“Il mio regno per un cavallo” tuona Bersani. Ma ha sbagliato ippodromo.

di Sergio Di Cori Modigliani

Il perdurante silenzio della direzione del PD, incapace e muta di fronte all’attacco berlusconiano contro la magistratura, chiude –di fatto- ogni possibile illusione di una potenziale trattativa politica al fine di formare un governo per il bene del paese.
Le chiacchiere stanno a zero.
L’impossibilità naturale del PD, versione Bersani-D’Alema-Letta, di porsi come opposizione al malaffare legalizzato, denuncia la debolezza strutturale dei piddini smascherandone il vero tragico volto, quello che, poco a poco, l’intera cittadinanza pensante aveva già capito, da tempo, per conto proprio: l’esistenza di un sistema politico consociativo di mutuo soccorso tra il PD e il PDL.
E’ per questo motivo che i cosiddetti “8 punti” di Bersani non valgono nulla.
La debolezza intrinseca e subdola di tale proposta viene evidenziata dal silenzio chiassoso della direzione nazionale di un partito ormai allo sfascio. Come del resto il PDL, dove le opposizioni interne vengono richiamate all’ordine schiavista per salvare il caro leader, in tal modo evitando la benché minima discussione relativa al fatto di aver perso 6 milioni di voti alle elezioni.
Sono l’uno il rispecchiamento dell’altro.
Così come pochissimi, tra i giornalisti, (per non dire proprio nessuno) ha sottolineato ed evidenziato la tragica e dittatoriale decisione della segreteria della Lega Nord, dove il boss Roberto Maroni ha presentato le dimissioni prendendo atto della sconfitta elettorale (-56% dei voti) ma tutti i dirigenti (eletti da lui) hanno respinto la sua scelta. Con un’unica eccezione: Umberto Bossi, che ha definito la scelta di Maroni di rifiutare la realtà “una dimostrazione di inaffidabilità, di mancanza di lealtà, coraggio e rispetto per la parola data; in campagna elettorale aveva detto che se ne sarebbe andato anche se avesse perso un solo voto”. Nessun commento è stato fatto a proposito della manifestazione illegale del PDL, che aggiunge gravità a sconcerto, essendo Maroni il presidente della Regione Lombardia, dove Milano è sotto l’attacco frontale del crimine organizzato, e delle clientele politiche corrotte, per impedire che la magistratura vada avanti a svolgere il proprio lavoro.
Se davvero Bersani avesse voluto trovare un accordo con il M5s, la realtà di ieri gli aveva regalato  un’occasione d’oro da non perdere.
Sarebbe bastato, ieri notte, denunciare la posizione eversiva dei parlamentari del PDL, dichiarare pubblicamente che la costituzione della Repubblica Italiana impone a tutti gli eletti in parlamento il rispetto della suddivisione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario) e quindi impone l’assoluto divieto per chi appartiene a una di queste tre forme di aggredire pubblicamente gli appartenenti alle altre due. Essere deputati in parlamento vuol dire applicare la procedura legale istituzionale, seguendo l’iter previsto.
Era l’occasione storica per il PD, Bersani, Letta, D’Alema, di fare una dichiarazione sostenendo l’assoluta, improrogabile, necessaria e immediata scelta di volere fortemente l’applicazione della legge sul conflitto di interesse, dicendo pubblicamente e a chiare lettere che “Silvio Berlusconi è ineleggibile e la sua sola presenza in parlamento è di per sé una violazione dell’articolo 69 della costituzione” chiedendo un accordo su questo punto. Macchè: silenzio assoluto.
Perché non lo hanno fatto?
Perché sono poco intelligenti? Non sono sagaci? Non sanno leggere la realtà?
No.
Non lo hanno fatto perché non lo possono fare.
Altrimenti l’avrebbero già fatto quando erano al governo.
E se non lo hanno fatto non è perché erano pigri o incompetenti, o inadempienti. Erano collusi.
Tutto qui.
La scelta di non varare quella legge ha comportato la condivisione d’esercizio nelle presidenze delle fondazioni bancarie, nella commistione consociativa nei consigli di amministrazione delle grandi banche italiane, nella suddivisione partitica dei dirigenti degli enti locali, nella lottizzazione delle mansioni professionali nella Rai, nelle grandi aziende editoriali, nei giornali, in ogni settore d’attività mediatico, nella scelta di amministrare le città e il patrimonio pubblico come se fosse una entità astratta e privata. Privatissima. Cosa loro.
Cosa Nostra. Perché lo hanno fatto con i soldi nostri.
Il PD non è in grado di attaccare “politicamente” il PDL perché sono ammanettati insieme alla stessa greppia: è stata la loro scelta di sempre, come aveva spiegato –reo confesso- nel lontano 1997, in parlamento, in diretta televisiva, l’onorevole Luciano Violante, quando ricordò a tutti: “Silvio Berlusconi sa benissimo che c’era stato un accordo tra le parti in base al quale noi avevamo garantito al cavaliere la salvaguardia delle sue aziende” senza rendersi conto di ciò che stava dicendo, senza accorgersi che stava pubblicamente confessando che la dirigenza politica della sinistra italiana aveva scelto di sostituirsi alla volontà popolare e soprattutto al Diritto, di fatto prendendo il posto della Corte Costituzionale e della magistratura.
E’ per questo che gli 8 punti di Bersani non valgono nulla.
E’ simile all’urlo angoscioso di Riccardo III che offre un cavallo in cambio del suo regno.
Ma non si accorgono che la realtà è cambiata e hanno sbagliato ippodromo.
Dice Dario Fo in una intervista rilasciata a La Stampa di Torino “So che il Pd si ritrova con conflitti interni grandissimi ma la vecchia guardia che ha fatto tanti casini resiste proterva. Un accordo con questi qui? Con chi per vent’anni ha rimandato il conflitto di interessi? No, e’ stata una porcata imperdonabile. Ed e’ solo una delle tante. Se andiamo col compromesso andiamo a rifare tutto daccapo. Troppa intransigenza? Ma e’ per mancanza di intransigenza che siamo arrivati a questo punto: leggi ad hoc, vendita di deputati a sei a sei. Per il Pd, c’e’ una possibilità d’essere credibile agli occhi dei 5 Stelle, se invece di reagire a Renzi, Fassina avesse detto: da domani il Pd rinuncia ai rimborsi integralmente. Se proponesse un taglio delle sovvenzioni alla scuola privata in favore di quella pubblica. Invece le proposte che ha fatto sono deboli. La proposta sul conflitto di interessi e’ piena di scappatoie. Ci vorrebbero promesse vere, sottoscritte davanti a un notaio, magari. Non mi fido del Pd. Come fai a fidarti di un partito dove spadroneggia ancora un furbastro come D’Alema?”.
Pretendere che venga considerata attendibile una proposta lanciata da chi –come nel caso di D’Alema- ha già ingannato la cittadinanza gestendo (alla fine degli anni’90) la cosiddetta bicamerale, ovvero una serie di riunioni segrete tra lui e Berlusconi, durate quattordici mesi, vuol dire considerare oggi i propri interlocutori degli autentici babbei. Quelle riunioni e quegli incontri portarono a scegliere di non varare alcuna legge, consegnando su un piatto d’argento il paese alle destre e a quel Giulio Tremonti che già nel 2001 si mise al servizio dei grossi colossi finanziari internazionali, per riempire di soldi le banche e distruggere l’industria nazionale.
Ecco perché gli 8 punti di Bersani non valgono nulla.
Ecco perché non possono accettare di rinunciare subito a 45 milioni di euro del finanziamento ai partiti.
Perché sono soldi che servono immediatamente per seguitare ad alimentare una pletora di funzionari incompetenti il cui unico compito consiste nel seguitare a garantire il mantenimento dello status quo.
Non è che non vogliano farlo.
Non possono.
Tutte le discussioni, zuffe, dibattiti su facebook e chiacchiere varie, relative a questi 8 punti e a un preteso accordo per poter governare sono tempo perso.
Il PD non è in grado di fare nulla, questa è la realtà lapalissiana sotto gli occhi di tutti.
Il PD è voluto salire sulla barca dorata di Silvio Berlusconi fingendo che così non fosse.
Ora che la barca fa acqua, va in giro per il parlamento a chiedere l’elemosina di una zattera con la pretesa surreale di restare però ben piazzati su quella stessa barca che sta andando a fondo.
E allora, invia –notizia del giorno- i “mediatori in grado di poter colloquiare a livello politico con gli eletti del M5s”.
E’ l’ultima grande truffa.
Sbugiardata immediatamente non da Che Guevara o da Casaleggio, bensì da Filippo Civati, un solido compagno di merende piddine, il quale ha dichiarato qualche ora fa “
“Bersani ha nominato i mitici ‘pontieri’ verso il M5S.
Nessuno di loro è stato eletto con le primarie.
Nessuno di loro ha rapporti con il M5S.
Nessuno di loro rappresenta la discontinuità, anzi è stato scelto in ragione di una più o meno completa continuità con il gruppo precedente o la segreteria uscente.
Nessuno di loro è stato scelto dall’assemblea degli eletti, ma indicato da Bersani: non nell’introduzione, ma nelle conclusioni, senza dibattito né voto.
Sono persone scelte insieme a D’Alema. Mi chiedo sinceramente: dove vogliamo arrivare, in questo modo? Perché forse non ci stiamo rendendo conto. Senza forse”
.
E’ un sistema che implode.
Sono alla disperazione, è fin troppo ovvio.
Da parte PDL portano le mummie in piazza, senza comprendere che la gente li spaccia ormai per comparse di un film horror.
Da parte PD prosegue la malafede. Mentono sapendo di mentire.
Tutto il resto è chiacchiera inutile.
Basta armarsi di pazienza e attendere. Si scanneranno tra di loro.
L’aspetto inquietante e davvero sconvolgente di questa vicenda politica attuale consiste nella manifestazione di totale irresponsabilità e arroganza, da parte di una classe dirigente politica che si è lanciata nella loro ultima giocata d’azzardo al grido di muoia Sanson con tutti i filistei pur di non mollare l’esercizio del potere. La tragedia consiste nel fatto che i filistei dentro al palazzo siamo noi, i 60 milioni di cittadini che subiamo le loro angherie, la loro protervia, la loro impossibilità a considerarci membri di una comunità di eguali. Per loro siamo sudditi passivi da far imbonire dai vari Giovanni Floris, Michele Santoro, Bruno Vespa, Fabio Fazio e compagnia cantante accreditata, con in prima fila i sedicenti intellettuali, artisti a go go di vario genere, che si muovono tra un appello e l’altro alla disperata caccia di una zattera di sopravvivenza, nel tentativo disperato di far dimenticare agli italiani la semplice verità dei fatti che li condanna come servi sciocchi, sempre pronti a eseguire gli ordini di chi li mantiene da decenni con i soldi delle nostre tasse.
Grazie alla crisi, siamo alla resa dei conti.
Non ci sarà nessuno che porterà un cavallo a Riccardo III.
Bersani, D’Alema, Cicchitto, e il resto dell’amena brigata, non lo hanno capito.
Noi sì.
Capire questo, vuol dire essere cittadini liberi.

