RITORNO ALLA LIRA: LA BILANCIA COMMERCIALE ITALIANA E I VANTAGGI DELLA SVALUTAZIONE

 

Mentre continua imperterrita e sempre uguale se stessa la telenovela strappalacrime dell’eurozona, animata soprattutto dalla fuga “tecnicamente possibile” della Grecia e dalle successive smentite ipocrite e false condite da romanzesche necessità di rimanere tutti insieme appassionatamente perché “uniti siamo più forti”, qualcosa si muove nell’economia reale che dovrebbe farci riflettere sui motivi per cui oggi come oggi l’uscita dall’euro dell’Italia e il ritorno alla nostra moneta nazionale, la lira, sarebbe per il nostro paese la scelta economicamente più conveniente. Anticipiamo subito che quella che segue è una trattazione tecnica, fredda, asettica dove vengono sfrondati tutti quegli elementi irrazionali e inconsci basati sulle paure per il futuro, l’incertezza e la precarietà che tanta importanza poi hanno sulla gestione pratica dell’economia. Per intenderci, eliminate le visioni catastrofiste che non hanno alcun fondamento scientifico, che dipingono l’Italia della lira travolta da uragani di svalutazione e tempeste di inflazione, e le discussioni da bar del tipo “io con l’euro in tasca mi sento più sicuro” o “con la nostra liretta non possiamo combattere contro i cinesi”, cerchiamo di capire insieme i motivi per cui un politico italiano onesto intellettualmente (ma anche penalmente) e che abbia a cuore la sorte del suo paese dovrebbe recarsi oggi stesso (ma poteva farlo anche ieri) a Bruxelles a dire: “OK, è stato bello. Ci avete provato a distruggere il popolo e l’economia italiana e ci abbiamo provato a darvi una mano a distruggerli, ma questi italiani sono cocciuti e resistono. Quindi noi ci ritiriamo dalla guerra dei trent’anni (e più, visto che è iniziata nel lontano 1979, con l’ingresso dell’Italia nello SME) e ritorniamo a fare politica economica attiva (e non passiva: il classico pigiamento dei bottoni in parlamento perché “ce lo chiede Europa!”) nel nostro Bel Paese. Buona fortuna a tutti e amici come prima”.


Questa considerazione iniziale prende spunto principalmente dall’andamento di una variabile economica che è fondamentale per il benessere e la sostenibilità a medio e lungo termine di un sistema paese: la bilancia commerciale. Che cos’è la bilancia commerciale? La bilancia commerciale è un elemento della contabilità nazionale che misura e registra il flusso di importazioni ed esportazioni di beni e servizi di un certo paese da e verso l’estero. Quando il saldo della bilancia commerciale è positivo significa che il paese sta esportando beni e servizi più di quanto ne importa e che nel paese stanno entrando più capitali di quanti ne escono (con i quali poi si possono pagare successive importazioni, rimborsare i debiti contratti in passato con l’estero, acquistare titoli o fornire prestiti ai residenti stranieri). La bilancia commerciale però è solo una parte del flusso finanziario totale che attraversa in entrata e in uscita il paese, perché bisogna mettere in conto anche le rendite da capitale (gli interessi sugli investimenti finanziari incrociati fra il paese in questione e il resto del mondo) e i redditi da lavoro (i profitti delle partecipazioni in società per azioni nazionali o delle aziende straniere portati all’estero e le rimesse che gli emigranti inviano nei loro paesi d’origine).


La bilancia commerciale più la rendicontazione in entrata e in uscita degli interessi da capitale e i redditi da lavoro formano il saldo delle partite correnti (current account per gli esterofili) che è una delle due parti principali della bilancia dei pagamenti con l’estero di un paese, da cui dipende quasi interamente il tasso di cambio della moneta nazionale quando inserita in un sistema di cambi flessibili. L’altra parte si chiama conto finanziario (financial account), che registra le modalità o i corrispettivi con cui vengono finanziati i flussi di merci, servizi e capitali scambiati con l’estero: moneta contante, investimenti diretti e di portafoglio, acquisto di titoli, prestiti o debiti bancari, attività in valuta estera della banca centrale.


