Il quinto chakra

Nel regno del senza forma
da dove nasce ogni creatività

Da un’intervista ad Alvina apparsa su Osho Times n. 205

I primi passi
Sono molti gli aspetti e gli elementi che riguardano il quinto chakra, ma prima di affrontarli vorrei parlare di cosa ci rende pronti a esplorarlo più a fondo e a vivere a pieno la sua dimensione.
Nel corso degli anni, io, Prasad e Leela, abbiamo lavorato molto sui chakra più bassi – il primo, il secondo e il terzo – per preparare le persone a vivere la dimensione del cuore, del quarto chakra, che vuol dire vivere con accettazione e ricettività la realtà interiore e ciò che ci circonda, e questo si consegue anche accogliendo e integrando i livelli e le dimensioni “inferiori” della vita.
I primi passi nel lavoro sull’energia, dunque, servono ad armonizzare i chakra più bassi che possiedono energie molto diverse tra loro. Osho ci incoraggia sempre a diventare consapevoli di queste energie, anche se spesso, nel loro stato inconsapevole, sono in conflitto e questo può essere doloroso. Per esempio, il secondo chakra, il chakra del sentire, di solito la “pensa” diversamente dal terzo cha­kra, che è quello che ci fa fare le cose a modo nostro, che vuole entrare in azione, che non vuole aspettare gli altri, che non vuole nemmeno prenderli in considerazione. E il primo chakra ha bisogni ancora diversi e un modo diverso di vedere la vita. Quando siamo inconsapevoli, questi tre chakra generalmente non operano bene insieme. Anche se non sono in conflitto, vanno in direzioni differenti e noi finiamo col disperdere tanta energia o col perderci nel mondo, nella dimensione di uno dei tre.
Quindi, come prima cosa, bisogna portare una consapevolezza amorevole ai primi tre chakra, alla loro connessione con la vita nel mondo e a cosa significa vivere pienamente tutte le loro energie.

Una consapevolezza amorevole
Questa consapevolezza amorevole è il cuore! Il cuore è l’atmosfera che ci dà la capacità di essere semplicemente presenti, di permettere alle diverse energie di essere come sono, anche nella loro contraddittorietà. Il cuore è lo spazio per accogliere il dolore che nasce dal nostro essere inconsapevoli, è la capacità di connetterci con noi stessi per scoprire cos’è veramente essenziale. Quando ci connettiamo, attraverso il cuore, ai chakra più bassi, le loro energie e l’espressione che li caratterizza si trasformano. Quando operano allo stato inconsapevole l’espressione può presentarsi, come dicevo, sotto forma di conflitto o alle volte facendoci smarrire in un chakra o in un altro; ma quando ci connettiamo al cuore e lo sintonizziamo coi chakra più bassi, questi iniziano a muoversi insieme con più armonia, perché essenzialmente si muovono in un’atmosfera di presenza, di accettazione, nella quale si permette alla vita di fluire.
Questo è ciò che porta equilibrio: familiarizzare sempre di più con il cuore, vivere ed esprimere sempre di più la dimensione del cuore nella nostra vita e farla diventare una realtà. E quando i tre chakra più bassi, insieme al cuore, fluiscono in armonia e noi siamo connessi con ciò che c’è di essenziale in loro, connettersi al quinto chakra, alla gola, apre una nuova dimensione.

Comunicare
Il quinto chakra ha diverse funzioni. Una, molto ovvia, è quella della comunicazione, ossia comunicare con gli altri, esprimerci a parole e ascoltare. Anche ciò che vogliamo dare e condividere con gli altri è una funzione del quinto. Quando non siamo consapevoli dei chakra più bassi ci può succedere di vibrare in qualche energia inconscia, per esempio del terzo chakra. Nel momento in cui ci esprimiamo, parliamo, anche il nostro quinto chakra vibrerà in quella energia inconscia del terzo e ciò che diremo avrà, con tutta probabilità, origine dal tentativo di dominare qualcuno, di manipolarlo, o dal tentativo di ottenere potere attraverso ciò che diciamo. Quindi il quinto chakra, quando non siamo consapevoli dei chakra più bassi, viene costretto a un’espressione inferiore e quello che diciamo può causare dolore, può essere manipolatorio e anche distruttivo. Perciò è importante iniziare dal cuore, così che quando dal cuore ci spostiamo al quinto chakra, il nostro modo di comunicare avrà la fragranza del cuore: l’amore, lo spazio e l’accettazione. E anche le nostre parole porteranno con sé quella dimensione.
Lo stesso vale per l’ascolto: quando inconsciamente vibriamo in un’energia di uno dei chakra inferiori, l’ascolto diventa molto selettivo.
Sono certa che tutti abbiamo vissuto qualche situazione in cui, ascoltando qualcuno, magari a un certo punto ci è venuta paura perché qualcosa di quello che l’altra persona ha detto ha scatenato in noi quell’emozione! A quel punto la mente, in qualche modo, filtrerà con la paura tutto ciò che viene detto e udiremo principalmente ciò che il secondo chakra percepisce come minaccia.
Quando invece il cuore è connesso con il quinto chakra l’ascolto si apre, ascoltiamo le cose per come vengono dette e a quel punto non abbiamo bisogno di interpretare immediatamente, c’è più spazio, c’è apertura e compassione.

La dimensione creativa
Il quinto chakra è anche il centro della creatività, non soltanto il tipo di creatività alla quale pensiamo comunemente, cioè il canto, comporre musica o fare dell’arte, scultura o quant’altro.
Certamente il quinto chakra è il centro anche di questo genere di espressioni. Quando vediamo un artista, e non soltanto un cantante, il quale palesemente usa la voce e la gola, ma anche uno scrittore o un pittore, è chiaro che spesso queste persone hanno molta energia nel quinto chakra. Questo non vuol dire necessariamente che ne abbiano anche una grande consapevolezza, ma semplicemente che l’espressione del quinto chakra in loro ha maggior forza che in altri, o avviene in maniera più complessa.
Quando però diciamo creatività non parliamo solo di quella artistica, ma anche di quella con la quale creiamo la nostra vita, o con la quale creiamo “nella” vita, quella che ci fa fare le cose in un certo modo, che ci fa fare certe scelte, prendere certe decisioni, intraprendere certe azioni, e anche il modo di condividere i nostri talenti e il modo in cui “attraiamo” le cose nella nostra vita.
I registri del passato
Nel contesto della funzione creativa del quinto chakra c’è anche la caratteristica della mente di “raccogliere” informazioni, quasi come fossero dei registri o dei manuali: forse una volta magari in una vita passata, cinquemila anni fa, o durante l’infanzia, quando abbiamo fatto una cosa in un certo modo qualcuno ci può aver detto: “No, fallo in quest’altro modo”, oppure abbiamo fatto, o non fatto, qualcosa e siamo stati puniti: quei “manuali”, quelle esperienze, sono registrati mentalmente nel quinto chakra.
Li chiamiamo anche credenze, idee, atteggiamenti o schemi mentali e possiamo considerarli come i registri akashici, di cui parla anche Osho,  che non sono situati da qualche parte nel cielo o nelle mani di un custode, ma sono proprio qui, nel nostro quinto chakra!
E non ci sono solo i manuali individuali relativi alla nostra infanzia, o alle nostre vite passate, ma anche i manuali collettivi. Per esempio, a seconda della nostra nazionalità, abbiamo certe idee di come dovremmo o non dovremmo essere, e anche questo è registrato nel quinto chakra. “Registri” molto forti, chiamati anche condizionamenti, sono quelli legati, ad esempio, all’essere uomo o donna. Tutte queste esperienze, questi pensieri e questi significati appartenenti al passato, sono registrati negli strati esterni del quinto chakra.

Una ciambella…
Per capire gli strati esterni farò una piccola descrizione di come è strutturato un chakra. Ogni chakra assomiglia vagamente a una piccola ciambella con un buco in mezzo. Il buco che si trova in mezzo al chakra non è una parte mancante, non è la pasta che manca dal centro della ciambella, ma è piuttosto un vuoto, uno spazio, una dimensione in sé che contiene essenzialmente ogni cosa; è un vuoto che assomiglia più a un “tutto”, ma in uno stato senza forma.
Nello strato esterno, nella “pasta” della ciambella, c’è la forma, e ogni chakra ha una forma diversa, o un tipo diverso di energia.
Nel quinto chakra la natura essenziale di quello strato di energia è l’espressione di ciò che è importante per noi, di ciò che possiamo creare, dare, condividere, dire ed è molto connesso con il conoscere, con la nostra funzione e capacità di conoscere la realtà interiore e esteriore. Quando siamo inconsapevoli, quando non siamo connessi con il centro, lo strato esterno è collegato a quello che Osho chiama il “sapere”, la conoscenza, ciò che abbiamo appreso in passato che è fatto di idee e contenuti mentali. Ciò che abbiamo appreso nel passato sono precisamente quei registri, quelle credenze, quelle certezze che a un certo punto abbiamo fatto nostre.
Ora, se viviamo e creiamo la nostra vita partendo da idee inconsce e acquisite, siamo molto limitati e non facciamo che ripetere centinaia di volte ciò che abbiamo già fatto in passato, le cose che pensiamo di sapere, o a volte anche esattamente l’opposto. E naturalmente è una limitazione pensare che proprio quella singola cosa sia ciò che vogliamo o ciò che è giusto per noi. E quando non siamo connessi al nostro centro quello che otteniamo nella vita non è mai niente di veramente nuovo, ma, in modi diversi, qualcosa che appartiene al passato, qualcosa in cui continuiamo a perpetuare il passato.
Vedere al di là del filtro
Il quinto chakra perciò, quando diventiamo consapevoli e lo connettiamo al cuore, è un chakra “rivoluzionario”: possiamo vedere e ascoltare con consapevolezza, e possiamo riconoscere e scoprire cosa sono questi condizionamenti, queste credenze, questi significati che saltano fuori automaticamente, e riconoscere che forse stiamo guardando il mondo e agendo attraverso una sorta di filtro.
Quando prendiamo coscienza di ciò, la nostra consapevolezza va in profondità, si espande e noi diventiamo consapevoli del centro. E non è che diventiamo consapevoli del centro solo dopo aver preso coscienza di queste idee mentali, ma in un certo senso accade contemporaneamente: quando la nostra connessione al cuore è solida, quando il cuore diventa sempre di più la nostra realtà, la nostra consapevolezza sale naturalmente dal centro del cuore al centro del quinto chakra. Quindi diventiamo consapevoli sia dello spazio al centro del quinto chakra e della sua energia, sia delle forme-pensiero, delle idee, dello strato esteriore.
Quando ne diventiamo consapevoli e diamo loro spazio, non siamo più così condizionati, non siamo più costretti a pensare, o ad agire partendo sempre dagli stessi presupposti, ma, a quel punto, entriamo veramente in contatto con il principio creativo che sorge dall’energia senza forma, dal centro, dal non sapere, dal non avere idee o concetti… che nasce proprio dal non avere un manuale, uno schema fisso di comportamento! Quando siamo connessi al centro del quinto chakra con consapevolezza, c’è anche la consapevolezza del momento presente e possiamo guardarci attorno, possiamo vedere la nostra realtà con molta più chiarezza. Non siamo più limitati a vedere le cose in un certo modo e quindi siamo in grado di riconoscere quando qualcosa di nuovo vuole accadere, e magari riusciamo a vedere le opportunità che possono facilitarne la realizzazione. A quel punto la nostra vita diventa essa stessa una dimensione creativa.