Libero Pensiero: la casa degli italiani esuli in patria: “Il mio regno per un cavallo” tuona Bersani. Ma ha…

Movimento 5 stelle: l’intellighenzia che simpatizza per Grillo

Chi sono i pensatori e i vip vicini all’M5s.

di Paola Alagia
Il boom del Movimento 5 stelle alle elezioni politiche molto probabilmente conoscerà una normalizzazione. La caparbia volontà di non contaminarsi con la politica di vecchio corso, infatti, non impedirà ai grillini di assumere le fattezze di un vero e proprio partito. Anche se la parola resta, per ora, bandita.
Le cariche di capogruppo, tanto per cominciare, rappresentano un livello di coordinamento intermedio tra i leader (Grillo e Casaleggio) e la Base di attivisti ed eletti.
IL MILIEU DI SOSTENITORI. Non solo, ma come ogni formazione politica che si rispetti, anche il M5s, pur non potendo contare ancora su una propria nomenklatura, inizia ad avere il suo milieu di sostenitori, consiglieri e spin doctor. Una rete che si allarga giorno dopo giorno e che ha già voce in capitolo nell’orientare scelte e strategie pentastellate.
Al di là degli endorsement vip, che pure fanno gioco ai grillini, infatti, sono tanti gli «influencer», per dirla con un termine caro a Casaleggio, che contano tra economisti, imprenditori e intellettuali.

Don Gallo e Stefano Benni, i maître à penser

Intorno alla stanza dei bottoni 5 stelle comincia a orbitare un certo numero di strateghi. Ma anche di «confessori».
DON GALLO, IL MEDIATORE. Don Andrea Gallo, per esempio, è uno di questi. Amico da una vita del comico genovese, non a caso, è stato individuato come possibile mediatore nella trattativa tra il Movimento e il Partito democratico in questa fase calda di trattative per la formazione del governo.
Va in tale direzione il consiglio-esortazione del fondatore della comunità di San Benedetto al Porto di Genova a Grillo: «Caro Beppe, prova a domandare sul web ai tuoi milioni di elettori se la maggioranza è d’accordo ad andare a sedersi a un tavolo con il centrosinistra».
BENNI, SCRITTORE SPIN DOCTOR. Il ruolo di spin doctor, invece, sembra calzare a pennello addosso allo scrittore e poeta Stefano Benni. Non fosse altro per il rapporto di amicizia e stima che lega l’intellettuale bolognese e il guru ligure. Anche se si tratta di uno stratega della comunicazione sui generis, molto defilato e riservato, fatto sta che Grillo ha voluto incontrare proprio lui nel suo week end in Toscana, a Marina di Bibbona, subito dopo l’exploit elettorale. Tuttavia, da qui a etichettare come grillino Benni ce ne passa.

Dario Fo, pontiere con Bersani

Un discorso a parte va fatto per Dario Fo che non è un sostenitore qualsiasi. Lui sì che ha accesso alla centrale di comando del movimento. Talmente considerato e ben visto dai vertici pentastellati da aggiudicarsi una nomination, rifiutata con gentilezza, per la presidenza della Repubblica. In questo momento il Nobel per la Letteratura sta svolgendo l’importante funzione di pontiere tra il M5s e il Partito democratico. Insieme con quella di costante accreditamento e divulgazione del messaggio grillino.
In fondo il libro Il Grillo canta sempre al tramonto, in cui il Nobel dialoga col duo Grillo-Casalelggio, va ben al di là del puro manifesto elettorale. È un vademecum per comprendere idee politiche e culturali alla base della nascita del movimento.
L’INNO DI CELENTANO. Se è per questo, fa parte dell’intellighenzia grillina pure il cantautore Adriano Celentano che durante la campagna elettorale si è spinto ben oltre il semplice endorsement al movimento. La sua canzone inedita Ti fai del male, a chiusura dello Tsunami tour di Grillo, è risuonata come un vero e proprio inno elettorale. E la benedizione del Molleggiato, che di politica non è uno che se ne «infischia», ha avuto e ha il suo peso.
Il sostegno di Adriano a Beppe ha fatto poi scoppiare qualche dissidio con la moglie Claudia Mori che il voto al comico genovese non l’ha dato. Discussioni tra le mura domestiche, per la verità, si son viste pure in casa Fo: il figlio Jacopo, infatti, non ha seguito le orme del padre e ha votato per Vendola.

Il filosofo Becchi e il mondo dell’informazione

Il M5s, si sa, ha una certa attrazione per le teorie visionarie. Ma Casaleggio non è il solo pensatore fuori dagli schemi. Tra le menti del movimento, infatti, un posto d’onore se l’è guadagnato l’eccentrico Paolo Becchi. Il filosofo del Diritto, conterraneo di Grillo, è una sorta di Gianfranco Miglio pentastellato. E in questa fase può fare molto comodo al Movimento la sua teoria sulla prorogatio del governo che lascerebbe le mani libere in parlamento ai neoeletti del M5s.
MESSORA, BLOGGER IN PRIMA LINEA. Neppure il fronte della comunicazione rimane scoperto. Un posto al sole nella cerchia ristretta attorno al duo Grillo-Casaleggio se l’è aggiudicato Claudio Messora. Il blogger vicino al Movimento, nei giorni scorsi, ha addirittura postato sul sito del comico genovese la proposta di un governo a 5 stelle appoggiato dagli altri partiti.
Nonostante la guerra dichiarata alla stampa, inoltre, il M5s ha non pochi influencer tra i giornalisti nostrani. A Il Fatto Quotidiano Marco Travaglio e Andrea Scanzi hanno sempre una parola buona per il Movimento. Più altalenante, ma di certo niente affatto ostile, poi, è Michele Santoro.
I GIORNALISTI GRILLINI IN RAI. Difficile, comunque, che i media possano guadagnare troppi punti agli occhi del M5s e del suo leader. E che i giornalisti, per quanto «amici», rientrino a pieno titolo nel milieu grillino. Si rassegni, insomma, il gruppo dei giornalisti grillini che sta prendendo forma alla Rai sotto la guida di Fabrizio De Jorio, redattore di Televideo. Mentre un posto al sole pare l’abbia trovato l’ex gieffino Rocco Casalino già candidato in passato per il Movimento, pare faccia parte dello staff dell’ufficio stampa.

I vip: da Eros Ramazzotti a Raffaella Carrà

Non mancano poi i vip che hanno sottoscritto la causa grillina. Tra cantanti, musicisti e personalità dello spettacolo, la lista è lunga. Anzi, cresce giorno dopo giorno. Tra innamoramenti recenti (da Eros Ramazzotti ad Antonello Venditti) ed endorsement più datati (come dimenticare la lettera anti partiti postata sul blog di Grillo a maggio scorso da Mina?), il M5s è sempre più quotato.
ZERO: «RUDERI A CASA». Persino Renato Zero, all’annuncio del suo ultimo disco, non ha potuto che commentare favorevolmente la svolta data dallo tsunami tour al Parlamento italiano. «Qualcuno ha dimostrato a certi ruderi che è ora che vadano a casa. Il cambiamento lo auspicano tutti, ovviamente, ma non devi accettare le promesse del politico che fa entrare la nipotina al ministero. Molti di questi signori si sono comprati il Paese»,.
Accanto a un Giovanni Allevi, che fiero si compiace «di essere definito il Beppe Grillo della musica», e a una Raffaella Carrà che crede nella rivoluzione grillina, c’è un atmosfera di consenso intorno al Movimento che di certo non dispiace al guru di Genova. Anche perché i sostegni sgraditi Beppe sa bene come tenerli a distanza. E Flavia Vento ne sa qualcosa.

