ed insostenibili. Occorre che la gente trovi modo di soddisfare il suo appetito e le sue necessità biologiche. Non possiamo fare un discorso per pochi addetti e per degli sparuti eroi vegani, crudisti, fruttariani e magari respirazionisti. Ci serve un aggancio con la realtà e con la gente comune. Con la gente che studia e lavora, che ha le sue difficoltà a reperire gli alimenti adatti al proprio benessere.

NON ASSUMIAMO ATTEGGIAMENTI BARRICADIERI O DOGMATICI

Niente irrigidimenti dogmatici. Niente etichettature. Niente classificazioni tipo vegani, fruttariani, onnivori e carnivori, ma solo esseri umani che hanno il dovere di puntare al miglioramento e non alla degenerazione. Vogliamo che più gente sperimenti i vantaggi enormi di una alimentazione leggera, incruenta e più vicina alla natura. Se qualcuno incespica o arretra temporaneamente sulla grande via dell’alimentazione innocente e naturale, non è il caso di demonizzarlo. Un vegano si mangia l’ovetto? Rimane un vegano che arretra temporaneamente a vegetariano. Non ha perso per questo la verginità o la nobiltà d’animo. La raccomandazione principale rimane in ogni caso quella di mantenersi il più puliti possibile dentro, nel corpo e nell’anima. Coltivare insomma giusti pensieri e chiari obiettivi.

ALLA RISCOPERTA DI UNA COSA STUPENDA E DIMENTICATA DI NOME NATURA

Anche perché la vera rivoluzione non è quella esterna, che spacca, distrugge, annienta, creando una scia di incubi e di massacri, come la Rivoluzione Francese, quella Sovietica, quella Cinese, quella Vietnamita e quella Cambogiana. Una serie di orribili e fallimentari accadimenti. “La vera rivoluzione è quella che realizziamo al nostro interno. Dopo 30 anni di viaggi esterni, ho deciso di intraprendere quello più importante di tutti, che è il viaggio dentro te stesso. E questo mi ha permesso di riscoprire una cosa stupenda che avevo dimenticato, e che per nome si chiama Natura”. Parole di un grande uomo come Tiziano Terzani (1938-2004).

CRUDISMO NON SIGNIFICA FANATISMO

Il crudismo non deve essere guardato come la chiave di volta dell’esistenza umana. Chi lo intende in queste modalità lo fa per moda o per schemi mentali. Crudismo per me significa semplicemente incrementare la frutta di mattina e al pomeriggio tardi e inserire un piatto crudo di radicchio e ravanelli, o di cetrioli e pomodori, o di carciofi e finocchi come piatti di esordio a pranzo e cena, seguiti da un secondo piatto di pietanze anche cotte in modo conservativo. Importante evitare le temperature oltre i 110-120°C dove anche i migliori carboidrati di elezione diventano fonte di micidiali acrilamine, veleni allo stato puro per il fegato, la milza, il pancreas e l’apparato renale.
Più centrifugati di carote-sedani e ananas e meno fornelli costantemente accesi, ma senza negare mai un piatto caldo a chi lo brama e lo richiede.

UN CORSO DI NUTRIZIONE ESISTE GIÀ E BASTA SFOGLIARE

Un corso di nutrizione con Valdo Vaccaro? Basta leggere con maggiore puntualità le mie tesine per averlo pronto e servito, con tutte le sicurezze e le dubbiosità che sorgono dalla conoscenza non dogmatica, prefabbricata o collusa col potere, ma trasparente, scientifica e indipendente, oltre che mobile, dispettosella ed ambulante, come credo dovrebbe essere ogni buona iniziativa controcorrente.

PIANO CON DECORAZIONI E STRANEZZE

Il mio crudismo non ha nulla di sofisticato. Non prevede grandi ricette e grandi soluzioni aromatiche. Non ipotizza rivoluzioni nel gusto. La natura ce le offre già in piena abbondanza. Niente piatti carichi di decorazioni e di stranezze. Niente spaghetti di zucchine crude, indigesti, privi di sapore e di contenuto.

SALVAGUARDIAMO I PIATTI INNOCENTI DELLA BUONA TRADIZIONE

Mi stanno benissimo i piatti della tradizione, inclusivi di gnocchi di patate e passati di verdure, farinate di ceci, polenta arrostita e pani al mais, pop-corn fatti in casa, frico e patate, fagioli e cipolla, succulente peperonate, brovade e crauti, polpette vegetali, al limite uova ruspanti al tegame o all’occhio di bue con spolverata di tartufo oltre a qualche sacrificabile alice col cappero, quando il potere ripulitivo e le mine al potassio di troppa frutta richiedessero un ribilanciamento salino e sodico.

UN CUOCO MODERNO DEVE SAPER GIOSTRARE TRA CRUDO E COTTO

Stiano attenti i cuochi del raw food a non scadere nelle sciocchezze e nell’esibizionismo, perdendo di vista l’appetito sano e naturale della gente che studia e lavora in condizioni precarie e stressanti.
Pensiamo piuttosto a mantenere nelle giuste condizioni di equilibrio e di forma le nostre mucose intestinali, la fluidità del nostro sangue, la vivacità del linfatico, il pH alcalino della matrice extracellulare, il ritmo del nostro metabolismo alimentare e del nostro ricambio cellulare.

IL VERO AGENTE DI SALUTE RIMANE LUI, IL NOSTRO CORPO

Sconfiggiamo l’indolenza, l’apatia, la fiacca e la pigrizia delle nostre reazioni bioelettriche e delle nostre neutrotrasmissioni endocrine. Ridiamo vigore e massima funzionalità a organi basilari e straordinari come a un fegato dalle 500 e oltre funzioni, a un pancreas carico di enzimi e di ormoni, a un sistema renale dai filtri iper-sottili e ultra delicati, a 150 mila km di micro-condutture capillari che portano sostanza e rimuovono residui tossici a 100 trilioni di cellule in continua ebollizione. Facciamolo massimizzando i meliors (esposizione solare, respiro addominale, pensiero positivo, dieta leggera e responsabile) e riducendo al minimo gli stressors (caffè, the, cadaverina, zuccheri raffinati, cibi spazzatura e bevande spazzatura).

RISPETTIAMO DI PIÙ IL DONO DELLA VITA

Più che nelle cibarie speciali e straordinarie il segreto del nostro benessere fisico, mentale e spirituale, sta nel rispetto di un motore formidabile che il creatore ci ha messo a disposizione contando sul nostro buon senso e la nostra intelligenza operativa, sul nostro intuito e la nostra capacità di ascoltarne i rumori, le sensazioni e le minime esigenze.

CIBARIE NATURALI E PACIFICHE

Cibarie semplici, sobrie, digeribili, naturali, pacifiche, il più possibile innocenti, allineate col nostro disegno corporale di specie umana-fruttariana, probabilmente dotata di speciali responsabilità nei riguardi dei beni naturali messici a disposizione per questa frazione di vita e per quelle successive che verranno a completare il nostro percorso.

CERTA GENTE NON MERITA DI PASSARLA LISCIA DEL TUTTO

Sono rispettoso di me stesso e degli altri a 360 gradi, da una vita. Non voglio imporre la mia idea a nessuno. Desidero fortemente che venga raso al suolo, con le buone e col ragionamento più che con manifestazioni di piazza violente ed improduttive, ogni luogo di esecuzione chiamato macello, tonnara o allevamento industriale intensivo. Desidero ardentemente che finiscano dietro le sbarre i funzionari dei servizi segreti spionistici implicati in crimini contro l’umanità. Auguro i lavori forzati per almeno un anno ai dirigenti della Monsanto, autori di avvelenamento delle zolle e delle falde acquifere di mezzo mondo, con Round-Up, azidrine, Ogm e altre imposizioni ancora.

QUATTRO TIPI DI FAME DA SODDISFARE

La realtà è che non esistono sostituti validi ai cibi e ai metodi naturali di vita e di alimentazione, presi in linea armonica col disegno del nostro corpo e con le sue inalterabili esigenze. L’aria è il primo alimento e l’acqua pura, meglio ancora l’acqua biologica, il secondo. La fiducia in se stessi, nel mondo e nella creazione, è il terzo alimento. Il rispetto e l’amore per le creature viventi e per l’ambiente naturale sono il quarto alimento. Soddisfatti questi primi quattro tipi di fame basilare, l’assieme corpo-mente-anima è in grado di sorvolare sulle piccolezze e sulle meschinità umane.

IL SORRISO E IL RELAX PERMETTONO DI DIGERIRE ANCHE I SASSI

Quando una persona si è assicurata l’equilibrio, ed è capace senza sforzo alcuno di essere felice e sorridente, in pace con se stessa e con gli altri, in armonia col prana delle altre creature, può anche consumare i frutti, i semi, le radici e i germogli della Madre Terra, che sceglierà con libera intelligenza e buon senso, e che saranno digeriti, assimilati ed evacuati senza difficoltà alcuna e senza effetti collaterali.

IL GRANDE RUOLO DELLE SODDISFAZIONI SPIRITUALI

Che l’essere umano non si alimenti solo di cibo materiale, ma anche e soprattutto di soddisfazioni spirituali, lo sappiamo ormai tutti. Noi italiani non siamo figli dei petrolieri del Texas e nemmeno degli sterminatori dei Pellerossa e dei bisonti d’America. Abbiamo ancora un sia pur esile rapporto con San Francesco, con Girolamo Savonarola, con Dante Alighieri, con Giovanni Boccaccio e con Giordano Bruno. Oscilliamo in continuazione tra santità e peccato, tra seriosità e spassoso divertimento. Gli stessi antenati romani avevano coniato la mirabile espressione Panem et circensem.