Comprensione e fiducia
Un’altra dimensione del quinto cha­kra, che nasce da questa comprensione del non sapere, è la fiducia. Quando siamo vincolati dagli schemi del passato non vediamo la realtà per quello che è, perché la filtriamo attraverso quelle strutture e facciamo affidamento su di esse. Il manuale diventa, per così dire, la nostra stampella e allora pensiamo cose del tipo: “Sì, devo solo fare la cosa giusta e allora la vita succederà in armonia con quello che voglio”. Ma se sono imprigionato da atteggiamenti mentali e credenze la mia visione di “quello che voglio” o che mi occorre nella vita sarà annebbiata da idee del passato e quindi non sarò in grado di vedere o sentire realmente cos’è che mi sarebbe d’aiuto, che renderebbe la mia vita più vasta o mi farebbe sentire felice o appagato! Inoltre, per poter inseguire quello che “pensiamo” di volere, quando siamo limitati da questi atteggiamenti mentali, o facciamo affidamento su di loro, essi agiscono come surrogati della fiducia. Questo non funziona e in pratica ci troviamo a dover escludere gran parte della vita per fare ciò che facciamo seguendo una certa idea o atteggiamento mentale.
Tutto questo alle volte viene chiamato fiducia, come a dire: “Ho fiducia che farai ciò che ritengo giusto”, oppure: “Ho fiducia che l’esistenza mi darà una grande casa, una bella macchina, un fidanzato che mi amerà per sempre e un milione di euro”. Questa non è fiducia; è un contenitore all’interno di una struttura fatta di idee.
Quando attraverso il cuore ci connettiamo al centro del quinto chakra – allo spazio, al non sapere, allo stato senza forma – siamo connessi anche a qualcosa di molto più grande, siamo connessi alla vita nella sua interezza e siamo connessi alla nostra intelligenza interiore che si muove in un flusso e in un ritmo che seguono la vita. E quando fluiamo con il ritmo della vita, quando riconosciamo di più “ciò che è” in ogni momento, allora innanzitutto “comprendiamo” di più cosa veramente vogliamo, ciò di cui abbiamo bisogno, cosa ci sarebbe d’aiuto, cosa abbiamo bisogno di imparare, cosa può espandersi, aprirsi o qual è la direzione della nostra vita. Allora c’è anche fiducia reale perché siamo aperti alla vita: la vita non è qualcosa dalla quale ci dobbiamo difendere, ma è qualcosa di cui facciamo parte e a un certo punto la vita è qualcosa che… siamo.

Da un’intervista di Marga

Alvina è con Osho da oltre trent’anni e insieme a Leela e Prasad conduce workshop di lavoro sull’energia, creatività e meditazione in tutto il mondo. Insieme hanno anche pubblicato due libri con Urra/Feltrinelli: L’alchimia della trasformazione (in ristampa) e La vita che vuoi.
Per info sul loro lavoro: essentiallifeconsulting.com