Il team economico: da Gallegati a Pallante

Con la crisi che morde e l’Italia in recessione, Grillo però si è ben equipaggiato soprattutto sul fronte economico. Tra i consiglieri di peso c’è senza dubbio Mauro Gallegati, l’economista post-keyensiano che sta al fianco del leader 5 stelle addirittura da sette anni. Con un curriculum di tutto rispetto (a cominciare dagli studi a Stanford), Gallegati fa anche da trait d’union per Grillo con il Nobel statunitense Joseph Stiglitz.
IL TEORICO DELLA DECRESCITA. Ma nella galassia grillina aleggiano pure le teorie di Maurizio Pallante, il saggista fondatore del movimento per la Decrescita felice. Il Pallante-pensiero, tutto incentrato sulla filosofia del «produrre meglio» e non di più, non a caso ha trovato spesso ospitalità sul blog del comico genovese.
Un rapporto, quello con l’esperto di tecnologie ambientali, non recente: basta scorrere le pagine web di Grillo per trovare, infatti, diversi interventi del saggista su temi ecologici ed economici risalenti anche al 2008. È il caso, per esempio, dell’interevento di Pallante del gennaio di cinque anni fa sui vantaggi della raccolta differenziata e i danni degli inceneritori.
LA PASIONARIA NAPOLEONI. Nel Pantheon 5 stelle, comunque, un ruolo economico se lo aggiudicherebbe pure Loretta Napoleoni. Oltre al suo curriculum (tra i titoli accademici, un master in studi sul terrorismo alla East London, un master in relazioni internazionali ottenuto alla School of Advanced International Studies e un dottorato in Scienze economiche della Sapienza), Napoleoni vanta un rapporto personale diretto con il comico genovese che risale al 2007. Da allora, come ha dichiarato lei stessa, i rapporti tra loro non si sono mai interrotti, sebbene Napoleoni viva a Londra.
Tanto che lo scorso anno il suo nome girava vorticosamente come possibile candidata alla guida del Campidoglio. Che abbia prestato, poi, la sua consulenza al sindaco di Parma Federico Pizzarotti è cosa certa. Senza dubbio le teorie grilline sull’uscita dall’euro o sulla moneta a due velocità, in buona parte si possono far risalire anche al Napoleoni-pensiero.
LA SQUADRA DEGLI IMPRENDITORI. Simpatizzano ormai per il M5s imprenditori di successo come Leonardo Del Vecchio e Arturo Artom. Intanto sia dal patron della Luxottica sia dall’imprenditore e leader politico del Rinascimento italiano è arrivato un netto endorsement. Appoggio che il movimento ha incassato, per esempio, pure dal vicentino Francesco Biasion, numero uno della Bifrangi, che dopo anni di fede berlusconiana ha deciso di voltare pagina.
Avere dalla propria parte imprenditori di peso giova non poco alla causa grillina. Se non in termini di proseliti, almeno di sempre più forte accreditamento del Movimento. La cassa di risonanza poi è garantita quando una mossa inaspettata arriva da uno come Giovanni Consorte, l’ex capo di Unipol da sempre vicino al centrosinistra.
La sua firma a favore della presentazione delle liste ai banchetti M5s, infatti, non passò a suo tempo di certo inosservata.

Venerdì, 08 Marzo 2013

http://www.lettera43.it/politica/movimento-5-stelle-l-intellighenzia-che-simpatizza-per-grillo_4367586796.htm#

Trattativa Stato-mafia for dummies

Lo Stato e la mafia rinviati a giudizio dopo vent’anni per i loro rapporti. Nelle aule del tribunale di Palermo sfileranno dal 27 maggio senatori, ex ministri, vertici del Ros, generali e colonnelli che avrebbero dovuto difendere la Repubblica.
“Stato e mafia sono andati a braccetto per oltre 40 anni. Ma dovevano incontrarsi in clandestinità ché, si sa, in Paese si parla. Così come amanti il loro rapporto è andato avanti e come in tutte le coppie, con alcuni screzi – oggi ti ammazzo un magistrato, domani mi arresti un boss – ma fondamentalmente con una convivenza anche abbastanza civile. Ci si sedeva allo stesso tavolo a spartirsi il manciare, ci si aiutava in un rapporto mutualistico. Insomma, una vera e propria coppia di fatto. E poi che ci fu? Ci fu che qualcuno, nell’est europeo, ha deciso di fare saltare il tavolo sul quale s’era poggiato il mondo sin dal dopoguerra. Si disgrega l’Unione Sovietica e gli stati satelliti e un giorno il mondo s’è svegliato con un muro in meno e nuove regole da creare sulle ceneri delle precedenti. E l’Italia è crollata appresso a tutto il resto. Fino ad allora lo Stivale era stato un buon campo di battaglia per le due fazioni in cui era diviso il globo, un terreno sperimentale sito nell’avamposto dell’Occidente a pochi passi dal comunismo. E, fra gli esperimenti, c’era quel rapporto con la mafia. Quei “goodfellas” affidabili, utili all’occorrenza ma che, senza comunista da tenere a bada, non erano più dei partner strategici. Così, sulla soglia delle nozze d’oro, Stato e mafia litigano. E per la prima volta, nel gennaio 1992, l’intera Cupola si trova con gli ergastoli definitivi sulle spalle.
Mafia: Non mi ha più garantita, ma che cos’è? Quella sentenza della Cassazione non doveva andare così. Me l’avevi promesso…
Stato: Eh, abbiamo fatto tutto il possibile, ma non c’è stato niente da fare. Poi quel Falcone… pareva che avesse finito di rompere i coglioni e, invece, è venuto a casa mia. Sì, a Roma. E si inventa: carcere per tutti gli indiziati di te, e finirono gli arresti domiciliari; ha ricalcolato i termini di custodia, così ho dovuto riportare in carcere un bel po’ di voi; i benefici per i pentiti e la Dda in cui i magistrati tutti sanno tutto di te e pure la Dna perché dicono che sei un fenomeno nazionale per non parlare della Dia… sbirri tutti dedicati a te; pure la norma sui prestanome s’è inventato e poi, quel 41 bis, ma che è brutto anche solo a sentirlo nominare. Ma stai tranquilla, queste cose non passeranno mai. Parola d’onore.
Mafia: Onore?! Ma di cosa stai parlando, tu non sai nemmeno cosa vuol dire onore per me! Ora ti faccio vedere io. Non hai voluto fare come ti dicevo? Ora mi devo togliere i sassolini dalle scarpe. Sassolini… belli pietroni!
Stato: No, aspetta. Possiamo ancora farcela, certo ad aprile ci sono le elezioni…
Mafia: Elezioni sta minchia! Tu sei finito. Guarda i tuoi uomini, sono tutti vecchi, molli, stanno cadendo come pere sfatte. E se non cadono, non ti preoccupare, li taglio io i rami. Tutti fuori dalla sella li voglio! La gente non ci deve credere più in te e ricordati che qua, in Sicilia, lo stato sono io! Salutamu.
Sotto i colpi dei killer il 12 marzo 1992, a Mondello, cade Salvo Lima, leader della corrente andreottiana in Sicilia e indicato da numerosi documenti come referente politico principale di Cosa Nostra. Qualcuno comincia a farsela sotto. Anche perché cominciano a girare documenti. Si parla di “piano destabilizzante l’ordine repubblicano” e si fanno anche i nomi dei prossimi rami da tagliare. Calogero Mannino, ministro dell’ultimo governo Andreotti e leader della sinistra Dc nell’Isola, è nella lista. Per salvarsi la pelle, chiede aiuto al capo del Ros dei carabinieri, Antonio Subranni, e anche ai servizi segreti, rappresentati da Bruno Contrada. E mentre i picciotti sono in giro a Roma per cercare di seccare uno a scelta fra Costanzo, Falcone e Martelli, arriva l’ordine di tornare alla base. C’erano cose grosse da sbrigare. Esplosive.
Stato: Ma che fai, m’ammazzi Falcone?! Ma sei diventata pazza?
Mafia: Avanti, non fare il verginello, che m’hai anche dato una mano.
Stato: Non ti consento di fare certe insinuazioni…
Mafia: Se va bé… e io come facevo a sapere che stava arrivando?
Stato: …
Mafia: Lo vedi! Comunque, sei debole, noi siamo più forti. Ormai l’hanno capito tutti.
Stato: Aspetta un minuto, parliamone. Che cosa vuoi per farla finita?
Mafia: Ora cominciamo a ragionare. Intanto che fa, me li togli dai coglioni questo Scotti, questo Martelli e Andreotti poi… deve sparire dalla scena, altrimenti ci penso io… già, come vedi, non l’ho fatto diventare il tuo capo.
Stato: No! No! Ok, ora vediamo.
Dopo la strage di Capaci il ministro Claudio Martelli firma il decreto Falcone che contiene tutte le intenzioni del giudice da applicare nel concreto alla lotta alla mafia. Norme che restano in parte lettera morta, soprattutto sul “carcere duro”. Il 28 giugno Giuliano Amato forma il nuovo governo, Scotti passa agli Esteri ma Martelli resta. Intanto il Ros dei Carabinieri cerca Vito Ciancimino per cercare di capire come finire con questo “muro contro muro”. Di questa iniziativa viene a conoscenza Paolo Borsellino (http://www.youtube.com/watch?v=BQkv3iy4TsE), amico, braccio destro e erede naturale di Falcone, tramite Liliana Ferraro, succeduta a Falcone nella poltrona di direttore degli affari penali al ministero di Giustizia, alla quale il Ros chiede “una copertura politica” da parte di Claudio Martelli.
Mafia: Ma chi mi hai mandato, ma chi sono questi?
Stato: Credimi, ne so poco, ho saputo che sono andati da Ciancimino e che vanno a bussare alle porte dei ministri per cercare coperture…
Mafia: E Martelli, che ci fa ancora là?
Stato: Eh, sì… dammi un po’ di tempo, non è così facile come per te… tu decidi, parti, ammazzi, torni a casa. Io c’ho ministri, presidenti, parlamentari…
Mafia: E non me ne fotte niente. E allora? Che risposta mi dai, mi pare di averti fatto un bello papello.
Stato: Eh, va bè, così, come si fa? Ci vorranno anni…
Mafia: Ma tu lo sai che noi abbiamo la stessa età
Stato: Ma ora non si può fare niente… e poi, ormai si sa, lo sa anche quello che meno di tutti doveva saperlo. A volte i miei dipendenti, quando prendono l’iniziativa, finiscono per combinare guai.
Mafia: E a quello ci pensiamo noi… come abbiamo sempre fatto! Che… tu scurdasti Dalla Chiesa? E La Torre… che ti stava sui coglioni anche a te! E tutte quelle cose che ho fatto per te?! Io mi sono preso sempre la mia responsabilità e anche questa volta lo farò ma sappi una cosa…
Stato: Cosa?
Mafia: Non ci fermeremo mai
Alle 18 del 19 luglio 1992 salta in aria via D’Amelio a Palermo e con essa anche Paolo Borsellino e la sua scorta. La stessa notte, dalle celle dell’Ucciardone dove avevano appena finito di bere lo champagne per festeggiare, vengono trasferiti i primi detenuti nell’isola di Pianosa al 41bis.
Mafia: E allora? Ma che dobbiamo fare?
Stato: No, guarda, stavolta hai esagerato.
Mafia: Di nuovo? Che fai finta di niente?
Stato: La situazione è messa male, devi avere un po’ di pazienza, fermati un attimo e vediamo se possiamo trovare un accordo.
Mafia: Va bene, io mi fermo per un po’, tranne qualche altro sassolino che mi devo togliere, ma tu non ti preoccupare, questi sono affari interni nostri. Sono cose nostre.
Stato: Aspetta che mi riprendo, ora, così, non posso muovermi, mi sono spiegato?
Mafia: E amunì, vedi di sbrigarti che qua i picciotti si lamentano… e si lamentano assai!
Cosa nostra, sotto la sua superficie ruvida e compatta si spacca. La strategia delle bombe sta solo portando enormi sofferenze ai carcerati. Che si fanno sentire. Tre giorni dopo la morte di Borsellino il Ros bussa alla porta della Presidenza della Consiglio parlando con Fernanda Contri dei contatti avviati con Ciancimino, il portavoce della Cupola. Non sarà l’unica. In ottobre anche il Presidente della Commissione Antimafia Luciano Violante viene informato dal Ros degli incontri con l’ex-sindaco di Palermo.
La trattativa avviata dal Ros cambia l’interlocutore finale: con il sanguinario Riina non ci sono margini di trattativa, anzi, in questo momento rappresenta un danno per la stessa organizzazione. Meglio puntare su Bernardo Provenzano, più “ragioniere”, avvezzo a badare agli affari e che con lo Stato ci ha sempre dialogato. Attorno a lui potrebbe organizzarsi una nuova mafia che deve rispettare le regole di quella vecchia: niente scruscio. Così il 15 gennaio Totò Riina viene arrestato dal Ros a pochi metri da casa sua, dove nessuno dei carabinieri entra per 18 giorni.
Mafia: Sei stato bravo! Complimenti, non me l’aspettavo…
Stato: Fai pure ironia? Sai anche tu che non c’erano alternative, a quello gli era partita la testa.
Mafia: Non ti preoccupare che ce ne sono altri… ti pare che è finita qua?! Dammi un pochino di tempo e vedi che minchia ti combino. Qua i picciotti dalle carceri continuano a lamentarsi. E che è sta cosa? La vogliamo finire?
Stato: Eh va bé, lasciamelo dire, te la sei cercata. Ora, però, stai tranquilla che con questo colpo abbiamo dato un bel po’ di calmante alle persone. Abbiamo preso il ‘maggiordomo’. È dietro le sbarre. Vedrai che piano piano la gente comincerà a pensare ad altro…
Mafia: Ti do quattro mesi di tempo, dopo di che… non puoi immaginare…
Stato: Si, ho capito. L’importante ora è non fare altre cazzate, la gente deve immaginare che hai accusato il colpo.
Mafia: Certo, intanto io mi faccio qualche riunione… vediamo che ne viene fuori.
Stato: Fai come vuoi, sai che non sono mai stato geloso
A Febbraio 1993 Martelli viene costretto alle dimissioni perché raggiunto da un avviso di garanzia per una vecchia storia di tangenti, al suo posto va Giovanni Conso. I vertici del Dap, Dipartimento amministrazione penitenziaria, vengono sostituiti. Al posto di Nicolò Amato e Edoardo Fazioli, arrivano Adalberto Capriotti (vecchio magistrato di Trento) e Franco Di Maggio, magistrato d’assalto a Milano nei primi anni ’80 finito poi all’Alto commissariato antimafia. Di Maggio non aveva i titoli per ricoprire quell’incarico ma ci pensa il presidente della Repubblica in persona, Oscar Luigi Scalfaro, che nominandolo in pochi minuti dirigente generale alla Presidenza del Consiglio lo fa salire di grado. Ma è già troppo tardi. A Firenze il 27 maggio una bomba fa cinque morti. Pochi giorni prima Maurizio Costanzo sfugge ad un attentato. Il 2 giugno, giorno dell’anniversario della nascita della Repubblica, un’autobomba viene fatta ritrovare a cento metri da Palazzo Chigi. Negli stessi giorni 140 detenuti escono dal 41bis. Alcuni di loro risultano essere legati ad organizzazioni mafiose.