ALIMENTARSI IN ARMONIA CON L’UNIVERSO E NON IN CONTRASTO CON ESSO

Col cibo ci si può rovinare o si possono realizzare dei prodigi. Dobbiamo però comprendere e convincerci che il cibo giusto è carico di elementi divini, magici ed alchemici. “Se mangiate il cibo giusto, e lo mangiate secondo le regole, sarete stupefatti ed entrerete in un altro ordine di vibrazioni. Vi sentirete legati all’universo ed in armonia con esso, per cui godrete di uno straordinario stato di pace, di pienezza e di felicità. Finché non provate questo stato di grazia, nulla avrete compreso della nutrizione”. Sono le parole di Omraam Mickael Aivanhov (1900-1986), filosofo e pedagogo bulgaro, che si dedicò ad insegnare, con penetrante, ironica e sottile religiosità, il perfezionamento concreto nel pensiero e nei comportamenti umani.

UN TRACCIATO MILLENARIO DI SAGGEZZA E DI BUON SENSO

Qui e solo qui stanno i metodi, e non nell’ubriacatura continua mediante integratori di ogni tipo, mediante cibi iperproteici e bevande nervine. Questa, detta in soldoni, è la scienza dell’alimentazione che promulghiamo. Più uno si allontana da questi schemi e meno raccoglierà in termini di bellezza e di performance psicofisica.

LA SALUTE NON HA BISOGNO DI STRUMENTI E DI TIMBRI SANITARI

La salute si prova e si sente in modo inequivocabile, quando viene ripristinata davvero. La capacità di respirare, di alimentarsi con gioia ed appetito, di andare regolarmente di corpo, di possedere il controllo dei propri pensieri e dei propri movimenti, di non fare cilecca quando serve, di rispettare l’integrità e gli interessi vitali del prossimo, umano ed animale che sia. Servono forse degli apparecchi per misurare tutto questo? Le guarigioni della Health Science non sono mai placebo, o temporanee stroncature del sintomo, in attesa che tale sintomo riproduca recidive o si trasformi in altre patologie peggiori di quella curata, o diventi un nodo che viene al pettine a distanza, come succede troppo spesso con le cure mediche.

PER ESPRIMERE GIUDIZI SERVONO DOTI CHE LA MEDICINA ATTUALE NON POSSIEDE

Una medicina che, a parte poche eccezioni, non possiede la capacità di comprendere la natura costruttiva della malattia. Una medicina che pensa alla malattia come a qualcosa che possiamo prendere da qualcuno e non da noi stessi. Una medicina che ritiene la malattia proveniente da mostri batterici e virali. Una medicina che non riesce nemmeno a cogliere il fatto che il sintomo è un percorso guaritivo e naturale del corpo e che quindi è da non toccare e da non curare. Una medicina che non vuol capire che è il continuo vivere sbagliato che porta la gente ad ammalarsi. Una medicina di questo tipo non ha il diritto morale e legale di porsi come risolutrice esclusiva e monopolista dei processi guaritivi. La dottrina delle malattie specifiche, nemiche e contagiose è il rifugio delle menti deboli e fragili della medicina, sentenziò la grande Florence Nightingale. Questa è la mia risposta alle varie denigrazioni di una critica sfasata, monocorde e noiosa, priva di mordente oltre che di argomenti veri e propri.

NON ESISTE CONFERENZA DOVE SIANO MANCATE IMPORTANTI E SPONTANEE TESTIMONIANZE

La gente comune comincia ad aprire gli occhi. La gente di strada, anche senza l’ausilio di strumenti e di prove del sangue, è in grado benissimo di capire se sta bene o se sta male. Ha ben registrato nella memoria le esperienze di troppi familiari, amici e conoscenti che sono finiti male. Ha sperimentato anche di persona cosa significa essere inchiodati a vita a un farmaco o a degli integratori. Ha sperimentato sulla propria pelle cosa è un effetto collaterale. Non c’è una conferenza che ho tenuto in questi anni, dove non si siano presentate spontaneamente gruppi di persone, mai incontrate prima, beneficiate dall’Health Science.

TUTTE LE PILLOLE SONO NORMALMENTE INSULTI ALLA SALUTE E AL BENESSERE DI LUNGO PERIODO

I multivitaminici e le varie pillole in circolazione sono autentici insulti chimici a un corpo che vive di sostanze acquose, elettrizzate e soleggiate. C’era un nutrizionista che ridicolizzava il succo d’arancia. Si era fatto confezionare un giaccone apposito con una ventina di capienti tasche, e portava appresso una cinquantina di pillole di colore diverso, atte a coprire i suoi fabbisogni mineralvitaminici. Robert Atkins, grazie a queste convinzioni, ereditate da Linus Pauling, è finito nel peggiore dei modi, similmente ai vari Montignac (diete antiglicemiche), a David Servan-Schreiber (Omega-3 da pesce) e a Carlo Cannella (carne, latte e B12).

MASSIMIZZIAMO PERTANTO LA VITALITÀ

Per concludere, abbiamo enormi margini di miglioramento. Smettiamola di riempirci con cibi-spazzatura e con sostanze grasse che addensano il sangue e impigriscono il linfatico. In termini di termomeccanica si raggiunge il massimo quando si ha a propria disposizione un motore ad alto rendimento, in grado cioè di offrire massima resa e performance in condizioni di minimo sforzo, col minimo consumo e con la più lunga durata. Applichiamo dunque la formula di Ehret, dove V = P – O (vitalità uguale potenza meno ostruzione). Riflettiamo molto su questa formula, ed in particolare sul valore O (ostruzione), che deve essere tenuto costantemente ai minimi termini. Con l’ostruzione vicina allo zero siamo vicini alle condizioni ideali di perfezione operativa.

LA CHIAVE DI VOLTA STA NERLLA FORMULA DEL SANGUE

Mantenere il sangue scorrevole e privo di addensamenti lipo-tossici è la chiave di volta dello star bene. Nessuno muore di malattie cardio-vascolari ma tutti muoiono di sangue guasto, insegnava il grande Padre Taddeo di Wiesent. Dove e come ottenerlo? Mediante digestioni leggere, funzionali e complete, dove si evitano dispersioni energetiche e moltiplicazioni leucocitiche,  dove assimilazione dei nutrienti ed eliminazione accurata e totale delle scorie giocano un ruolo basilare, dove il colon privo di irritazioni fa il suo dovere. In altri termini, il picco di forma psico-fisica-spirituale si mantiene e si recupera applicando il nostro pacchetto-salute, ovvero mettendo assieme le stupefacenti risorse naturali chiamate molecole del benessere.

Valdo Vaccaro
http://valdovaccaro.blogspot.it/2014/05/le-molecole-del-benessere.html

Gestire il potere…

Bisogna prima preparare
le persone… non è mai stato fatto, ma siamo
ancora in tempo

Preziosi testi di Osho apparsi su Osho Times n. 207

“Una cosa è più che certa: i giorni dei politici sono finiti.
Che potere hanno i politici? Siamo stati noi a dare loro tutto il potere di cui si sentono padroni. E possiamo riprendercelo. Non è loro, appartiene a noi. Dobbiamo solo trovare il modo, perché dare potere è molto facile, ma riprenderselo è un po’ più difficile. Il potere è nostro, ma quella gente continuerà a conservarlo, se le masse continueranno a sostenerli e le masse possono essere convinte a fare qualsiasi cosa.”
Osho

Le persone che avranno il potere devono essere preparatea gestirlo.
Fino a oggi, per migliaia di anni, nessuno è mai stato educato in questo senso.
Se una persona vuole fare il pugile, non la buttate sul ring dicendole: “Datti da fare! Devi imparare”. Se una persona vuole diventare uno schermidore dovrà allenarsi per anni, altrimenti non saprà neppure tenere in mano la spada e le sarà impossibile usarla per combattere. Come prima cosa dovrà imparare a estrarla dal fodero e a tenerla in mano. Si dovrà allenare. Non date in mano una chitarra a qualcuno che non ne ha mai vista una, aspettandovi che suoni come un Mozart o un Ravi Shankar.

È proprio questo l’errore.
Avete mai preparato le persone che oggi sono al governo? Qualcuno ha mai pensato che le persone nelle cui mani è concentrato un potere tanto grande dovrebbero avere qualità particolari, che impediscano loro di abusare di tale forza? Non è colpa loro.
Ecco perché propongo che in ogni università nascano due nuove facoltà: la prima sarà un istituto per
la “deprogrammazione”. Chiunque con­segua una laurea dovrà, come prima cosa, ottenere anche un certificato da questo istituto che attesti
la deprogrammazione da cristiano, hindu, tedesco, americano, comunista, musulmano, o ebreo… che elimini qualsiasi altro “marchio di fabbrica” vi sia stato impresso. Sarà la prova che siete stati ripuliti da ogni immondizia, perché questo è stato finora il vostro problema.
Se avete creduto in qualcosa per cinquanta, sessant’anni, e a un tratto io dico che è solo un’assurdità, è inevitabile che vi irritiate, che vi irrigidiate, perché vorrebbe dire che per tanti anni siete stati degli stupidi. Ma se avete fegato e intelligenza, è ancora possibile uscire da questo baratro.
La mia religiosità non è altro che scienza della deprogrammazione.
E ricordate, non confondetela con
la deprogrammazione in voga in California, perché si tratta di ri-programmazione: se una persona sta fuggendo dal cristianesimo, viene ricondotta all’ovile! E la chiamate deprogrammazione?!
Deprogrammare vuol dire far sì che tu sia semplicemente privo di qualsiasi programma: privo di religione, razza, casta, nazionalità… sei lasciato in pace, ti è concesso di essere te stesso, di essere un individuo. Bastano quattro anni. La deprogrammazione non richiede molto tempo: bastano poche ore al mese, per quattro anni, e sei deprogrammato. E non sarà rilasciato alcun certificato di laurea se prima l’istituto di deprogrammazione non avrà dichiarato che non hai più “etichette”, che sei un semplice essere umano.

