I cicli settennali della vita

La vita possiede uno schema interiore che è bene comprendere.
I medici affermano che ogni 7 anni il corpo e la mente attraversano una crisi e un cambiamento.
Ogni 7 anni tutte le cellule del nostro corpo si rinnovano…allo scadere del 7° anno, ogni cosa è cambiata in noi, proprio come cambiano le stagioni. La linea della vita inizia alla nascita e termina con la morte. Dopo i 70 anni, il cerchio si chiude. Quel cerchio è diviso in 10 parti.
Durante i primi 7 anni, il bimbo è concentrato su di sé, come se fosse il centro del mondo. Tutta la famiglia gli ruota intorno pronta a soddisfare ogni suo desiderio e se nn lo fa, il bimbo fa i capricci, cade in preda alla collera, all’ira.
Nei suoi primi 7 anni, il bambino è un perfetto egoista. Lui vive in uno stato di “ masturbazione “, totalmente appagato di se stesso…. Non ha bisogno di altro: si sente completo.
Trascorsi i 7 anni, avviene il passaggio: nn è più concentrato su se stesso e si muove verso gli altri … pone un sacco di domande. Annoia a morte i genitori, diventa un tormento vivente perché diventa sempre più filosofo: è un ricercatore scettico che vuole penetrare nelle cose. Distrugge un giocattolo perché vuole vedere come funziona; uccide una farfalla per vedere come è fatta dentro. Il suo interesse si orienta sugli altri ma solo su quelli del suo sesso. Gli psicologi definiscono questo secondo settennale lo stadio “ omosessuale “.
Dopo il 14° anno di età, si apre una nuova porta: l’interesse per l’altro sesso. Questo è il periodo dell’eterosessualità. La sessualità è matura, il ragazzo/a comincia a pensare al sesso e nei suoi sogni predominano le fantasie sessuali. Comincia il corteggiamento…fa il suo ingresso nel mondo.
A partire dal 21° anno, se tutto si è evoluto nella normalità il/la giovane comincia a interessarsi a mete più ambiziose e un po’ meno all’amore. Desidera beni materiali, vuole il successo…si manifesta l’ambizione, come competere e lottare per far carriera. Tutto il suo essere è attratto dal potere,dal prestigio e su come ottenerli.
Verso i 28 anni, capisce che non può ottenere tutto ciò che vuole..
Ha compreso che molti suoi desideri sono impossibili e comincerà a focalizzare la possibilità di aprirsi un’altra porta. Li focalizzerà sulla comodità e la sicurezza anziché sull’avventura e sull’ambizione. A 28 anni termina la vita da “ spensierato “. Ora è l’età in cui si diventa inquadrati . Si pensa ad aprirsi il conto in banca, a prendere casa,  a stipulare un’assicurazione…insomma, pensa a sistemarsi.
A 35 anni l’energia vitale raggiunge il punto Omega: metà del cerchio della vita è stato completato. Da questo momento inizia il declino dell’energia. Ora non ci si interessa più solo alla sicurezza e comodità, ma si diventa anche conformisti. Ciò che può destabilizzare o sconvolgere la propria vita diventa tabù. A partire da ora, si entra a far parte del mondo convenzionale: cominci a credere nelle tradizioni, nel passato, nella religione. Ora le regole non fanno più paura, l’ordine e la disciplina entrano a far parte del nostro mondo.
A partire dai 42 anni, iniziano i disturbi fisici e mentali. Inizia il declino. Questa è l’età più pericolosa; quella che mette in crisi. I capelli diventano grigi, cominciano a cadere…la pelle è più spenta e cede sotto la forza della gravità. Intorno ai 42 anni ci si comincia a interessare seriamente alla religione. Si sente il bisogno di credere in qualcosa di supremo e di meditare.
A 49 anni inizia il declino sessuale e con esso anche tutti i sensi di colpa che ne derivano. La società esercita una grande pressione visto che impone un ruolo sessuale attivo e un uomo comincia a sentirsi in colpa o a colpevolizzare la patner perché non ha tutti i rapporti che la società “ dice “ che dovrebbe avere.
A 56 anni in poi si inizia a perdere interesse verso gli altri, verso le formalità e la società. INIZIA IL PROGRESSIVO CAMMINO VERSO LO SANNYASIN, ovvero la ricerca del vero. Inizia la scalata verso la concentrazione di se stessi, che arriva al culmine a 63 anni. Ora si è come dei bambini….si pensa solo a se stessi. Si entra nella propria interiorità, proprio come nella fanciullezza, ma arricchiti di conoscenza, di maturità e in grado di comprendere. E’ anche il momento in cui ci si prepara internamente alla morte. Il che non significa aspettare di morire, ma essere pronti a morire con calma e serenità, consapevoli di essere venuti al mondo per imparare dagli altri e da se stessi….
A 70 anni si dovrebbe essere pronti. Se la vita ha seguito uno schema naturale, prima della morte, giusto nove mesi prima, si diventerà consapevoli che la morte stà arrivando. Così come il feto ha impiegato 9 mesi per poter vedere la luce, così si diventerà – 9 mesi prima – consapevoli della morte : ora si entra di nuovo nell’utero, quello dentro di noi. Gli indiani lo chiamano “ Garbha “ ed è ovviamente simbolico. E’ semplicemente il nostro ricettacolo interiore, dove vive il nostro Dio, da sempre.
Questo processo naturale settennale, è il ciclo della vita !!
Tratto da : La maturità – di Osho
http://www.visionealchemica.com/i-cicli-settennali-della-vita/

♥: OSHO: Matrimonio e bambini

 Estratti da un’intervista con Howard Sattler di “6PR Radio”, Australia.

“La libertà per me è il valore supremo: non esiste nulla di più elevato della libertà.” Osho

D.: Ti sei mai trovato sul punto di sposarti?

R.: No, mai. Fin dall’inizio sono stato contrario al matrimonio. Perché vorrebbe dire limitare la propria libertà. Legarsi legalmente a una donna o a un uomo, no! Per me la libertà è il valore supremo: non esiste nulla di più elevato della libertà.
È stato difficile, perché ho dovuto lottare fin dall’inizio: i miei genitori erano perplessi, la mia famiglia era allibita, ma io dissi loro con estrema chiarezza che non mi sarei mai sposato. Sarebbero stati felicissimi se fossi diventato un monaco celibe; ma dissi: “No, non sarò neppure un monaco votato al celibato!”
Quello per loro era il guaio: se fossi stato un monaco celibe, sarebbero stati felici. Sarebbero stati orgogliosi del loro figlio: era diventato un grande monaco! Dissi: “No, entrambe sono sventure. Io camminerò esattamente nel mezzo, sul filo del rasoio”. E mi sono goduto incredibilmente questo cammino.

D.: Allora cosa puoi dire a tutte le persone che nel mondo sono sposate? Tutti devono divorziare?

R.: Tutti dovrebbero divorziare, senza eccezioni. Le persone dovrebbero incontrarsi e amarsi occasionalmente, quando si presenta l’occasione. Non dovrebbero sussistere situazioni sgradevoli, come quando una moglie deve fare l’amore con un uomo che non ama più, perché deve fare il suo dovere. E il marito fa il suo dovere: facendo l’amore con la moglie forse sta pensando a un’altra… e la donna potrebbe pensare a un altro uomo! Che sorta di società nevrotica avete creato? Se non vi amate, quantomeno siate umani e ditevi francamente che è stato bello stare insieme, ma adesso è finita: ditevi addio!
Io vorrei che il matrimonio scomparisse completamente dal mondo; e con il matrimonio scomparirà il divorzio. Con il matrimonio scomparirà la prostituzione. Con il matrimonio scomparirà la maggior parte del lavoro dei preti. Con il matrimonio in pratica scomparirà il novantanove per cento del lavoro degli psicanalisti, dei terapisti, degli psichiatri. È il matrimonio che crea ogni sorta di perversione psicologica, le repressioni e il senso di colpa.
È semplicemente umano vedere una bella donna e voler passare un po’ di tempo con lei: non occorre alcun permesso divino. Anche il vostro Dio ha commesso uno stupro nei confronti della Vergine Maria, che non era consenziente!

D.: Credi a quella storia?

R.: Credo a quella storia perché dimostra che il vostro Dio è uno stupratore; altrimenti, non ci credo. Gesù dev’essere un bastardo: di certo non era il figlio di Giuseppe e, solo per coprire ogni cosa, è stata inventata quella storia incredibile.

D.: Si è chiamato in causa Dio!

R.: Si dice che Dio sia una trinità: Dio, lo Spirito Santo e il figlio. Lo Spirito Santo agì, ma è parte di Dio. È come la mia mano che è parte di me, e i tuoi genitali sono parte di te: lo Spirito Santo è parte di Dio… forse si tratta dei suoi genitali! Altrimenti, come avrebbe potuto mettere incinta una vergine?

D.: Che dire delle responsabilità familiari? Le responsabilità dei coniugi verso i loro figli, per esempio?

R.: I bambini dovrebbero essere una responsabilità della Comune, non della famiglia. È la famiglia che crea problemi incredibili nelle menti dei bambini. Trasmette loro tutte le malattie, tutte le superstizioni, tutti gli stupidi pregiudizi, teologie, religione, appartenenze politiche: li impone al bambino! Il bambino dev’essere liberato dalla famiglia. Se volete un uomo nuovo… ebbene, la famiglia è un’istituzione orribile, il suo tempo è finito. Dovrebbe essere sostituita dalla Comune. In quel caso sarebbe semplicissimo: la Comune si prenderebbe cura di tutti i bambini.
Ci saranno il padre, la madre che potranno incontrare il bambino, il bambino potrà andare a trovarli; ma, fondamentalmente, sarà una responsabilità della Comune prendersi cura dei bambini. I bambini avranno molti zii e molte zie, e avranno molte più opportunità di contatti umani con tipologie di persone differenti: ne verranno incredibilmente arricchiti.
I nostri bambini sono davvero deprivati: conoscono solo un uomo, una donna, e conoscono il continuo bisticciare tra di loro. La donna punzecchia il marito, il marito picchia la moglie. Ed è a questo che li addestrate: il tuo figliolo ti imiterà; sarà una tua fotocopia, consciamente o inconsciamente. Tua figlia replicherà tua moglie, consciamente… inconsciamente. È per questo che nessun figlio riesce mai a perdonare suo padre, e nessuna figlia riesce a perdonare sua madre: perché hanno distrutto la loro vita. È un fenomeno psicologico assolutamente dimostrato.
Viceversa, se la Comune se ne prende cura, conosceranno tanti tipi di persone diverse. E questa è la mia esperienza: ogni persona è così unica che più incontri, più occasioni di intimità, più relazioni d’amore hai, più sarai ricco.