http://www.oshoba.it/index.php?id=articoli_view_x&xna=58 

La dieta ideale per l’uomo…

22 luglio 2013 by  

fragole-300x216I vari nutrizionisti, eseguendo test, analisi chimiche e ricerche di laboratorio, ci dicono come dovremmo nutrirci: ad esempio quanto calcio dovremmo assumere giornalmente, quali vitamine, quante proteine, omega 3, ecc.. E così le persone più interessate alla propria salute cercano di informarsi e di mettere in pratica quanto leggono, tentando di consumare tutti i cibi consigliati, nelle giuste quantità, non omettendo di assumere i vari supplementi, integratori, polveri, pillole, in modo da essere sicuri di non incorrere in alcuna carenza.
E questo porta all’idea di “dieta equilibrata”… che nessun animale, che si trovi allo stato naturale, segue!
Come si può sapere allora ciò che dovremmo mangiare? Sembra che solo gli esperti di laboratorio possano dircelo. La nutrizione sembra un argomento così complicato… infinite teorie, così contrastanti, infinite conoscenze da acquisire…
Eppure, per gli animali in natura, il fatto di nutrirsi non è per niente complicato!
Essi si cibano di ciò che la Natura ha predisposto per loro, allo stato crudo, non manipolato in alcun modo. Ci sarebbe da chiedersi come mai l’uomo non faccia più altrettanto!
D’altro canto gli antropologi cercano di darci una mano a risolvere la questione formulando ipotesi, basate sulle loro scoperte, riguardo al cibo di cui l’uomo si sarebbe nutrito per milioni di anni prima dell’invenzione del fuoco e della nascita dell’agricoltura, in modo da individuare il nostro regime dietetico originario, quello che Madre Natura avrebbe stabilito per la nostra specie.
Per esempio il grande igienista australiano Ross Horne, nel suo bestseller, “Improving on Pritikin”, cita le conclusioni dell’antropologo Dr. Alan Walker (9), il quale riferisce che alcuni scienziati hanno dimostrato, attraverso l’esame dei denti fossilizzati appartenuti ad esemplari delle prime creature umane e pre-umane, che la nostra linea ancestrale si è evoluta, anatomicamente e fisiologicamente, seguendo una dieta composta principalmente di frutta. E siccome, prosegue Horne, il corpo umano non è cambiato, né in senso anatomico né in quello fisiologico, in tutti i milioni di anni della nostra evoluzione, si può assumere che questa dieta sarebbe ancora oggi la più adatta a noi.
Ma anche nel campo evoluzionistico, come ovunque, vi sono molteplici teorie, talvolta contrastanti, che suggeriscono ovviamente differenti deduzioni. C’è chi sostiene che l’uomo sia nato onnivoro (cacciatore e raccoglitore dei vari frutti, semi e foglie presenti in natura) e che quindi dovremmo mangiare un po’ di tutto, cioè carne, pesce, latte e formaggi, cereali, legumi, frutta e verdura. Bisognerebbe, in questo caso, tenere comunque presente che latte e derivati, e cereali, sono apparsi solo recentemente nella storia evolutiva dell’uomo, poiché la nascita dell’agricoltura è avvenuta circa 10000 anni fa, e con essa anche l’inizio dell’allevamento di animali e quindi la disponibilità di latte.
C’è invece chi asserisce che l’uomo non si sia cibato di carne in origine, se non in condizioni di emergenza, e che la dieta più appropriata dovrebbe quindi essere quella vegetariana, a base di vegetali (frutta, verdure, legumi, cereali) e prodotti di origine animale, che non ne comportino però l’uccisione (uova, latte e derivati).
C’è chi, sulle stesse basi, sostiene che dovremmo seguire una dieta vegana, che esclude qualsiasi prodotto di origine animale, perciò anche uova, latte e derivati.
Altri ancora dichiarano che la dieta a noi più consona, quella originaria con cui l’uomo si sarebbe evoluto, è quella fruttariana, a base cioè di sola frutta, come descritto precedentemente.
E infine c’è chi sostiene che l’uomo nasce come animale frugivoro, mangiando cioè solo frutta, foglie e semi oleosi (noci, nocciole, mandorle, arachidi, semi di lino, di sesamo, di girasole, di zucca, ecc.) e perciò è a questo regime alimentare che dovremmo attenerci.
Ora, a prescindere dalle varie ipotesi, quando milioni di anni fa i nostri antenati primordiali fecero la loro comparsa sul pianeta, inevitabilmente, come ogni altra specie animale, dovevano essere dotati di un proprio “software” originario di sopravvivenza. Ossia, ogni specie avrà avuto le proprie caratteristiche ben definite, sia anatomiche (riferite quindi alla forma del corpo) che fisiologiche (riferite alla funzione) e comportamentali, così come avrà avuto le proprie specifiche abitudini alimentari. A tutt’oggi sembra che non vi siano stati cambiamenti di rilievo nel tipo di dieta seguita dalle varie specie di animali in natura, uomo escluso: i carnivori continuano a nutrirsi prevalentemente di carne, gli erbivori di erba e piante, i granivori di grani, i frugivori di frutta, bacche e foglie, gli onnivori di carne e vegetali, ecc..
E allora, in quale categoria dovremmo includere l’uomo?
Beh, sicuramente, se osserviamo la situazione attuale, definirlo onnivoro potrebbe sembrare addirittura riduttivo, visto che non vi è nulla che NON(!) mangi, riferito sia a cibi più o meno naturali che ai cosiddetti “cibi spazzatura” (merendine monodose, patatine fritte, gomme da masticare, dessert, hamburger, bibite sintetiche, caramelle, ecc., tutti prodotti ricchi di calorie, conservanti, coloranti e sostanze chimiche).
Ma se è vero che l’alimentazione attuale dell’uomo può ritenersi largamente responsabile di innumerevoli malattie (peraltro in costante aumento sia come numero, sia come percentuale di persone colpite e sia nell’abbassamento dell’età in cui tali patologie si manifestano), e che tali malattie non sono riscontrabili negli animali che vivono allo stato naturale, forse si potrebbe ipotizzare che l’uomo si sia allontanato da ciò che la Natura aveva originariamente predisposto come suo “software alimentare originario”. Potrebbe essere che la scoperta del fuoco abbia portato a rendere più appetibili, e quindi a consumare, cibi che non erano destinati all’uomo, o che comunque non lo erano in forma cotta?
Sicuramente nessun animale, allo stato naturale, si è mai cibato di alimenti cotti e tanto meno l’uomo, prima dell’invenzione del fuoco.
È possibile forse che l’abbandono delle zone tropicali in cui la vita dei nostri predecessori ha avuto inizio e che erano abbondanti di frutti e foglie, ci abbia indotto a modificare le nostre abitudini alimentari? Oppure che migrazioni di massa dovute a stravolgimenti naturali quali glaciazioni, interglaciazioni (ritiro dei ghiacciai e avvento di climi più caldi), periodi di forte inaridimento climatico, diluvi, carestie, guerre, ecc., ci abbiano sospinto ad adattarci a condizioni non ideali alla nostra sopravvivenza e a consumare quindi cibi non destinati alla nostra specie, per esempio a nutrirci di cibi cotti, a consumare cereali, ad alimentarci di prodotti tipici dell’allevamento (latte) a inventare nuovi cibi (formaggi e salumi)?
E soprattutto, per tornare al giorno d’oggi, è possibile che la manipolazione dei cibi abbia creato un totale stravolgimento delle nostre esigenze/abitudini alimentari? (Sicuramente risulta difficile immaginare l’uomo primitivo alle prese con pastasciutta, pane, formaggi, salumi, brioche, biscotti, cioccolato, bibite, latte, vino, liquori, sigarette, caffè, droghe, fast food, ecc.!) Se così fosse, allora si potrebbe provare a “resettare” tutto, cercando di ristabilire il nostro regime dietetico elettivo e con esso, naturalmente, la nostra salute.
Analizziamo le varie possibilità.
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SIAMO CARNIVORI?
Gli animali carnivori, in realtà, differiscono da noi sia a livello anatomico sia fisiologico, biochimico e psicologico. Essi infatti, per esempio, “salivano” (l’equivalente della nostra “acquolina in bocca”) alla vista della preda e non si accontentano di mangiarne solo alcuni tagli, per lo più cucinati, come fa l’uomo, ma ne mangiano le carni crude direttamente dalla carcassa, con gusto, leccandone il sangue ancora caldo e gli altri fluidi con piacere, oltre a frantumare e ingerire le piccole ossa e le loro cartilagini.
Al contrario molti di noi amano gli animali e sicuramente non ci viene l’acquolina in bocca all’idea di ammazzare un coniglio a mani nude e affondare i nostri denti dentro le sue carni. Così come penso che la maggior parte di noi inorridisca al pensiero di mangiarne uno appena morto, ancora fresco, crudo e sanguinante, masticandone ossa, cartilagini, visceri, pezzi di grasso, nonché peli e parassiti che inevitabilmente li accompagnano, e tanto meno ami succhiare il loro sangue e sbrodolarsi viso, mani e corpo. Questi comportamenti non fanno parte della nostra natura, non si attagliano ai nostri concetti di gentilezza e compassione. Non esiste nessun modo “umano” di uccidere un’altra creatura, di qualsiasi specie si tratti.
Se vogliamo entrare nel merito delle differenze anatomiche tra noi e gli animali carnivori, tanto per citarne alcune, siamo diversi nel modo di camminare (siamo bipedi e non quadrupedi), non abbiamo la coda, la nostra lingua è liscia e non ruvida, non abbiamo artigli per lacerare la pelle e le carni della preda, bensì pollici opponibili che ci permettono, ad esempio, di raccogliere in pochi istanti frutti a sufficienza per un pasto. Abbiamo solo un paio di ghiandole mammarie sul petto, a differenza delle molteplici paia sull’addome dei carnivori, dormiamo circa un terzo del ciclo di 24 ore, mentre i carnivori dormono e riposano per 18-20 ore al giorno. La maggior parte dei carnivori può digerire microbi che sarebbero mortali per noi, come quelli che causano botulismo (malattia dovuta a intossicazione alimentare che conduce a paralisi muscolare progressiva).
Noi sudiamo attraverso i pori di tutta la pelle mentre i carnivori solo dalla lingua. I carnivori possono fabbricare la loro vitamina C mentre noi dobbiamo assumerla col cibo. Il nostro movimento laterale della mascella ci permette di frantumare il cibo, caratteristica unica degli animali che si nutrono di cibi vegetali, mentre i carnivori non hanno la masticazione laterale. I molari dei carnivori sono appuntiti e affilati mentre i nostri sono principalmente piatti, per ridurre in poltiglia il cibo.
Tutti gli esemplari di animali che si nutrono di vegetali, compresi gli uomini se sono sani, hanno saliva e urina alcaline, mentre esse sono acide nei carnivori ed inoltre mentre questi ultimi prosperano con una dieta di cibi acidificanti, tale dieta è molto nociva, se non letale, per l’uomo perché lo predispone ad un’ampia gamma di stati patologici.
Il pH dell’acido cloridrico (che permette di digerire le proteine animali) dei carnivori è almeno 10 volte maggiore del nostro ed inoltre i carnivori secernono un enzima chiamato “uricasi” che può degradare l’acido urico derivante dalla digestione della carne mentre noi, non possedendolo, dobbiamo ricorrere a minerali alcalini che ne neutralizzino l’acidità (prevalentemente usiamo il calcio, che viene prelevato dal nostro scheletro). Come conseguenza si formano i cristalli di acido urico (che sono solo uno dei tanti inconvenienti derivanti dal nutrirsi di carne), che danno origine, o contribuiscono, all’insorgere di gotta (infiammazione molto dolorosa a livello articolare che può evolvere in forme di artrite cronica deformante), artrite, reumatismi e borsiti. Inoltre, i depositi di cristalli di acido urico possono anche formarsi nei reni, causando calcolosi renale, oppure nel tessuto sottocutaneo, con la formazione di noduli. (L’acido urico viene normalmente filtrato dai reni ed eliminato con l’urina, ma se presente in quantità eccessiva nel sangue, i reni non riescono ad eliminarlo tutto e così si formano dei cristalli aghiformi insolubili – detti anche cristalli di urato – che si depositano nel fluido attorno alle articolazioni, provocandone l’infiammazione).
I nostri enzimi digestivi sono invece attrezzati per la digestione della frutta, grazie alla “ptialina” (o amilasi) contenuta nella saliva. Inoltre, mentre glucosio e fruttosio (gli zuccheri della frutta) forniscono carburante alle nostre cellule senza affaticare il pancreas (a patto di consumare pochi grassi nella dieta, come vedremo più avanti), i carnivori possono contrarre il diabete se la loro dieta è predominata da frutta.
Infine, per tutti coloro che, anche considerate tutte queste differenze anatomiche e fisiologiche, insistessero nel volersi nutrire di carne, vi è un’altra differenza fondamentale di cui tenere conto.
Infatti, mentre il nostro tratto intestinale misura all’incirca 12 volte la lunghezza del nostro torso, il che permette l’assorbimento lento di zuccheri ed altri nutrienti contenuti nell’acqua della frutta, quello dei carnivori misura solo 3 volte circa la lunghezza del loro torso e questo per evitare che la carne vada in putrefazione all’interno dell’animale.
E nonostante le secrezioni fortemente acide, degli animali carnivori, per digerire ed assorbire la carne mangiata, nonché la ridotta lunghezza del tubo digerente, le loro feci dimostrano la putrefazione delle proteine e l’irrancidimento dei grassi. Facile immaginare cosa succede nel nostro intestino, quando ci cibiamo di prodotti animali!
Un’ obiezione può nascere spontanea: “Ma anche se fosse vero che l’uomo non era originariamente carnivoro (o comunque onnivoro), bisogna pur considerare che essendosi nutrito di carne per così tanto tempo, avrà sicuramente sviluppato un adattamento tale per cui la carne deve essere ora parte imprescindibile della sua dieta!”.
A tale proposito cito un’interessante osservazione del Prof. Armando D’Elia (punto di riferimento scientifico e pioniere del vegetarianesimo italiano), che nell’articolo “Fruttariani” (1), asserisce: “Abbiamo prima affermato che l’uomo della foresta, dove aveva vissuto per milioni di anni, dovette passare nella savana. Ora, nella foresta era fruttariano, mentre nella savana, difettando la frutta, dovette divenire carnivoro; forse l’organismo umano, adattandosi alla alimentazione carnea,
assunse le caratteristiche anatomiche e fisiologiche tipiche dei carnivori? NO, conservò le caratteristiche del fruttariano. Oggi, infatti, dopo milioni di anni di innaturale alimentazione carnea, le nostre unghie non si sono trasformate in artigli, il nostro intestino non si è accorciato, i nostri canini non si sono allungati trasformandosi in zanne, il nostro succo gastrico non ha aumentato la sua originale e debole acidità tipica dei fruttariani, il fegato non ha esaltato la sua capacità antitossica, ne è scomparsa l’istintiva attrazione esercitata sull’uomo in età infantile dalla frutta e neppure è scomparsa la altrettanto istintiva repulsione esercitata dalla carne sul bambino appena svezzato. Tutti segni, questi, che le proteine eccessive che, assieme ad altre caratteristiche negative, sono presenti nella carne, pur provocando danni enormi, non sono riuscite a modificare la struttura fisiopsichica dell’uomo: ciò dimostra che l’alimentazione carnea è così estranea agli interessi nutrizionali e biologici dell’uomo che questi non riesce ad adattarvisi, pur subendo le pesanti conseguenze di un innaturale carnivorismo per lunghissimo tempo.”
Un’ulteriore riflessione personale: l’uomo è il più intelligente di tutti gli animali e credo che potrebbe sfruttare questo dono per aiutare i suoi simili, umani e non, a vivere al meglio, nella maggiore armonia possibile. Se è vero, come sostengono taluni, che in natura “pesce grande mangia pesce piccolo”, per indicare una legge naturale di sopravvivenza, è anche vero che l’uomo ha sviluppato una consapevolezza maggiore di quella di tutti gli altri animali, che non si trova più in natura e che, salvo casi eccezionali, ha tutte le possibilità per nutrirsi di tutti i cibi che vuole senza dover ricorrere all’uccisione dell’animale.
Oltretutto, nella grande maggioranza dei casi, aborriamo l’idea di ammazzare personalmente l’animale, così pure come la vista e l’odore del macello e dobbiamo delegare qualcun altro a uccidere in nostra vece, in quanto la maggior parte di noi, se dovesse togliere la vita all’animale in prima persona, dovendo assistere al suo terrore prima della morte, smetterebbe di mangiare la carne all’istante.
Inoltre dobbiamo mimetizzare la carne animale mangiandone solo alcuni “tagli” del muscolo e di alcuni organi, nonché cucinarla e camuffarla con condimenti. Diciamo che il nostro “gustare una bella bistecca” si è fermato, fino ad oggi, al solo piacere sensoriale (ottenuto comunque con cottura e condimenti), senza fino ad ora riflettere su ciò che questo comporta in termini di crudeltà gratuita e disumanità.
Ma questo è l’iter attraverso cui tutti quanti, anche chi come me è diventato vegano, sono passati. Magari non abbiamo mai riflettuto abbastanza su quanto letto finora, magari fino ad oggi non ce la siamo sentita di effettuare il cambiamento di un’abitudine così inveterata, forse non abbiamo avuto la forza di opporci al modo di pensare e di nutrirsi di chi ci sta intorno, non abbiamo avuto il coraggio di erigerci ad esempio e abbiamo preferito seguire la massa.
Oppure abbiamo temuto di incorrere in qualche carenza nutrizionale privandoci di un’alimentazione a base carnea, o di non potere prosperare fisicamente in termini di vigore, salute ed estetica, come ognuno di noi giustamente si augura o, ancora, che diventeremmo anemici se ce ne privassimo, ecc..
Mille possono essere le motivazioni ma… c’è sempre tempo per un cambiamento che, fra le altre cose, non può che giovare enormemente alla nostra salute, fisica, mentale e spirituale.
Una delle principali ragioni addotte, a sostegno della propria scelta, da chi si ciba di carne, è che la carne è la fonte migliore di proteine nobili, di cui abbiamo bisogno per la nostra crescita muscolare. Ebbene sembra che questa idea, sempre più radicata, secondo cui per costruire i propri muscoli si debba ricorrere a massicce dosi di carni animali, non sia fondata, basti pensare ad esempio alla splendida muscolatura dei cavalli, che si nutrono principalmente di fieno, oppure alla massiccia ed imponente muscolatura dell’elefante (pure erbivoro).
Ogni specie è stata predestinata a prosperare con il proprio tipo di alimentazione specifica, uomo compreso, e a trasformare, tramite il proprio sistema digerente, il suo cibo elettivo nei costituenti di cui ha bisogno. Così come ad esempio il cane e il gatto possono mangiare i cibi tipici di cui si nutre l’uomo, tipo pasta o pane o biscotti, ecc., ma finiranno inevitabilmente per deteriorare la loro salute e contrarre malattie più o meno gravi, anche l’uomo può sopravvivere nutrendosi di cibi non idonei alla sua specie, ma con le inevitabili conseguenze.
L’analisi comparativa evidenzia che l’uomo ha caratteristiche anatomiche e funzionali completamente diverse dagli animali carnivori. E quindi sembra che la motivazione riguardante le “proteine nobili” sia fuorviante, sia dal punto di vista di una corretta alimentazione, sia perché il fabbisogno proteico dell’uomo non è assolutamente quello che è stato finora astutamente asserito, al fine di convincerlo a consumare prodotti animali, bensì molto inferiore.
In più, oltre ad essere stato provato che l’eccesso di proteine animali è alla base di quasi tutte le malattie odierne, bisogna considerare che la cottura della carne provoca la denaturazione delle proteine, rendendone gli aminoacidi che le costituiscono, parzialmente o totalmente inservibili. Questa è la ragione per cui esse sono riconosciute dal corpo come elementi estranei e quindi vengono isolate ed eliminate, senza essere usate minimamente, a scapito di un superlavoro di fegato e reni che porta a molteplici patologie. Per di più i grassi presenti nella carne sono senza dubbio i peggiori, ricchi di acidi grassi saturi e, una volta cotti, sono responsabili di malattie degenerative, dall’ipercolesterolemia all’infarto cardiaco, al cancro.
Un altro fatto su cui riflettere è che successivamente all’uccisione dell’animale si manifesta il “rigor mortis”, cioè la rigidità cadaverica, e i muscoli dell’animale si irrigidiscono. Questa è la ragione per cui i macellai devono talvolta aspettare alcuni giorni, se non settimane, per la “frollatura”, cioè l’ammorbidimento progressivo delle carni, che è l’anticamera della putrefazione. In questa fase si possono formare sostanze tossiche, a cui si aggiungono l’acido lattico, emesso durante l’irrigidimento, e altre tossine prodotte dall’animale per la paura della morte imminente, nonché le sostanze calmanti che gli sono state somministrate per renderlo meno nervoso prima dell’uccisione.
Farmaci, antibiotici (somministrati non solo a titolo antinfettivo, ma anche per aumentare l’assimilazione del foraggio da parte dell’animale e accelerarne la crescita), mangimi chimici, colesterolo causato dallo stile di vita sedentario a cui sono obbligati gli animali di allevamento: sono tutte sostanze che andranno a gravare sul nostro fegato. Inoltre la carne, essendo priva di fibre come tutti i prodotti animali, necessita di un lungo transito intestinale, che favorisce una lunga permanenza di feci nel colon, con conseguente putrefazione batterica e rischio di cancro. (2) Ma proseguiamo con la nostra analisi.