La seconda facoltà sarà l’istituto per la meditazione, perché la semplice deprogrammazione non è sufficiente. Questa ti ripulisce da ogni contaminazione, ma restare vuoti è difficile: presto torneresti a raccogliere im­mondizia. Da solo non saresti capace di imparare a vivere felice nel tuo vuoto interiore e l’arte della meditazione consiste proprio in questo. Per cui questo istituto ti fornirà l’aiuto della meditazione. Non sono necessarie cose complesse: sono le università e gli intellettuali che hanno la tendenza a complicare le cose! È sufficiente un semplice metodo di osservazione del proprio respiro: ogni giorno, per un’ora, dovrai andare in quell’istituto per stare semplicemente seduto in silenzio a osservare il processo della tua mente, mentre la tua attenzione resta focalizzata sul respiro. Non occorre fare nulla. Sii un semplice testimone, un osservatore, uno scrutatore, guarda il movimento della mente: lo scorrere di pensieri, desideri, ricordi, sogni e fantasie. Resta semplicemente distaccato, tranquillo, senza criticare, senza giudicare. Quando afferri il meccanismo, diventa la cosa più facile del mondo.
Per ciò che concerne la meditazione, vanno ricordate alcune cose essenziali: la prima è lo stato di rilassamento, privo di lotta, di controllo, di concentrazione. La seconda è l’osservazione attenta: sii testimone di qualsiasi cosa accada dentro di te. E come terza cosa, non sviluppare giudizi o analisi su ciò che succede. Sii un semplice osservatore.
Il corpo cambia, la mente cambia, le emozioni cambiano: solo il testimone resta sempre lo stesso.
Praticando l’osservazione, noterai che le nuvole dei pensieri e delle emozioni pian piano inizieranno a disperdersi, facendo apparire il vasto cielo azzurro del tuo essere interiore: proverai cosa sia andare al di là della struttura corpo-mente-cuore. E quando avrai sperimentato questo stato dell’essere, avrai assaporato la meditazione: e la meditazione è pace, gioia e appagamento.

Per cui, da un lato l’istituto per la deprogrammazione ti ripulirà, ti svuoterà, ti renderà uno spazio libero; dall’altra l’istituto di meditazione ti aiuterà a godere del tuo nulla, del tuo vuoto… l’assoluto vuoto interiore, la sua pulizia e la sua freschezza. E man mano che ne godrai, avrai la sensazione che non è affatto privo di contenuto, è pieno di gioia. All’inizio sembra uno spazio vuoto perché sei abituato a vederlo pieno di un’infinità di sporcizia e, ora che è stata rimossa, ti sembra vuoto.
Assomiglia a una stanza arredata; l’hai sempre vista piena di mobili… poi, un giorno, entri e scopri che l’intero mobilio è stato portato via. Dirai: “Questa stanza sembra vuota”. Non è vuota, è semplicemente pulita. Per la prima volta la stanza è piena di spazio. Prima era ingombra, piena di cose inutili; ora è puro spazio.
Per godere del tuo vuoto interiore devi imparare la meditazione. Il giorno in cui una persona inizia a godersi il proprio vuoto, la propria solitudine, il nulla, è uno dei giorni più belli della sua vita, perché da quel punto in poi può vivere in meditazione: e con questo intendo dire vivere in amore, con presenza, essere un testimone.

Qualsiasi cosa fai, falla con gioia e totalità: come se in quel momento fosse la cosa più importante al mondo. Quando fai una cosa qualsiasi con tanta intensità, con tanto amore, con tanto rispetto, ne sei trasformato. E ciò che non ti trasforma, non è meditazione.
In tutte le religioni, invece di meditare si prega, ma quelle preghiere non sono altro che lamentele e richieste: non vi condurranno mai all’essenza più intima del vostro essere né a dimensioni di consapevolezza superiori; rimarrete gli stessi di sempre. Centinaia di cosiddetti insegnanti continuano a plagiare la gente in nome della meditazione; non insegnano altro che una disciplina della mente, attraverso la pratica della concentrazione. Ma la concentrazione è un fenomeno mentale che rafforza ancora di più la mente, mentre la meditazione, in breve, non è altro che la creazione di uno spazio vuoto tra te e la tua mente.

Ad esempio, la Meditazione Trascendentale, che è diventata rappresentativa di tutte queste cosiddette meditazioni: ti concentri su una parola, una parola sacra, e la ripeti il più velocemente possibile, senza lasciare un solo intervallo. Questo crea una forma di sonno volontario che procura un rilassamento del processo di pensiero. È un esercizio piacevole e alla fine avrai una sensazione di benessere. Non lo critico, ma per favore non chiamatelo meditazione e non definitelo trascendentale: sono parole sbagliate. Non è altro che un’autosuggestione ipnotica.
La meditazione ti renderà un essere umano nuovo, ti darà una consapevolezza nuova che non conoscerà paura né sarà rigida, avida, piena di odio. Non avrà emozioni o sentimenti oscuri, brutti, malati, nauseabondi. La meditazione conosce solo ciò che ti eleva, che ti porta sempre più in alto. A quel punto nessuno potrà più riprogrammarti; nessuno, nel mondo intero, sarà in grado di farlo.

Se l’istituto di meditazione non ti rilascerà il suo diploma, l’università non ti concederà la laurea. La laurea verrà solo quando avrai conseguito un certificato di pulizia da parte dell’istituto di deprogrammazione e un diploma da parte dell’istituto di meditazione. Dipenderà da te: potrai essere promosso in un anno, in due, in tre oppure quattro. Ma quattro anni basteranno e saranno d’avanzo: qualsiasi imbecille, se solo sta seduto un’ora ogni giorno senza far nulla per quattro anni, scoprirà inevitabilmente ciò che scoprirono Buddha o Lao-tzu, che ho scoperto io. Non è questione di intelligenza, di talento, o di genio. Si deve solo aver pazienza.
Quindi, prima dovrai ottenere un diploma, una laurea in meditazione, poi potrai ottenerne una in letteratura, in economia o in scienze. E sarà la stessa cosa se ti vorrai specializzare: prima dovrai ottenere una specializzazione in meditazione e di nuovo ti sarà richiesto di proseguire per altri due anni nell’istituto di deprogrammazione, in quanto non puoi essere lasciato a te stesso con tanta facilità.
Questi processi, di deprogrammazione e di meditazione, si sviluppano di pari passo. Un istituto continua a purificarti, a svuotarti; l’altro a riempirti, non di cose, ma di qualità: beatitudine, amore, compassione, un’incredibile sensazione di avere valore, senza alcuna ragione. Il semplice vi­vere, respirare, è una prova che l’esistenza ti considera degno di essere al mondo, che l’esistenza ti considera degno di essere qui: tu sei indispensabile all’esistenza.

Se una persona prosegue negli studi universitari, continuerà ad andare all’istituto di meditazione per un’ora ogni giorno e prima di ottenere la specializzazione negli studi scelti, dovrà ottenere quella in meditazione: questi saranno i documenti necessari per ottenere la specializzazione. E voglio che questo processo continui: se in­tendi ottenere un dottorato, dovrai fare altri quattro anni di deprogrammazione e di meditazione. Sono requisiti obbligatori per qualsiasi grado di studi; in questo modo, quando uscirai dall’università, non sarai solo una persona intelligente e istruita, sarai anche una persona che medita: rilassata, felice, silenziosa, tranquilla, in pace, capace di osservare, attenta, intuitiva. E non sarai più un cristiano né un hindu e non sarai più americano né russo: ti sarai liberato completamente da questi pesi.
In questo modo, mentre ricevi un’istruzione, al tempo stesso e in maniera molto sottile, ti prepari a gestire il potere, in modo tale che non ti possa corrompere e che tu non ne possa abusare.
Tratto da: Osho, La Grande Sfida, Bompiani Editore
http://www.oshoba.it/index.php?id=articoli_view_x&xna=74 

IL SOLE HA IL DIFETTO DI APPORTARE SALUTE E DI ESSERE GRATUITO

Insegnare male significa rovinare la gente. Viviamo in un mondo che insegna male sistematicamente. Siamo circondati da poteri, organismi e media che fanno di tutto e di più per allontanarci dalle risorse naturali e farci diventare degli zombi e dei robot obbedienti ed addomesticati. Vorremmo sbagliarci su tutto questo, in nome del pensiero positivo e del relax che predichiamo da sempre come ingredienti fondamentali di salute, ma la chiarezza e l’obiettività che ci contraddistinguono impongono di essere franchi e schietti.

IL SOLE HA IL DIFETTO DI APPORTARE SALUTE E DI ESSERE GRATUITO

La propaganda terroristica delle istituzioni sanitarie, tutte contrarie al sole, dovrebbe far riflettere la gente. Il sole è una risorsa naturale libera e gratuita e questo già suona male, in quanto non dà modo di impiantarci sopra dei guadagni e delle speculazioni. Il sole poi fa bene alla salute, e questa è un’altra caratteristica estremamente sconveniente e sgradita, capace persino di mettere in secondo piano l’impiego di farmaci e integratori, unica strada maestra possibile verso il benessere secondo l’Ordine Medico e Big Pharma.

VIVERE NELLA PENOMBRA O SOTTO LE LUCI AL NEON È TORTURA AGGIUNTIVA

Se poi ci aggiungiamo pure le cattive abitudini della vita moderna che ci costringono non solo a mangiare cibi tossici, ma anche a stare quasi sempre nella penombra di edifici oscuri, a fare lavori noiosi che aumentano il nervosismo e lo sforzo mentale ed oculare, otteniamo le dimensioni del nostro dramma quotidiano, fatto di ombra, di reumatismi, di ossa deboli e di carenze in vitamina D.

Noi insegniamo salute e benessere. Sta arrivando la buona stagione e l’invito generalizzato è fare il pieno di energia solare, disattendendo alle false paure ingenerate dai soliti ignoti.