Tratto da: The Last Testament, vol. 1, discorso # 15

♥: OSHO: Matrimonio e bambini

L’ ego

 
L’EGO: IL FALSO CENTRO
Come prima cosa, si deve comprendere cos’è l’ego. Un bimbo nasce. Egli viene al mondo senza alcuna cognizione, né coscienza del suo sé. E quando un bimbo nasce la prima cosa di cui diventa consapevole non è se stesso: come prima cosa diventa consapevole dell’altro. E’ naturale, perché gli occhi si aprono verso l’esterno, le mani toccano gli altri, le orecchie ascoltano gli altri, la lingua sente il sapore del cibo e il naso sente gli odori esterni. Tutti questi sensi sono aperti verso l’esterno. Nascere significa questo. Nascita significa venire in questo mondo: il mondo di ciò che sta fuori. Per cui, quando nasce un bambino, egli nasce a questo mondo. Apre gli occhi, vede gli altri.
Gli “Altri” significano il tu. Egli dapprima diventa consapevole della madre. Poi, un po’ alla volta, diventa consapevole del suo corpo. Anche questo è l’altro, anche questo appartiene al mondo esterno. Ha fame e sente il suo corpo; il suo bisogno viene soddisfatto, ed egli si dimentica del corpo. E’ così che un bimbo cresce. Prima diventa consapevole dell’altro, e poi, a poco a poco, in contrasto con l’altro, diviene consapevole di se stesso.
Tale consapevolezza è una consapevolezza riflessa. Egli non è consapevole di chi lui sia. E’ semplicemente consapevole della madre e di ciò che lei pensa di lui. Se sorride, se gli fa dei complimenti, se gli dice: “Quanto sei bello”, se lo abbraccia e lo bacia, il bimbo è soddisfatto di sé. In questo modo, è nato l’ego. Attraverso i complimenti, l’amore, le cure, egli si sente bene, sente di essere apprezzato, sente di avere un significato. Nasce un centro. Ma questo centro è un centro riflesso. Non è il suo vero essere.
Egli non sa chi è; sa solo quello che gli altri pensano di lui. E questo è l’ego: il riflesso, ciò che pensano gli altri. Se nessuno pensa che lui sia utile, se nessuno gli fa i complimenti, se nessuno gli sorride, anche in questo caso nasce un ego: un ego malato, triste, rifiutato, simile a una ferita; un ego che si sente inferiore, indegno. Anche questo è ego. Anche questo è un riflesso. Dapprima viene la madre, e all’inizio la madre rappresenta tutto il mondo. Poi alla madre si uniscono gli altri, e il mondo continua a crescere. E più il mondo cresce, più l’ego diventa complesso, perché vi si riflettono le opinioni di molte altre persone.
L’ego è un fenomeno di accumulazione, un sottoprodotto della vita vissuta con gli altri. Se un bambino vive completamente solo, non accadrà che in lui cresca un ego. Ma questo non aiuta affatto. Egli rimarrà come un animale. Questo non vuol dire che arriverà a conoscere il suo autentico sé, per nulla! Il reale può essere conosciuto solo attraverso il falso, quindi l’ego è necessario. Bisogna passarci attraverso. E’ una disciplina. Il reale può essere conosciuto solo attraverso l’illusione.
Non potete conoscere la verità direttamente. Prima dovete conoscere ciò che non è vero. Prima dovete scontrarvi con il falso: questo incontro, vi aiuterà a conoscere la verità. Se conoscete il falso in quanto tale, la verità sorgerà in voi. L’ego è una necessità; è una necessità sociale, è una conseguenza della società. La società è tutto ciò che vi circonda: non siete voi, ma quello che vi sta intorno. Tutto, eccetto voi, è la società. E tutti riflettono. Andrai a scuola e il maestro rifletterà chi sei. Diventerai amico di altri bambini, e gli altri bambini rifletteranno chi sei. Pian piano, tutti quanti aggiungono qualcosa al tuo ego, e tutti cercano di modificarlo, in modo tale che tu non divenga un problema per la società. Gli altri non si preoccupano di te. Il loro unico interesse è la società.
La società si preoccupa di se stessa, e così dev’essere. A loro non importa che tu divenga un conoscitore di te stesso. A loro importa che tu divenga una parte efficiente del meccanismo della società: devi adattarti allo schema. Quindi, cercano di darti un ego compatibile con la società. Ti insegnano una morale. La morale comporta il darti un ego compatibile con la società. Se sei immorale, in un modo o nell’altro, sarai sempre un disadattato. Ecco perché mettiamo i criminali in prigione: non perché abbiano fatto qualcosa di sbagliato; non perché la prigione possa aiutarli a migliorare, anzi… semplicemente, essi non sono compatibili.
Sono fonte di problemi. Hanno ego particolari, che la società non approva. Se la società li approvasse, tutto andrebbe bene. Un uomo ammazza qualcuno: è un assassino. E lo stesso uomo, in tempo di guerra, uccide migliaia di persone… e diventa un grande eroe. La società non è disturbata da un delitto, però il delitto deve essere commesso negli interessi della società: in questo caso è pienamente accettato.
La società non si preoccupa della moralità. La moralità presuppone semplicemente che tu ti debba adattare alla società. Se la società è in guerra, la morale cambia. Se la società è in pace, esiste una morale diversa. La morale è politica sociale. E’ diplomazia. E ogni bambino deve essere allevato ed educato in maniera tale, da rientrare negli schemi della società: questo è tutto, in quanto alla società interessa avere componenti efficienti. Alla società non interessa che tu raggiunga la conoscenza di te stesso.
La società crea un ego, perché l’ego può essere controllato e manipolato. Il sé non potrà mai essere né controllato né manipolato. Nessuno ha mai sentito parlare di un società che controlli il sé: non è possibile. E il bambino ha bisogno di un centro; il bambino è totalmente inconsapevole del suo centro. La società gli dà un centro, e il bambino a poco a poco, si convince che quello sia il suo vero centro: l’ego che gli dà la società. Un bambino torna a casa: se è risultato il primo della classe, tutta la famiglia è felice. Lo abbracciate e lo baciate, ve lo prendete sulle spalle, lo fate ballare, e gli dite: “Figlio bello! Siamo orgogliosi di te.” Gli state dando un ego, un ego sottile. E se il bambino torna a casa deluso, sconfitto, una frana — non ce l’ha fatta, oppure lo hanno messo nell’ultimo banco — allora nessuno gli fa complimenti, ed egli si sente rifiutato… la prossima volta ci metterà più impegno, perché il suo centro è stato scosso.
L’ego è sempre agitato, è sempre in cerca di alimento, in cerca di qualcuno che gli faccia delle lodi. E’ per questo motivo che chiedete continuamente attenzione. Ho sentito raccontare: Mulla Nasruddin e sua moglie stavano uscendo da un cocktail party, e Mulla disse: “Cara, nessuno ti ha mai detto che sei affascinante, che sei bella, che sei stupenda?” Sua moglie si sentì salire alle stelle, era felicissima. Rispose: “Mi domando come mai nessuno me l’abbia mai detto.” Nasruddin replicò: “E allora, cosa te lo fa pensare… ?” Tu prendi dagli altri l’idea di chi sei. Non è un’esperienza diretta. Sono gli altri a darti l’idea di chi sei. Essi danno forma al tuo centro.
Questo centro è falso, perché porti in te stesso il tuo vero centro. Nessun altro può metterci voce… non sono affari suoi! Nessun altro gli può dare una forma… vieni al mondo con quel centro. Tu sei nato con lui. Quindi, tu hai due centri. Un centro tuo, che ti è dato dall’esistenza stessa: questo è il sé. E l’altro creato dalla società: questo è l’ego.
E’ una cosa falsa… ed è in se stesso un grandissimo stratagemma. Attraverso di esso la società ti controlla: devi comportarti in un certo modo, perché solo in questo caso la società ti apprezza. Devi camminare in un certo modo; devi ridere in un certo modo; devi assumere un certo comportamento, avere una morale, un codice. Solo così la società ti apprezzerà, e se ciò non accade, il tuo ego ne sarà sconvolto. E quando l’ego viene scosso, tu non sai più dove sei, non sai più chi sei.
Gli altri ti hanno dato quell’idea. Quell’idea è l’ego. Cercate di capirlo quanto più profondamente possibile, perché questa è una cosa che si deve gettare via. E a meno che non la gettiate via, non potrete mai raggiungere il sé… perché voi tutti siete dipendenti dal centro: non potete muovervi, e di conseguenza non siete in grado di guardare nella direzione del sé. E ricordate: ci sarà un periodo di transizione, un intervallo di tempo, durante il quale l’ego sarà fatto a pezzi; voi non saprete più dove siete né chi siete, e tutti i confini si confonderanno. Sarete confusi, nel caos. In questo caos, avrete paura di perdere il vostro ego, ma deve essere così.
Bisogna passare attraverso il caos per arrivare a toccare il vero centro. Se avrete coraggio, questo periodo sarà breve. Se invece avete paura e ricadete nell’ego, e ricominciate ancora una volta a organizzarlo, allora ci vorrà moltissimo tempo, forse addirittura intere vite. Una volta un bambino andò a far visita ai nonni; aveva solo quattro anni. La sera, quando la nonna lo mise a letto, improvvisamente si mise a gridare, a piangere: “Voglio andare a casa, ho paura del buio.” La nonna allora gli disse: “So bene che anche a casa dormi al buio, non ho mai visto la luce accesa, perché allora qui hai paura?” Il bambino rispose: “E’ vero, ma quello è il mio buio; questo buio qui, invece, non lo conosco.” Anche dell’oscurità si pensa: “Questa è la mia”. All’esterno… un’oscurità sconosciuta. Con l’ego la sensazione è: “Questa è la mia oscurità.” Può anche essere difficoltoso; può creare molte sofferenze, tuttavia si pensa: è mio. Qualcosa da afferrare; qualcosa a cui aggrapparsi; qualcosa sotto i piedi… non siete in un limbo, nel vuoto. Puoi anche essere infelice, ma perlomeno esisti. Persino l’essere sofferente ti dà il senso di “Io sono”.
Se te ne allontani, arriva la paura; inizi a temere l’oscurità che non conosci e il caos… perché la società è riuscita a far luce solo su una piccola parte del tuo essere. E’ come entrare in una foresta: fai un po’ di pulizia, liberi un piccolo spazio, lo recinti, costruisci una capanna, un giardinetto, un prato… e sei soddisfatto. Oltre la siepe, la foresta, il mondo selvaggio. Qui tutto è a posto: hai pianificato tutto. E’ accaduta la stessa cosa. La società ha fatto un po’ di pulizia nella vostra consapevolezza. Ha ripulito perfettamente una piccola parte e l’ha recintata. E lì dentro tutto è a posto. E’ questo che fanno tutte le vostre università.
Tutta la cultura e tutti i condizionamenti, servono solo a ripulire quella piccola porzione del vostro essere in modo tale da farvi sentire a casa. Ma ecco che vi spaventate. Oltre la siepe c’è il pericolo. Voi esistete oltre la siepe, così come esistete al suo interno, e la vostra mente cosciente è appena una parte, un decimo di tutto il vostro essere. Gli altri nove decimi sono in attesa, nell’oscurità, e in questi nove decimi è nascosto, da qualche parte, il vostro centro reale. E’ necessario rischiare… essere coraggiosi.
Occorre fare un passo nell’ignoto. Per un attimo, tutti i confini spariranno. Per un attimo, avrete le vertigini. Per un attimo, sarete spaventati e sconcertati, come se fosse avvenuto un terremoto. Ma se siete coraggiosi e non tornate indietro, se non ricadete di nuovo nell’ego e continuate ad andare avanti… dentro di voi esiste un centro, che possedete da vite intere. Questa è la vostra anima, il vostro sé.
Quando vi ci avvicinerete, tutto cambierà, tutto si organizzerà di nuovo. Ma questa volta l’assestamento non sarà opera della società. Ora ogni cosa diventerà un tutto organico e armonico, non un caos: nascerà un nuovo ordine. Ma questo non è più l’ordine della società: è l’ordine stesso dell’esistenza: è ciò che Buddha, chiama Dhamma; Lao Tzu, Tao; Eraclito, Logos. Non è fatto dall’uomo: è l’ordine stesso dell’esistenza. Ecco che allora, all’improvviso, tutto sarà di nuovo bello; anzi, per la prima volta, è davvero bello, perché le cose fatte dall’uomo non possono essere belle.
Al massimo se ne può nascondere la bruttezza, ma niente di più. Si può cercare di renderle attraenti, ma non potranno mai essere belle. La differenza è la stessa che esiste tra un fiore vero e uno di plastica o di carta. L’ego è un fiore di plastica, morto. Sembra un fiore, ma non lo è. Di fatto, non lo si può chiamare fiore. Anche da un punto di vista linguistico è sbagliato, perché un fiore è qualcosa che fiorisce, mentre questo oggetto di plastica è solo un oggetto, non può fiorire. E’ morto, in lui non c’è vita alcuna. Tu hai, dentro di te, un centro in fiore. E’ per questo che gli hindu lo chiamano Fior di Loto, perché è qualcosa che fiorisce. Lo chiamano il loto dai mille petali.” Mille”, significa “infiniti petali”.
E continua a fiorire, non si ferma mai, non muore mai. Voi però, vi accontentate di un ego di plastica. E sono molti i motivi per cui vi accontentate. Con una cosa morta ci sono molti vantaggi. Il primo, è che una cosa morta non muore mai. Non può… non è mai stata viva. Quindi, potete comprare fiori di plastica; sotto un certo aspetto vanno bene: durano molto… non sono eterni, ma durano a lungo. Il fiore vero, che spunta in giardino, è eterno, ma non dura a lungo. E ciò che è eterno ha un suo modo di esserlo.
E questa è la via di ciò che è eterno: nascere e morire continuamente. Con la morte si ricrea, torna a essere di nuovo giovane. A noi sembra che il fiore vero sia morto… non muore mai, cambia semplicemente corpo, e in questo modo è sempre fresco.
Lascia il vecchio corpo e entra in quello nuovo. Fiorisce da qualche altra parte… e continua a fiorire. Ma noi non siamo in grado di cogliere questa continuità, perché è invisibile: vediamo solo un fiore e poi un altro fiore… non vediamo mai la continuità. E’ lo stesso fiore che è sbocciato ieri. E’ lo stesso sole… ma con un abito diverso. L’ego ha una sua qualità: è morto, è una cosa di plastica. Ed è molto facile averlo, perché sono gli altri a dartelo. Non hai bisogno di cercarlo, non è richiesta nessuna ricerca.
Ecco perché solo diventando un ricercatore dell’ignoto, potrai essere un individuo, altrimenti non lo sarai mai. Tu sei solo parte della folla. Sei tu stesso una folla. Se non hai un centro reale, come farai a essere un individuo? L’ego non è dell’individuo. E’ un fenomeno sociale, appartiene alla società, non è tuo. Ti dà però una funzione nella società, ti inserisce in una gerarchia. E se ti accontenti di questo, perderai ogni occasione di trovare il tuo “sé”. Ed è per questo che sei così infelice. Con un vita artificiale, come puoi essere felice? Con una vita falsa, come puoi vivere in estasi e in beatitudine? Ed ecco che questo ego crea molte sofferenze, milioni di sofferenze.