Stato: T’avevo detto di stare ferma, dai cazzo.
Mafia: Ehhhh, ma io non te l’avevo detto pure…
Stato: Ma non ha visto, Martelli se n’è andato e sulle carceri ci sto già pensando…
Mafia: Eh, ma che vuoi?! I picciotti con le mani in mano non ci sanno stare…
Stato: Ma quel casino, per Costanzo?
Mafia: Ci dovevo pur dare qualcosa da fare… lo volevamo solo fare scantare.
Stato: Sì, spaventare, a Firenze sono morte cinque persone
Mafia: E tante altre in più ce ne saranno se non ti smuovi. Sto perdendo la pazienza… anzi sai che ti dico… succederanno cose clamorose. In tutta Italia!
La notte del 28 luglio tre esplosioni simultanee avvengono a Roma, davanti la Basilica di S.Giovanni e la chiesa del Velabro, e a Milano, vicino al museo d’arte contemporanea: cinque morti.
Nell’agosto del 1993 qualcuno avverte del pericolo di “una tacita trattativa” tra Mafia e Stato. E’ il capo della DIA Gianni De Gennaro che invia un report al ministro Mancino che a sua volta lo gira a Luciano Violante.
Stato: E ma ora basta! Pure le chiese! E a Milano, cinque persone che non c’entravano niente, ma che vuoi fare? Hai visto che ti ho levato un po’ di persone dal 41 bis?
Mafia: Tu mi devi dare, anzi, mi devi ridare il mio potere. Lì, dove sei tu, a Roma. E continuare a levare i miei dal 41 bis. U capisti?
Stato: Si, qua, a Roma… ma tu non hai capito che ormai il potere è a Milano. Vedi che casino che stanno facendo con sta ‘mani pulite’? Io pure a questo devo badare. Se rivuoi il tuo potere tu devi andare a Milano, qua stiamo raccogliendo i cocci e, facendo, così, i tuoi problemi te li potrò risolvere solo più in là.
Mafia: Minchia, sei un quaquaraquà, io mi posso solo fidare dei miei compaesani.
Sul finire dell’estate Cosa nostra si organizza per fare un suo partito. Basta rappresentanza indiretta, i boss vogliono essere loro stessi a sedere a Montecitorio in modo da non incappare più nei politici traditori. Ma, di contro all’idea del partito-mafia, qualcosa di nuovo si affaccia. Forse c’è un’altra strada. Mentre altri 340 detenuti, aderenti a Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra, escono dal 41 bis. Il ministro Conso, indagato per falsa testimonianza, dice che prese quella decisione da solo e per dare un segnale di distensione, “all’interno della mafia c’erano due fazioni, una più violenta l’altra più moderata”.
Stato: Ho saputo che ti stai sistemando…
Mafia: Sì, ma non credere che è finita qui, io di prese per il culo non ne voglio più sapere.
Stato: Io, con i miei uffici, quello che potevo fare l’ho fatto.
Mafia: Sì, ma qua ancora siamo lontani. Non ti dimenticare che ti colpisco quando voglio… e stavolta… non te lo puoi immaginare.
Stato: Ma insomma, le cose si stanno mettendo meglio, se pensi un anno fa… e poi l’ultima bomba l’hai messa tre mesi fa!
Nel gennaio del 1994 un ordigno di potenzialità devastante piazzato a pochi metri dallo Stadio Olimpico sarebbe dovuto esplodere alla fine di un incontro di serie A uccidendo centinaia di carabinieri in servizio di ordine pubblico.
Mafia: U viristi! Posso sempre farti un danno che manco te l’immagini! Va, per stavolta te la sei evitata
Stato: Grazie! Io l’ho capito che volevate dare l’ultima spinta, l’ultimo lancio. Grazie per non averlo fatto.
Mafia: Non c’è di che!
Stato: Ma ora, è chiaro, come dai patti… un po’ di voi li dobbiamo togliere dalla circolazione. Sono teste calde, troppo pericolosi, io con loro non posso averci a che fare. Così tu sopravviverai e io sopravviverò e magari potremo tornarci a incontrare come ai vecchi tempi. L’hai capito che serve tempo e poi tutto sarà come prima. Tutto cambierà per restare tutto uguale, proprio come piace a te!
Mafia: E va bé! Però devono stare belli comodi! Non facciamo che ci levate i piccioli a questi… acchiappateli ma le loro famiglie non devono mai più avere problemi. Come ai vecchi tempi. Ci siamo capiti.
Stato: Sì, certo, sono serio io che ti pare…
Mafia: Talè, non mi fare parlare… Salutamu!
Negli ultimi mesi del 1993 il boss Vittorio Mangano, ex-stalliere ad Arcore, riallaccia i contatti con il suo vecchio amico Marcello Dell’Utri.
Sul finire del gennaio 1994 i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, registi delle stragi in “continente”, vengono arrestati a Milano mentre cenano in un noto ristorante. Con tutti i covi che potevano trovare in Sicilia, hanno deciso di passare la latitanza nella capitale meneghina, accompagnando il figlio di un loro amico a fare un provino nel Milan.
Leoluca Bagarella, altro frontman della strategia stragista, viene arrestato nel 1995. L’anno dopo tocca a Giovanni Brusca, il “boia” di Capaci. Bernardo Provenzano conquisterà la leadership della nuova Cosa nostra mentre giovani e vecchi boss vengono arrestati: tutti tranne lui. Fino al 2006 quando terminerà la sua latitanza durata 43 anni. Lo troveranno, incredibile ma vero, a Corleone dove il vecchio boss aspetta, seduto su una sedia, ormai troppo malato per farsi curare in latitanza. Ma ce n’è ancora uno. Matteo Messina Denaro. Ha dato man forte, cervello e braccia, per fare le stragi. Si dice sappia cose disdicevoli.
Stato: Meglio lasciarlo dov’è…
di
Andrea Cottone
Nicola Biondo