SIAMO ERBIVORI?
Gli erbivori si cibano di erba, foglie, gambi e steli: è il loro cibo naturale. Ma noi, diversamente da loro, non abbiamo le “cellulasi” ed altri enzimi per digerire queste piante, per cui, pur cibandocene, esse non possono costituire il nostro cibo primario, perché non possiamo da esse assumere ciò che più ci necessita, vale a dire gli zuccheri semplici, che sono il nostro carburante.
Sebbene le verdure contengano proteine, alcuni acidi grassi essenziali, vitamine, sali minerali e alcuni zuccheri semplici e costituiscano un ottimo supplemento per la nostra dieta, tuttavia esse non possono costituire il nostro cibo principale, anche perché, trattandosi di cibo ipocalorico, per soddisfare il nostro fabbisogno calorico giornaliero dovremmo passare tutto il tempo a mangiare e il dispendio energetico per la loro digestione sarebbe enorme. Consumate al loro stato naturale, cioè crude, l’uomo può digerire tranquillamente le verdure a foglia tenera (insalata, spinaci, ecc.), mentre per quanto riguarda le crocifere (broccoli, cavoli, cavolfiori, verze, barbabietole), poiché sono vegetali duri, hanno un alto contenuto di fibre insolubili difficili da digerire. Ovviamente non siamo erbivori, anche perché questi ultimi sono dotati di ben 4 stomaci!
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E I CIBI A BASE DI AMIDI?
I cibi a base di amidi possono essere suddivisi in 3 categorie: cereali (i semi delle piante), radici e tuberi, legumi.
Cereali: (Grano, riso, avena, segale, orzo, miglio, mais, ecc.). Molti uccelli si nutrono di cereali (la cui coltivazione si è sviluppata su scala più grande soltanto con l’inizio dell’agricoltura, quindi solo da circa 10000 anni nella storia evolutiva dell’uomo) e prendono il nome di granivori.
I cereali allo stato naturale, crudo, non possono essere digeriti dall’uomo e anche cotti richiedono un notevole sforzo digestivo per scomporre i carboidrati complessi in essi contenuti. Diversamente, gli uccelli possiedono un gozzo, ossia una borsa nel loro esofago, dove i grani ingeriti possono germogliare, diventando digeribili.
A causa del loro pesante contenuto amidaceo i cereali allo stato crudo, per esempio i chicchi di grano, ci intaserebbero anche se ne ingerissimo solo uno o due cucchiai, completi di guscio; e anche un cucchiaio di farina cruda di qualsiasi cereale produrrebbe lo stesso effetto, perché è troppo asciutta.
E così, anche se la maggior parte della razza umana attuale consuma cereali e amidi, dovremmo considerare questo cibo come non adatto per la nostra specie. Infatti, allo stato naturale, non attrae il nostro occhio, non stuzzica il nostro olfatto né eccita il nostro palato, a differenza per esempio della frutta, il che sta a indicare che non eravamo granivori prima dell’uso del fuoco.
Radici e tuberi amidacei: gli animali designati a nutrirsi di tali cibi hanno proboscidi per scavare e dissotterrare, a differenza dell’uomo che, oltre a non essere anatomicamente attrezzato per il compito, non troverebbe sicuramente di suo gusto i cibi che si trovano sotto terra, solo alcuni dei quali possono essere digeriti. Sebbene rape, patate, barbabietole, carote possano essere mangiate crude, la maggior parte delle volte esse vengono cucinate e se l’uomo si trovasse allo stato naturale, primitivo, senza apparati per la cottura né attrezzi adeguati per dissotterrarle, queste verdure, tra l’altro piene di terra, avrebbero ben poco fascino se comparate alla frutta, in ogni caso più facilmente fruibile.
Legumi: uccelli e maiali si nutrono di legumi, mentre per l’uomo questi, se crudi, non solo non sono gradevoli, ma sono addirittura tossici, a meno che non vengano consumati prima della maturazione, quindi come germogli, ma in ogni caso la loro composizione non sembra essere congeniale all’uomo.
I legumi vengono decantati per il loro alto contenuto proteico ma, come vedremo più avanti, questo non è un vantaggio per l’uomo ed inoltre, parimenti a carne, formaggi e uova, queste proteine sono ricche dell’aminoacido metionina, che contiene quantità eccessive di zolfo, che a sua volta è un minerale acidificante (e l’acidità deve essere neutralizzata dal calcio prelevato dallo scheletro). (3)
Inoltre la grande quantità di carboidrati, sommata all’alta percentuale di proteine (entrambi presenti nei legumi), complica la digestione provocando fermentazione dei primi, con sviluppo di gas, che è un’indicazione che la digestione è stata compromessa. La mancanza di vitamina C, essenziale per l’uomo, fa di questo alimento un cibo scarsamente nutritivo.
Per riassumere, sembra che i cibi amidacei, di qualunque natura, non siano adatti all’uomo, perché oltre a non essere soddisfacenti da un punto di vista nutrizionale e a non costituire, nel loro stato naturale, fonte di attrazione per i nostri sensi (da un punto di vista visivo, olfattivo e gustativo), noi non abbiamo comunque abbastanza amilasi per digerirli. Infatti, possediamo solamente un po’ di ptialina nella saliva (più che altro sufficiente a digerire piccole quantità di amidi come quelli che si trovano nella frutta non completamente matura) e piccole quantità di amilasi pancreatica, per una limitata digestione degli amidi negli intestini.__
CIBI FERMENTATI
Devo premettere che, come ripeto, questo libro è frutto di un lavoro di ricerca e documentazione effettuato abbastanza recentemente, cioè da quando ho iniziato a seguire la DEA, e che quindi, pur essendo vegetariano da tanti anni, anche io mi sono nutrito comunque di prodotti fermentati, tipo i formaggi, fino a poco più di un anno fa.
Ebbene, la dieta che ho intrapreso mi soddisfa al 100% e non rimpiango nulla dei cibi che ho eliminato, soprattutto alla luce dei vantaggi spettacolari che ho potuto conseguire in termini di energia, benessere, forma fisica e scomparsa di diversi problemi e dolori fisici. Ma, a maggior ragione, dopo essere venuto recentemente a conoscenza delle notizie che sto per riportare, mi considero davvero fortunato per avere intrapreso questa scelta alimentare. È diventato ormai uso comune consumare sostanze fermentate o altrimenti decomposte derivate dai cereali (superalcolici, birra), dal latte (formaggi), dalla frutta (vino e certi tipi di aceto), dai legumi (in particolare dai fagioli di soia, ad esempio tamari, shoyu, miso e tempeh, o carne di soia) e dalle carni (salami, salsicce). Vediamo cosa accade ai macronutrienti presenti in tali cibi, una volta fermentati per opera di funghi e batteri. I carboidrati fermentati producono alcol, acido acetico (aceto), acido lattico, metano e anidride carbonica. Le proteine decomposte vanno in putrefazione dando luogo, come prodotti terminali, a molteplici sostanze tossiche (tra cui ammoniaca, cadaverina, putrescina, metano, ecc.). I grassi decomposti diventano rancidi e disgustosi. Ad esempio il formaggio, che si ottiene facendo putrefare la caseina del latte, rappresenta tutti e tre i tipi di decomposizione in un unico
cibo: proteine putrefatte, carboidrati fermentati e grassi irranciditi. Che cosa potranno produrre tutti questi veleni una volta che entrano nel nostro organismo? Disturbi, malattie e debilitazione sono solo una risposta molto parziale; tumori e cancro sono spesso la realtà. Poiché l’uomo in natura non potrebbe mai consumare prodotti decomposti, senza attrezzature e container adeguati, essi si possono catalogare come innaturali e sicuramente non inclusi tra i cibi destinati alla nostra specie.
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LATTE
Una cosa è certa: nessun altro animale in natura beve il latte di un’altra specie, e già questo dovrebbe far riflettere. Gli animali sanno istintivamente che il latte della loro madre è il cibo ideale per supportarli durante la loro crescita, con il perfetto mix di sostanze nutritive.
Come si avrà modo di leggere successivamente, se smettessimo di ingerire latte e derivati la maggior parte di noi guarirebbe da malanni e patologie anche gravi in breve tempo. Ecco, di seguito, alcuni passi interessanti tratti dal best-seller americano “Fit for life”, di Harvey e Marilyn Diamond: “Gli enzimi necessari per digerire il latte sono la renina e la lattasi. Entrambi scompaiono nella maggioranza degli umani all’età di tre anni. C’è un elemento in tutti i tipi di latte, conosciuto come caseina. La caseina presente nel latte di mucca è trecento volte superiore a quella che si trova nel latte umano. La ragione è che si devono sviluppare ossa enormi. La caseina coagula nello stomaco e forma grossi grumi, duri, densi e difficili da digerire, che sono adatti per l’apparato digestivo di una mucca, fornito di quattro stomaci. Una volta all’interno del sistema umano, questa massa, spessa, bagnata e appiccicosa, pone un tremendo fardello sull’organismo che deve, in qualche modo, sbarazzarsene. In altre parole, un’immensa quantità di energia deve essere spesa per sistemare questo problema. Sfortunatamente, parte di questa sostanza appiccicosa si indurisce e aderisce al rivestimento dell’intestino e impedisce l’assorbimento dei nutrienti nel corpo. Risultato: letargia. Inoltre, i sottoprodotti della digestione del latte lasciano una gran quantità di muco tossico nel corpo. Esso è molto acidificante e parte di questo viene immagazzinato nel corpo fino a che il corpo stesso potrà sbarazzarsene, più avanti nel tempo. La prossima volta che stai per spolverare casa tua, prova a versare della colla sopra ogni cosa e poi guarda quanto è facile pulire. I prodotti caseari producono lo stesso effetto all’interno del tuo organismo. Questo si traduce in un aumento di peso corporeo, invece che in una perdita. La caseina, a proposito, è la base di una delle più forti colle usate in falegnameria.”
Diamond prosegue avvertendo che la pratica assai diffusa di somministrare antibiotici al bestiame per velocizzarne la crescita crea batteri potenzialmente mortali che possono infettare gli umani.
E, ancora, riporta che il muco che si forma riveste tutte le mucose, cosicché la traspirazione di tutto diventa estremamente lenta e stagnante e l’energia vitale viene ad essere dissipata. “Avete mai parlato a persone che più o meno ogni dieci parole emettono una sorta di suono gutturale mentre cercano di liberare muco da dietro il loro naso? … La prossima volta che incontrate una persona del genere, indagate sulla quantità di prodotti caseari che essa consuma. Le probabilità che tale persona risponda ‘raramente’ o ‘mai’ sono molto scarse.” (4)
SEMI OLEOSI E ALTRI CIBI VEGETALI GRASSI
Per quanto riguarda i semi oleosi (noci, nocciole, mandorle, noci del Brasile, pistacchi, anacardi, semi di lino, di girasole, di sesamo, di zucca, ecc.) vale sempre il discorso per cui solo mangiandoli allo stato crudo possiamo ricavarne il massimo beneficio, in quanto i grassi e le proteine, contenute in eccesso in questi cibi, se riscaldati diventano cancerogeni. Il problema è che noci e semi non vengono in realtà quasi mai consumati crudi, perché per evitare che ammuffiscano vengono disidratati al forno a “basse” temperature spesso per giorni, in modo che si possano conservare a lungo. Si tratta comunque di cibi che, sia crudi che disidratati o riscaldati, sono difficilmente digeribili per il loro altissimo contenuto di grassi, e che possono rimanere nell’intestino tenue per ore prima che la vescicola biliare secerna la bile con cui emulsionarli (scomporli).
Diverso è il discorso per i frutti grassi, come l’avocado e le olive, per esempio, che quando sono maturi sono ricchi in grassi facilmente digeribili, mentre la polpa del cocco lo è quando si trova nel suo stato gelatinoso, ma quando è matura e indurita è quasi impossibile da digerire. Foglie verdi e altri vegetali, se freschi e crudi contengono una modesta percentuale di acidi grassi utilizzabili, mentre le crocifere (cavoli, broccoli, barbabietole, ecc.) contengono composti sulfurei indesiderabili.
E quindi i grassi non rientrano tra i cibi della nostra specie se non, occasionalmente e come complemento, una manciata di noci o altri semi oleosi, oppure un po’ di olive, o un po’ di avocado (non più di mezzo al giorno se non si consumano altri grassi), come complemento. In realtà il nostro cibo elettivo è rappresentato dai carboidrati semplici.
SIAMO ONNIVORI?
“Attualmente sì!”, è la risposta, a cui segue la domanda: “Ma lo saremmo anche, alla luce di quanto asserito finora, se ci trovassimo in natura, senza forni e fornelli, attrezzi vari, frigoriferi e container, tecnologia, condimenti, eccitanti del gusto, spezie e aromi, che camuffano la natura effettiva dei cibi?” Oppure dovremmo forse accontentarci di mangiare i cibi di stagione, allo stato crudo, in base a quanto essi allettano i nostri sensi (vista, olfatto e gusto)? Allora ci ritroveremmo ben presto a perdere la nostra “natura onnivora” (insieme a chissà quali e quante malattie degenerative dovute agli errori alimentari) e ci riscopriremmo a gustare sempre più… la dolce, succosa, fresca e matura frutta! È vero, si potrebbe obiettare, che vivere “in natura”, come spesso citato nel presente testo, potrebbe voler dire soffrire la fame durante l’inverno e i mesi freddi, per penuria di cibo, oppure ritrovarsi a morire di fame perché magari il maltempo o altre cause naturali hanno distrutto i raccolti, oppure perché si vive in aree geografiche dove la natura è scarsa di cibo.
È vero che anche gli animali si possono ritrovare a patire la fame, che alcuni muoiono, che altri vanno in letargo, che alcuni attaccano addirittura l’uomo, nella disperata ricerca di cibo. È tutto vero. Quindi colgo l’occasione per specificare che, in questo caso, non si tratta di voler asserire una teoria forzandone la correttezza a tutti i costi. Diciamo che innumerevoli sono comunque, da sempre, gli ostacoli che si frappongono tra noi (e, più in generale, tutti gli animali) e la nostra/loro sopravvivenza. E diciamo anche che l’uomo, essendo il più intelligente tra le varie creature, è quello che si è garantito, almeno teoricamente, le maggiori probabilità di sopravvivenza. Ma, come ribadisco, solo teoricamente. Perché se è vero che è riuscito a sopravvivere in condizioni proibitive nel corso della sua storia, grazie alla coltivazione dei cereali e all’immagazzinamento di varie forme di cibo, è anche vero che le statistiche attuali parlano chiaro: l’alimentazione standard dell’uomo occidentale lo sta decimando con malattie, invecchiamento e morti premature. Così, quando mi riferisco agli animali, o all’uomo, “in natura”, il senso di tale affermazione dovrebbe essere interpretato come la condizione ideale in cui l’uomo possa cibarsi di ciò che la natura ha predisposto originariamente come suo cibo ideale, quando, all’alba della nascita della nostra specie, egli abitava nelle zone tropicali o subtropicali, ricche di vegetazione, frutta, germogli, foglie e semi.
Ecco, allora, che parlare di alimentazione ideale significa cercare di capire che il nostro sistema digerente non è cambiato e che quindi non è predisposto a digerire indenne cibi che, seppure gli hanno garantito la sopravvivenza in condizioni di emergenza, non lo hanno fatto, e non lo fanno, senza averlo penalizzato gravemente. E così, come tutti gli animali che vivono in prossimità dell’uomo possono essere facilmente indotti ad assumere alimenti non consoni alla loro specie, ma graditi al loro palato, che causeranno però patologie più o meno gravi anche ad essi, lo stesso destino non viene evitato alla nostra specie.
Mi viene in mente, a tale proposito, come durante un viaggio compiuto anni fa in Egitto, venisse raccomandato a tutti i turisti di non dare pane da mangiare ai pesci del Mar Rosso. Questo perché essi lo avrebbero mangiato con gusto… fino a morirne! “L’occasione fa l’uomo ladro!”, recita il proverbio. Parlando di alimentazione, l’occasione e la necessità inducono l’uomo, e i vari animali, a nutrirsi dei cibi sbagliati, fino a morirne!
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SIAMO FRUGIVORI?
Sì, siamo frugivori! (Sono frugivori gli animali che si nutrono principalmente di frutta, con l’aggiunta di tenere foglie verdi, inclusi anche i frutti non dolci come pomodori, cetrioli, peperoni, zucchine,
zucche, ecc., e i semi oleosi.) Questa la risposta su cui concordano i diversi autori igienisti a cui mi sono riferito per l’elaborazione di questo libro. O, almeno, frugivori saremmo se ci trovassimo in natura con le sole nostre forze, così come i nostri predecessori ancestrali si trovarono nella notte dei tempi.
E questo a sottolineare che, teorie nutrizionistiche e mode alimentari a parte, questo fu con tutta probabilità il cibo grazie al quale la nostra specie si è evoluta durante tutta la sua storia, fino a prima dell’invenzione del fuoco e, successivamente, alla comparsa dell’agricoltura e dell’allevamento.
Infatti, prima dell’invenzione del fuoco, quando l’uomo era costretto a sopravvivere nutrendosi esclusivamente di quello che trovava, si cibava prevalentemente di frutta e verdura allo stato naturale, quindi fresca, cruda e matura. L’uomo si cibava cioè di quello di cui ancora oggi si alimentano gli animali più simili a lui da un punto di vista anatomico, fisiologico, ematologico e intellettivo e che, insieme all’uomo stesso, fanno parte dell’ordine dei “Primati”, superfamiglia “Ominoidi”, vale a dire le scimmie antropomorfe (dal greco: ànthropos, “uomo” e morphè, “forma”) rappresentate da orango, scimpanzé, gorilla e gibboni. Esse si nutrono principalmente di frutti, vegetali e semi ((solo alcune di esse mangiano insetti, piccoli vertebrati o, in alcune occasioni, anche carne, ma in percentuale minima e come cibo di emergenza) e non conoscono le malattie degenerative dell’uomo.
Questo, dunque, è il cibo espressamente ideato da Madre Natura per noi, con il quale sopravvivere e prosperare. Certo, come ripeto, possiamo arrangiarci a mangiare qualsiasi cosa, è nella natura animale la capacità di adattarsi per sopravvivere, ma a quale prezzo?
Se davvero ci fossimo adattati ad essere onnivori (intendendo qui, per “adattamento”, il cambiamento delle nostre caratteristiche anatomiche e funzionali per adeguarsi a nuove condizioni di vita richieste dall’ambiente), allora anche i nostri organi, nel corso di tutto questo tempo, avrebbero dovuto modificarsi, per lo meno per agevolare la digestione.
Quindi il nostro intestino dovrebbe essere molto corto per ridurre i tempi di transito della carne, come avviene nei carnivori, ma è rimasto lungo. E la nostra secrezione gastrica dovrebbe essere estremamene più acida, per meglio digerire i cibi carnei, ma è rimasta uguale, così come continuiamo ad avere un solo stomaco e non quattro, come gli erbivori e non ci è ancora spuntato alcun gozzo per predigerire i semi, come gli uccelli, segno che i cereali non sono adatti a noi. Nulla sembra essere cambiato né a livello anatomico, né fisiologico, né chimico, né psicologico e noi continuiamo a differire, come abbiamo visto, dagli animali delle altre specie. L’unica cosa che è cambiata è che siamo una razza sempre più debole e sempre più ammalata, segno di una degenerazione progressiva e anche se l’età media è aumentata, lo è per le migliori condizioni igieniche e qualità di vita, per il progresso della medicina, ecc., ma se ci guardiamo intorno ad osservare tutte le malattie di cui soffrono le persone da una certa età in poi, soprattutto le ultime generazioni, dovremmo prendere coscienza che qualcosa non va. Ebbene un conto è sopravvivere, un altro conto, completamente diverso, è fiorire, prosperare, vivere al pieno delle proprie possibilità, senza malattie, col massimo dell’energia. Sì, è vero che anche fumando, bevendo alcolici, assumendo droghe, prendendo medicinali, facendo uso di tutte le sostanze stimolanti per arrivare alla fine della giornata (caffè, cioccolato, carne, bevande eccitanti, alcol, ecc.), si può sopravvivere, ma non vivere al meglio, come è nostro diritto.
Ma torniamo al nostro cibo elettivo: ebbene la frutta è, fra tutti i cibi, quello che più si approssima a soddisfare tutte le nostre necessità, così come la carne lo è per i carnivori. Quando la frutta è matura, grazie ai propri enzimi, converte i propri carboidrati in glucosio e fruttosio, zuccheri semplici che possiamo usare senza ulteriore digestione; le sue proteine vengono convertite in aminoacidi e i suoi grassi in acidi grassi e glicerolo. E così tutto quello che ci resta da fare è… gustarne la bontà!
Per quanto riguarda la verdura, la ragione per cui è meglio nutrirsi di quella a foglie (lattuga, radicchio, scarola, rucola, spinaci, ecc.) e non di crocifere (broccoli, cavoli, barbabietole, ecc.), né tantomeno di quella più fibrosa (carote, finocchi, ecc.) è che mentre la prima contiene fibra solubile, come quella presente nella frutta, le altre contengono cellulosa e altre fibre difficilmente digeribili o del tutto indigeribili. E queste ultime sono talmente dure da graffiare la nostra mucosa digestiva quando passano per essere eliminate, anche se in minor misura di quanto avvenga per le fibre dei cereali.
Dal libro “DEA” di Marco Urbisci.
http://www.fruttalia.it/blog/2013/07/22/la-dieta-ideale-per-luomo/ 