Tu non lo puoi vedere, perché è la tua stessa oscurità e tu sei identificato con essa. Non hai mai notato che tutti i tipi di infelicità penetrano in te attraverso l’ego? Non ti può rendere beato, può solo renderti infelice. L’ego è l’inferno. Ogni volta che soffri, cerca semplicemente di osservare, di analizzare… e scoprirai, che è l’ego, in qualche modo, la causa di tutto. Inoltre, esso continua a scoprire nuovi motivi di sofferenza. Una volta mi trovavo a casa di Mulla Nasruddin, e la moglie diceva cose terribili su di lui in modo rabbioso, villano, aggressivo, era quasi sul punto di scoppiare, con violenza.
Il Mulla se ne stava però seduto in silenzio, e ascoltava. All’improvviso la moglie si voltò verso di lui e gli disse: “E così, hai ancora da ridire, vero?” Mulla rispose: “Ma se non ho aperto bocca.” “Lo so”, rispose la moglie, “ma stai ascoltando in modo molto aggressivo.” Sei un egoista, come tutti. Alcuni problemi sono grossolani, superficiali, e non presentano troppe difficoltà. Altri invece sono sottili, profondi e sono questi i veri problemi.
L’ego lotta in continuazione con gli altri, perché non ha nessuna confidenza con se stesso; non può averne, è qualcosa di falso. Quando non hai niente in mano e invece pensi di avere qualcosa, ecco che nasce il problema. Se qualcuno dice: “Non c’è niente”, comincerà subito la lotta, perché anche tu senti che non c’è niente… l’altro ti rende cosciente di questa evidenza. L’ego è falso, è nulla, e questo lo sai anche tu. Come puoi non saperlo? E’ impossibile.
Un essere consapevole, come può non sapere che il suo ego è semplicemente falso? Gli altri gli dicono che non c’è niente, e tutte le volte che gli altri ti dicono che non c’è niente, ti feriscono, dicono la verità, e niente colpisce come la verità. Devi difenderti: se non lo fai, se non stai sulla difensiva, che cosa accadrà di te? Ti perderai. La tua identità si spezzerà. Per questo devi difenderti e lottare: qui nasce il conflitto. Chi è centrato nel suo sé, non è mai in conflitto. Possono essere gli altri a lottare con lui, ma lui non si metterà mai in conflitto con nessuno.
Una volta, mentre un maestro Zen camminava per la strada, un uomo si precipitò su di lui e lo colpì duramente. Il maestro cadde, poi si rialzò, e riprese a camminare nella stessa direzione di prima, senza neppure voltarsi indietro. Un discepolo che era con il maestro rimase molto colpito e chiese: “Chi è quell’uomo? Che cosa vuol dire tutto questo? Nessuno può voler uccidere un essere che vive come te; e tu non lo hai neppure guardato. Chi è, e perché l’ha fatto?” Il maestro rispose: “E’ un problema suo, non mio.” Puoi metterti a combattere con un illuminato, ma sarà un tuo problema, non suo. E se tu rimani ferito in quella lotta, anche questo sarà un tuo problema, non suo. L’illuminato non può colpirti. E’ come picchiare contro un muro: ti potrai anche ferire, ma non è il muro che ti colpisce. L’ego è sempre alla ricerca di guai. Perché? Perché se nessuno ti presta attenzione, il tuo ego inizia a sentirsi affamato.
Vive sull’attenzione degli altri. Perciò, anche se qualcuno lotta ed è in collera con te, questo ti va bene: per lo meno ti ha prestato attenzione. Se qualcuno ti ama tutto va bene; ma se nessuno ti ama, ti va bene anche la rabbia. Perlomeno sei oggetto di attenzione. Se però questa attenzione non esiste, se nessuno pensa che sia importante, che tu sia qualcuno, come farai a nutrire l’ego? E’ necessaria l’attenzione degli altri… e tu cerchi di attirarla in mille modi: ti vesti in un certo modo, cerchi di farti bello, ti comporti in modo educato, cerchi di cambiare.
Quando percepisci che la situazione è di un certo tipo, ti adegui immediatamente, in modo che la gente ti presti attenzione. Questo è vero e proprio mendicare. Un vero mendicante è colui che ricerca e chiede attenzione. E un vero imperatore è colui che vive di se stesso, che ha un proprio centro e non dipende da nessun’altro. Buddha è seduto sotto l’albero del bodhi… se il mondo di colpo scomparisse, farebbe forse qualche differenza per lui? No, per nulla. Se il mondo intero scomparisse, non farebbe alcuna differenza, perché egli ha conseguito il proprio centro.
Tu invece, se tua moglie scappa, divorzia, va con qualcun altro, vai in pezzi, resti completamente sconvolto: lei, infatti, ti prestava attenzione, si dedicava a te, ti amava, ti stava sempre attorno, ti faceva sentire qualcuno. Ora, il tuo impero è completamente perduto, sei semplicemente distrutto. Cominci a pensare al suicidio. Ma perché? Perché se la moglie ti lascia, dovresti suicidarti? Perché se il marito ti lascia, dovresti suicidarti? Perché non hai nessun centro che sia davvero tuo. Erano il marito o la moglie a dartelo. Questo è il modo in cui la gente vive. Questo è il modo in cui si diventa dipendenti dagli altri. E’ una vera e propria schiavitù, ed è molto profonda. L’ego deve essere schiavo: dipende dagli altri. Solo una persona priva di ego è per la prima volta un maestro, non più uno schiavo. Cerca di capirlo. Inizia a cercare l’ego: non negli altri — che non ti riguarda — ma in te stesso.
Tutte le volte che ti senti infelice, meschino, chiudi immediatamente gli occhi: cerca di scoprire dove ha origine questa infelicità, e ogni volta scoprirai che il tuo falso centro è entrato in conflitto con qualcuno. Ti aspetti qualcosa… e non succede niente. Ti aspetti qualcosa… e accade tutto il contrario: il tuo ego ne rimane sconvolto, cadi nell’infelicità più nera. Limitati ad osservarlo: quando ti senti infelice prova a scoprirne il motivo. Le cause non stanno al di fuori di te. Il motivo fondamentale è dentro di te, ma tu guardi sempre al di fuori, chiedi sempre: chi mi rende così infelice? Chi provoca questa mia rabbia, questa mia angoscia? Se guardi all’esterno, non lo scoprirai mai.
Limitati a chiudere gli occhi e a guardare sempre dentro di te. La fonte di ogni miseria, rabbia, angoscia, è nascosta dentro di te: è il tuo ego. E se trovi la fonte, sarà facile andare oltre. Se riesci a vedere che il tuo stesso ego è la causa di ogni sofferenza, preferirai abbandonarlo, perché nessuno può portarsi dietro la causa della propria sofferenza, una volta che la conosce.
E ricordarti che non c’è bisogno di lasciar cadere l’ego. Non puoi farlo. Se ci provi, arriverai ad avere un ego più raffinato che dirà: “Sono diventato umile”. Non cercare di essere umile. Di nuovo sarà una maschera dell’ego, ancora non sarà morto. Non cercare di essere umile. Nessuno può darsi da fare per essere umile; e nessuno lo può diventare attraverso lo sforzo.
Quando l’ego non c’è più, in te nasce l’umiltà. Non è una creazione: è l’ombra del vero centro. Un uomo davvero umile, non è né umile né egoista. E’ unicamente semplice. Non è neppure consapevole di esser umile.
Se si è consapevoli di essere umili, l’ego esiste ancora. Guarda le persone umili… ce ne sono a milioni che credono di esserlo. Si inchinano molto profondamente, ma osservali: sono gli egoisti più elusivi. Ora si nutrono alla fonte dell’umiltà. Dicono: “Sono umile”, e poi ti guardano e aspettano la tua approvazione. “Come sei umile!” vorrebbero sentirti dire. “Sei davvero l’uomo più umile del mondo; nessuno è umile come te.” E osserva il sorriso che compare sui loro volti.
Che cos’è l’ego? L’ego è una gerarchia che si fonda sull’idea: ” Nessuno è come me”, e che può benissimo alimentarsi con l’umiltà. “Nessuno è come me, sono il più umile di tutti gli uomini.” Una volta, accadde che un fachiro, un mendicante, pregasse in una moschea, la mattina presto, quando era ancora buio.
Era una festa religiosa per i mussulmani, e lui pregava dicendo: “Non sono nessuno, sono il più povero dei poveri, il più peccatore tra i peccatori.” All’ improvviso, un’altra persona cominciò a pregare. Era l’imperatore di quel Paese, che non si era accorto che qualcun altro stava pregando — era ancora buio — e anche lui cominciò a dire: “Non sono nessuno, non sono niente. Sono semplicemente vuoto, un mendicante che bussa alla tua porta.” E quando si accorse che qualcun altro stava dicendo la stessa cosa, sbottò: “Smettila! Chi è che cerca di superarmi? Chi sei? Come osi dire davanti al tuo imperatore che non sei nessuno, mentre anche lui lo sta dicendo?”
Ecco come funziona l’ego. E’ così sottile e astuto, che bisogna stare molto, molto attenti: solo così lo si può vedere. Non cercare di essere umile, cerca semplicemente di capire che tutta l’infelicità e l’angoscia nascono dall’ego. Osserva semplicemente! Non c’è bisogno di lasciarlo cadere, non si può. Chi ci riuscirà? A quel punto, colui che lo lascerà cadere, diventerà un nuovo ego, perché l’ego ritorna sempre. Qualunque cosa tu faccia, limitati a metterti in disparte e osserva, guarda: non fare altro.
Qualunque cosa tu faccia — umiliarti, renderti modesto e semplice — niente ti sarà di aiuto. Puoi solo fare una cosa: limitarti a osservare che l’ego è la fonte di ogni miseria. Ma non dirlo, non ripeterlo, osserva. Perché dire che è la fonte di ogni infelicità, e continuare a ripeterlo, non serve a niente.
Tu devi arrivare a capirlo. Ogni volta che ti senti infelice, chiudi semplicemente gli occhi: non cercare di scoprirne le cause all’esterno; prova a vedere da dove viene questa disperazione. E’ il tuo stesso ego. Se continui a sentire e a capire, se questa comprensione che l’ego ne sia la causa, si radica profondamente in te, un giorno, all’improvviso, ti accorgerai che l’ego è semplicemente scomparso. Nessuno lo lascia cadere; nessuno è in grado di lasciarlo cadere.
Puoi semplicemente osservare che, a un certo punto, è scomparso, perché la comprensione stessa che sia l’ego a creare ogni sofferenza, lo fa cadere. Questa profonda comprensione, è la caduta stessa dell’ego. Ma tu sei bravissimo a vedere l’ego degli altri; anche se nessuno, in realtà, è in grado di vedere l’ego di un altro…. quando invece riguarda te, nasce il problema, perché non conosci questa regione, non l’hai mai attraversata.
Il vero sentiero verso il divino, verso l’assoluto, deve passare attraverso la regione dell’ego. Bisogna riconoscere come falso ciò che è falso. Bisogna riconoscere la fonte della nostra sofferenza in quanto tale, e a questo punto l’ego cade da solo, semplicemente. Quando ti rendi conto che è un veleno, cade da sé. Quando ti rendi conto che è fuoco, cade da sé. Quando ti rendi conto che è l’inferno, cade da sé.
Quindi non affermare mai: “Ho lasciato cadere l’ego”. Ridi semplicemente di tutto, del fatto che eri tu stesso l’autore di tutta la tua sofferenza. Stavo guardando dei fumetti di Charlie Brown. In uno di questi, gioca con i cubi, per costruirsi una casa. E’ seduto al centro, e monta le pareti… a un certo punto, si trova chiuso dentro: ha costruito pareti tutt’intorno a sé, e si mette a gridare: “Aiuto! Aiuto!” E’ stato lui a fare tutto! E ora è chiuso dentro, imprigionato. E’ un atteggiamento infantile, ma è quello che avete fatto tutti voi, finora. Avete costruito una casa tutto intorno a voi, e ora gridate: “Aiuto! Aiuto!” E la sofferenza aumenta a dismisura, perché colui che dovrebbe portarvi aiuto, si trova sulla stessa barca. Una donna bellissima va dallo psicanalista per la prima seduta, e lui, d’acchito, le chiede: “Per favore si avvicini”. E non appena la paziente gli si avvicina, il dottore le salta addosso, stringendosela tra le braccia e baciandola.
La donna rimane esterrefatta. Lo psicanalista continua: “Ora si segga pure. Questo risolve i miei problemi… adesso parliamo dei suoi!” Il problema diventa complesso, perché chi dovrebbe portare aiuto, si trova sulla stessa barca. Ed è, inoltre, felice di aiutare, perché in questo modo l’ego si sente molto, molto bene: sei di grande aiuto, sei un guru, un maestro, stai aiutando una infinità di persone; e quanto più numerosi sono i tuoi seguaci, tanto meglio ti senti.
Ma tu sei sulla stessa barca: non puoi aiutarli. Anzi, li danneggerai. Chi ha ancora i propri problemi, non può essere di grande aiuto. Solo chi non ne ha più, può aiutarti. Solo allora, avrà la chiarezza per vedere attraverso di te: una mente che non ha problemi propri, può vederti: per lei diventi trasparente.
Una mente che non ha problemi, può vedere dentro di sé, ed è per questo che è in grado di vedere attraverso gli altri. In Occidente, esistono numerose scuole di psicoanalisi, ma non sono di aiuto alle persone, anzi sono piuttosto un danno. E questo perché chi aiuta gli altri, o cerca di aiutarli, o si propone in quanto aiuto, in realtà si trova sulla stessa barca di coloro che vorrebbe salvare. E’ difficile vedere il proprio ego. E’ molto facile vedere quello degli altri. Ma non è questo il punto, tu non li puoi aiutare. Prova a vedere il tuo ego.
Osservalo semplicemente. E non avere fretta di lasciarlo cadere, osservalo semplicemente. Quanto più lo osservi, tanto più sarai in grado di osservarlo. E un giorno, all’improvviso, ti accorgerai che è semplicemente caduto. E quando cade per conto suo, solo in questo caso cade veramente. Non c’è altro modo. Non puoi farlo cadere prima del tempo. Cade esattamente come una foglia secca.
L’albero non fa niente: basta un soffio di vento, qualcosa che accade… e la foglia secca semplicemente si stacca. L’albero non si accorge nemmeno che la foglia secca sia caduta. Non fa rumore, non pretende niente, proprio niente. La foglia secca cade semplicemente, e non fa altro che frantumarsi sul terreno. Proprio così…
Quando, attraverso la comprensione e la consapevolezza, maturerai, e avrai realizzato davvero che l’ego è la causa di tutta la tua sofferenza, un giorno vedrai semplicemente cadere quella foglia secca. Si poserà a terra, morirà per conto suo, senza che tu abbia fatto nulla, senza la pretesa di essere stato tu a farla cadere. Ti accorgerai che l’ego è semplicemente scomparso, e in quel momento emergerà il vero centro. Questo vero centro è l’anima, il sé, dio, la verità o qualsiasi altro nome gli vogliate dare. E’ senza nome, per cui gli si può dare qualunque nome. Puoi dargli tu stesso il nome che preferisci.
Copyright © 2003 Osho International Foundation Osho,
tratto da:  Tantra: La comprensione suprema
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Fare Anima