LA LEZIONE DI ARNOLD EHRET

Il Professor Arnold Ehret, grande consumatore di frutti solari come le ciliegie, nel raccomandare la transizione graduale ad una dieta di sola frutta e verdura per la guarigione di tutte le malattie, indicava già nel 1910 come perentori anche i bagni di sole di 20-30 minuti al giorno ad esposizione integrale. Un corpo, libero dalle ostruzioni causate dalla cattiva alimentazione, è in grado di stare per parecchi giorni senza cibo, purché non manchi l’energia naturale del sole, e gli altri ingredienti fondamentali tipo l’esercizio fisico e le componenti mentali del pensiero stesso che anima l’essere umano. La formula ehretiana V = P – O (vitalità = potenza corporale meno ostruzione) sintetizza assai bene il pensiero del Gran Maestro bavarese.

SHELTON GRANDE AMICO DEL SOLE

Il Dr Herbert M. Shelton nel suo libro del 1934 The Hygienic System dedica diversi capitoli all’impiego del bagno solare e su come esso sia benefico anche per gli occhi e la vista, consigliando di rinforzare gli occhi imparando a guardarlo senza paura. “Ho sempre vissuto senza copricapi per più di quarant’anni, e quasi tutto questo tempo l’ho passato in Texas, sotto il sole sub-tropicale, e ciò non mi ha mai causato danni. I miei pazienti non coprono la testa mentre fanno il bagno di sole e non ne vengono danneggiati. Gli occhi vengono beneficiati dalla luce e danneggiati dall’oscurità. Rimirare direttamente il sole è di grande beneficio per la vista indebolita. I pesci che vivono in cave buie, dove non ricevono luce solare, sono sempre ciechi. Strizzare gli occhi non è necessario, né uno ha bisogno di occhiali scuri per prevenirlo”. Queste le affermazioni del grande igienista americano.

LA FOTOTERAPIA DI ANTONINO SCIASCIA

Antonino Sciascia era un insigne medico siciliano, di Canicattì, di fine Ottocento. Curava le persone esponendole al sole, e concentrando la sua forte luce sulle parti da trattare mediante una enorme apparecchio costituito da lenti di ingrandimento, da lui denominato Fotocauterio, brevettato a Londra.  Fototerapia era il nome da lui dato a questo suo metodo, i cui risultati erano sbalorditivi, perché riusciva a risolvere in uno o due mesi malattie gravissime come il carbonchio, la tubercolosi, il lupus, e altre ancora. Purtroppo, come spesso accade nella scienza, le sue scoperte e i suoi successi, forse perché basati su soluzioni semplici, sono stati nascosti e addirittura usurpati da altri medici, tra i quali il danese Finsen, premio Nobel per la medicina nel 1903, a cui tutti attribuiscono la scoperta della fototerapia sciasciana.

GUARDARE IL SOLE SENZA PAURA ANCHE PER IL DR BATES

Il Dr William H. Bates di New York, lo scopritore della vera cura della vista imperfetta con metodi naturali, senza occhiali e operazioni, è stato il più prolifico autore su questi argomenti, forte anche dell’esperienza maturata con pazienti oculari in oltre cinquant’anni di pratica clinica. Non solo Bates raccomandava l’uso della luce solare, ma incoraggiava i pazienti a guardare direttamente il sole per guarire i problemi degli occhi, C In particolare, Bates aveva applicato il principio del Fotocauterio di Sciascia direttamente sull’occhio.

OTTIME ISTRUZIONI ANCHE PER I PAZIENTI FOTOFOBICI

Così facendo, in pochi minuti anche i più gravi pazienti fotofobici diventavano capaci di aprire ampiamente gli occhi al sole di mezzogiorno e di rimirarlo addirittura, all’inizio per pochi istanti, e nel corso del tempo a volontà. Il libro fondamentale di Bates, pubblicato nel 1920, e disponibile in italiano nel sito www.sistemabates.it, dal titolo Vista Perfetta Senza Occhiali, riporta tutta la conoscenza necessaria al lettore per guarirsi da solo usando la luce sugli occhi, con fotografie dell’epoca in cui si illustra come guardare il sole a mezzogiorno e come usare correttamente la lente solare per concentrare i raggi sulla sclera.

IL CASO DI TERESA NEUMANN

L’uso della luce del sole come pura energia in grado di affrancare l’essere umano dal bisogno di cibo è una materia affascinante che va ben oltre i problemi di salute. I casi di cui si ha testimonianza certa sono molteplici. In Europa, la mistica cattolica Teresa Neumann (1898-1962) perse la vista in seguito ad un incidente nel 1918, ma nel 1923, in occasione della santificazione di Teresa di Lisieux, miracolosamente la riacquistò, iniziando un percorso di elevazione spirituale che la portò, pochi anni dopo, a non sentire più lo stimolo della fame e a vivere di una sola ostia al giorno per oltre trentasei anni.

DA PITAGORA, A SOCRATE E A DIOGENE

Accadimenti simili vengono riportati un po’ da tutto il mondo nelle varie ere storiche. Si dice che fosse addirittura il greco Socrate, nel quinto secolo prima di Cristo, a rimanere in osservazione del Sole e della Luna per giorni interi. Lo stesso Pitagora, nella sua scuola di Crotone, riservava un’ora al giorno all’osservazione del sole come materia di studio per le varie classi. Impossibile non citare l’episodio del grande Diogene (412-323 a.C). Posso fare qualcosa di utile per te? gli aveva chiesto Alessandro Magno venuto a trovarlo presso la botte rovesciata in cui il filosofo viveva. Sì, imperatore, puoi scostarti perché mi stai togliendo la luce del sole!

OSSERVATORI DEL SOLE IN TEMPI MODERNI

Anche nei tempi moderni non mancano i giusti insegnamenti.  Quelli del maestro bulgaro Beinsa Douno (m. 1947, scopritore della Paneuritmia), e degli indiani Acharya Jovel, Dimbeswar Basumatary, Sunyogi Umasankar, Hira Ratan Manek, nonché dell’ucraino Nikolay Nikolayevich Dolgorukiy, tutti osservatori regolari del sole, con risultati più o meno eccezionali.

COME GUARDARE IL SOLE

Chi ha una vista normale e una mentalità rilassata può in genere guardare il sole senza problemi a tutte le ore del giorno. Il segreto fondamentale per arrivare a poter rimirare il sole di mezzogiorno senza problemi sta tutto nel procedere con discrezione, iniziando con pochi secondi al giorno all’alba e al tramonto. L’ideale, per abbreviare questo periodo di lenta riabilitazione alla luce naturale diretta del sole, sarebbe l’uso della “lente solare” del Dr Bates, per la quale rimandiamo al sito www.sistemabates.it.

GUARDARE IL SOLE PER IL PIACERE DI FARLO

Nei casi gravi di intensa fotofobia, è sbagliato iniziare a guardare direttamente il sole senza prima aver abituato gli occhi, e la mente, alla luce del cielo. Applicando questi principi di buon senso, ci rendiamo conto che l’osservazione diretta del sole non può essere una fatica o un lavoro sul quale ci si debba concentrare e sforzare, ma è una felice occasione per godere del profondo rilassamento che la Natura ci offre ogni giorno per garantirci il benessere e la vitalità.

SOLE COME TERAPIA GUARITIVA

Chi non può guardare il sole è una persona nervosa, confusa e infelice. Chi può osservarlo liberamente invece è allegro, spensierato, e padrone delle sue azioni e della sua vita in generale. Imparando a guardare il sole, considerandolo una fonte di energia e di tranquillità, chiunque di noi può non solo guarire la sua vista e la sua mente, ma anche accelerare e completare qualsiasi altra terapia naturale stia effettuando, con benefici immediati e lampanti soprattutto sul piano della detossificazione da farmaci, metalli pesanti, cibi errati e inquinamento.

L’uomo è disumano

Perché le persone si trattano nel modo che vediamo? È tutto il risultato di un condizionamento, o c’è qualcosa nell’uomo che lo porta facilmente ad andare fuori strada?
 
Entrambe le cose sono vere.
In primo luogo, c’è qualcosa nell’uomo che lo porta fuori strada. E, in secondo luogo, ci sono quelli che hanno un interesse nel portare le persone fuori strada. Queste due cose insieme creano un essere umano che è finto, falso. Il suo cuore ha una gran voglia d’amore, ma la mente condizionata gli impedisce di amare.

Il problema è proprio questo: il bambino nasce con un cuore che desidera appassionatamente l’amore, ma nasce anche con una mente che può essere condizionata.

La società deve condizionarlo ad opporsi al cuore, perché il cuore sarà sempre un ribelle rispetto alla società, seguirà la propria strada.
 
Non puoi fare del cuore un soldato. Può diventare un poeta, un cantante, un danzatore, ma non un soldato.

Può soffrire per la sua individualità, può morire per la sua individualità e libertà, ma non può essere reso schiavo. Questa è la condizione del cuore. Ma la mente… Il bambino viene al mondo con una mente vuota, un semplice meccanismo, che puoi formare come vuoi. Imparerà la lingua di tua scelta, la religione e la morale che le insegni. È un computer, al quale fornisci le informazioni. Ogni società si preoccupa di rafforzare sempre di più la mente in modo che, se si verifica un conflitto tra la mente e il cuore, sia sempre la mente a vincere. Ma ogni vittoria della mente sul cuore vuol dire infelicità. È una vittoria degli altri sulla tua natura, sul tuo essere – su di te. Hanno coltivato la tua mente proprio a questo scopo.
La mente è vuota, e puoi introdurre al suo interno ciò che vuoi. Con venticinque anni di educazione sei in grado di renderla così forte da farti dimenticare il cuore; ma allora sarai sempre infelice. Solo il cuore può darti gioia e felicità, solo il cuore può farti danzare.