La gioia dell’amare


 Quando ami, sei felice. Quando non puoi amare,
non puoi essere felice, gioioso. La gioia è una funzione
dell’amore, un’ombra dell’amore; lo segue sempre.
 Dunque, diventa sempre più amorevole, e sarai
sempre più gioioso. Non ti preoccupare, non chiederti
se il tuo amore sarà ricambiato o no, non è affatto
importante. 
La gioia segue l’amore automaticamente,
che venga ricambiato o no, che l’altro corrisponda o no.
 Questa è la bellezza dell’amore, il suo risultato
implicito: il suo valore è intrinseco all’amare stesso.
Non dipende affatto dalla risposta dell’altro, è totalmente
nelle tue mani. E non fa alcuna differenza a
chi indirizzi il tuo amore: un cane, un gatto, un albero oppure una pietra.
 Puoi semplicemente sederti di fianco a una pietra
ed essere in amore. Puoi farti una chiacchierata, la
puoi baciare, ti puoi sdraiare su di essa. Sentiti un
tutt’uno con quella pietra e all’improvviso sentirai una scossa energetica, un ribollire di energia, e proverai
una gioia immensa. Forse quella pietra non ti ha contraccambiato, forse l’ha fatto: questo non è
 per nulla importante. Ti sei sentito colmo di gioia
perché hai amato: chi ama è felice, gioioso.
 Allorché conoscerai questa chiave, potrai essere
gioioso ventiquattr’ore su ventiquattro. E se ami
ventiquattr’ore al giorno, senza più dipendere dal
possesso di un oggetto d’amore, diventerai sempre
più indipendente; infatti potrai essere in amore anche
se nessuno è presente.
 In questo caso potrai amare il vuoto stesso che ti
circonda. Seduto da solo nella tua stanza, la ricolmerai
con il tuo amore. Potresti anche essere in prigione:
puoi trasformare la tua cella in un tempio, nel
giro di un secondo. Nel momento in cui la ricolmi
d’amore, non è più una prigione; d’altra parte, perfino
un tempio si trasforma in una prigione, se non
esiste amore alcuno.
 Osho

Il test del cervello


Il test del cervello misurare lo sviluppo di conoscenze o cervello?

Il test del cervello è un gioco divertente e penetrante che ci aiuta a saperne di più su noi stessi e il nostro modo di pensare. Non ci sono risposte giuste o sbagliate, verifica soltanto l’equilibrio tra gli emisferi destro e sinistro del cervello. Il test di cervello non misura conoscenze come fa un gioco di formazione del cervello, e non è progettato per lo sviluppo del cervello, tuttavia esso ci dicono molto sui nostri cervelli; il risultato rivela agli utenti in quanto usano gli emisferi destro e sinistro del cervello. Semplicemente completare il quiz per ottenere il risultato. Buon divertimento!


VAi al link



http://divinetools-raja.blogspot.it/
La Via del Ritorno… a Casa

Il libro dei segreti


Il libro dei segreti raccoglie i discorsi tenuti da Osho dal primo ottobre al 19 novembre1972 su un testo sacro indiano che alcuni fanno risalire al V secolo a. C, il Vigyana Bhairava Tantra, ma che di fatto è difficile datare in quanto raccoglie una formulazione di tecniche trasmesse in forma orale da Maestro a discepolo, per secoli. Nell’opera, così come è stata tramandata, Devi, il principio femminile, ricettivo, esemplificazione del discepolo, si rivolge a Shiva, il principio maschile, colui che sostiene e alimenta tutte le cose, perché l’aiuti a comprendere, più che a capire, “questo universo pieno di meraviglia”. La risposta di Shiva non è filosofica, bensì esperienziale: infatti egli dà a Devi centododici tecniche di meditazione, grazie alle quali le sarà possibile immergersi e sperimentare la realtà del divino. Nei secoli quest’opera è stata tramandata oralmente, proprio perché lo spirito con cui andava letta era ben diverso dalla lettura dotta: in realtà, si trattava – e si tratta – di sperimentare ciascuna delle tecniche proposte, finché non si trova quella che “funziona” per noi. Come Osho spiega: “ Il Vigyana Bhairava Tantra completa l’intera scienza della ricerca interiore. Non è possibile aggiungervi alcunché: gli altri metodi sono solo modificazioni di quelli presentati qui. Per trovare il metodo adatto a te è sufficiente che guardi con calma i metodi presentati, e per esperienza diretta – esperienza che è confermata dalla testimonianza di decine di persone, che in questi anni hanno sperimentato – posso dirti che, quando arrivi al metodo che ti si adatta, qualcosa in te esploderà di gioia, come se il tuo cuore fosse stato toccato e delle campane iniziassero a suonare a festa. Dunque devi solo leggere le centododici tecniche e prestare attenzione a quella che entra in risonanza con te. A quel punto devi solo provarla! Con ogni probabilità quello è il metodo giusto. Se per caso non lo fosse, torna a scorrere gli altri: ne troverai uno che ti colpirà con maggior forza. Una cosa è certa, questo libro racchiude metodi adatti all’intera umanità. E l’impatto sarà ovvio, evidente”. D’altra parte, non è consigliabile fermarsi al primo metodo: se, sperimentandolo almeno per sette giorni, non accade nulla, è bene procedere oltre. Inoltre, non è neppure il caso di fossilizzarsi: può infatti accadere che un metodo non funzioni più, e i motivi possono essere proprio dovuti al suo aver funzionato: “Molte volte dovrai cambiare le tue meditazioni, perché il corpo e la mente continuano a mutare. Pertanto, a volte può essere d’aiuto una tecnica, altre volte un’altra. Devi essere estremamente consapevole, altrimenti ti attaccherai anche alla meditazione, ti identificherai con una tecnica in particolare. Quando una tecnica crea disagio, non occorre proseguire nella pratica. Non essere mai masochista, non torturarti mai, non importa in nome di che cosa lo fai: è sempre inutile. In nome della religione la gente si è torturata fino alla follia, e il nome è così squisito che sembra non esserci fine alle torture che ci si possono infliggere. Pertanto ricorda che io insegno la felicità, non la tortura!”
Osho: Il libro dei segreti

LE ORE DEL GIORNO CHE CORRISPONDONO AGLI ORGANI E FUNZIONI

Il nostro corpo ha in sè un orologio, ovvero ogni organo ha un programma di riparazione-manutenzione per tenerci attivi ogni giorno.