Di anima non si parla più: manca il tempo per farlo.
La fretta, la furia, il frastuono, le vicissitudini quotidiane
annullano inesorabilmente il nostro tempo,
non lasciano tempo alcuno da dedicare a se stessi. E,
paradossalmente, allorché ci si ritrova di fronte al
cosiddetto “tempo libero” tutta la tensione accumulata
in quel vivere frenetico, l’adrenalina in circolo,
il rimosso a causa di norme, doveri e costrizioni, impongono
di ricercare svaghi che sono di nuovo fonte
di tensione: si vive in coda sull’autostrada per
ore, si fa la fila al cinema, ci si stordisce in discoteca,
ci si svacca sul divano con la tv accesa.
 È un processo di accumulo, stordimento e assopimento
che può solo produrre disarmonia, di certo
non aiuta a entrare in contatto con se stessi, e impedisce
sicuramente di mettere a fuoco i problemi,
frutti inevitabili di tanta incoscienza. Che dire della
ricerca di un significato esistenziale e della realizzazione
del proprio destino di esseri umani?
 Di converso, quella confusione si ripercuote nel
rapporto di coppia, nel contesto sociale, negli abusi
fatti all’ambiente in cui viviamo. Ne consegue un clima
di autodistruzione oggi più che evidente: la parola
fine è scritta ormai a chiare lettere su un orizzonte che
ingloba ancora una o due generazioni al massimo.
 Tra i tanti suggerimenti per cambiare rotta, il più
importante a me sembra quello forse più scontato:
tornare al semplice, rientrare in se stessi, familiarizzare
e iniziare a dialogare con la propria intimità,
senza farsi terrorizzare da ciò che si incontrerà all’inizio.
Infatti di fronte a noi esploderà un caos primordiale,
frutto di accumuli a tutti i livelli: dalle tante
cose non dette, non vissute, non fatte, all’infinito
magma di istinti tenuti e da tenere sotto controllo;
dal volume di esperienze non elaborate, al bombardamento
di notizie, informazioni e sapere mai assimilato;
dai divieti sociali alle norme religiose, con
tutte le conseguenze repressive che questo comporta.
 Non sarà facile districarsi, ma soprattutto non
sarà semplice accettare quello stato di cose: forse è
per questo che, di fronte a un simile disordine, si
cerca oggi una soluzione drastica di annichilimento,
attraverso le droghe, il cui consumo è soggetto a un
aumento esponenziale. Purtroppo senza poter dare
risultati reali: artificialmente non sarà mai possibile
rilassare mente e corpo; chimicamente non sarà mai
possibile riprendere contatto con la propria energia
vitale e, soprattutto, non si potrà mai mettere reali
radici nell’esistenza. Ebbene, è tempo di tornare a
parlare di anima. Infatti, solo tornando a percepire
la propria energia vitale, solo iniziando a sentirsi vivi,
e al tempo stesso liberi da ruoli ed etichette, slegati
da personalità e identità proiettate, solo percependo
la nostra fiamma di vita, nella sua purezza e
semplicità, potremo dare una nuova rotta a noi stessi
e, di conseguenza, al pianeta che ci ospita.
 Tutto questo è “fare anima”. Ma è bene comprendere
che, senza un processo di pulizia interiore, e soprattutto
senza il percorso di attenzione che un uso
cosciente della propria energia richiede, l’anima non
esiste: è troppo dispersa in singoli frammenti, formati
da bisogni e desideri, istinti e pulsioni, nuvole di
pensieri e tempeste emotive. È ancora meno di un riflesso
della luna sull’acqua, increspata dalle onde.
 A ciascuno spetta il compito di rendersi conto di
quanto è andato oltre i limiti, ma soprattutto di non
autocommiserarsi per averlo fatto: piangersi addosso
è una forma di autocompiacimento perverso che
annulla ogni possibile presa di coscienza, e di conseguenza
qualsiasi cambiamento: di rotta, di paradigma,
di vita.
 Di nuovo, si potrebbe scegliere una via più semplice
o sbrigativa: ci sono persone che, di fronte all’evidente
fallimento della propria vita, si abbattono,
lasciandosi morire; altre che, non potendo realizzare
alcunché delle proprie aspirazioni, si fanno travolgere
da una furia distruttiva che annienta gli altri e/o
se stessi, a piacere. Altre ancora che mollano tutto e
ricominciano da capo… portando, purtroppo, con sé
il seme di quel malessere che poi, con il tempo, tornerà
a germogliare.
 Un consiglio semplice, che vuole essere il fondamento
dei “rimedi per l’anima” qui proposti: se si
ha coscienza di aver toccato il fondo, è meglio risalire.
E se il contesto in cui ci si trova mette a fuoco un
disagio insopportabile, è meglio ripartire da lì, elaborando
l’insieme della situazione: quello stato di
cose esplosivo può essere usato come uno specchio
in cui viene riflesso ciò che si è.
 Purtroppo, ci si rende conto del proprio disagio
esistenziale quando è troppo tardi: a quel punto è
già diventato un disturbo, oppure una malattia vera
e propria. Non si può quindi pretendere di trovare
qui la cura in senso assoluto: a ogni livello di gravita,
è bene contrapporre il rimedio più appropriato.
Vero è che, qualsiasi sia lo stato di disagio e di
confusione in cui ci si trova, un po’ di chiarezza aiuta
sempre a trovare il giusto percorso di guarigione.
 Crearsi lo spazio per acquisire un po’ di chiarezza
è quindi la cura preventiva per eccellenza, ed è un rimedio
che si può affiancare senza pericolo di controindicazioni
a qualsiasi cura si stia facendo. In breve:
abituarsi a stare un po’ soli con se stessi è un
prendersi cura di sé che non si dovrebbe mai dimenticare,
neppure in assenza di sintomi. Non farlo significa
creare i presupposti, o addirittura alimentare uno
stato di nevrosi che, essendo diventato normalità,
non viene neppure più riconosciuto come malsano.
Oggigiorno, per assurdo, “malata” è la persona che
non riesce ad adeguarsi al malessere collettivo: questo
è un altro dei paradossi con cui ci dobbiamo confrontare,
decidendo di prenderci cura di noi.
 Ebbene, da questo punto di vista, siamo soli, lasciati
a noi stessi: staccare la spina, riconoscere la fatica
o l’incapacità di adeguarsi ai nuovi ritmi, imposti
da un mondo che cambia vertiginosamente,
implica perdere il contatto con il gruppo di appartenenza,
mettere in discussione la propria immagine,
non poter corrispondere a ritmi di vita e bisogni altrui,
ridiscutere le proprie priorità, ridisegnare la
propria vita quotidiana.
 È una scelta drastica, difficile e complessa, ed è
comprensibile che venga rimandata, ignorata, disdegnata,
se non addirittura temuta: i più fortunati la
prendono in considerazione ai primi segnali che
qualcosa si sta inceppando (tensioni muscolari, facilità
a innervosirsi, cattiva digestione), altri si fermano
quando l’ingranaggio si è inceppato (per una gastrite,
un’ulcera, un’ernia), altri ancora quando la macchina
ha letteralmente grippato e non ci regge più (ed ecco
l’insonnia, i disturbi alimentari, i blocchi intestinali).
 Questi sono i livelli detti di somatizzazione sui
quali è possibile intervenire con le cure qui consigliate,
affiancate ovviamente nei casi più gravi dalle cure
mediche del caso: una sana catarsi, un ritorno alla
propria scintilla di vita, un uso consapevole della propria
energia aiuteranno a elaborare il vissuto che ha
prodotto quei sintomi e a vedere la vita come un percorso
di crescita di ben altra portata. Il tutto, ovviamente,
condito con un graduale ritorno alla normalità
in tutti i sensi: rispetto agli impegni, al modo in cui ci
nutriamo e a come usiamo il nostro organismo.
 È una normalità che va conservata e coltivata, in
quanto è fondamentale ricordare che non è qualcosa
che si conquista per sempre, solo perché si decide o
si pensa di averlo fatto!
 Anche questo è un passo che si deve decidere di fare
consapevolmente, ogni giorno, malgrado le sollecitazioni
e i possibili giudizi altrui; malgrado il mondo,
inteso come contesto globale in cui siamo immersi:
qualcosa di eccessivo, in tutti i sensi, che ci riempie di
stimoli e sollecitazioni tali da sovraccaricare il nostro
organismo, impedendo qualsiasi assimilazione:
È come se continuassi a mangiare, a rimpinzare il tuo
corpo: il cibo che il corpo non riesce a digerire si trasformerà
in veleno. E ricorda: ciò che mangi è meno
importante di ciò che ascolti o che vedi. Attraverso gli
occhi, le orecchie e tutti ì sensi, ricevi in ogni momento
mille e una informazione, e non esiste un tempo
supplementare per poterle assimilare. È come stare
seduti a tavola ventiquattr’ore su ventiquattro e continuare
a mangiare senza fermarsi mai.
 Questa è la situazione in cui vive la mente moderna:
è sovraccarica, è appesantita da moltissime
cose; non c’è da stupirsi se ha dei crolli. Ogni meccanismo
ha i propri limiti, e la mente è uno tra i meccanismi
più sottili e delicati.
 Ebbene, una persona veramente sana si prende il
cinquanta per cento del tempo per assimilare le proprie
esperienze. Il cinquanta per cento del tempo è
dedicato all’azione, l’altro cinquanta per cento è dedicato
alla non azione: questo è il giusto equilibrio.
Il cinquanta per cento del tempo è dedicato al pensiero
e l’altro cinquanta per cento è dedicato alla
meditazione: questa è la cura.
 La meditazione non è altro che il tempo in cui ti
rilassi totalmente in te stesso: quando chiudi tutte le
tue porte, tutti i tuoi sensi agli stimoli esterni. Scompari
dal mondo; dimentichi il mondo, vivi come se
non esistessero giornali, radio e televisione, ti allontani
dalla gente. Sei solo nel tuo essere più intimo,
rilassato: sei a casa.
 In questi momenti assimili tutto ciò che avevi accumulato:
assorbi ciò che ha valore, getti via tutto
ciò che non ha alcun valore. La meditazione è come
una spada a doppio taglio: da un lato ti fa assimilare
tutto ciò che può nutrirti, dall’altro scarta e getta via
tutta l’immondizia che hai accumulato.
 Purtroppo la meditazione è scomparsa dal mondo
contemporaneo. In passato, l’uomo era naturalmente
meditativo; nelle società tradizionali la vita non
era complicata e tutti avevano il tempo sufficiente
per stare seduti senza fare niente, oppure guardavano
le stelle, osservavano gli alberi o ascoltavano il
canto degli uccelli. La gente aveva intervalli di passività
profonda e, in quei momenti, l’uomo acquistava
salute e integrità, in un crescendo costante.
 Nevrosi significa che hai nella mente un peso insopportabile,
ti opprime al punto da schiacciarti. Non
riesci a muoverti, sei letteralmente paralizzato, la tua
consapevolezza non riesce più a volare; non riesci
neppure a strisciare, il peso è davvero opprimente. E
questo peso va aumentando a ogni istante che passa.
Inevitabilmente, alla fine crolli, ti spezzi; è naturale!
 Devi comprendere alcune cose. La nevrosi è il topo
che tenta e ritenta costantemente di avanzare in
una via senza uscita e che non impara mai. Certo,
nevrosi è non imparare, questa è la prima definizione.
Continui a fare tentativi in una via senza uscita.
 Sei andato in collera. Quante volte sei andato in
collera? E quante volte ti sei pentito di essere andato
in collera? Tuttavia, lascia che ci sia uno stimolo e la
tua reazione sarà di nuovo la stessa; non hai imparato
proprio niente. Sei stato avido e la cupidigia ti ha
creato un’infelicità sempre più grande. Sai che la cupidigia
non ha mai reso beato nessuno, eppure sei
ancora avido, continuerai a esserlo; non hai imparato
niente. Questo non imparare crea nevrosi, è nevrosi.
 Imparare significa assimilare. Tenti qualcosa e
scopri che non funziona. Lasci perdere. Vai in un’altra
direzione, tenti un’alternativa. Questa è saggezza,
è intelligenza. Continuare a sbattere la testa contro
un muro, dove sai benissimo che non c’è nessuna
porta: questa è nevrosi.
 La gente diventa sempre più nevrotica perché tutti
si ostinano a percorrere vie senza uscita, a tentare ripetutamente
cose che non funzionano. Chi è in grado
di imparare non diventerà mai nevrotico, è impossibile
che lo diventi: quando ha di fronte un muro, lo
comprende immediatamente e lascia perdere l’idea di
attraversarlo; si sposta in un’altra dimensione. Ci sono
altre alternative a sua disposizione. L’ha imparato.
 Questo significa imparare: tenti un esperimento
e, vedendo che non funziona, tenti un’alternativa;
vedendo che anche quella non funziona, il saggio la
lascia perdere. Lo sciocco si aggrappa.
 Lo sciocco chiama “coerenza” il suo aggrapparsi,
dice: “Ho provato ieri e ritenterò oggi. Ritenterò anche
domani”. È testardo, cocciuto.
 Dice: “Perché dovrei lasciar perdere? Ho investito
tanto in questa cosa! Non posso cambiarla”. Quindi
continua a insistere e spreca così tutta la vita. Quando
sarà prossimo alla morte, sarà disperato, sarà assolutamente
disilluso, la sua vita gli sembrerà un vero fallimento.
 Questo crea nevrosi. Chi è in grado di imparare
non diventerà mai nevrotico.
Osho