La mente può fare dei calcoli aritmetici, ma non può cantare una canzone. Questo semplicemente non fa parte delle capacità della mente. Così sei spaccato tra la tua natura – il cuore – e la società che hai dentro la testa. Il fatto è che nasci – tutti nascono – con questi due centri. La difficoltà è proprio questa.
 
Un centro è vuoto; in una società migliore verrebbe usato in sintonia con il cuore, al servizio del cuore. Allora sarebbe una vita bella, colma di gioia. Ma finora abbiamo vissuto in una società molto brutta, dalle idee vecchie e marce, che ha solo usato la mente. E la vulnerabilità è reale: la mente può essere usata.

Ora i comunisti la usano in un certo modo, i fascisti l’avevano usata in Germania in un altro modo, tutte le religioni la usano in modi diversi. Questa vulnerabilità è presente in ogni individuo, perché hai una mente che viene al mondo vuota. In effetti, è un dono dell’esistenza, che però viene sfruttato e male adoperato. Ti viene data vuota in modo che possa servire perfettamente il cuore, le tue aspirazioni più profonde, il tuo potenziale. Non c’è nulla di male in questo. Ma i poteri costituiti in tutto il mondo hanno scoperto che per loro questa è un’opportunità straordinaria di usare la mente contro il cuore. Così resti infelice, e loro possono sfruttarti come vogliono.
Ecco perché tutti al mondo sono infelici.

Tutti vogliono essere amati, tutti vogliono amare, ma la mente è un enorme ostacolo che non ti permette né di amare né di essere amato. In entrambi i casi si mette di mezzo e inizia a falsare ogni cosa.
 
Se anche per caso incontri una persona per la quale provi amore e lei prova amore per te, le vostre menti non troveranno comunque pace. Sono state educate da sistemi diversi, religioni e società diverse.

È un diritto naturale di ognuno quello di essere felice, ma sfortunatamente la società, le persone con le quali abbiamo vissuto, che ci hanno messo al mondo, non hanno dedicato alcun pensiero a questo fatto. Si sono riprodotti come animali – o peggio, perché almeno gli animali non sono condizionati. Questo processo di condizionamento dovrebbe essere completamente trasformato. La mente dovrebbe essere addestrata a servire il cuore.

La logica dovrebbe servire l’amore. E allora la vita diventerebbe una festa di luci.