Il testo sopra riportato è liberamente ispirato al contenuto degli atti depositati al gup di Palermo, dott. Piergiorgio Morosini, nell’ambito dell’udienza preliminare sulla trattativa Stato-mafia che si celebra a Palermo“.

http://www.beppegrillo.it/2013/03/trattativa_stato-mafia_for_dummies.html#commenti

Lo scontro tra pretesa di cittadinanza e aspirazio…

di Sergio Di Cori Modigliani

Che ne sai tu di un campo di grano?……conosci me….la mia realtà…..”.
E’ una fase estremamente interessante, non vi è dubbio.
Su questo punto siamo davvero tutti d’accordo.
In solo otto giorni lo scenario della commedia umana nazionale ha completamente modificato il proprio copione standard.
Se non altro, gli italiani cominciano ad abituarsi all’idea di elaborare, confrontarsi, litigare e scannarsi, su qualcosa di tangibile e reale: il governo, quale governo, quale alleanza, quali programmi, come dovrebbe essere il rapporto tra media e parlamentari, ecc.
Considerando il fatto che, fino a un anno fa, il paese disquisiva, in maniera allarmante,  di inaccessibili mega-complotti planetari (Bilderberg, trilateral, massoneria, consorzi bancari) oppure delle farfalline tatuate di Belen, non si può negare che sia stato fatto un grande passo avanti come maturità civica.
E’ il primo chiodo nella bara del berlusconismo.
Siamo, a mio avviso, oggi, in un momento particolare che va affrontato in maniera zen.
I vagiti del post-Maya ci impongono, giocoforza, di tenere a freno l’appetito bulimico (della serie “tutto e subito”) che spinge a chiedere e pretendere immediate soluzioni ad aspetti e problematiche che in questo momento sono irrisolvibili, perché la maggior parte delle risposte che vengono fornite (qualunque sia la provenienza) sono irrilevanti in quanto interscambiabili: sono il risultato di domande sbagliate. E valga una per tutte: “Come intende affrontare il M5s il problema del gigantesco debito pubblico?”. La risposta (qualunque essa sia) è irrilevante e inutile. E’ la domanda che è errata, perché il disavanzo pubblico non è il problema, quindi che Senso ha parlare della soluzione di un non problema? Caso mai sarebbe più interessante chiacchierare a proposito del “come mai ci hanno fatto credere che il disavanzo pubblico fosse un problema presentando se stessi come la soluzione?”. 
Finchè non verranno affrontate le nuove domande, sguazzare nel fango mediatico e gettarsi nella mischia feisbucchiana, al grido di non toccate Grillo oppure giù le mani dal piddì, è inutile e va bene come sfogo personale alla propria frustrazione individuale. Niente di più.
Ciò che è indubbio consiste nella sveglia collettiva: benvenuta.
E un risultato (a livello nazionale) lo si può già archiviare con grande soddisfazione
Sono trascorsi solo otto giorni dall’esito elettorale e l’Italia da totale retroguardia si è trasformata in avanguardia europea, trasformando il M5s nella punta di diamante di una ben più vasta associazione di comunità europee, che stanno fibrillando, scaldando i motori, pronti a produrre i loro grillini locali in salsa catalana, bavarese, provenzale. L’impatto è stato immediato, profondo e davvero molto ma molto esteso.
Si tratta del pensionamento definitivo dello sistema di rappresentanza dei partiti politici storici, ormai inadatti a rispondere alle domande autentiche dei bisogni collettivi.
Si tratta forse dell’inizio della fine (che potrebbe anche essere momentanea, chi lo sa?) della democrazia rappresentativa, per essere sostituita dalla democrazia diretta.
Tutto lo sforzo che i partiti italiani, in questo momento, stanno facendo nel tentativo di salvare il salvabile, cercando di mettere una pezza immediata allo squarcio sulla fiancata del loro Titanic è inutile. Ma non lo sanno, non se ne rendono conto, altrimenti avrebbero provveduto anni fa a correggere la rotta. Bersani, Cicchitto, D’Alema, sembrano degli alti ufficiali sulla plancia di comando che urlano “dobbiamo cambiare immediatamente la rotta”  consultando carte dal sapore surreale  mentre la gente si assiepa sgomitando per un posto nelle scialuppe di salvataggio. Nel frattempo, Draghi consulta le mappe nella sua cabina, convinto che presto stupirà il mondo con le nuove linee da seguire nella geografia europea.
E se questo processo è partito dall’Italia, non è una sorpresa: era l’unica nazione in Europa in cui poteva avvenire.
Avviene qui per diversi motivi. L’Italia è la nazione più ricca d’Europa. Il patrimonio nazionale è indicato dall’Ocse, dall’Istituto di Statistica e dall’Onu intorno ai 9.000 miliardi di euro, quindi è in grado di reggere alla perfezione qualsivoglia sussulto di natura economica, sociale, politica. L’Italia è la seconda potenza industriale d’Europa.  L’Italia è tuttora la più importante nazione manifatturiera del continente europeo, la quarta nel mondo. Il suo punto debole e più fragile, in questo specifico momento della Storia, si è rivelato, secondo me, uno spaventoso boomerang per il capitalismo mondiale: quello di essere un paese medioevale, ovvero ancora in fase pre-capitalista, con una struttura mista di statalismo e oligarchia dove i sindacati e i partiti della sinistra sono diventati gli autentici guardiani protettori dello status quo finendo per impedire alla nazione l’ingresso nella modernità. Proprio perché arretrata rispetto al capitalismo avanzato, l’Italia nel momento in cui il capitalismo occidentale affronta la sua crisi mortale, si trova nella situazione di vantaggio di poter saltare “direttamente” alla fase della post-modernità senza eccessivi contraccolpi, perché questa è l’unica via –davvero la sola possibile- per poter superare l’attuale crisi di sistema. Basti pensare che le più importanti famiglie italiane (la maggior parte delle quali sconosciute alla massa dei cittadini) sono le stesse di 40 anni fa, di 80 anni fa, di 150 anni fa, di 400 anni fa, con delle minime new entry. In tutto il resto d’Europa, il capitalismo ha promosso nuove ricchezze perché il concetto di profitto (legato al duro lavoro) aveva sostituito quello dei medioevali rentiers, ovvero la rendita passiva finanziaria legata ai grandi patrimoni aristocratici. In Italia le 1.200 famiglie più ricche in assoluto non producono nulla, se non danaro. L’Italia è l’unica nazione in Europa che non ha mai fatto la rivoluzione borghese entrando nella modernità capitalista, perché in Italia non esiste la concorrenza, non esiste una società del merito e della competenza tecnica, non esiste una società dell’efficienza che premia chi si impegna, imprende e applica il proprio ingegno, rispettando le regole; queste sono tutte caratteristiche delle democrazie capitaliste avanzate. In questo paese completamente ignorate.
In una realtà come questa, lo Stato centrale ha rappresentato una “finzione simbolica” ovverossia “ha finto di essere capitalista”. In verità, in Italia, il concetto di cittadino –come forma più avanzata e riconosciuta della democrazia capitalista- non è mai esistito.
In Italia esistono soltanto sudditi, come nelle monarchie assolute europee spazzate via dalla rivoluzione francese in poi.
L’italiano è vissuto sempre dentro una finzione collettiva, incorporando l’idea che “quella” (cioè la nostra) fosse l’unica modalità di socialità moderna. Tutte le ideologie, tutti i governi, si sono sempre comportati di conseguenza, dal fascismo mussoliniano al comunismo rivisto di D’Alema & co., laddove “il partito” ha sostituito il monarca: benefico con chi è deferente, lo omaggia, lo serve; micidiale e perfido con chi lo contesta. Lo scontro tra la destra e la sinistra, in Italia, è stata –finita la sanguinosa guerra civile- una pantomima usata per imbavagliare, ipnotizzare, depistare la gente: è sempre stata una guerra tra fazioni aristocratiche, una lotta tra signorie, uno scontro tra baroni.
Non è un caso che oggi, nell’occhio della tempesta, il sistema partitico attuale PD-SEL & co., una volta controllati i dati scorporati statistici delle elezioni, dopo aver visto che il M5s ha preso una alta percentuale dei propri voti dal bacino di utenza della sinistra, scatena una furibonda campagna mediatica per convincere la gente a pensare che Beppe Grillo sia un fascista, che il movimento a cinque stelle sia una organizzazione fascista, chiamando a raccolta il mai sopito zoccolo duro ideologico,  pensando così di farla franca e darla ad intendere; nello stesso identico modo in cui lo ha fatto, ad ogni campagna elettorale, il PDL nei confronti del PD. Entrambi hanno evocato (ed evocano tuttora) fantasmi di un’poca che non esiste più.
I dati elettorali lo dimostrano con chiarezza: i grandi, veri sconfitti di queste elezioni sono i comunisti e i fascisti in tutte le loro liste civiche dai nomi più impensati.
Per il semplice motivo che non esistono più.
L’Italia non è la Grecia come speravano Francesco Storace e Oliviero Diliberto.