La verità che cura


Per te la meditazione è solo una parola. Non è ancora
un sapore, non è diventata un nutrimento, per te
non è ancora un’esperienza; per questo posso comprendere
la tua difficoltà ad accettare che qualcosa
di così semplice possa funzionare. Ma anche tu devi
comprendere la mia difficoltà: forse le malattie sono
molte, purtroppo io ho solo una medicina; e la mia
difficoltà è questa: continuare a vendere la stessa
medicina per i pazienti più diversi, per le diverse
malattie. Non mi interessa sapere quale sia la tua
malattia, perché ho solo una medicina. Discuterò
con te, qualsiasi sia il tuo male, ma alla fine voi tutti
dovrete accettare la stessa medicina. Non cambia
mai. Per quanto ne so, in questi trentacinque anni
non è mai cambiata. Ho visto milioni di persone, mi
sono confrontato con milioni di interrogativi, i disagi
più diversi, e prima ancora di sentire le domande
di tutte quelle persone, sapevo la risposta. Non importava
quale fosse la domanda; ciò che conta è
sempre stato questo: come fare in modo di portare
la loro domanda alla mia risposta.
Osho

♥: OSHO: Strane conseguenze del cazzo

 Quando Friedrich Nietzsche ha dichiarato: “Dio è morto”,  Fuck è diventata la parola più importante della lingua inglese e…

Il problema è questo: se Dio è morto, si perde la parola più importante della vostra lingua e si avrà bisogno di un sostituto. Dio era un culmine, un estremo, e quando un estremo scompare dalla tua prospettiva mentale, diventa necessario ed è inevitabile cadere all’altro estremo.
Ebbene, questo è ciò che è successo, Milarepa: al posto di Dio, il termine “cazzo” è diventato la parola più importante nella vostra lingua. Anche se Friedrich Nietzsche ritornasse, sarebbe sorpreso e in un modo o nell’altro vorrà resuscitare il Dio morto, perché sembra davvero stupido… d’altra parte, è necessaria un’analisi dettagliata, si deve fare una ricerca…

Una delle parole più interessanti nel linguaggio odierno è la parola “cazzo”. È una parola magica: il semplice suono permette di descrivere dolore, piacere, odio e amore.
Nel linguaggio può appartenere a differenti categorie grammaticali. Può essere usato come verbo transitivo: “John e Mary cazzeggiano”, e intransitivo: “John e Mary sono stati cazziati”, come un sostantivo: “Mary è una ragazza del cazzo”; oppure come un aggettivo: “Mary è un cazzo bella”.
Come si può vedere, non vi sono molte espressioni con la versatilità di “cazzo”.
Oltre al significato sessuale, si hanno anche le seguenti valenze:

Ignoranza: Che cazzo ne so?
Difficoltà: Cazzo, sono stato fregato!
Frode: Quel cazzuto mi ha bidonato.
Aggressione: Fottiti cazzone!
Scontento: Cosa cazzo sta succedendo?
Difficoltà: Non riesco a capire un cazzo di questo lavoro.
Incompetenza: È un inetto del cazzo.
Sospetto: Cosa cazzo stai facendo?
Gioia: Cazzo, che bella giornata!
Richiesta: Vai fuori dal cazzo.
Ostilità: Ti schiaccio la tua testa di cazzo.
Benvenuto: Ciao, chi cazzo sei?
Apatia: Chi cazzo se ne frega?
Innovazione: Dobbiamo proprio comprare un cazzo di martello nuovo!
Sorpresa: Che cazzo ci fai, qui?
Ansietà: Non riesco a combinare un cazzo.

Ed è anche molto utile alla salute, se ogni mattina lo usi come meditazione trascendentale: appena alzato, come prima cosa, ripeti cinque volte il mantra “cazzo”… ti pulirà sicuramente la gola!

Okay, Vimal?

Tratto da: The Great Pilgrimage: from here to here, Discorso # 23
♥: OSHO: Strane conseguenze del cazzo

RISVEGLIO SPIRITUALE TEMPORANEO

I Magic Truffles sono un “derivato” dei famosi funghi allucinogeni e contengono, esattamente come i funghi, la psilocibina e la psilocina, composti psicoattivi. Il termine scientifico dei tartufi magici è Scleriotium (plurale “Sclerotia”). I tartufi allucinogeni sono conosciuti anche sotto il nome di “Pietre filosofali”.