Se in alcune ore della giornata arrivano disturbi (mal di testa o debolezza etc), puo’ essere un segnale che informa che c’è un organo che sta facendo “manutenzione” e quel che sentiamo sono il risultato della energia spesa per fare queste riparazioni

L’OROLOGIO DEGLI ORGANI (considerato in ora solare!)

Polmoni: dalle 3.00 alle 5.00
Colon:  dalle 5.00 alle 7.00

Stomaco: dalle 7.00 alle 9.00
Milza: dalle 9.00 alle 11.00 Spleen


Cuore: dalle 11.00 alle 13.00
Piccolo Intestino (int. tenue) : dalle 13.00-15.00

Vescica: dalle 15.00 alle 17.00
Reni: dalle 17.00 alle 19.00

Pancreas: dalle 19.00 alle 21.00
Arterie e vasi sanguigni: dalle 21.00 alle 23.00

Cistifellea: dalle 23.00 all’1.00
Fegato dall’1.00 alle 3.00


I polmoni: sono i primi organi del giorno a cui tocca la manutenzione e la riparazione. Perdono il carico tossico tra le 3 e le 5; infatti quando ci svegliamo, a volte, abbiamo un colpo di tosse: i polmoni cercano di espellere “ i rifiuti” che si sono allentati. Se vi capita di tossire di mattina, questo indica che il vostro stile di vita e dieta hanno bisogno di una messa a punto 

Colon (o intestino crasso): le sue ore sono dalle 5 alle 7. Un colon sano ha bisogno di acqua per poter fare il suo lavoro in modo corretto (eliminare scorie ogni giorno della settimana) La mattina è il momento migliore per bere acqua a tale scopo ed anche il peggior momento perprendere della caffeina, che è un diuretico e che preleva acqua dal colon per portarla ai reni e vescica per espellerla.

Il corpo ha bisogno di acqua al mattino per fare le sue riparazioni e manutenzioni del colon e dell’intestino tenue. Questo “lavoro” serve per mantenere la digestione, normalizzare il peso, rallentare l’invecchiamento. Se irrigate il vostro sistema ogni mattina con dell’acqua pura, la vostra salute migliorerà. Se prima di fare colazione attendete di avere un movimento intestinale,fate una cosa piu’ sana per il vostro colon 


Stomaco: tra  le 7 e le 9 è in riparazione e non ha bisogno di tanto cibo da gestire. Mentre l’intestino tenue e il colon hanno bisogno di fluido per farsi manutenzione la mattina, lo stomaco ha bisogno di molto poco. Iniziate con dei fluidi (acqua pura succhi di verdura freschi) o frutta fresca che puo’ essere facilmente digerita. Per la salute ottimale, tuttavia, se vi è possibile, la mattina bevete solo dei fluidi.

Milza: dalle 9 alle 11.00 è il tempo in cui la milza si pulisce. Durante questo processo e tempo, o quando la milza è in uno stato di debolezza, potete soffrire di allergie oppure non scrollarvi di dosso influenza e raffreddore. Questo perché la milza lavora con il fegato ed il vostro sistema immunitario. Una milza sana, produce anticorpi quando c’è una infezione e controlla sempre che nel sangue non arrivino invasori.

Cuore: lui è in riparazione dalle 11.00 alle 13.00. IN questo tempo il corpo rimuove scorie dal cuore e potreste notare un rapido battito (uno doppio o un piccolo salto) Il 70 per cento di infarti accadono quando il cuore è nel suo tempo di riparazione.

Intestino tenue: avete notato che tra le 13.00 e le 15.00 siete piu’ inclini ad avere indigestione, dolore e gonfiore?  Se questo accade, due sono le cose che potrebbero essere da correggere: 1. La vostra dieta non è come dovrebbe essere, il vostro cibo non viene digerito; 2. La vostra dieta vi sta causando problemi che ora vis tanno causando stress. Una dieta appropriata risolverà molto probabilmente la situazione.

Reni e vescica: dalle 15.00 alle 17.00 potreste notare un po’ di stanchezza e il desiderio di un pisolinoQuando i reni funzionano bene e sono in salute, sentite sempre buona energia e non stanchezza.

Pancreastra le 19.00 e le 21.00  sentite un forte bisogno di dolci o carboidrati processati, che subito si trasformano in zuccheri? I reni regolano il pancreas e se non consumate dolci durante questo tempo, potreste notare dolori alla zona lombo-sacrale: un sintomo di reni. I reni, la vescica e il pancreas sono parte di un tutt’uno, se in prima serata avete bisogno di un pisolino, è il vostro pancreas, diretto dai vostri reni, che vi mette fuori gioco per poter fare le sue riparazioni.

Vasi sanguigni e arterie: dalle 21.00 alle 23.00 è il tempo in cui sangue e vasi sanguigni vanno in modalità “riparazione”. Gli effetti di questo sul corpo quando i vasi stanno facendo un faticoso e serio restauro sono: mal di testa e debolezza.

Fegato e Vescicola Biliare (cistifellea): tra le 23.00 e le 3 i due sono all’opera . Mai provato ad avere notti dove in queste ore non dormite? Significa che le scorie non sono state processate dal vostro fegato e questo agisce come irritante per il corpo, causando insonnia e nervi tesi : il cervello semplicemente non si ferma.

Tratto da Healthreviser.com
traduzione Cristina Bassi
http://saluteolistica.blogspot.it/2012/03/le-ore-del-giorno-che-corrispondono.html
 




Civiltà antichissime

“L’uomo apprende dalla storia comune solo
una piccola parte degli avvenimenti vissuti
dall’umanità, e i documenti storici gettano
luce solo su alcuni millenni.”
(Rudolf Steiner)

I teosofi dicono che la vita e l’umanità si evolvono insieme alla terra, e questa trasformazione spinge l’evoluzione. Così avviene che i popoli devono scomparire, però dalle loro ceneri sorgono delle nuove civiltà. Assieme alle civiltà che sorgono e evolvono vediamo coesistere i resti di altre civiltà che furono grandi, ma poi entrarono nella fase di decadenza.

Un caso simile avvenne dopo la distruzione di Lemuria. Solo una piccola parte dei Lemuri riuscì a sopravvivere fuggendo verso la salvezza della terraferma, e da costoro nacque Atlantide. Steiner dice che ogni razza radicale è destinata a sviluppare una qualità diversa. Ogni razza possiede una sua qualità peculiare che deve sviluppare in senso fisico, psicologico e spirituale.

Poiché i Lemuri avevano conquistato la memoria alla fine della loro civiltà, vediamo che gli Atlantidi sviluppano meglio questa qualità. Tutte le evoluzioni sono un intreccio di caratteristiche in progresso e di altre in regresso. Accanto alla cosa che cresce si affianca sempre l’elemento che è entrato in decadenza.

Questa è la regola fissa dell’evoluzione, perciò la vediamo nella vita, nei singoli e nel destino delle civiltà. Ogni razza radicale inizia a dimostrare le sue qualità in modo embrionale. Poi quelle qualità si sviluppano per avere la piena maturazione, infine esse declinano e degradano nello stadio finale.

Steiner dice che non si deve credere che le razze evolvono seguendo una linea separata e netta. Tutte le fasi di ascesa e le fasi di decadenza avvengono con l’intreccio di elementi che salgono e scendono. L’evoluzione di Atlantide originò dal ramo più evoluto dei popoli che avevano sviluppato la memoria, ai tempi finali di Lemuria.

Gli Atlantidi non avevano facoltà razionali di analisi e calcolo, ma avevano una memoria eccezionale. Questa fu la caratteristica più sviluppata che avevano. Ma, Steiner dice che è fatale che mentre si conquista una nuova facoltà si perda un’altra facoltà posseduta. Perciò ciò che declina può lasciare lo spazio necessario a ciò che si sviluppa.

Poiché l’umanità attuale, quella della 5° razza, deve sviluppare il potere della ragione questa conquista vedrà la perdita della memoria acuta degli antichi abitanti di Atlantide. Se oggi siamo abituati a pensare per mezzo di concetti, in quei tempi antichi, si pensava per mezzo di immagini che sorgevano nella mente.

Quando l’immagine sorgeva nella mente essa richiamava, per il potere evocativo della memoria, molte altre immagini dallo stesso significato e senso. Tutte quelle immagini si presentavano insieme, perché erano collegate dal significato simile. Questa capacità di associazione fu resa possibile dalla memoria che associava le immagini.

L’addestramento della memoria era basilare, infatti l’insegnamento avveniva per mezzo di una serie di immagini viventi che erano il modello da imitare. Quelle immagini presentavano l’esempio vivente che i futuri abitanti di Atlantide dovevano seguire. L’educazione avveniva in modo ripetitivo, perché s’insegnava sempre quello che si era insegnato.

L’autorità era una prerogativa concessa a chi aveva accumulato molta esperienza, perciò solo le persone che avevano molta età ed esperienza erano considerate autorevoli. Solo dopo una certa età si era adulti, perciò solo gli anziani entravano nei luoghi in cui si prendevano le decisioni. Si aveva fiducia di chi aveva molto vissuto e conosciuto, ma così non era nelle scuole dei misteri dei Lemuri.

Anche in Atlantide si conservarono le scuole dei misteri e per essere ammessi non contava età o genere, ma si studiavano le incarnazioni precedenti e si decideva se il soggetto poteva venire accolto. Chi entrava al servizio degli dei non veniva selezionato per origine, età, forza fisica o esperienza personale, ma perché aveva qualità speciali.

Questi uomini sacri agli dei erano molto rispettati e venerati, perché avevano accesso ad una sapienza antica e superiore che gli veniva rivelata dalle divinità. Gli abitanti di Atlantide sapevano come usare le energie della natura, perciò usavano la forza dei vegetali per estrarre l’energia che gli occorreva.

Delle piante si servivano sia per l’alimentazione che per l’industria come pure per la locomozione. Tutti gli utensili che gli Atlantidi usavano venivano alimentati con la combustione dei germi del grano. L’energia vegetale poteva muovere dei piccoli veicoli che volavano a bassa quota: e questo avveniva perché l’atmosfera terrestre era molto più densa di quanto non lo sia oggi.

Ma anche l’acqua è molto cambiata rispetto ad allora, perché anticamente l’acqua era molto più fluida di adesso: infatti l’acqua si è poi condensata molto di più. Perciò non potremo mai canalizzare le acque come fecero gli Atlantidi che assorbivano un’acqua diversa da quella odierna.

Da questa acqua, la forza vitale posseduta dal loro corpo sapeva trasformare le energie necessarie. Essi usavano le forze fisiche in modo diverso da come facciamo oggi noi uomini moderni. Avevano un concetto diverso di stanchezza e debolezza del corpo, perché sapevano usare il corpo a seconda di come gli conveniva e di come volevano.