Non esistendo una evoluta borghesia moderna capitalista (se non rare nobili eccezioni) in grado di avvantaggiarsi del vuoto pneumatico sociale provocato dalla scomparsa dei fasci littori e delle falci e martelli,  gli oligarchi aristocratici hanno pensato di poter occupare quel territorio psico-sociale attraverso i loro nuovi valvassori: i partiti.
L’esistenza del web e le nuove tecnologie avanzate hanno nel frattempo fondato la società post-moderna, un luogo virtuale che abolisce il tramite, la distribuzione, la rappresentanza, la mediazione: i cittadini si incontrano e si scambiano informazioni, notizie, merci, sogni, ambizioni, desideri, soldi, progetti, “direttamente” attraverso una formidabile forma di energia composta da gangli interconnessi che ha spinto il popolo italiano (l’ultimo in occidente a usare la rete) ad acquisire una consapevolezza, questa sì davvero rivoluzionaria: l’idea di essere stati finora sudditi e non cittadini.
La cittadinanza è una diversa idea dell’esistenza che ripropone l’idea della comunità condivisa, di un senso della collettività che si sviluppa sulla base della identificazione di bisogni comuni per cui il simbolo da combattere non è più il feticcio (la svastica o la falce e martello)  bensì il banchiere avido che non dando credito obbliga il vicino di casa a fallire e in molti casi, troppi, lo spinge al suicidio non vedendo nessuna possibilità di ripresa. Come avveniva nei secoli scorsi a chi non riusciva a far fronte agli obblighi imposti dall’aristocrazia fondiaria.
Gli attuali partiti sembrano pesci rimasti imbrigliati nella rete, che boccheggiano perché manca loro l’aria. Vederli annaspare nei talkshow in preda all’asfissia, anche quando sono grossi come Fabrizio Cicchitto o Massimo D’Alema fa davvero impressione; è un po’ come vedere un gigantesco tonno preso nella rete mentre le funi la tirano su dal mare. I pescatori lo guardano e aspettano.
Come ha detto il grande Karl Kraus: “I nani, quando il sole volge al tramonto, acquistano le sembianze dei giganti, ma sempre nani sono: è una pura illusione percettiva”.
E’ come appaiono ora i rappresentanti dell’attuale classe politica dirigente italiana.
Siamo al tramonto di un’epoca storica: gli italiani hanno scoperto il diritto a essere riconosciuti, rispettati e identificati, prima di ogni altra cosa, come cittadini.
E’ avvenuto grazie alla rete, che ha tessuto l’allacciamento dei gangli e ha consentito la connessione tra le singole individualità umane, vittime da sempre del divide et impera.
La rete –per sua definizione- unisce perché crea collegamenti, connette e quindi determina un flusso di energia costante, perenne, e come tale accende: chi vuole può anche trovare insospettabili lampadine per comprendere, capire, acquisire consapevolezza. Se la va a cercare, non aspetta di essere imbonito dal capo bastone di turno.
La nuova realtà – e sono i vagiti del post-Maya- consiste nell’irruzione sulla scena dei cittadini.
Tramonta l’epoca dei peones e dei portatori d’acqua.
Gli italiani, poco a poco, cominciano a gustare il sapore (appena scoperto) del proprio sacrosanto diritto alla cittadinanza, che obbliga chi esercita il potere a considerare se stesso come un semplice pubblico ufficiale al servizio della collettività e non più come esponente rappresentante di interessi consolidati.
L’Italia è stata volutamente ingessata, volutamente immobilizzata, per impedire l’allargamento della sfera di intervento della cittadinanza e fare in modo che la ricchezza venisse distribuita  limitatamente ai piccoli circoli garantiti dalla politica dei partiti.
In un paese come l’Italia i signori che ne erano al comando hanno esercitato il potere sostenendo sempre di “non potersi muovere” perché esisteva sempre un nemico che ne impediva i movimenti. Adesso, costringerli ad attuare riforme, atti pragmatici, azioni di bene comune, li mette nella condizione di rinunciare alla loro stessa essenza, e ne decreta l’ estinzione per disfunzionalità.
L’Europa ci segue con molta attenzione perché stiamo diventando un gigantesco laboratorio sociale operativo di una nuova formula che è l’unica in grado –a costo zero- di poter contrastare la strategia dei colossi della finanza facendo saltare i giochi: rifondare il concetto di cittadinanza che comporta l’abbattimento del concetto di sudditanza.
E’ un processo destinato all’espansione, ad allargarsi sempre di più, a dilagare.
Basta non farsi prendere dalla fretta e tantomeno dalla paura.
Siamo al tramonto, non dimentichiamolo.
Ci offrono il quotidiano show di nani, offerti dal mondo spettacolare mediatico, con l’abilità degli illusionisti che li mostrano come se fossero dei giganti.
L’unico pericolo è il loro colpo di coda disperato.

Libero Pensiero: la casa degli italiani esuli in patria: Lo scontro tra pretesa di cittadinanza e aspirazio…

M5S: uscita dall’euro e cannabis legalizzata, ecco le prime proposte di legge dei 5 stelle

 
Uscire dall’euro, legalizzare le droghe leggere e agevolare il passaggio di proprietà di macchine e motorini. Sono le tre proposte di legge che i senatori e deputati grillini dovranno obbligatoriamente portare per prime in Parlamento se vorranno tenere fede al regolamento che hanno sottoscritto nei giorni scorsi. Il codice di comportamento a 5 stelle infatti prevede che i neo-eletti debbano costantemente dialogare con i cittadini attraverso il portale nazionale del Movimento, dove la gente comune può scrivere e votare “richieste di legge”: le proposte che saranno apprezzate da almeno il 20% dei partecipanti saranno automaticamente portate in aula.
Finora dunque le richieste con maggiore consenso riguardano uno dei cavalli di battaglia del programma grillino ovvero l’immediata uscita dell’Italia dall’eurozona (1471 voti), seguita dalla depenalizzazione e dalla tassazione della cannabis (1343 voti) e dall’azzeramento dei costi del passaggio di proprietà per i veicoli (1191 voti). Ma le proposte sono molte e disparate: il ripristino del turn-over per i vigili del fuoco, la chiusura del museo di Cesare Lombroso a Torino, stabilire un tetto minimo e massimo per le pensioni, istituire un liceo a 5 stelle per gli adulti che non hanno ottenuto il diploma di maturità e via dicendo.
Soltanto gli iscritti al Forum possono scrivere e votare le proposte. E l’iscrizione al portale prevede non soltanto l’iscrizione automatica al Movimento 5 Stelle, ma anche la dichiarazione che era richiesta ai candidati grillini, ossia nessuna tessera di altri partiti. Condizioni che sicuramente ostacoleranno i semplici cittadini che non hanno voglia di iscriversi al “partito” di Grillo. Eppure secondo il regolamento messo a punto dall’ex comico e da GianRoberto Casaleggio, i neo-eletti dovranno rapportarsi quotidianamente con il forum e attingere da questo le proposte di legge. “È la vera democrazia diretta, senza deleghe”, ci spiega una neo-senatrice piemontese che preferisce rimanere anonima. “Sicuramente sarà faticoso e per certi versi siamo spaventati dalla difficoltà di comunicare continuamente con i nostri elettori. Finché gestivamo un forum nelle nostre piccole comunità locali andava bene, oggi non so cosa aspettarmi”.
In realtà i nuovi senatori e deputati a 5 stelle attendono un software che Casaleggio starebbe mettendo a punto per migliorare il dialogo virtuale tra Parlamento e cittadini, sul modello del liquid feedbak utilizzato dal Partito pirata in Germania. Una piattaforma digitale interattiva che sostituirà il Forum nazionale. Secondo alcuni attivisti del Movimento, questo software sarà presentato entro il 15 marzo ovvero poco prima dell’insediamento delle Camere. Attraverso questo strumento, i simpatizzanti dei 5 stelle potranno intervenire e votare direttamente le leggi che vorrebbero fossero approvate. Un po’ come sta succedendo nel Forum nazionale, ma in maniera sofisticata e attendibile. Secondo alcuni militanti della prima ora, sarà un luogo accessibile a tutti anche se non è ancora chiaro come verranno tenuti lontani “troll” e disturbatori. Per Grillo, naturalmente, è il modo per neutralizzare l’art.67 della Costituzione contro il quale si è scagliato ieri: gli eletti devono avere un preciso vincolo di mandato con gli elettori. In questo caso, sono obbligati a essere d’accordo con le proposte che vengono dal basso.
Nel frattempo ai parlamentari grillini è stato consigliato di pubblicare il proprio indirizzo mail per aprire le orecchie alle esigenze della gente comune, mentre il canale di YouTube “La Cosa” – dove oggi è andata in diretta streaming la presentazione degli eletti – “sarà lo strumento con cui i nostri dipendenti e portavoce eletti in Parlamento, ogni volta che usciranno da una Commissione parlamentare o da una riunione, comunicheranno quello che si è deciso”.
http://www.legalizzameno-stresspiucultura.com/2013/03/m5s-uscita-dalleuro-e-cannabis.html?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+LegalizzaMenoStressPiCultura+%28Legalizza%2C+meno+stress+pi%C3%B9+cultura..%29