Nella zona dove i funghi crescono si forma una fitta rete di micelio. Questo micelio è come uno stampo con una struttura bianca e filamentosa. In condizioni ottimali dal micelio può crescere un fungo. Possiamo dire che i funghi sono il frutto del micelio. Alcune varietà di fungo possono produrre un tartufo nella zona del micelio. Infatti i Magic Truffles non sono altro che una massa compatta di micelio indurito in cui viene immagazzinata la sostanza nutritiva e l’acqua. Potenzialmente, ciò potrebbe servire al fungo come riserva nel momento in cui le condizioni ambientali risultassero favorevoli.

Sul nostro pianeta ci sono circa 200 diversi tipi di funghi che sono stati identificati per la presenza di psilocibina e psilocina. Solo alcuni di questi funghi hanno la proprietà di produrre tartufi magici. I più noti sono: Psilocybe tampanensis, Psilocybe mexicana e Psilocybe atlantis.

Dopo la raccolta, i Magic Truffles contengono circa il 50%-70% di acqua. Dopo l’essiccazione i tartufi magici avranno solo più il 30% – 50 % del peso iniziale. Questa è una delle sostanziali differenze che dipendono dalla varietà e da come vengono coltivati i tartufi (i funghi, infatti, contengono il 90% d’acqua quando sono appena raccolti).

Per capire meglio i Magic Truffles sarà sufficiente osservare la crescita di un normale tartufo, di quelli che sono conosciuti culinariamente a livello mondiale. Il sapore dei Magic Truffles viene spesso paragonato a quello della noce.

Gli effetti dei tartufi allucinogeni sono gli stessi dei funghi magici. Non ci sono molte persone che conoscono l’esistenza dei Magic Truffles. Quando nel 2008 vennero proibiti i funghi allucinogeni in Olanda, la legge fu modificata considerando, fortunatamente, i tartufi legalmente commerciabili. Ciò portò gli smartshop olandesi a eliminare la vendita dei funghi per concentrarsi sul commercio dei tartufi magici. Proprio per questo in questi ultimi anni i Magic Truffles hanno avuto un aumento esponenziale nelle vendite ed ora hanno raggiunto un’importante popolarità.

La psilocibina e la psilocina sono 2 sostanze psicoattive naturali, che sono presenti in circa 200 tipi diversi di funghi. Dopo l’ingestione di psilocibina, il corpo sintetizza questo composto in psilocina, che ha un forte effetto psicoattivo.
Il ben noto scienziato Albert Hofmann (colui che scoprì l’LSD), fu il primo ad isolare la psilocibina e la psilocina in laboratorio. Ciò accadde nel 1958 quando utilizzò la varietà di fungo “Psilocybe mexicana”, coltivata artificialmente per questo preciso scopo.

Gli effetti dei tartufi e dei funghi allucinogeni sono quasi identici. Psilocybina e Psilocina causano la variazione di percezione della realtà. Quando assumiamo un tartufo allucinogeno si iniziano a notare gli effetti dopo 30-60 minuti, ed il viaggio può durare fino a 3-6 ore. L’effetto più forte lo avremo durante le prime 2 ore. La maggior parte delle persone avvertono la sostanza con attimi di lucidità accompagnati da effetti puramente allucinogeni, le cosiddette “onde”, che sentiamo durante il viaggio.

Un viaggio psichedelico è un’esperienza molto personale, pertanto gli effetti finali saranno diversi da persona a persona. Inoltre l’esperienza finale dipenderà anche da varietà, dosaggio, ambiente e stimoli circostanti. Tuttavia è possibile elencare una lista di ciò che la maggior parte delle persone sperimenta:

Effetti mentali:
  • Effetti visivi
  • Accentuata percezione dei suoni
  • Sensazione di relax e elevata sensibilità
  • Pensieri creativi
  • Pensieri filosofici
  • Amplificazione dei sensi
  • Sensazioni di meraviglia o ammirazione
  • Diversa concezione di tempo e spazio
Effetti fisici:
  • Rilassamento muscolare
  • Sensazioni di freddo, che provocano brividi in tutto il corpo
  • Mal di testa
  • Stomaco sensibile
  • Nausea
  • Sete
  • Stanchezza dopo il viaggio

Per molta gente un viaggio psichedelico da Psilocibina è un’esperienza fantastica e miracolosa. Purtroppo non è così per tutti. Alcune persone trovano che un drastico cambiamento della realtà sia un’esperienza troppo difficile ed intensa da accettare, e ciò può causare attacchi di paura e panico, il cosiddetto “Bad Trip”. Un viaggio negativo è alquanto fastidioso, ma non c’è nulla di cui preoccuparsi. Gli effetti dei Magic Truffles sono temporanei e scompaiono dopo alcune ore. In situazioni come queste è alquanto utile avere vicino una persona lucida (il “sitter”), che cercherà di mantenere a proprio agio la persona in difficoltà

fonte
http://www.mushmagic.it/content/11-effetti-tartufi-magici

La ayahuasca (ayawasca in lingua quechua) è una bevanda allucinogena utilizzata dai popoli amazzonici e andini, preparata dagli sciamani o curanderi indigeni per i riti di visione e di comunicazione con il divino. Questa bevanda viene prodotta miscelando in un decotto diverse piante, principalmente le liane polverizzate di Banisteriopsis caapi e le foglie di Psychotria viridis.[1]

La particolarità dell’ayahuasca consiste nel fatto che, grazie agli inibitori della Banisteriopsis, la dimetiltriptamina resta in circolo nel corpo per un tempo decisamente maggiore rispetto all’assunzione dei vapori. L’effetto della DMT dura circa 2-3 minuti se fumata, mentre ingerita sotto forma di bevanda la DMT rimane in circolo per 2, anche 3 ore, rendendo l’esperienza decisamente più “mistica” e impegnativa.[3]

L’ayahuasca non è un narcotico, infatti il suo componente principale, la DMT, è la medesima sostanza prodotta dal cervello umano (ghiandola pineale) durante la nascita, ogni notte nel sonno durante la fase REM, e infine alla morte, per 24 ore dopo il decesso.[2]

Terence McKenna sostiene che la dimetiltriptamina non sia una molecola pericolosa per la salute, a meno che uno non muoia dallo stupore. Effettivamente, non ci sono ad oggi prove di danni fisici causati da questa sostanza, ma è possibile che un utilizzo continuato possa indurre psicosi e altre disfunzioni difficilmente prevedibili, data la sua bassa diffusione.[4]

fonte
http://it.wikipedia.org/wiki/Ayahuasca

Re Interiore: RISVEGLIO SPIRITUALE TEMPORANEO

♥: OSHO: La coazione che spinge alla conquista di potere e prestigio

 Primo: tu non sei mai stato accettato così come sei dai tuoi genitori, dagli insegnanti, dai vicini, dalla società: tutti hanno cercato di perfezionarti, di renderti migliore.
Un continuo condizionamento negativo, ha generato in te questa idea: «Così come sono non vado bene, manca qualcosa. E devo essere altrove, non qui: questo non è il posto in cui dovrei essere, mi aspetta qualcosa di superiore, di più potente, di più dominante, un maggior rispetto, una fama più grande».
Questa è solo la metà di questa brutta storia, che sarebbe meglio non accadesse: si potrebbe facilmente evitare se le persone fossero un po’ più intelligenti nel loro essere madri, padri, insegnanti. Non si deve plagiare il bambino: dovete aiutare lo sviluppo del rispetto per se stesso, dell’accettazione di sé.
Ma la seconda parte è di un’importanza immensa. Anche se tutti questi condizionamenti fossero eliminati – vieni deprogrammato e tutte queste idee vengono tolte dalla tua mente –, comunque sentirai di non essere all’altezza; ma quella sarà un’esperienza totalmente diversa. Le parole sono le stesse, ma l’esperienza sarà diversa.
Tu non vai bene, nel senso che potresti essere di più. Non si tratterà di diventare famoso, rispettabile, potente, ricco: quella non sarà più una tua preoccupazione. Ciò che metterai a fuoco è il fatto che il tuo essere è solo un seme: nascendo, non vieni al mondo in quanto albero; nasci solo come un seme, e devi crescere fino a giungere a fioritura: quella fioritura sarà il tuo appagamento, la realizzazione.
Questa fioritura non ha nulla a che vedere con il potere, nulla a che fare con il denaro e i giochi politici: ha qualcosa a che fare unicamente con te, si tratta di un progredire dell’individuo.

Un seme deve viaggiare a lungo prima di fiorire. Questa pulsione è splendida: ti viene data dalla natura stessa. Ma la società, finora, è stata molto astuta; modifica, devia, distrae i tuoi istinti naturali in qualcosa di socialmente utile.
Questi sono i due aspetti che ti danno la sensazione che, ovunque ti trovi, manchi qualcosa: devi ottenere qualcosa, conseguire qualcosa, diventare un conquistatore, un arrampicatore.
Adesso ti occorre tutta la tua intelligenza per stabilire con chiarezza qual è la tua pulsione naturale, e qual è il condizionamento sociale: disfati del condizionamento sociale, è tutto pattume! Così che quella natura resti pura, incontaminata. E la natura è sempre individualistica.
Crescendo fiorirai: potresti diventare una rosa, qualcun altro potrebbe fiorire e diventare una margherita. Tu non sei superiore perché sei una rosa, lui non è inferiore perché è una margherita: entrambi siete giunti a fioritura, quella è la cosa importante; e quella fioritura darà un profondo appagamento.
Ogni frustrazione, ogni tensione scompare; su di te discende una profonda quiete, una pace che trascende ogni comprensione. Ma, come prima cosa, devi disfarti totalmente del pattume della società; altrimenti continuerà a distrarti.
Devi essere ricco, ma non facoltoso: la ricchezza è qualcos’altro. Un mendicante può essere ricco, e un imperatore può essere povero. La ricchezza è una qualità dell’essere.

Tratto da: The Transmission of the lamp, capitolo 26, seconda domanda
♥: OSHO: La coazione che spinge alla conquista di potere e prestigio

♥: OSHO: Libri che ho amato

Fin dall’infanzia ho amato leggere. La mia biblioteca personale era formata da centocinquantamila libri rari di tutte le religioni, le filosofie, di poesia e letteratura. Li ho letti tutti, ma senza alcuno scopo: mi piaceva! 1