Osho, Beyond Psychology # 43

Neurobiologia vegetale

Le piante sono sessili, ma non immobili e insensibili. Anzi, presentano sofisticate modalità di interazione con l’ambiente e di comunicazione intra e interspecifica ed è proprio questo il campo di indagine di un’insolita disciplina: la neurobiologia vegetale.
di Valentina Murelli
Partiamo con un quiz: qual è l’organismo più grande del pianeta? Molti probabilmente risponderanno «la balena». E invece sbaglieranno, perché il più grande è la sequoia gigante. Una pianta. Del resto, è facile dimenticarsi delle piante, o addirittura considerarle organismi di serie B, con la giustificazione che non si muovono e non si fanno sentire. Anche questi però sono errori, e piuttosto grossolani. Le piante si muovono eccome, solo che i loro movimenti, a differenza di quelli degli animali, sono “sul posto” (pensiamo alle giovani piante che orientano la crescita in base alla direzione della luce solare) e sono in genere molto lenti. Con qualche eccezione, come quella della Mimosa pudica, che al minimo contatto chiude le foglie molto velocemente. O come gli scatti rapidissimi delle piante carnivore. Quanto al fatto che “non si fanno sentire”, be’, molto dipende dalla nostra capacità di “ascoltare”. Le piante, infatti, hanno un ricchissimo sistema di comunicazione, costituito da una grande varietà di molecole (amminoacidi, zuccheri, metaboliti secondari, sostanze volatili) con cui “dialogano” con le proprie vicine o con gli animali. E sempre sul fronte comunicazione, è degli ultimi anni la scoperta di un sistema interno di trasmissione delle informazioni a livello delle radici che può essere considerato in qualche modo analogo al sistema nervoso degli animali. Tra gli artefici di questa scoperta c’è Stefano Mancuso, direttore del Laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale dell’Università di Firenze e uno dei fondatori della nuova disciplina della neurobiologia vegetale.
Professor Mancuso: ma allora anche le piante hanno un sistema nervoso?
Facciamo subito chiarezza: nelle piante non c’è un analogo “fisico” del tessuto nervoso, quel tessuto costituito da neuroni e altre cellule nervose e specializzato nella trasmissione di segnali elettrici. Eppure possiamo parlare di neurobiologia vegetale perché c’è un’analogia funzionale. In altre parole le piante non hanno neuroni, ma alcune cellule vegetali – in particolare le cellule dell’apice radicale, cioè la punta della radice – sono in grado di produrre segnali elettrici sotto forma di potenziali d’azione (variazioni della differenza di potenziale tra interno ed esterno della membrana plasmatica, NdR) e di trasmetterli alle cellule vicine. Ricordiamo che già Charles Darwin riteneva che gli apici radicali rappresentassero una sorta di “cervello diffuso” delle piante, in grado di percepire segnali dall’ambiente e di “prendere decisioni” sulle strategie da seguire. Oggi sappiamo che le radici possiedono anche meccanismi per l’elaborazione e la trasmissione di questi segnali.
Negli animali uno degli elementi chiave della trasmissione nervosa è rappresentato dai neurotrasmettitori, le molecole che trasportano l’informazione da un neurone all’altro a livello delle sinapsi. C’è qualcosa di simile anche tra i vegetali?
Sì: molti neurotrasmettitori presenti nel nostro cervello (glutammato, serotonina, dopamina, acetilcolina ecc.) sono presenti anche nelle piante. In questo caso non li chiamiamo neurotrasmettitori, perché non stanno in un cervello e perché non sempre la loro funzione è nota, però ci sono. E per alcuni è stato mostrato un ruolo fondamentale in meccanismi di trasmissione delle informazioni. Per esempio: una radice ha la costante necessità di sapere con estrema precisione che cosa accade nell’ambiente circostante. Questa “conoscenza” le deriva dall’attività degli apici radicali, ciascuno dei quali è in grado di “sentire”, cioè percepire e valutare, almeno 15 parametri chimici e fisici differenti (temperatura, grado di salinità, grado di umidità e così via), che devono essere integrati ed elaborati per individuare la direzione di crescita ottimale. È stato scoperto che il glutammato è fondamentale per questa elaborazione: se manca oppure è presente in eccesso, la radice si comporta come se avesse perso il senso dell’orientamento e cresce in modo anomalo.
In che modo lei e il suo gruppo di ricerca siete arrivati a capire che gli apici radicali possiedono la capacità di integrazione, elaborazione e trasmissione di informazioni?
Il punto di svolta è stato la scoperta che una particolare zona degli apici radicali – la zona di transizione – consuma molto più ossigeno delle zone vicine, una condizione che è indizio di forte richiesta energetica e, dunque, della presenza di qualche intensa attività. Eppure, all’inizio la zona di transizione non sembrava partecipare ad attività a forte dispendio energetico, come può essere la moltiplicazione cellulare. E allora: perché la zona di transizione consuma tanto ossigeno se – in apparenza – non fa nulla di speciale? La nostra ipotesi era che possedesse un’attività analoga a quella dei neuroni e in effetti con il tempo abbiamo mostrato che le cellule di questa zona sono in grado di generare e trasmettere potenziali d’azione.
Con quali approcci e strumenti affrontate in laboratorio questi argomenti? E con quali organismi modello lavorate?
Usiamo metodi e strumenti di differenti discipline. Dalla biologia cellulare abbiamo “preso” i microscopi, sia ottici (compreso il microscopio confocale a fluorescenza, che permette di visualizzare nel campione differenti molecole opportunamente marcate), sia elettronici. Dall’elettrofisiologia abbiamo mutuato l’uso di microelettrodi (dotati di punte con dimensioni inferiori al millesimo di millimetro), gli strumenti che servono a misurare i potenziali d’azione nei neuroni. Noi li utilizziamo per studiare la produzione di segnali elettrici in singole cellule vegetali, oppure i flussi ionici, cioè i movimenti degli ioni verso l’interno e l’esterno delle cellule. Infine, dalla biologia molecolare abbiamo imparato ad analizzare e manipolare DNA e RNA. Lavoriamo molto con Arabidopsis thaliana, una piccola pianta versatile e di cui si conoscono molti dettagli. Però lavoriamo anche con altri modelli: tabacco, mais e pomodoro come piante erbacee e olivo e vite come piante arboree.
Gli apici radicali possono dunque essere considerati, in metafora, il “cervello” della pianta. Ma perché proprio gli apici? E quali sono, allora, le “attività cognitive” vegetali?
Una delle ragioni più ovvie per spiegare perché le piante hanno sviluppato un’attività simil neurale a livello degli apici sta nel fatto che questi risiedono sottoterra: il suolo, infatti, è un ambiente più stabile rispetto all’atmosfera per temperatura e umidità, e per di più protetto dalla predazione animale e dalla radiazione ultravioletta solare. Quanto alle attività “cognitive”, alcune le abbiamo già accennate: per esempio, la capacità di raccogliere informazioni ambientali, integrarle e reagire di conseguenza. Le piante, poi, mostrano grandi capacità di comunicazione intra e interspecifica, ma anche di apprendimento (e dunque di memoria) e di calcolo di costi-benefici.
Mi sta dicendo che le piante ricordano?
Non nel senso comune che diamo alla parola ricordare, naturalmente: le piante non ricordano volti o emozioni, ma possono ricordare particolari condizioni ambientali che hanno incontrato in passato e la risposta fisiologica adeguata per quelle condizioni. Per capire meglio che cosa intendo dire partiamo dagli animali. Per “misurare” la capacità di apprendimento di un animale, in genere gli si sottopone un problema più volte e si valuta se la sua capacità di risolverlo migliora nel tempo. Se questo accade, diciamo che l’animale ha imparato a riconoscere il problema – quindi lo ricorda – e a reagire di conseguenza. Ecco: lo stesso si può fare con le piante.
Quali problemi si possono sottoporre a una pianta?
Si tratta di problemi intesi come condizioni ambientali, per esempio una condizione di difficoltà, di stress, come la presenza di un’eccessiva salinità nel suolo. La prima volta che una pianta incontra questa condizione mette in atto una serie di risposte metaboliche necessarie a permetterle di sopravvivere; se la condizione torna alla normalità (la salinità si abbassa), anche il metabolismo della pianta lo fa. Ma supponiamo ora che torni a verificarsi una situazione di alta salinità: se la pianta reagirà più in fretta, mettendo in atto più velocemente le risposte metaboliche necessarie a sopravvivere, significa che avrà ricordato il caso e avrà imparato come reagire al meglio. Ebbene: è stato verificato che questo è esattamente quello che accade.
Diceva che le piante possono effettuare calcoli di rapporti costi-benefici. Può fare un esempio?
Supponiamo di osservare una pianta che cresce accanto a un’altra. Le due competono per un bene essenziale per la vita vegetale: la luce solare, fonte primaria di energia. Supponiamo che la “nostra” pianta sia più bassa dell’altra e che quindi riceva meno luce. Questa è una tipica situazione in cui la pianta deve prendere una decisione: restare com’è, accontentandosi della poca luce che le arriva, oppure investire risorse nella crescita, nel tentativo di superare l’altezza della sua competitrice? Per il mio modo di vedere, scegliere questa seconda strada significa tentare una previsione del futuro: “immaginare” che i sacrifici richiesti per allungarsi saranno ricompensati dalla maggior disponibilità di luce.
Ma come si fa a sapere che l’allungamento della pianta è frutto di un calcolo e non di un meccanismo automatico, geneticamente determinato?
Certo, il dubbio può venire. Però proviamo a pensare a che cosa accade se, invece che un solo fattore – la luce solare – ne prendiamo in considerazione contemporaneamente altri, proprio come deve fare la pianta: salinità, umidità, concentrazione di azoto, presenza di parassiti e così via. Di fronte a un quadro così complesso, la “decisione” sulla direzione in cui crescere (puntare di più sullo sviluppo fogliare? Sull’allungamento del fusto? Sullo sviluppo delle radici? Sulle difese contro i patogeni?) non può essere una risposta automatica, ma deve dipendere dall’integrazione ed elaborazione delle informazioni, fino a stabilire quale necessità, di volta in volta, è più stringente.
Ci può dire qualcosa anche sulla comunicazione tra piante?
Comunicazione è sicuramente una delle parole chiave della neurobiologia vegetale. Abbiamo visto che le cellule di un’unica pianta comunicano tra di loro, in modi analoghi a quelli che finora si ritenevano esclusivi degli animali. Le piante, però, sono abilissime anche nel comunicare con altri organismi della stessa specie o di altre. Le radici, per esempio, secernono nel suolo una gran quantità di sostanze che costituiscono veri e propri messaggi di segnalazione, e lo stesso fanno le foglie e i fiori, con molecole volatili. In alcuni casi si tratta di “armi chimiche”, dirette contro le piante circostanti con l’obiettivo di ostacolarne crescita e sviluppo, o contro predatori, per allontanarli. Altri segnali, invece, sono “amichevoli”, e servono per attirare impollinatori o per avvertire altre piante della propria comunità della presenza di pericoli: numerosi studi hanno mostrato che le piante attaccate da insetti erbivori o da patogeni emettono sostanze volatili in grado di segnalare il pericolo alle piante vicine, dando loro il tempo di prepararsi per affrontarlo, con modifiche della propria fisiologia che le rendano più resistenti.
Ma non converrebbe a una pianta sottoposta all’attacco da parte di un patogeno concentrarsi sulla sua risposta, senza perdere tempo e risorse per avvisare gli altri? Non le converrebbe essere egoista piuttosto che altruista?
Consideriamo il problema in ambito evolutivo e immaginiamo di avere una pianta infestata “egoista”, cioè concentrata solo a difendere sé stessa. Poiché non ha avvertito le piante vicine, è molto probabile che anche queste finiranno con l’essere attaccate dal patogeno che, di conseguenza, rimarrà “in zona” e potrà tornare a infestare più volte la pianta egoista. Non solo: in seguito all’infestazione, le vicine possono morire, e allora la nostra pianta egoista, anche se rimasta in vita, non avrà nessuno nei dintorni con cui riprodursi. Insomma, proprio come nel mondo animale, anche in quello vegetale ci sono situazioni in cui conviene, evolutivamente parlando, essere altruisti.
Le piante non comunicano solo all’interno del loro mondo, ma anche con gli animali…
È proprio così, basti pensare ai segnali visivi (i colori) e olfattivi che emettono i fiori per attirare gli insetti e indurli in questo modo a effettuare il servizio di impollinazione. E ancora: molte piante attaccate da predatori o da patogeni producono sostanze repulsive nei confronti del nemico, oppure in grado di attirare predatori del nemico stesso (secondo la nota logica “il nemico del mio nemico è mio amico”). Tra le più comuni, lo fanno per esempio il tabacco, il pomodoro, le melanzane. Questa proprietà e quella di avvertimento alle piante vicine possono essere sfruttate in ambito agrario: se inondiamo una coltura con un “messaggio di avvertimento”, la prepariamo all’attacco, rispetto al quale sarà più resistente.
Senta professore, dopo tutte queste informazioni una domanda viene spontanea: le piante sentono dolore?
Esiste una specie di convenzione scientifica secondo la quale questa è una domanda che non ci si deve proprio porre. Io però ritengo davvero improbabile che organismi così complessi siano privi di un sistema in grado di distinguere il “bene” dal “male” (inteso come qualcosa di pericoloso per la sopravvivenza), che è proprio la funzione fondamentale del dolore. Seguendo questo ragionamento, mi sembra dunque probabile che le piante possano soffrire anche se, allo stato attuale delle conoscenze, non possiamo dire “come”, né sappiamo in che modo affrontare il problema: è possibile che abbiano meccanismi di percezione di ciò che è bene o male per la loro vita molto differenti dai nostri.
Piante in orbita
La forza di gravità è il parametro fisico che più di tutti ha plasmato la crescita delle piante nel corso della loro storia evolutiva: le radici crescono verso il basso e fusti e foglie verso l’alto proprio come precisa risposta fisiologica a questa forza. Ma qual è esattamente la catena di messaggi cellulari e molecolari che indica a una pianta dove si trovano rispettivamente l’alto e il basso? Per rispondere a questa domanda, da qualche anno il gruppo di ricerca di Stefano Mancuso partecipa ad alcune attività dell’Agenzia spaziale europea (Esa) che consentono di ottenere condizioni di alterazione della gravità (microgravità e ipergravità), come i voli parabolici. Le informazioni raccolte con queste indagini potrebbero avere significative applicazioni pratiche: «Se vogliamo andare su Marte (un viaggio spaziale che richiederebbe anni, NdR) non possiamo pensare di farlo senza le piante, per almeno tre motivi», chiarisce il ricercatore. «Primo: perché producono di continuo ossigeno. Secondo: perché sono alla base della catena alimentare, quindi potrebbero offrire cibo “fresco”. Terzo: perché potrebbero contribuire a mantenere serenità nel gruppo di astronauti, costretti alla convivenza forzata per tempi lunghissimi». Quello delle interazioni tra gli astronauti è il vero punto critico di campagne di questo tipo e alcuni studi in cui sono state simulate a Terra le condizioni di un viaggio su Marte hanno mostrato che la presenza di piantine e la necessità di prendersene cura riducono notevolmente i conflitti. «In assenza totale e prolungata di gravità, una pianta tende a crescere in modo caotico, buttando germogli e radici in tutte le direzioni. Capire che cosa regola la risposta alla gravità potrebbe permettere di intervenire su questi meccanismi, facilitando una crescita “ordinata” della pianta anche nello spazio», conclude Mancuso.
Mozart tra i filari
Montalcino, in Toscana, patria del famoso Brunello, uno dei vini più pregiati d’Italia. Qui, passeggiando tra i vigneti di alcuni produttori, può capitare di trovarsi immersi non solo tra i grappoli, ma anche nella musica: Mozart, Vivaldi, musica barocca. Non è una stravaganza, ma un esperimento scientifico e tra i gruppi di ricerca che ci lavorano c’è anche quello di Stefano Mancuso. «L’idea è semplice: i suoni non sono altro che vibrazioni e sappiamo che le piante sono perfettamente in grado di percepire vibrazioni, attraverso particolari strutture cellulari dette canali meccanosensibili», spiega Mancuso. Non è ancora del tutto chiaro a che cosa serva questa percezione, ma un’ipotesi è che si tratti di un modo per “sentire” il passaggio dell’acqua nel terreno. Il senso degli esperimenti condotti a Montalcino è dunque capire che cosa succede a una pianta sottoposta a vibrazioni sonore di particolari frequenze: a proposito, la scelta del repertorio musicale non ha valore scientifico, ma di “gusto”. I primi risultati stanno arrivando: «Sembra che le viti esposte alla musica maturino una decina di giorni prima delle altre: un comportamento interessante per i produttori, che temono il maltempo in caso di vendemmie tardive». Altre ricerche suggeriscono che le vibrazioni sonore potrebbero proteggere le piante da insetti patogeni, interferendo con il loro comportamento riproduttivo.
http://magazine.linxedizioni.it/tag/neurobiologia-vegetale/ 

Anatomia dell’Irrequietezza – B. Chatwin

oltre i confiniIntro – Frankpro
Qui mi sa che occorre riprendere seriamente in considerazione un punto elementare, evidenziato più volte dai neuroscienziati, al fine di mantenerci giovani e vitali, con un cervello sempre in forma. Sto parlando del “cambiamento”! O cambiare, se invece preferite il verbo.
Farlo – cambiare – in tutte le sue forme, ci fornirebbe la possibilità (che chiaramente i media dell’establisment ben si guardano dallo spiegare, presi come sono dal reiterare contenuti smorti ai loro utenti) di costruirci dei nuovi, simpatici ‘ponti neuronali’, cioè nuove vie mentali che ci potrebbero condurre su nuove strade, punti vista e scoperte.
In altre parole: cambiare strada al mattino, cambiar mano con cui mangiare la frittata, mettersi un vestito che non avremmo mai messo, oppure decidere di impersonare per un’ora un nostro amico, in realtà avrebbe il pregio (provare per credere) di farci uscire almeno per un po’ dalle perniciose abitudini dell’automatismo del corpo e del cervello. Abitudini utili certamente nell’economia del quotidiano dispendio energetico della vita e del lavoro, un po’ meno però per il nostro sviluppo personale.
E qual’è però l’apice, l’esaltazione del verbo cambiare?
Acqua.. fuochino.. va beh, ve lo dico lo stesso: viaggiare!