C’è chi insegue il con-senso e chi pratica il dis-…

 
 di Sergio Di Cori Modigliani

Veniamo al Senso della Politica, finalmente.
Perché queste elezioni hanno chiarito molte cose.
Un mojito –versione ligure- offerto a meraviglia, il mio cocktail preferito.
Servito, peraltro, con i fiocchi: con tanto di poetiche olive pugliesi, vere, di stuzzichini di pesce fritto in salsa siciliana (30% dei voti e primo partito), crostini alla cacciatora in puro stile senese (24% dei voti in città, il PD perde il 14% dei voti e l’uscente sindaco commissariato getta la spugna mentre l’intera giunta annuncia che non ha il coraggio di candidarsi alle prossime elezioni comunali del prossimo maggio: si ritirano) con aggiunta di piadina marchigiana dove sono stati battuti tutti i candidati dalemiani.
Un bell’aperitivo, non c’è che dire.
Perché di aperitivo si tratta.
Il pranzo lo si sta apparecchiando.
E chi parla di sorpresa vive al di fuori della realtà.
C’è la conferma di un risveglio nazionale delle coscienze pensanti che annunciano l’imminente scomparsa di una intera classe dirigente politica incapace (oltre che di governare) di pensare, di comprendere, di capire che cosa sta accadendo.
Non si rendono conto, come al solito, di ciò che succede sotto gli occhi di tutti.
Fanno i conti, si affidano alle percentuali, calcolano le perdite, pensando che si tratti di mettere una pezza qui, tappare un buco lì, per poter fermare la diga che sta crollando.
Si tratta di una rivoluzione lessicale, così va letto l’esito della tornata elettorale.
Prima viene un nuovo linguaggio, grazie all’uso di nuove parole, nuovi sintagmi, e di conseguenza nuove sinapsi nel cervello che finiranno per modificare in misura impensabile l’immaginario collettivo della nazione.
Per una rivoluzione culturale, finalmente.
Veniamo quindi alle parole.
Chi sostiene che si sia trattato di un voto di “protesta” sbaglia di grosso: non è così.
L’uso di questo termine nasce da una manipolazione linguistica che tenta disperatamente di applicare la demagogia e la mistificazione per occultare la verità.
Le differenze tra i tre schieramenti usciti dalle urne, PD, PDL e M5s rivelano chiaramente il gigantesco spartiacque discriminante tra due modalità opposte di leggere l’esistenza.
Da una parte abbiamo i voti del PD (perde il 30% del suo elettorato) e del PDL (perde il 50% del suo elettorato) che appartengono per entrambi a ciò che loro hanno sempre perseguito, il consenso. Tradotto, vuol dire che gli elettori italiani, notoriamente pavidi e conservatori, preferiscono sottoscrivere un accordo di eutanasia soft per paura, paura del nuovo, del non conosciuto e diventano complici dichiarati di chi ha espoliato e distrutto il paese. E lo sanno anche, ne sono consapevoli. Tant’è vero che nei giorni scorsi abbiamo assistito ad affermazioni del tipo “mi turo il naso ma voto PD” come a dire: “so che non funzionano, sono al corrente della loro incompetenza, sento la puzza di marcio ma li voto lo stesso”. Quelli del PDL, mitomani confessi, si sono sperticati nelle promesse e i loro elettori hanno seguito una fantasia, una speranza, inconsapevoli della truffa.
I voti del M5s, invece, non sono affatto voti né di protesta, né tantomeno di speranza.
La “speranza” in politica è una frustrazione rimandata.
La “protesta” in politica è la manifestazione della propria incapacità propositiva e della propria dichiarata impotenza nel trovare e fornire soluzioni
Chi ha votato per il M5s appartiene alla categoria dei “realisti dissenzienti”.
Proposte realistiche all’interno di un quadro di dissociazione dalla classe politica dirigente responsabile dell’attuale dissesto italiano.
Sono voti di dis-senso. E’ una opzione completamente diversa.
Ovverossia, sono voti di cittadini che hanno scelto e deciso di assumersi la responsabilità individuale del proprio atto civico chiarendo che non intendono mai più essere complici di una classe dirigente politica che ha attuato scelte prive di Senso, che vive in un mondo che non ha Senso (se non per loro), e non hanno nessuna intenzione di seguitare ad appoggiare una classe politica che non si occupa del bene comune, dell’interesse della collettività, dei bisogni reali della nazione.
Mentre il PDL (alla spasmodica caccia di con-senso) allertava sul pericolo che le sinistre conquistassero il potere, il PD -a caccia di identico con-senso- parlava di rinnovamento  presentandosi agli elettori con Rosy Bindi in Calabria, Anna Finocchiaro in Puglia, e la stessa identica dirigenza politica del 2012 del 2011 del 2010 del 2009 del 2008 (la stessa del 2001 e del 1994) puntando sul fatto che la gente non ha memoria ed è possibile dare ad intendere qualsivoglia argomentazione a chicchessia. Chi li ha votati è finito in un’architettura dada surrealista, un po’ come quelle scale disegnate dal grande grafico Escher, con delle rampe che salgono e scendono ma non vanno da nessuna parte.
Consenso e Dissenso, quindi.
Questo è il primo risultato discriminante delle elezioni, altro che protesta.
E quindi il vero risultato è pressappoco così: da una parte abbiamo il 58% degli elettori che danno il consenso al non-Senso (quindi un suicidio dichiarato e consapevole,“una eutanasia soft”) e dall’altra abbiamo un 25% di italiani che dissentono perché hanno identificato, riconosciuto, e dolorosamente accertato la totale mancanza di senso reale in tutte le non-proposte di PD e PDL, rigettandole in toto.
Il voto al M5s è il voto di chi vuole ritrovare un Senso, ovverossia auspica che al comando delle banche ci vadano esperti di finanza e non politicanti, a dirigere e gestire gli ospedali ci vadano medici e dirigenti sanitari esperti e competenti invece che funzionari di partito, e che in ogni professione, in ogni mansione, in ogni luogo di lavoro, vengano applicati i requisiti minimi ed elementari del buon senso: il personale viene selezionato sulla base del proprio merito e grado qualitativo della propria competenza tecnica specifica invece che attraverso il filtro organizzato e gestito dalle segreterie dei partiti. Chi ha votato per il M5s pretende ed esige che venga rispettata la Legge, che venga riconosciuto lo Stato di Diritto applicando le dovute sanzioni, che venga ricostituito il reato di falso in bilancio, perché il Senso Civico consiste nel promuovere chi fa scrivere al proprio commercialista la verità dei propri affari e fa invece bocciare chi dichiara il falso. Tutto qui.
Non si tratta, quindi, di nessuna protesta, e sostenerlo è fuorviante.
Se avete votato per il M5s rifiutatevi di essere identificati come chi protesta.
Si tratta, invece,  di una banale quanto legittima richiesta di riaffermare il Senso delle cose. E’ l’estremo tentativo di riportare l’Italia da una situazione di perdurante anormalità a una condizione di normalità, di rispetto e applicazione di regole e leggi, di norme e consuetudini da applicare all’intera cittadinanza, con l’obiettivo dichiarato di costruire una comunità che si occupi di gestire, amministrare e far funzionare i beni comuni dell’intera collettività: vi sembra, questa, una protesta?
A me no.
A me sembra una affermazione di principio: la fondazione del valore del Senso.
La giornata di martedì 26 febbraio è stata fondamentale perché ha chiarito diversi aspetti, soprattutto il fatto che NON E’ VERO che l’Italia è ingovernabile.
La verità, resa evidente dal 25% dei voti al M5s (a questo servono le elezioni, e qui mi rivolgo agli astenuti) consiste nel fatto che non è possibile, a nessun prezzo, governare come hanno governato fino adesso: è una prospettiva linguistica completamente diversa.
Ecco alcuni elementi di rilievo avvenuti nelle ultime due giornate, primo fra tutti quello relativo a una delle grandi questioni –per non dire “la questione”- sulle quali si è dibattuto fino allo sfinimento negli ultimi mesi: chi c’è veramente dietro Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio? Finalmente, ieri, l’arcano è stato svelato e il mistero è risolto per sempre, mi auguro definitivamente. Si sanno anche i veri nomi dei due geniali strateghi della comunicazione che (insieme) hanno deciso e stabilito (dietro le quinte) come e perchè alle prossime e imminenti elezioni il M5s debba prendere almeno il 52% dei voti validi. Data l’abilità sconcertante dei due guru, il dato è praticamente certo.