Mio padre era solito andare a Bombay, almeno tre o quattro volte, e chiedeva ai bambini: «Cosa vorreste?», e lo chiedeva anche a me: «Se vuoi qualcosa, posso prenderne nota e portartelo da Bombay».
Non gli chiesi mai nulla. Una volta dissi: «Vorrei soltanto che tornassi più umano, meno paterno, più amichevole; meno dittatoriale, più democratico. Portami un po’ più di libertà, quando torni».
Commentò: «Ma queste cose non si trovano sul mercato!»
Replicai: «Lo so che non sono in vendita, ma queste sono le cose che vorrei: un po’ più di libertà, un po’ più di corda, meno ordini, meno comandamenti e un po’ più di rispetto».
Nessun bambino chiede rispetto: si chiedono giocattoli, dolci, vestiti, una bicicletta e cose simili. Le ottieni, ma quelle non sono le cose reali che renderanno estatica la tua vita.
Gli chiesi dei soldi solo quando volevo comprare altri libri, non ho mai chiesto soldi per qualcos’altro. E gli dissi: «Quando chiedo soldi per i libri faresti meglio a darmeli!»
Chiese: «Cosa vuoi dire?»
Spiegai: «Voglio semplicemente dire questo: se non me li dai, dovrò rubarli. Non voglio essere un ladro ma, se mi costringi, non posso fare altrimenti. Sai che non ho soldi… ho bisogno di questi libri e li avrò a ogni costo; questo lo sai! Quindi, se non mi vengono dati i soldi, li ruberò; e tieni sempre presente che sarai stato tu a costringermi a rubare».
Disse: «Non è necessario che rubi. Ogni volta che avrai bisogno di soldi, vieni semplicemente a prenderli».
E aggiunsi: «Stai tranquillo che servono solo per i libri», ma quella garanzia non era necessaria, visto che continuò a veder crescere in casa la mia biblioteca. Piano piano in casa non ci fu spazio per altro che non fossero i miei libri.
E mio padre disse: «Prima avevamo in casa una biblioteca, adesso nella biblioteca abbiamo una casa! E in più ci dobbiamo prendere cura dei tuoi libri perché, se succede qualcosa, tu dai in escandescenze… al punto che tutti hanno paura dei tuoi libri! E sono dappertutto, è impossibile non inciamparci. E ci sono dei bambini piccoli…».
Dissi: «I bambini piccoli per me non sono un problema, il problema sono i bimbi cresciuti. I bambini piccoli li rispetto a tal punto che hanno un atteggiamento molto protettivo verso i miei libri».
In casa mia era una cosa stranissima da vedere: i miei fratelli e le sorelle più giovani erano tutti protettivi verso i miei libri, quando non c’ero: nessuno li poteva toccare.
E li pulivano e li tenevano al loro posto, ovunque li avessi messi; così che, quando ne avevo bisogno uno, potevo trovarlo. Ed era qualcosa di elementare: io ero molto rispettoso nei loro confronti, loro non potevano mostrarmi rispetto in un altro modo, se non rispettando i miei libri.
Dissi: «I veri problemi vengono dai bambini più anziani – gli zii, le zie, le sorelle di mio padre, i suoi cognati – sono queste le persone che creano guai! Non voglio che nessuno faccia dei segni, che sottolinei i miei libri. E quelle persone continuano a farlo». Odiavo l’idea che qualcuno potesse sottolineare i miei libri!
Uno dei cognati di mio padre era un professore, quindi doveva avere l’abitudine di scrivere delle note nei miei libri. Dovetti dirgli: «Questa non è solo maleducazione, mancanza di civiltà, rivela anche che tipo di mente hai. Per me un libro non è solo un volume, è una storia d’amore. Se sottolinei uno solo dei miei libri, lo dovrai pagare e prendere! In quel caso non voglio che stia qui, perché un pesce putrefatto può rendere torbido l’intero stagno. Non voglio nessun libro che sia stato prostituito… prenditelo!»
Era furioso, perché non riusciva a capirlo. Dissi: «Non mi capisci perché non mi conosci granché. Prova a parlare con mio padre».
E mio padre gli disse: «È stato un tuo errore. Perché hai sottolineato un suo libro? Perché hai scritto delle note sul suo libro? A cosa ti serve? Infatti il libro rimarrà nella sua biblioteca… e innanzitutto, non hai mai chiesto il suo permesso di leggerlo!» 2

Vi stupirà sapere che alla fine delle scuole medie avevo letto migliaia di libri. Avevo completato Kahlil Gibran, Dostoevskij, Tolstoj, Chekhov, Gorkij, Turgenev.
Alla fine del liceo avevo completato la lettura di Socrate, Platone, Aristotele, Bertrand Russell – e di tutti i filosofi che riuscii a trovare in qualsiasi biblioteca, in qualsiasi libreria, o che riuscii a farmi prestare. 3

Perché hai smesso di leggere nel 1980, e come sei riuscito a restare informato su ciò che accadeva nel mondo? Ho sentito dire che ti piacciono i film. È vero?

Ogni tanto, visto che non leggo più. Altrimenti, io forse ero l’uomo più ricco di cultura al mondo: la mia biblioteca personale era formata da centocinquantamila volumi, di valore immenso, e io leggevo in continuazione!
Ma poi pervenni alla mia verità e tutti quei volumi iniziarono a sembrare pattume; piano piano divennero insignificanti. Ogni tanto un volume poteva spiccare e avere un valore, ma cinque anni fa ho smesso: era troppo!
Leggi cento volumi e a volte uno sembra avere un significato; ma anche quello non aumenterà la mia consapevolezza, il mio essere; ragion per cui, da cinque anni non leggo nulla: nessun giornale, niente radio, niente televisione. Ogni tanto, se i miei sannyasin vedono un film che sentono significativo, allora lo vedo. Ma molto di rado.
Per esempio, I Fratelli Karamazov di Dostoevskij: quando divenne un film, l’ho visto, perché considero quel libro di gran lunga più valido della sacra Bibbia. È incredibilmente ricco di intuizioni!
Quindi, ogni tanto accade che mi portino qualcosa che sentono mi potrebbe interessare; allora lo vedo. Ma è rarissimo. 4

Brani di Osho tratti da:
1 The Last Testament, Vol. 1  # 26
2 From Misery to Enlightenment,  #15
3 From Personality to Individuality,  # 4
4 The Last Testament, Vol. 3  # 4