Viaggiare infatti ci costringe a rivedere tutto, cambiare tutto, ragion per cui i nuovi ponti neuronali verrebbero un po’ da soli, la mente si aprirebbe e l’orizzonte … beh, quello si allarga da se!
Forse è così perchè, come afferma Bruce Chatwin, non abbiamo ancora messo a fuoco che stiamo stupidamente continuando a fare gli “stanziali” (1), seppure invece saremmo nati tutti nomadi?
“L’insediamento prolungato ha un asse verticale di circa diecimila anni, una goccia nell’oceano del tempo evolutivo.”
Ad ogni modo questo articolo vuole essere si un invito per tutti a cambiare, nel senso più umano e naturale del termine, come già detto alla luce delle scoperte positive delle neurologia, ma anche un invito a farlo tramite la grande occasione che ci offre il viaggio, un’occasione per ritornare per un po’ in contatto con la nostra più vera natura, che la civiltà ha saputo così ben travolgere, in nome di una finta sicurezza, ma che in fondo ci basta ancora poco per riconquistare.
Buona lettura e felice cambiamento a tutti!
di B. Chatwin
In uno dei suoi momenti cupi, Pascal dice che tutta l’infelicità dell’uomo proviene da una causa sola, non sapersene star quieto in una stanza. «Notre nature» egli scrive «est dans le mouvement … La seule chose qui nous console de nos misères est le divertissement.» Diversivo. Distrazione. Fantasia. Cambiamento di moda, di cibo, amore e paesaggio. Ne abbiamo bisogno come dell’aria che respiriamo. 
Senza cambiamento, corpo e cervello marcisconoL’uomo che se ne sta quieto in una stanza chiusa rischia di impazzire, essere tormentato da allucinazioni e introspezione.
Neurologi americani hanno fatto l’encefalografia a non pochi viaggiatori. È’ risultato che cambiare ambiente e avvertire il passaggio delle stagioni nel corso dell’anno stimola i ritmi cerebrali e contribuisce a un senso di benessere, di iniziativa e di motivazione vitale.
Monotonia di situazioni e tediosa regolarità di impegni tessono una trama che produce fatica, disturbi nervosi, apatia, disgusto di sé e reazioni violente. Nessuna meraviglia – dunque – se una generazione protetta dal freddo grazie al riscaldamento centrale e dal caldo grazie all’aria condizionata, trasportata su veicoli asettici da un’identica casa o albergo a un altro, sente il bisogno di viaggi mentali o fisici, di pillole stimolanti o sedative, o dei viaggi catartici del sesso, della musica e della danza.
Passiamo troppo tempo in stanze chiuse. 
Io preferisco lo scetticismo cosmopolita di Montaigne. Per lui il viaggio era «un utile esercizio; la mente è stimolata di continuo dall’osservazione di cose nuove e ignote… Nessuna proposizione mi stupisce, nessuna credenza mi offende, per quanto contraria alle mie. I selvaggi che arrostiscono e mangiano i corpi dei loro morti mi scandalizzano meno di coloro che perseguitano i vivi. L’abitudine e la fissità degli atteggiamenti mentali ottundono i sensi e celano la vera natura delle cose. L’uomo è naturalmente curioso
«Chi non viaggia non conosce il valore degli uomini» dice Ibn Battuta, l’infaticabile girovago arabo che andò da Tangeri alla Cina e ritornò per il gusto di viaggiare. Ma il viaggio non soltanto allarga la mente: le da forma. Le nostre prime esplorazioni sono la materia prima della nostra intelligenza, e nel giorno in cui scrivo queste righe leggo che secondo la NSPCC i bambini che crescono confinati in certi casermoni rischiano di avere uno sviluppo mentale ritardato. Perché nessuno ci ha pensato prima?
I bambini hanno bisogno di sentieri da esplorare, di orientarsi sulla terra in cui vivono, come un navigatore si orienta in base a noti punti di riferimento. Se scaviamo nelle memorie dell’infanzia ricordiamo dapprima i sentieri, poi cose e persone – sentieri nel giardino, la strada per la scuola, la strada intorno a casa, corridoi attraverso le felci o l’erba alta. Rintracciare i sentieri degli animali era il primo e principale elemento nella educazione dell’uomo primitivo.
La materia prima dell’immaginazione di Proust furono le due passeggiate intorno alla cittadina di Illìers, dove egli trascorreva le vacanze con la famiglia. Queste passeggiate diventarono poi la strada di Méséglise e la strada dei Guermantes nella Recherche du temps perdu. Il sentiero di biancospino che portava al giardino di suo zio diventò un simbolo della sua innocenza perduta. «Fu su questo viottolo» egli scrive «che notai per la prima volta l’ombra rotonda proiettata dai meli sul terreno assolato»; e più tardi, imbottito di caffeina e di veronal, si trascinava dalla sua stanza con le imposte serrate in rare escursioni in taxi a vedere i meli in fiore, tenendo i finestrini ben chiusi per non essere sopraffatto dal loro profumo. 
L’evoluzione ci ha voluto viaggiatori. Dimorare durevolmente in caverne o castelli è stata tutt’ al più una condizione sporadica nella storia dell’uomo. L’insediamento prolungato ha un asse verticale di circa diecimila anni, una goccia nell’oceano del tempo evolutivo. Siamo viaggiatori dalla nascita. La nostra mania ossessiva del progresso tecnologico è una reazione alle barriere frapposte al nostro progresso geografico.
I pochi popoli primitivi degli angoli dimenticati della Terra comprendono meglio di noi questa semplice realtà della nostra natura. Sono in perpetuo movimento. I bimbi bruno-dorati dei cacciatori boscimani del Kalahari non piangono mai e sono tra i bimbi più contenti del mondo. E diventano anche, crescendo, persone mitissime. Sono felici della loro sorte, che considerano ideale, e chi parla di «un micidiale istinto di caccia innato nell’uomo» dimostra una stolida ignoranza.
Perché crescono così bene? Perché non sono frustrati da un’infanzia tormentosa. Le madri non stanno mai ferme a lungo, e i loro bimbi non sono mai lasciati soli fino all’età di tre anni e più. Stanno vicino al seno della madre in una fascia di pelle, e il lieve ondeggiare della camminata li culla e li con-tenta. Quando una madre culla il suo bambino, essa imita, inconsapevolmente, la buona selvaggia che cammina adagio per la savana erbosa, proteggendo il suo piccolo dai serpenti, dagli scorpioni e dai terrori della boscaglia. Se fin dalla nascita abbiamo bisogno di muoverci, come facciamo in seguito a stabilirci in un luogo?
Il viaggio dev’essere avventuroso. ‘La gran cosa è muoversi’ dice Robert L. Stevenson in Travels with a Donkey [Viaggi a dorso d’asino] ‘sentire più da vicino le necessità e gli intralci del vivere; scendere da questo letto di piume della civiltà, e trovare sotto i piedi il granito del globo, sparso di selci taglienti’. Le asperità sono vitali. Tengono in circolo l’adrenalina.
L’adrenalina l’abbiamo tutti. Non possiamo eliminarla dal nostro organismo o pregare che evapori. Privati di pericoli inventiamo nemici artificiali, malattie psicosomatiche, esattori delle tasse, e, peggio di tutto, noi stessi, se siamo lasciati soli nella stanza singola. L’adrenalina è la nostra indennità di viaggio. Tanto vale consumarla in modo innocuo. Viaggiare in aereo è tonificante da questo punto di vista, ma noi, come specie, siamo terrestri. L’uomo ha camminato e nuotato ben prima di cavalcare o volare. Le nostre possibilità umane si realizzano meglio in terra o in mare. Il povero Icaro si schiantò.
La cosa migliore è camminare. Dovremmo seguire il poeta cinese Li Po «nelle fatiche del viaggio e nelle molte diramazioni della via». Infatti la vita è un viaggio attraverso un deserto. Questo concetto, universale fino alla banalità, non avrebbe potuto sopravvivere se non fosse biologicamente vero. Nessuno dei nostri eroi rivoluzionari vale un soldo finché non ha fatto una buona camminata. Che Guevara parlava della «fase nomade» della rivoluzione cubana. Guardate cosa è stata la Lunga Marcia per Mao Tse-tung, o l’Esodo per Mosè. 
Il moto è la migliore cura della malinconia, come sapeva Robert Burton (The Anatomy of Hìelancholy). «I cicli stessi girano attorno di continuo, il sole sorge e tramonta, stelle e pianeti mantengono costanti i loro moti, l’aria è in perpetuo agitata dai venti, le acque crescono e calano … per insegnarci che dovremmo essere sempre in movimento». 
Uccelli e animali hanno tutti un’orologerìa biologica regolata dal passaggio dei corpi celesti. Questi sono usati come cronometri e sussidi per la navigazione. Le oche migrano obbedendo agli astri, e alcuni scienziati comportamentali si sono finalmente accorti che l’uomo è un animale stagionale. Un vagabondo che ho incontrato una volta ha descritto benissimo questa involontaria coazione a girovagare: «E come se le correnti ti tirassero lungo la strada maestra. Io sono come la sterna artica. È un bell’uccello bianco, che vola avanti e indietro dal Polo Nord al Polo Sud.»
La parola ‘rivoluzione’, tanto offensiva per i persecutori di Galileo, era usata in origine per denotare il passaggio ciclico dei corpi celesti. La gente quando si ostacolano i suoi movimenti geografici aderisce a movimenti politici. Quando una rivoluzionaria dice: «Ho sposato la Rivoluzione», parla sul serio. Perché la Rivoluzione è un dio liberatore, il Dioniso del nostro tempo. E una cura per la malinconia. La Rivoluzione è la Via della Libertà, anche se il risultato finale è una maggiore servitù.
Ogni primavera le tribù nomadi dell’Asia si scrollano di dosso l’inerzia invernale e tornano ai pascoli estivi con la regolarità delle rondini. Le donne si mettono nuove vesti di cotonina fiorita e letteralmente «indossano la primavera». I nomadi ondeggiano al ritmo delle loro selle beccheggiami e segnano il tempo sul ritmo insistente della campanella del cammello. Non guardano né a destra né a sinistra. I loro occhi sono incollati alla via che va – oltre l’orizzonte. La migrazione primaverile è un rito. Essa soddisfa tutte le loro esigenze spirituali, e i nomadi sono notoriamente irreligiosi. La via che porta ai monti è il sentiero della loro salvezza.
I grandi maestri religiosi, Buddha nel Punjab, Cristo e Maometto nel Vicino Oriente, comparvero tra popoli le cui costanti migratene erano state infrante dall’insediamento. L’Islam non germogliò nelle tribù del deserto, ma nelle città carovaniere, nel mondo dell’alta finanza. Ma: «Nessuno» dice Maometto «diventa profeta se prima non è stato pastore». Il Viaggio alla Mecca, la Vita Apostolica e il Pellegrinaggio a un centro religioso furono istituiti per compensare la mancanza di migrazioni, e portarono agli estremi imitatori di Giovanni Battista, «vaganti nel deserto con le bestie selvatiche come se fossero animali essi stessi.»
Da allora la gente stanziale è tornata a idilli arcadici, o ha cercato l’avventura nello «interesse» del proprio paese, imponendo ad altri, a sproposito, la stabilità che non riusciva a sopportare in patria. Vagabondi costeggiano le strade da qui a Katmandu, tuttavia chi se ne lagna dovrebbe ricordare la inguaribile irrequietezza studentesca dell’Europa medievale. Per l’Università di Parigi era una fortuna arrivare alla fine di un anno accademico senza chiudere i battenti. «Gli studenti erano armati» lamenta un rettore. «Quando in estate tornavo a casa da scuola» dice uno studente «mio padre a stento mi riconosceva, tanto ero annerito dal girovagare sotto il sole».
Tutte le strade portavano a Roma, e san Bernardo lamentava che non c’era una sola città in Francia o in Italia senza la sua quota di prostitute inglesi, pioniere dì una grande tradizione. Alla fine la Chiesa fu esasperata dal fatto che i suoi novizi girassero nudi in pubblico, dormissero nei forni e cantassero strofe goliardiche con titoli come L’oracolo della santa bottiglia. Venne impartito un nuovo ordine: «sta’ nella tua cella e cammina intorno al chiostro solamente quando ti si chiede di farlo*. Non servì. 
I sufi si dicevano «viaggiatori in cammino» e usavano la stessa espressione usata dai nomadi per il loro percorso di migrazione. Portavano anche le vesti di lana dei nomadi. L’ideale di un sufi era camminare come un mendicante o raggiungere con la danza uno stato di estasi permanente, «diventare un morto che cammina», «uno che è morto prima della sua ora». «Il derviscio» dice un testo «è un luogo sul quale passa qualcosa, non un viandante che segue la sua libera volontà». Questo pensiero è affine al concetto di Walt Whitman: «O strada pubblica, tu mi esprimi meglio di quanto io esprima me stesso… ». Le danze vorticose dei dervisci imitavano i moti del sole, della luna, dei pianeti e delle stelle. «Chi conosce la danza conosce Dio» dice Rumi.
I dervisci in estasi credevano di volare. I loro costumi di danza erano adorni di ali simboliche. Talvolta le loro vestì erano deliberatamente sbrindellate e rappezzate. Ciò denotava che chi le indossava le aveva lacerate nel furore della danza. La moda del patchwork ricompare di solito con i movimenti che praticano la danza estatica.