Gli Atlantidi vivevano in colonie che abitavano in mezzo alla natura, e costruivano dei villaggi arborei che sorgevano sopra piattaforme fatte con rami intrecciati. Tutti gli utensili e strumenti che usavano erano ricavati dalla natura, perciò la loro vita scorreva in perfetta armonia con i ritmi naturali.

La natura era sentita come un bene comune che tutti dovevano proteggere e venerare, perché tutto ciò che avevano gli veniva dalla natura, perciò tutto quello che costruivano era considerato un bene pubblico. Tutti erano felici di contribuire al bene della comunità, perché non c’era il concetto di proprietà privata.

Gli Atlantidi avevano tutte le qualità interiori che erano presenti negli antenati di Lemuria, ma la prima sottorazza di Atlantide ebbe anche uno sviluppo di sensi e sentimenti che nei Lemuri era assente. In Atlantide si sviluppò l’attaccamento al ricordo di ciò che avvenne nel passato perciò gli Atlantidi svilupparono anche il linguaggio.

La parola fu prodotta per la necessità di voler comunicare quello che si sentiva interiormente. La capacità di condividere le esperienze fece sorgere la capacità di dare un nome alle cose che si erano provate o udite. Nei Lemuri si era sviluppata una memoria embrionale, però la prima sottorazza atlantica dei Rmoahals sviluppò anche il linguaggio.

Il linguaggio creò un legame più forte tra gli uomini per merito della comunicazione. I Rmoahals avevano sempre un profondo legame con la natura, perciò avevano anche una potente forza primitiva e istintiva. La loro forza interiore era molto potente, perciò le loro parole avevano un grande potere magico.

Per questo motivo, la loro parola aveva più valore che in sottorazze seguenti. Questo potere andò diminuendo per diventare sempre più debole. Ma, originariamente, le loro parole avevano il potere di guarire le malattie, favorire la crescita delle piante, domare gli animali feroci, e altre cose simili.

Il linguaggio dei Rmoahals era sacro, perciò non si potevano sprecare le parole sacre o abusare del potere che esse offrivano. Tutti sapevano istintivamente che approfittare del potere magico era una trasgressione che avrebbe causato un danno insanabile. Sul colpevole sarebbe caduta la rovina, perciò quella possibilità era impensabile!

Però l’equilibrio finì nella sottorazza successiva ossia nei Tlavatli, che svilupparono l’ambizione che nei Rmoahals era assente. Presso i Tlavatli si onoravano le gesta più gloriose del passato e chi le aveva compiute, perciò si chiedeva il riconoscimento del valore personale. Essi onoravano gli uomini più forti e ambiziosi, perciò elessero un capo che fu onorato con una dignità regale.

Nel popolo dei Tlavatli si cominciarono a onorare gli antenati. Presso alcune stirpi i morti erano ricordati dai discendenti, perché furono valorosi. Precedentemente, presso i Rmoahals, erano onorate solo le azioni che erano compiute al tempo presente. E se allora, le persone si riunivano per simpatia istintiva, dopo si riuniscono con quelli della stessa origine.

In quei tempi diventò possibile che, intorno al più potente si possa riunire un gruppo di uomini accomunati a compiere la medesima impresa. Questo tipo di unioni si praticò soprattutto nella terza sottorazza ossia presso i Toltechi. I Toltechi si riunivano in gruppi e poi in comunità che si associavano sotto il governo di una sorta di stato la cui direzione divenne poi ereditaria.

Il valore degli antenati si trasmetteva ai figli perciò la discendenza riceveva l’onore riservato ai suoi antenati, poiché le qualità erano ricevute dai nipoti. Steiner dice che, in quei tempi lontani, gli antenati avevano realmente il potere di trasmettere le qualità migliori riversandole nei discendenti, perciò le qualità familiari si trasmettevano davvero.

L’educazione rafforzava la venerazione, perciò le immagini delle persone e delle gesta gloriose venivano usate nella loro educazione che stimolava l’emulazione mostrando un modello esemplare. Quando un gruppo di Toltechi si segregava volontariamente portava con sé un ricordo vivente e tangibile di quello che avevano ereditato nella casa di origine.

La civiltà tolteca ebbe lo splendore che conosciamo, perché fu descritto nei racconti di Platone e nelle fonti occulte dei veggenti usate dai teosofi. La civiltà di Atlantide fu guidata da sovrani di saggezza superiore, perché avevano un potere e una saggezza che non si conquistano sulla terra.

Tutta la vita sociale di Atlantide fu governata dagli iniziati, perché il loro sovrano non doveva essere solo un condottiero, ma era anche il massimo iniziato. Ai sovrani fu riservato lo status di esseri superiori, perché erano messaggeri delle divinità che per loro mezzo governavano. L’arte di governare era riservata solo agli individui più avanzati che erano in diretto contatto con le divinità.

Gli dei si esprimevano per loro tramite, perciò i sudditi erano completamente sottoposti ai sovrani celesti. E lo erano, perché i sovrani di Atlantide erano dei signori celesti che venivano addestrati nei templi. In Atlantide non c’era bisogno di riconoscere questa realtà, perché ogni gesto del sovrano rivelava la sua natura divina.

Molti sovrani furono sia grandi reggenti e guide spirituali. Il valore e la saggezza dell’imperatore offriva un potere immenso e una venerazione assoluta. Gli insegnamenti che le guide divine ricevevano dagli dei non avveniva con linguaggio umano e neppure in forma terrena.

Si narra che la divinità veniva in “nubi di fuoco.” I messaggeri comprendevano quegli esseri celesti, perché anche loro non appartenevano completamente al mondo terreno. Molti sapevano di essere solo temporaneamente al livello terreno, perché solo temporaneamente vivevano una forma umana però la loro natura era sovrumana. Questi furono i tempi di cui si narra che gli dei potessero scendere a camminare sulla terra e potevano parlare con gli uomini.

A quei tempi, sulla terra vivevano degli esseri che avevano una doppia natura, perché avevano sia natura umana che divina. Il prestigio che scaturiva dal potere immenso del divino sovrano e sommo iniziato si può solo immaginare. Questo mondo crollò quando si sviluppò l’ambizione più sfrenata e il capriccio dovute all’esaltazione eccessiva della personalità.

Ma questo è fatale, dice Steiner, perché avviene sempre che lo stesso elemento che spinge verso l’evoluzione sia anche l’inizio della decadenza. Si arrivò ad esaltare la personalità fino a quando l’ambizione personale fù smodata, perciò non si seguì più il volere degli dei ma si volle dare soddisfazione al capriccio personale.

Si iniziò ad abusare del potere magico, e quanto più quel potere aumentava e tanto più si voleva avere altro potere. E tutto si fece solo per dare soddisfazione all’interesse personale. L’ambizione e l’esaltazione della persona causarono l’egoismo che degenerò in prepotenze e violenze dovute all’abuso del potere.

Ma gli Atlantidi avevano il potere di dominare le forze naturali, e questo fu l’errore che riuscì fatale. Fu abusato il potere magico e le leggi della natura furono perturbate. Si iniziarono a praticare le azioni più spregevoli usando la magia nera. Steiner dice che, soprattutto ai tempi della sottorazza seguente ossia tra i Turani primitivi si fecero tutte queste cose spregevoli.

I Turani furono un popolo abituato a seguire solo l’ambizione, il capriccio e l’arbitrio personale. Essi usavano con molta disinvoltura il potere che le forze occulte più oscure potevano offrire. Furono usate senza scrupolo le forze oscure, perciò queste forze si scontrarono tra loro. Questa fu la causa della distruzione di Atlantide che avvenne, secondo Platone, nel corso di un giorno e di una notte.

La teosofa Annie Besant racconta che, la Cina fu abitata anticamente dalla 4° sottorazza degli Atlantidi che si erano rifugiati sul continente asiatico per sfuggire alla catastrofe che aveva distrutto il loro continente. I Mongoli sono gli ultimi discendenti dei Turani primitivi di Atlantide, perciò anche la Cina ha un rapporto molto stretto con il continente perduto.

Il medico taoista del periodo Wu (222-227 d.C.) Ko Yuan o Hsuan, di cui si dice che fosse un grande taumaturgo e un uomo molto intemperante ed eccentrico, e che scrisse il “Ching Chang Ching” ossia il “Classico della Purezza” rivela l’origine della sua saggezza dicendo che le sue conoscenze le aveva avute direttamente dal Divino Governatore dell’Hwa d’Oriente.

Il Divino Governatore, a sua volta, le aveva avute dalla Reale Madre dell’Occidente. Va saputo che, Divino Governatore della Porta d’Oro, era il titolo dell’iniziato che reggeva l’antico impero dei Toltechi di Atlantide. E da questo si capisce che il “Classico della Purezza” fu importato in Cina dai Turani di Atlantide, e tutto avvenne quando i Turani si separono dai Toltechi fuggendo da Atlantide che veniva travolta dal mare.

Buona erranza
Sharatan

Canapa: La pianta miracolosa! (MA È ILLEGALE PERCH…

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La fibra di canapa è di qualità nettamente superiore a quella di legno e servono molte meno sostanze chimiche caustiche per produrre carta dalla canapa che dagli alberi. La carta di canapa non ingiallisce ed ha una durata molto lunga. In una stagione la pianta diventa rapidamente adulta, mentre gli alberi hanno bisogno di una vita intera…

TUTTI I PRODOTTI DI PLASTICA DOVREBBERO ESSERE DERIVATI DALL’OLIO DI SEMI DI CANAPA
La plastica di canapa è biodegradabile! Col tempo si distruggerebbe e non danneggerebbe l’ambiente. Le materie sintetiche a base di petrolio, quelle che conosciamo noi, contribuiscono a rovinare la natura perché non si distruggono, e provocheranno gravi danni in futuro. I processi di produzione dei numerosi tipi di plastiche naturali di canapa non rovineranno i fiumi come hanno fatto la Dupont e altre società petrolchimiche. L’ecologia non si integra coi piani dell’industria petrolifera e con la macchina politica. I prodotti di canapa sono sicuri e naturali.
LE MEDICINE DOVREBBERO ESSERE PRODOTTE CON LA CANAPA
Dovremmo tornare ai tempi di quando l’AMA appoggiava le cure a base di canapa. La ‘MARIJUANA medicinale’ è distribuita legalmente solo ad un ristrettissimo gruppo di persone, mentre gli altri sono serrati nella morsa di un sistema che fa affidamento sulle sostanze chimiche. La canapa porta solo beneficio al corpo umano.
LA FAME NEL MONDO POTREBBE FINIRE
Dalla canapa si possono ricavare molte varietà di cibi. I semi contengono una delle fonti maggiori di proteine in natura. INOLTRE: contiene due acidi grassi essenziali che ripuliscono il corpo dal colesterolo e che non si trovano altrove in natura! Il consumo di semi di canapa è la cosa migliore che si possa fare per il proprio corpo. Mangiate semi di canapa crudi.
I VESTITI DOVREBBERO ESSERE FATTI DI CANAPA
Gli abiti di canapa sono estremamente resistenti e duraturi nel tempo. I vestiti di canapa potrebbero essere passati ai propri nipotini. Oggi esistono società americane che producono vestiti di canapa, di solito con il 50% di questa fibra, ma le fabbriche di canapa dovrebbero essere dappertutto, e invece sono quasi sempre clandestine. Non si può fare pubblicità dei prodotti superiori di canapa sulla televisione fascista. Il Kentucky, che una volta era il primo stato produttore di canapa, ha PROIBITO DI INDOSSARE abiti di canapa! Rendiamoci conto: si può finire in galera per aver indossato dei jeans di buona qualità!
CANAPA E COTONE  laviadiuscita.net
Il mondo è impazzito… ma questo non significa che bisogna far parte dei pazzi. Uniamoci e diffondiamo le informazioni. Raccontiamo a tutti la verità, compresi i nostri bambini. Usiamo prodotti di canapa ed eliminiamo la parola ‘MARIUANA’, diventando consapevoli della storia della sua nascita. Rendiamo politically incorrect pronunciare o stampare la parola M. Combattiamo la propaganda (creata per favorire i piani dei super ricchi) e le menzogne. In futuro dovremo usare la canapa perché abbiamo bisogno di una fonte di energia pulita per salvare il nostro pianeta.INDUSTRIALIZZIAMO LA CANAPA!
Le società produttrici di liquori, tabacco e petrolio finanziano con milioni di dollari al giorno la Partnership for a Drug-Free America ed altre istituzioni simili. Tutti noi abbiamo visto le loro pubblicità. Ora il loro motto è diventato: ‘È più pericolosa di quanto si creda.’ Le bugie delle potenti corporation, che iniziarono con Hearst, sono vive e vegete ancora oggi.
Il lavaggio del cervello continua. Ora le pubblicità dicono: Chi compra uno spinello contribuisce agli omicidi e alle guerre tra bande. L’ultima campagna contro la canapa dichiara: Chi compra uno spinello… promuove il TERRORISMO! Il nuovo nemico (il terrorismo) ha spianato la strada al lavaggio del cervello in qualsiasi maniera che LORO reputino appropriata.
Esiste solo un nemico e sono quelle care persone alle quali pagate le tasse: i guerrafondai e i distruttori della natura. Attraverso i vostri finanziamenti stanno uccidendo il mondo proprio davanti ai vostri occhi. MEZZO MILIONE DI MORTI ALL’ANNO A CAUSA DEL TABACCO. MEZZO MILIONE DI MORTI ALL’ANNO A CAUSA DELL’ALCOL.
L’ingestione del THC, il principio attivo della canapa ha un effetto positivo e migliora l’asma e il glaucoma. Uno spinello tende ad alleviare la nausea causata dalla chemioterapia. Con la canapa viene fame. È un modo di essere sano.
È una pianta ALIENA.
Ci sono dimostrazioni fisiche che la canapa non è come le altre piante di questo pianeta. Si potrebbe concludere che sia stata portata qui a beneficio dell’umanità. La canapa infatti è l’UNICA pianta in cui i maschi e le femmine hanno un aspetto molto diverso, fisicamente! In ambito vegetale nessuno parla di maschi e di femmine, perché le piante non mostrano il loro sesso, ad eccezione della canapa. Per determinare il sesso di una qualsiasi pianta Terrestre normale bisogna guardare all’interno, nel suo DNA. Un filo d’erba maschile ha lo stesso aspetto fisico di un filo d’erba femminile. La pianta di canapa ha un’intensa sessualità.