Si chiamano Silvio Berlusconi e Anna Finocchiaro: sono loro i due geniali artefici del trionfo elettorale, prossimo venturo, che porterà il movimento cinque stelle alla inevitabile maggioranza assoluta. Sarà grazie a loro.
Ecco come i due veri guru stanno lanciando la campagna di primavera:
Martedì 26 febbraio, infatti, alle 10 del mattino, la senatrice Anna Finocchiaro, del tutto  indifferente rispetto all’esito elettorale, ha dichiarato tronfiamente “Poiché il PD è consapevole del momento che stiamo vivendo e della assoluta necessità di garantire un governo stabile alla nazione, ci assumiamo la gravosa responsabilità che ci viene dal fatto di essere la coalizione vincente alla camera e avviamo immediatamente le consultazioni iniziali ai fini del raggiungimento di un accordo di legislatura. Ho già telefonato al senatore Maurizio Lupi del PDL per incontrarci subito”.
Alle ore 10.30 su raidue, Fabrizio Cicchitto replica: “Confermo quanto detto dalla senatrice Finocchiaro, già oggi ci incontreremo con i colleghi del PD perché siamo responsabili e sentiamo come dovere civico quello di dare agli italiani immediatamente il governo che si aspettano”.
Risultato ottenuto dai due guru: rivolta interna in entrambi i partiti.
E poi Bersani,  che propone un’apertura al M5s ma presentandola in maniera smaccata come una attribuzione della responsabilità dell’attuale crisi al movimento. Nella sua mente, abituata agli squallidi tatticismi della palude del politichese italiota, intendeva senza alcun dubbio sollecitare i neo-eletti del M5s a presentargli il conto della spesa. Lui è abituato così e questa è l’unica modalità che conosce. Pensava che Casaleggio avrebbe inviato un fax con i nomi delle fondazioni bancarie di cui voleva la presidenza, dove e come piazzare i neo-eletti del movimento e su quella piattaforma economica sedersi intorno a un tavolo e trattare. Quindi è spiazzato perché non capisce. Non ce la fa proprio a comprendere il Senso di questa nuova realtà.
Dopo tre ore, alcuni tra i neo-eletti (intervistati in tutta Italia in ordine sparso, ciascuno dei quali ha spiegato che –per il momento- parlava a titolo personale) hanno replicato dicendo tutti la stessa identica cosa: “Noi siamo aperti a votare per chiunque accolga nel proprio programma di governo le nostre istanze, senza alcuna pregiudiziale, e cioè una immediata nuova legge elettorale, subito la legge sul conflitto d’interesse, una nuova legge anticorruzione,  la decurtazione dei parlamentari, il reddito di cittadinanza e l’abbattimento dei costi della politica, tanto per iniziare”.
Panico e sconcerto tra le fila del PD. E il prode Enrico Letta dichiara: “Rispettiamo il M5s e prendiamo atto del loro innegabile successo elettorale; li consideriamo degli interlocutori politici, ma sia chiaro che il PD non si fa dettare l’agenda da nessuno”.
E il prode Alfano, a Ballarò, sfrontatamente sostiene che non c’è alcun inciucio, che non ci sarà nessun incontro con il PD e tantomeno con quelli del M5s. E intanto, alla direzione del PD, Walter Veltroni e Massimo D’Alema si dichiarano ufficialmente “fortemente contrari a qualunque accordo e incontro con quelli del M5s”.
Beppe Grillo, dal canto suo, conferma ai giornalisti, la posizione dei suoi eletti: “noi non facciamo alcun accordo con nessuno, ma siamo positivamente aperti e disponibili a votare ogni singolo provvedimento che corrisponda al nostro programma: a noi interessa quello”.
Si arriva, quindi, alla giornata di oggi.
I geniali capi del PD iniziano la giornata con una sicumera arrogante, indice di totale mancanza del Senso della realtà. Dichiarano, sparpagliatamente, che non intendono sottoporsi all’esame da parte dei neo-eletti del M5s e ci aggiungono il carico da 11 (sempre Enrico Letta che sta tirando la volata a Monti per il suo bis). “Se l’Italia diventa ingovernabile, la responsabilità sarà del M5s che non è disponibile ad un accordo preventivo”. Questa frase, degna di un organigramma del Cremlino, tradotta sta per “quelli del M5s devono votarci a scatola chiusa”.
Ma a metà mattinata arriva Silvio Berlusconi, che così dichiara alla attendibile e seria professionista del corriere della sera (edizione on-line) Paola Di Caro: “Superati i primissimi giorni le cose cambieranno, adesso quelli del PD fanno i sostenuti, guardano a Grillo. Ma non ce la faranno. Quello è un rapporto che non regge, politicamente e numericamente. Avranno bisogno di noi, busseranno alla nostra porta. Vedrete, verranno a Canossa… E vi dico l’idea che mi sono fatto: non sono nemmeno sicuro che alla fine l’incarico sarà dato a Bersani”. Non è chiaro se sia un auspicio oppure una minaccia. Poco importa. Ma all’interno del PDL c’è una rivolta interna perché il gruppo dirigente non è d’accordo. E il Cavaliere, re della comunicazione italiota, poco dopo, avvertito della levata di scudi tra i suoi, non si lascia sfuggire l’occasione e dichiara: “Se non ci sarà accordo, si accomodino. Facciano pure, vediamo quanto durano. Io intanto preparerò la mia campagna elettorale sui temi che interessano i nostri elettori, mi sento alla grande, e stavolta correrei come leader”.
Infine, la dichiarazione di Beppe Grillo che sostiene: “Il M5s voterà in aula le leggi che rispecchiano il proprio programma chiunque sia a proporle…il movimento cinque stelle non darà alcun voto di fiducia al PD né ad altri. Se Bersani vorrà proporre l’abolizione dei contributi pubblici ai partiti sin dalle ultime elezioni lo voteremo di slancio (il M5s ha rinunciato ai 100 milioni di euro che gli spettano) e se metterà in calendario il reddito di cittadinanza lo voteremo con passione”.
Questo è ciò che sta accadendo.
Quelli del PD e quelli del PDL vivono ancora nello spazio mentale di un mondo senza Senso. Non si accorgono, non capiscono, non comprendono che la trattativa non viaggia sulla rotaia di presidenze, sottosegretariati, gestione di aziende, bensì sui programmi e sulle proposte. Quantomeno non quando si parla con il M5s, altrimenti non sarebbe tale.
Si tratta di una differenza lessicale, per il momento incompatibile.
Sono software mentali diversi.
Il PD e il PDL cercano l’accordo sul “con-senso” identificato in gestione consociativa privata e personale dei beni comuni e delle risorse della collettività. Quindi, come sempre.
Quelli del M5s cercano l’accordo e sono disponibili al dialogo, al confronto, e a una piattaforma governativa, sulla base del “dis-senso”, identificato come gestione pubblica delle risorse da mettere a disposizione della collettività. La qualità del dis-Sensoconsiste in una rottura con i precedenti fallimentari durati vent’anni, per dar mostra di un segno di discontinuità nel lavoro parlamentare.
E’ un altro mondo lessicale. E’ un diverso ordine d’idee.
Per il momento, quindi, il PD e il PDL dimostrano di non volere nessun cambiamento, nessuna riforma, nessun accordo, e di non essere in grado di saper o di poter accogliere nessuna delle istanze portate avanti dal M5s che ha raccolto il voto di 8.800.000 cittadini.
Per loro, queste voci non valgono nulla.
Personalmente consiglio ai neo-eletti di armarsi di tutta la necessaria pazienza e, invece di farsi intimorire,  di comprendere che i propri interlocutori non hanno il senso della realtà, e quindi va spiegato loro come si stanno mettendo le cose, come si fa con i bambini o con quelli fuori di testa. Forse quelli del PD capiranno che è arrivato il momento di ascoltare la nazione, le istanze dei cittadini, i bisogni collettivi e si decideranno a varare un programma che accolga i punti per i quali ha votato il 25% degli italiani.
Come notava il giornalista Andrea Scanzi, de Il Fatto Quotidiano, rivolgendosi ai neo eletti: “D’Alema e Veltroni sono contrari a un dialogo con Grillo. E’ la conferma che è l’unica strada possibile. Provateci. (a margine: nel Pd hanno ancora Veltroni e D’Alema che dettano la linea. O anche solo pontificano. Sono proprio lanciati a bomba verso il proprio abisso).
Allora, non hanno ancora capito che questo è soltanto l’aperitivo, un buon mojito tra amici.
Sarà una primavera di riscossa, quindi.
A tutt’oggi, così vedo io la cosa.

E voi?Libero Pensiero: la casa degli italiani esuli in patria: C’è chi insegue il con-senso e chi pratica il dis-…