Danzare è andare in pellegrinaggio; la gente balla di più in periodi di crisi. Durante la Rivoluzione francese Parigi si diede al ballo con un fervore che ha pochi esempi nella storia.
I giochi agonistici sono anch’essi pellegrinaggi. In sanscrito una stessa parola designa il giocatore di scacchi e il pellegrino, «colui che raggiunge la sponda opposta». I calciatori non sanno di essere anch’essi pellegrini. La palla che calciano simboleggia un uccello migratore.
Tutte le nostre attività sono legate all’idea del viaggio. E a me piace pensare che il nostro cervello abbia un sistema informativo che ci da ordini per il cammino, e che qui stia la molla della nostra irrequietezza. L’uomo ha scoperto per tempo di poter spillare tutta questa informazione d’un colpo, manomettendo la chimica del cervello. Di poter volare via in un viaggio illusorio o in un’ascesa immaginaria. Di conseguenza gli stanziali hanno ingenuamente identificato Dio con il vino, con l’hashish o con un fungo allucinatorio; ma di rado i veri vagabondi sono caduti in preda a questa illusione. Le droghe sono veicoli per gente che ha dimenticato come si cammina.
(1) La parola Civiltà significa letteralmente “vita nelle città”. Non ha nessun’altra connotazione o significato. 
Il brano è tratto da Anatomia dell’Irrequietezza di Bruce Chatwin

IL SONNO COMINCIA QUANDO TRAMONTA IL SOLE

Lo rivela un articolo di Science. Al tramonto il cervello comincia a produrre la melatonina, vero e proprio ormone del riposo che segnala al corpo di mettersi nella modalità di risparmio energetico.
Il sonno? È una fase della nostra giornata ben più lunga di quello che pensiamo. Inizia quando il sole tramonta e una ghiandola nel cervello comincia a produrre la melatonina, vero e proprio ormone del riposo che segnala al corpo di mettersi nella modalità di risparmio energetico: la temperatura interna si abbassa, l’attività degli enzimi si riduce, il metabolismo rallenta.
DOPO 20 MINUTI SUL CUSCINO SI DORME Così il nostro corpo si prepara al sonno, che arriva circa 15 o 20 minuti da quando mettiamo la testa sul cuscino. In una prima fase di dormiveglia, infatti, si perde il contatto con la razionalità, le percezioni sono distorte e il cervello fa associazioni bizzarre.
Quando finalmente ci addormentiamo, la temperatura corporea si abbassa ancora, così come la frequenza cardiaca e la pressione, per mettere a riposo l’organismo. Ma questo non significa che tutto sia immobile, anzi: un recente studio pubblicato su Science dimostra che proprio di notte è dieci volte più efficiente il sistema linfatico, che smaltisce i rifiuti metabolici del cervello, ripulendolo dalle tossine accumulate di giorno. Alcune cellule cerebrali, probabilmente quelle gliali che servono a mantenere vitali i neuroni, si rimpiccioliscono durante il sonno: lo spazio fra queste cellule aumenta del 60% e ciò consente l’ingresso di una maggiore quantità di fluidi, che aiutano a drenare sostanze tossiche e scorie.
IL RIPOSO SCANDITO IN CICLI DI 60-90 MINUTI Il nostro riposo è scandito da cicli di circa 60-90 minuti in cui si alternano tre fasi: nelle prime due il sonno è man mano più profondo, la terza è la fase REM in cui si sogna, e ogni notte il ciclo si ripete per circa 4-5 volte. All’inizio infatti le fasi di sonno profondo sono molto più lunghe, perché ci consentono di recuperare energie.
Si è anche appurato che le aree cerebrali usate maggiormente durante il giorno si addormentano prima e più profondamente, proprio perché devono recuperare molto. Dalle 3 di notte in poi si allungano invece le fasi REM, dalle quali è più facile svegliarsi: sono quelle in cui si sogna e verso le 6 arrivano a durare anche 50 minuti. Il numero di ore di sonno necessarie per ciascuno di noi è molto variabile: l’importante è che il sonno non sia frammentario, perché ogni volta che ci svegliamo dobbiamo ricominciare daccapo il “viaggio” nelle diverse fasi del sonno e inevitabilmente passiamo meno tempo nel sonno profondo e ristoratore.
COME RIALLINEARSI
Il nuovo studio dimostra quanto sia forte l’impatto dell’esposizione alla luce naturale e propone alcune possibili soluzioni per le persone che stanno lottando con i loro modelli di sonno. Ad esempio, le persone che naturalmente rimangono alzate fino a tardi possono anche scoprire che è più difficile sentire la sveglia al mattino – quando i livelli di melatonina possono indicare che sono ancora nelle loro ore notturne biologici – mentre sono al lavoro o a scuola.
Una soluzione è aumentare l’esposizione al sole al mattino e mezzogiorno e spegnere le luci elettriche di notte, rinunciando a tarda notte a TV e a schermi LCD con i computer portatili e altri dispositivi elettronici personali.
 http://compressamente.blogspot.it/2014/05/il-sonno-comincia-quando-tramonta-il.html