http://altrarealta.blogspot.it/2014/01/canapa-la-pianta-miracolosa-ma-e.html?spref=bl

La mela, ritorno all’Eden

Il melo è considerato l’albero della vita. Molti credono che anche etichettare l’uomo come fruttariano, sia ormai riduttivo. La verità potrebbe infatti essere molto più grande ed entusiasmante di quanto si possa credere.

Il melo,  l'albero della vitaFinalmente molte delle ricerche scientifiche più complete ed avanzate al mondo, sono state diffuse e messe a disposizione di tutti. Queste ricerche sono frutto del sudore di scienziati specializzati nelle materie più disparate ed indicano la mela come il cibo perfetto per l’uomo.
Tali studi, se fossero presi in considerazione da una massa critica di popolazione, semplificando il modo di concepire la vita dell’uomo e la sua simbiosi con la natura, renderebbero questo pianeta un vero e proprioEdenI risvolti positivi per la specie umana potrebbero essere grandiosi già nel giro di pochi anni. Sparirebbe la fame nel mondo. Per procacciarsi cibo non verrebbe schiavizzato più nessun animale e nessun uomo, né la Terra sarebbe sfruttata, inquinata e impoverita. Le ricchezze della terra verrebbero gestite in modo molto più proficuo, semplice e utile per l’uomo. Si raggiungerebbe la perfetta simbiosi tra l’uomo e il pianeta che lo ospita..
Potrebbe iniziare una bellissima transizione verso una società completamente immune da qualsiasi patologia, in primis cancro, diabete, problematiche circolatorie, patologie neurologiche, depressione. La società potrebbe basarsi sulla ricchezza e non sul debito, potrebbe nascere la società della collaborazione e non della competizione sleale. Ci si potrebbe svincolare una volta per tutte dal condizionamento delle grandi industrie che controllano il pianeta, e far approvare i brevetti di “free energy” bloccati dagli interessi economici dell’1% della popolazione mondiale… si potrebbe passare dalla società del “dEnarO” alla società del “dOnarE”.

Tutti gli animali sono monotrofici:

Dopo ricerche, test scientifici e sperimentazioni varie in campo alimentare, si è giunti ad una nuovissima quanto interessante conclusione: l’uomo sembra nascere biochimicamente come essere malivoro (da “malus: mela”). Come ogni altro animale anche l’uomo è monotrofico, ma sa adattarsi ad altre forme di nutrimento… ed è quello che ha fatto in particolar modo da quando ci fu la prima glaciazione. E’ importante sottolineare chetutti gli animali sono monotrofici, ovvero hanno un cibo elettivo adatto alla propria specie, che privilegiano in modo istintivo fin dalla nascita.
Le balene mangiano solo plancton, le giraffe mangiano foglie di acacia, i koala foglie di eucalipto, le mucche un solo tipo di erba, i formichieri mangiano formiche e così via. Esistono poi forme di adattamento all’ambiente, ma quando ci si discosta dal “cibo elettivo” la qualità e la durata della vita subiscono delle inflessioni importanti. Nessuno ha mai pensato che una giraffa sia un’estremista esaltata, perché nonostante i suoi grandi denti, non mangia carne. Eppure se qualcuno dovesse dichiararsi malivoro, verrebbe facilmente considerato estremista. L’unico animale sulla faccia della Terra che necessita di studiare, ricercare, sperimentare e fare convegni per dimostrare a se stesso la sua natura monotrofica, è l’uomo.
Le forme di nutrimento adattativo per l’uomo sono innumerevoli: più questi nutrimenti sono vicini alle proprietà della mela, e più sono affini al DNAdell’uomo e alla sua intrinseca longevità; più invece questi cibi sono densi o difficili da smaltire, maggiori saranno le complicanze per il corpo umano sul lungo periodo.

Chi è “inciampato” sulla mela?

Arnold EhretSembra che coloro che si sono avvicinati più di altri in passato a queste conoscenze, ci abbiano lasciato, per così dire, per “morte prematura”. “Arnold Ehret” al termine di un suo convegno, mentre rincasava a piedi, “ufficialmente” si fracassò il cranio contro un marciapiede “inciampando”… Nessuno era con lui al momento dell’incidente e nessuno sa come sia andata veramente, ma molti sostengono che sia stato ucciso.Ehret infatti stava cambiando il modo di concepire la medicina di quel tempo. Fu tra i primi a parlare in modo scientifico ed analitico della possibilità di vivere di “sola aria” per periodi prolungati di tempo. Fu molto furbo nell’introdurre in modo soft, dolce, quasi romantico alcune intuizioni riguardanti il “nutrimento pranico”, riuscendo a non sollevare quelle che potevano essere facili polemiche per quei tempi. Tra queste intuizioni vi era anche il fatto che l’uomo potesse vivere per un tempo indeterminato, in perfetta forma, con una dieta mono frutta di mele.
Il sistema “marcio” in cui viviamo, che tuttavia oggi sta crollando inesorabilmente, ha sempre metodicamente eliminato i personaggi scomodi; basti pensare alla fine che hanno fatto, Pasolini, Aldo Moro, Kennedy, Lincoln, Arrigo Molinari, ecc. I motivi per cui anche Ehret potrebbe esser stato eliminato sono molti… basti pensare che un uomo molto più consapevole del normale, un libero pensatore indipendente, con idee rivoluzionarie, può veramente spaventare chi cerca di controllarci da secoli, chi ha in mano l’industria dei farmaci, le banche e le armi di “distrAzione” di massa (ovvero i media).

Una nuova “Età dell’oro”:

Non oso immaginare le miracolose ripercussioni sociali, conseguenti all’esistenza di nonni o bisnonni ultracentenari completamente lucidi, in forma smagliante e consapevoli dei fatti storici realmente accaduti. Educherebbero nipoti e tris-nipoti, parlando loro del vero concetto di salute, libertà, consapevolezza, alimentazione consapevole, inutilità dei vaccini, sovranità sanitaria/alimentare/monetaria.
Questo è il tempo del cambiamento. Oggi è possibile tradurre gli studi di scienziati provenienti da tutto il mondo e renderli pubblici e gratuiti tramite la rete. Gli scienziati che hanno voluto divulgare liberamente queste informazioni, lo hanno fatto per interesse dell’umanità e non per un tornaconto personale. Prima l’umanità accoglierà e comprenderà il messaggio, prima avverrà l’inizio di una nuova Era. L’Età dell’oro sta tornando!
Un giorno Gesù disse: “Passano le costellazioni, dopo l’Ariete ci saranno i Pesci. E poi verrà il segno dell’Acquario. Allora l’uomo scoprirà che i morti sono vivi e che la morte stessa non esiste” (dal Primo Vangelo di Tommaso)

ALTRA REALTA’: La mela, ritorno all’Eden:

Una decisione per ventiquattro giorni


 Una decisione è ottima quando scaturisce dalla
vita; è un male quando si tratta solo di un frutto della
mente. In questo caso non è mai qualcosa di decisivo,
si tratta sempre di qualcosa di conflittuale; le
alternative restano aperte, e la mente continua a rimuginare,
soppesando questo e quest’altro. È così che la mente genera i conflitti.
 Il corpo è sempre quieora, la mente non lo è mai;
ecco dove ha origine l’intero conflitto. Tu respiri
quieora, non puoi respirare domani, né puoi averlo
fatto ieri: devi respirare in questo momento. Tuttavia
puoi pensare al domani e ripensare a ieri; pertanto,
il corpo resta nel presente, e la mente continua a galoppare nel passato e nel futuro.
 Tra il corpo e la mente esiste una frattura. Il corpo
è nel presente, la mente non lo è mai; di conseguenza
essi non si incontrano mai, non si imbattono mai
l’uno nell’altro. E, a causa di questa dissociazione,
ecco che affiorano l’ansia, l’angoscia e la tensione. Si
vive in tensione, e questa tensione scatena le preoccupazioni.
È fondamentale portare la mente al presente, visto
che non esiste un altro tempo. Pertanto, ogni
volta che inizi a pensare troppo al futuro e al passato,
 rilassati semplicemente e focalizza sul respiro tutta la tua attenzione.
 Ogni giorno, almeno per un’ora, siediti semplicemente
su una sedia, rilassati, mettiti comodo e chiudi
gli occhi. Poi inizia a osservare il respiro. Non
cambiarne il ritmo; osservalo semplicemente, sii un testimone imparziale.
 Grazie a quella semplice osservazione, rallenterà
sempre di più: se di solito fai otto respiri al minuto,
inizierai a farne sei, poi cinque, poi quattro, tre e alla
fine due. Nell’arco di due o tre settimane, farai un
respiro al minuto; a quel punto la mente si starà avvicinando al corpo.
 Praticando questa semplice meditazione, arriverà
un momento in cui per alcuni minuti il respiro si arresta.
Passeranno tre o quattro minuti, prima che tu
respiri una volta; a quel punto sarai in sintonia con
il corpo, e per la prima volta saprai cos’è il presente.
 Altrimenti per te quella sarà solo una parola: la
mente non l’ha mai conosciuto, non l’ha mai sperimentato.
Conosce il passato e conosce il futuro; pertanto,
quando tu parli di “presente”, la mente intende
qualcosa che si trova tra il passato e il futuro,
qualcosa di intermedio, senza peraltro averne minimamente esperienza.
 Dunque, per ventiquattro giorni, per un’ora ogni
giorno, rilassati nel respiro e lascia che entri ed esca;
accade in modo automatico. Anche quando cammini,
è qualcosa che fai automaticamente.
 Piano piano sopraggiungeranno alcuni intervalli,
e quegli istanti in cui non accade nulla ti daranno la
  prima esperienza del presente: da queste ventiquattr’ore,
che si consolideranno in venticinque giorni,
all’improvviso affiorerà una decisione.
  
Non importa quale sarà. La cosa più importante è
il luogo da cui quella dimensione affiora; non di cosa
si tratta, ma da dove ha origine.
 Se avesse origine nella testa, genererebbe infelicità.
Se invece una decisione scaturita dalla tua totalità,
non te ne pentirai mai e poi mai, neppure per
un istante.
 Un uomo che vive nel presente non conosce alcun
rimpianto; non si guarda mai alle spalle. Non cambia
mai il suo passato, non muta i suoi ricordi; e non
si mette mai a pianificare il proprio futuro.
 Una decisione frutto della mente è qualcosa di orribile.
La parola stessa deriva dal latino de ridere: è
qualcosa che ti taglia via, che ti isola. Non è una bella
parola: indica una frattura tra te e la realtà… e la
testa non fa altro che questo: continua a isolarti rispetto
alla realtà. 
Osho: La verità che cura.