♥: OSHO: Libri che ho amato

LA NATURA DELLA MENTE

osho
Il problema, che sta alla base di tutti i problemi, è la mente stessa. Quindi, come prima cosa, è necessario sapere che cosa sia la mente; di che materiale sia fatta, se sia un’entità o solo un processo; se sia sostanziale o solo un’apparenza.
E, a meno che non si conosca la natura della mente, non riuscirete mai a risolvere nessun problema della vostra vita.
Potete sforzarvi, ma se cercate di risolvere problemi singoli, individuali, siete destinati a fallire: questo è assolutamente certo. Infatti, non esiste un solo problema individuale: la mente è il problema. Anche se risolvi questo o quel problema, non servirà a nulla, perché la radice rimane intoccata.
E’ proprio come potare i rami di un albero, sfrondarlo senza sradicarlo. Nuove foglie spunteranno, nuovi rami cresceranno, anche più di prima; la potatura aiuta l’albero a diventare più rigoglioso. A meno che tu non sappia come potarlo, il tuo sforzo non ha senso: è stupido. Distruggerai te stesso, non l’albero.
In quella lotta, sprecherai energia, tempo, vita, e l’albero diventerà sempre più forte, più fitto e più folto. Sarai sorpreso di ciò che accade: fai un lavoro durissimo, cercando di risolvere questo o quel problema, ma i problemi continueranno a crescere e ad aumentare. Anche se si risolve un problema, altri dieci prenderanno il suo posto.
Non cercare di risolvere i singoli problemi separatamente: non ne esistono; la mente in quanto tale è il problema.
Ma la mente è nascosta sottoterra; per questo dico che è la radice: non si vede. Quando ti trovi ad affrontare un problema, questo è alla luce del sole, puoi vederlo, e per questo t’inganna. Ricorda sempre che ciò che si vede non è mai la radice: la radice rimane sempre invisibile, è sempre nascosta. Non lottare mai con ciò che è manifesto, perché ti troverai a lottare con delle ombre. Può accadere che tu ti perda, ma non sarà possibile alcuna trasformazione della tua vita; gli stessi problemi continueranno ad affiorare.
Se osservi la tua vita, puoi capire ciò che intendo dire. Non sto parlando della mente su un piano teorico, ma della sua realtà pratica. Questo è il fatto: la mente dev’essere dissolta.
Le persone vengono da me e mi chiedono: “Come si può arrivare ad avere una mente serena?” E io rispondo: “Non esiste niente di simile. Mente serena? Non ne ho mai sentito parlare.” La mente non è mai serena, la pace è non-mente. La mente di per sé, non può mai essere serena, silenziosa. Per sua stessa natura, la mente è in tensione, è in uno stato di confusione.
La mente non può mai essere limpida; non può avere chiarezza, perché per sua natura è confusione, annebbiamento. La chiarezza è possibile senza la mente; la pace è possibile senza la mente; il silenzio è possibile senza la mente. Quindi, non provare mai a raggiungere una mente silente.
Se ci provi, fin dall’inizio ti muovi in una dimensione impossibile.
Perciò, la prima cosa da fare, è comprendere la natura della mente; solo così è possibile fare qualcosa.”
Se provi a osservare, vedrai che non ti imbatti mai in qualcosa di simile alla mente. Non è una cosa, è solo un processo; non è una cosa, assomiglia a una folla. Esistono pensieri individuali, ma si agitano così velocemente che è impossibile vedere gli intervalli tra l’uno e l’altro. Non riesci a vedere questi intervalli, perché non sei molto consapevole e all’erta: hai bisogno di un’intuizione più profonda. Nel momento in cui i tuoi occhi riescono a guardare più in profondità, all’improvviso individuerai un pensiero, poi un altro e un altro ancora, ma non ci sarà nessuna mente.
L’insieme dei pensieri — milioni di pensieri — ti danno l’illusione che la mente esista. E’ proprio come una folla: milioni di persone che si affollano; esiste qualcosa che possa essere definibile “folla”? Puoi dire che una folla esiste, al di là di un insieme di individui che sono raccolti in uno stesso luogo? Ma il loro stare insieme, il fatto che sono raccolti in gruppo, ti dà la sensazione che esista qualcosa che puoi definire “folla”.
Solo gli individui esistono.
Questo è il primo passo nella comprensione della mente. Osserva e troverai i pensieri, ma non incontrerai la mente. E se questa osservazione diventa davvero una tua esperienza diretta — non perché te lo dico io: in questo caso non ti sarà di molto aiuto — se diviene la tua esperienza, se diventa un elemento della tua conoscenza, all’improvviso, molte cose inizieranno a cambiare. Poiché hai compreso un aspetto così profondo della mente, seguiranno molti cambiamenti.
Osserva la mente, e guarda dov’è, che cos’è. Scoprirai che i pensieri galleggiano, e che esistono spazi intermedi fra l’uno e l’altro. E se prolunghi la tua osservazione, ti accorgerai che gli intervalli sono più numerosi dei pensieri, perché ogni pensiero deve essere separato dall’altro; di fatto, ogni parola è separata dall’altra. E più vai a fondo, e più intervalli troverai, e sempre più ampi. Vedrai un pensiero che galleggia, poi uno spazio dove non c’è alcun pensiero; quindi verrà un altro pensiero, poi un altro spazio ancora.
Se sei inconsapevole, non puoi scorgere questi intervalli: salti da un pensiero all’altro, non vedi mai quell’intervallo. Se acquisti consapevolezza, vedrai spazi sempre più numerosi; se diventi del tutto consapevole, allora ti si riveleranno spazi immensi. E proprio in quegli spazi accade il “satori”. In quegli spazi, la verità bussa alla tua porta. In quegli spazi, arriva l’ospite; in quegli spazi, si realizza dio, o in qualsiasi altro modo tu voglia chiamare questa esperienza. Quando poi la consapevolezza è assoluta, allora esiste solo un unico vasto intervallo di nulla. Accade proprio come con le nuvole: le nuvole si muovono, e possono essere così dense, da non permettere di vedere il cielo nascosto dietro di loro. Si è perduta l’azzurra vastità del cielo; sei completamente avvolto dalle nuvole. In questo caso continua a osservare: una nube si muove e un’altra non è ancora entrata nel tuo campo visivo e… all’improvviso, uno squarcio nell’azzurro del cielo infinito.
La stessa cosa accade dentro di te: tu sei l’azzurra vastità del cielo, e i pensieri sono come nubi che si librano sopra di te, ti riempiono. Ma gli intervalli esistono, il cielo esiste. Intuire per un attimo, che cosa sia il cielo, è satori; diventare il cielo è samadhi. L’intero percorso, che dal satori va al samadhi, è un tuffo nella comprensione della mente: nient’altro.
La mente non esiste come entità separata. Questa è la prima cosa: solo i pensieri esistono.
La seconda cosa: i pensieri esistono indipendentemente da te; non sono un tutt’uno con la tua natura, ma vanno e vengono, mentre tu continui a esistere, permani. Tu sei come il cielo: è sempre là, né viene, né va. Le nubi invece passano; sono un fenomeno di pochi attimi, non durano in eterno. Anche se cerchi di attaccarti a un pensiero, non puoi trattenerlo a lungo: deve andare, perché nasce e muore. I pensieri non sono tuoi, non ti appartengono. Sono visitatori, ospiti, ma non sono i padroni di casa.
Osserva profondamente, e a quel punto sarai davvero il padrone e i pensieri saranno gli ospiti. E finché rimangono tali sono belli, ma se ti dimentichi completamente di essere il padrone di casa, ed essi prendono il tuo posto, allora sarai nei pasticci. Ecco cos’è l’inferno: tu sei il padrone di casa, la casa ti appartiene, ma i padroni sono gli ospiti… ricevili, prenditene cura, ma non ti identificare con loro, altrimenti diventeranno i padroni.
La mente diventa il problema, perché i pensieri sono così profondamente radicati in te, che hai scordato completamente le distanze fra te e loro, ha scordato che sono solo dei visitatori che vanno e vengono.
Ricorda sempre colui che dimora in te: quella è la tua natura, il tuo Tao. Stai sempre attento a ciò che mai va e mai viene, proprio come il cielo. Cambia la “gestalt”: non ti fissare sui visitatori; rimani radicato nella consapevolezza di essere il padrone: gli ospiti potranno andare e venire. Naturalmente, ci sono ospiti buoni e ospiti cattivi, ma non te ne devi preoccupare. Un buon padrone di casa dedica a tutti gli ospiti la stessa attenzione, senza fare alcuna distinzione. Un buon padrone, è un buon padrone: si presenta un cattivo pensiero e lui lo tratta esattamente come fa con quelli buoni. Non lo riguarda affatto che i pensieri siano buoni o cattivi. Infatti, distinguendo tra pensieri buoni e cattivi, che cosa fai? Ti avvicini ai pensieri buoni e respingi lontano da te quelli cattivi; e prima o poi ti identificherai con quelli buoni, ed essi diventeranno i padroni. Qualsiasi pensiero, quando diventa il capo, crea miseria, perché non è la verità. Il pensiero è un simulatore con cui tu ti identifichi, e quell’identificazione è una malattia.
Gurdjieff, era solito affermare la necessità di una sola cosa: non essere identificato con ciò che va e viene.
Il mattino, il giorno, la sera, vengono e poi se ne vanno; arriva la notte e poi ancora il mattino. Tu permani (non in quanto “tu”, perché anche questo è un pensiero) in quanto pura consapevolezza; non il tuo nome, anche questo è un pensiero; non la tua forma, anch’essa è un pensiero; non il tuo corpo, perché un giorno ti accorgerai che anch’esso è un pensiero: solo pura consapevolezza, senza nome, senza forma. Solo la purezza, l’assenza di forma e di nome; solo il fenomeno reale dell’essere consapevole; solo questo permane.
Se ti identifichi, diventi la mente. Se ti identifichi, diventi il corpo. Se ti identifichi diventi il nome e la forma, e a questo punto il padrone si è perso e tu dimentichi l’eterno e ciò che è momentaneo acquista importanza e rilievo.
Ciò che è momentaneo è il mondo, l’eterno è divino.
Questa è la seconda intuizione a cui devi giungere: riconoscere che tu sei il padrone e i pensieri sono gli ospiti.
Se continui a osservare, presto arriverai al terzo punto: ti accorgerai, cioè, che i pensieri sono stranieri, intrusi, estranei. Nessun pensiero ti appartiene: entrano sempre dall’esterno; tu sei solo un passaggio. Un uccello entra in casa da una porta e vola via da un’altra. Proprio come un pensiero entra e esce da te.
Continui a credere che i pensieri siano tuoi; non solo, combatti per loro, dicendo: “Questo è il mio pensiero, è vero.” Parli, discuti, dibatti, cerchi di mostrare che quello è il tuo pensiero.
No, nessun pensiero è tuo, nessun pensiero è originale, tutti sono presi a prestito, e non sono neanche di seconda mano, perché sono stati di milioni di persone prima di te…
Un pensiero è altrettanto esterno a te, quanto un oggetto.
Il famoso fisico, Eddington, ha affermato da qualche parte, che quanto più la scienza va in profondità nell’analisi della materia, tanto più fortemente emerge la consapevolezza che le cose siano pensieri… può essere, non sono un fisico, ma d’altro canto vorrei dirvi… Eddington può aver ragione nel dire che andando sempre più in profondità, cose e pensieri si assomigliano sempre di più. Se scendi profondamente in te, i pensieri saranno sempre più simili a cose.
In effetti, sono le due facce del medesimo fenomeno: una cosa è un pensiero, un pensiero è una cosa.
Che cosa intendo dire affermando che un pensiero è una cosa? Voglio dire, che puoi lanciare i pensieri come fai con le cose. Con un pensiero si può addirittura colpire qualcuno in testa, proprio come fai con un oggetto. Con un pensiero si può uccidere una persona, come se le lanciassi contro un pugnale. Si può offrire il proprio pensiero come un dono, oppure diffonderlo come una malattia. I pensieri sono cose, hanno forza, ma non ti appartengono. Arrivano, dimorano per un po’ dentro di te, poi ti lasciano. L’intero universo è colmo di pensieri, e di cose: queste rappresentano la tensione fisica dei pensieri e quelli la tensione mentale delle cose.
Questa è la terza intuizione rispetto ai pensieri: essi sono cose, che hanno forza, e che bisogna trattare con cautela.
Di solito si continua, inconsapevolmente, a pensare a qualsiasi cosa. E’ difficile trovare una persona che, con l’intenzione, non abbia commesso molti delitti; altrettanto difficile è trovare una persona che, con la mente, non abbia commesso ogni sorta di peccati e crimini: e poi queste cose accadono. E ricorda, puoi anche non uccidere, ma pensare continuamente di uccidere qualcuno, può creare la situazione per cui quella persona venga uccisa. Il tuo pensiero, può essere catturato da qualcuno, perché intorno a te esistono persone più deboli e i pensieri scorrono verso il basso, come l’acqua. Così, se pensi di continuo qualcosa, qualcuno che sia in una condizione di debolezza, può far suo il tuo pensiero e uccidere un uomo.
Per questo, chi ha raggiunto la conoscenza dell’intima essenza dell’uomo, afferma che ognuno di noi, e tutti in verità, siamo responsabili per ciò che accade sulla terra. La guerra del Vietnam non è solo responsabilità di Nixon: ogni essere pensante ne è responsabile. Esiste solo un individuo che può non addossarsi tale responsabilità: colui che è nello stato di non-mente. Per il resto, ognuno di noi è responsabile di tutto ciò che accade. Se la terra è un inferno, tu ne sei il creatore, tu ne partecipi.
Non continuare a buttare addosso agli altri la responsabilità, perché è anche tua, è un fenomeno che interessa l’intera collettività. Può essere che la malattia esploda in un luogo qualunque: l’esplosione può verificarsi a migliaia, milioni di chilometri lontano da te: questo non fa alcuna differenza, perché il pensiero è al di là dello spazio, non ne ha bisogno.
Questo è il motivo per cui viaggia velocissimo, neppure la luce si propaga alla stessa velocità, in quanto ha bisogno dello spazio per muoversi. Il pensiero viaggia ancor più veloce, in quanto non ha bisogno del tempo per muoversi, lo spazio per lui non esiste. Puoi essere qui, pensare a qualcosa, e questa stessa cosa accade in America. Come ti si può ritenere responsabile? Nessun tribunale può punirti, ma di fronte alla corte suprema dell’esistenza sarai condannato, anzi sei già stato condannato. Per questo sei così infelice.
La gente mi dice: “Non abbiamo mai fatto del male a nessuno, eppure siamo tanto infelici.” Anche senza far niente, tu puoi pensare, e il pensiero è più sottile dell’azione. Ci si può difendere dall’azione, ma non dal pensiero. Tutti sono vulnerabili rispetto al pensiero.
Non pensare, è una necessità irrinunciabile per poter essere liberi dal peccato, liberi dal crimine, liberi da tutto ciò che ci circonda: questo significa essere un buddha.
Un buddha è un individuo che vive senza la mente, perciò non è responsabile. Per questo motivo, in Oriente, diciamo che un buddha non accumula mai “karma”, né crea situazioni confuse e aggrovigliate che incideranno sul futuro. Egli vive, cammina, si muove, mangia, parla, fa un sacco di cose, per cui dovrebbe accumulare dei “karma”, perché “karma” significa attività. Eppure, in Oriente diciamo che ciò non accade: anche se un buddha commette un omicidio, non si crea un “karma”. Come mai? E perché tu, anche se non uccidi, accumuli comunque “karma”?
E’ semplice: tutto quello che un buddha fa, lo fa al di là della mente. E’ spontaneo, non si muove sul piano dell’agire, non ci pensa: accade. Non è colui che agisce, egli è un vuoto; non mette in azione la mente, non progetta qualcosa, ma se l’esistenza fa sì che qualcosa accada, egli lascia che ciò avvenga. Non c’è più in lui l’ego a opporre resistenza, non è più l’ego ad agire.
Essere vuoto ed essere un non-sé, significano questo: essere un semplice “non-essere”, anatta, assenza del sé. In questo caso, niente si accumula; quindi, non sei responsabile di niente che accada intorno a te, per cui trascendi.
Ogni pensiero ha un qualche effetto concreto per te e per gli altri. Stai bene attento!

Se dico di stare bene attento, non intendo riferirmi all’avere pensieri positivi, no. Infatti, se hai pensieri positivi, ne avrai anche di negativi. Come può esistere il bene senza il male? Se pensi all’amore, scoprirai che proprio lì vicino, appena dietro l’amore, è nascosto l’odio. Come fai a pensare all’amore senza pensare anche all’odio? Puoi non pensarlo a livello cosciente; l’amore può risiedere negli spazi consci della mente, ma l’odio è nascosto nell’inconscio e si muovono insieme.
Ogni qualvolta pensi alla compassione, pensi alla crudeltà.
Puoi forse pensare alla compassione, senza pensare alla crudeltà?
Puoi pensare alla non violenza, senza pensare alla violenza?
La stessa parola “non- violenza” contiene la violenza; è inclusa in quello stesso concetto.
Puoi pensare al celibato, senza pensare al sesso?
E’ impossibile: che valore avrebbe il celibato, senza l’idea del sesso?
E se si fonda sull’idea di sesso, che razza di celibato è?

No, esiste una qualità dell’essere completamente diversa, che nasce dal non pensiero: non pensieri positivi o negativi, semplicemente uno stato di non pensiero. Limitati ad osservare, rimani consapevole, ma non pensare. E se qualche pensiero entra… ed entrerà sicuramente, perché i pensieri non sono tuoi, galleggiano nell’aria. Tutt’intorno esiste una noosfera, una sfera del pensiero che ti circonda completamente. Così come l’aria, il pensiero è tutt’intorno a te, e continua a entrare in te per conto suo: si ferma solo col crescere della tua consapevolezza. C’è qualcosa in lei: allorché diventi più consapevole, scompare semplicemente, si dissolve, perché la consapevolezza crea un’energia più forte del pensiero.
La consapevolezza è come il fuoco per il pensiero. Quando accendi una lampada in casa, l’oscurità non riesce più a entrare; la spegni, e da ogni parte il buio si diffonde: in meno di un attimo ti avvolge. L’oscurità, non entra in una casa con le luci accese; i pensieri sono come l’oscurità: entrano soltanto se all’interno non c’è luce. La consapevolezza è un fuoco: più diventi consapevole, meno pensieri entrano in te.
Se ti integri veramente nella tua consapevolezza, i pensieri non entrano in te: diventi come una cittadella inespugnabile, niente può penetrarvi. Ciò non significa essere chiusi, anzi, vuol dire essere incondizionatamente aperti, ma la stessa energia della consapevolezza diventa la tua roccaforte. E se i pensieri non possono entrare in te, ti gireranno intorno e se ne andranno. Li vedrai arrivare e, semplicemente, non appena ti arrivano vicini, prenderanno un’altra strada. A quel punto potrai andare ovunque, anche all’inferno: niente potrà sfiorarti più.
Questo è ciò che intendiamo per illuminazione.
Osho, Tratto da: “Tantra: La comprensione suprema”
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