Per completezza diciamo pure che in mezzo a questi due prospetti, c’è un’altra partita, il conto capitale (capital account), in genere trascurabile dal punto vista contabile ma non da quello strategico e geopolitico, che registra i trasferimenti unilaterali in conto capitale non compresi nei due schemi precedenti e privi di un immediato collegamento con l’attività produttiva del paese: donazioni, successioni, compravendite di terreni e risorse del sottosuolo, risarcimenti e finanziamenti a fondo perduto, brevetti, concessioni di licenze. Per chi ha una certa dimestichezza con la contabilità aziendale, possiamo dire che considerando un intero sistema paese (somma del settore pubblico e del settore privato) alla stregua di un’azienda, il saldo delle partite correnti corrisponde al conto economico da cui si forma l’utile o la perdita di esercizio (vendite, costi delle materie prime e dei semilavorati, scorte di magazzino, stipendi, ammortamenti, plusvalenze e minusvalenze finanziarie, imposte), mentre il conto finanziario e il conto capitale rappresentano insieme la parte di bilancio chiamata stato patrimoniale in cui vengono conteggiati tutti gli impieghi e le fonti con cui abbiamo finanziato la nostra attività (depositi monetari, prestiti, debiti, investimenti mobiliari e immobiliari, licenze, brevetti, avviamento, capitale proprio versato dagli azionisti, riserve). Alla fine, siccome anche nella stesura della bilancia dei pagamenti viene utilizzato il metodo della partita doppia, il saldo aggregato del conto corrente, capitale e finanziario deve essere uguale a zero e l’unica variabile esterna che riesce a riequilibrare le due principali partite, equivalente all’utile o alla perdita di esercizio, è l’accumulo o l’utilizzo di riserve di valuta estera con cui la banca centrale riesce a compensare eventuali sbilanciamenti con il resto del mondo.


In pratica se in un certo periodo di tempo, dopo che sono avvenuti tutti i trasferimenti commerciali e finanziari fra il paese e il resto del mondo, i capitali che affluiscono nel paese sono superiori a quelli che defluiscono, la banca centrale accumulerà per forza di cose una certa quantità di riserve di valuta estera (con un conseguente aumento della domanda e un apprezzamento della moneta nazionale). Viceversa, se escono più capitali di quanti ne entrano, la banca centrale sarà costretta a bruciare parte delle sue riserve di valuta straniera con tutte le conseguenze che ciò comporta in termini di una maggiore offerta e deprezzamento della valuta nazionale. Con un’unica differenza sostanziale: se questo afflusso di capitali dall’estero serve per comprare beni o servizi nazionali noi avremo un accreditamento con l’estero (dato che possiamo successivamente utilizzare questi capitali per comprare prodotti di importazione, titoli esteri, azioni o intere aziende straniere), se invece i capitali stranieri vengono utilizzati dai non residenti per effettuare prestiti, acquistare titoli, azioni o intere aziende nazionali, avremo ovviamente un indebitamento con l’esteroperché in un prossimo futuro dovremo corrispondere agli investitori stranieri il rimborso del capitale, gli interessi sui titoli, i dividendi sugli investimenti diretti o di portafoglio nelle nostre aziende nazionali. Ecco per quale motivo bisogna sempre distinguere in che modo affluiscono i capitali in un determinato paese, perché se il primo metodo basato principalmente sull’attività produttiva pone il paese in una posizione di vantaggio rispetto all’estero, il secondo invece alla lunga potrebbe rendere insostenibile il tasso di indebitamento e il debito estero accumulato dal nostro paese, che come sappiamo è la prima causa di fallimento di un intero sistema economico nazionale (formato, ripetiamo, dal settore pubblico e dal settore privato, e non dal solo settore pubblico come vogliono farci credere i tecnocrati europeisti e i menestrelli assoldati dal regime che puntano continuamente il dito contro il male assoluto del debito pubblico, dimenticando del tutto le maggiori afflizioni provocate da un eccesso di debito privato).


Periodicamente il saldo delle partite correnti ci informa in che modo stanno affluendo o defluendo i capitali dall’estero: se è positivo, significa che le esportazioni sono maggiori delle importazioni e questi nuovi capitali in ingresso stanno creando ricchezza finanziaria netta nel paese e un maggiore accreditamento nei confronti del resto del mondo, se invece è negativo, le esportazioni sono inferiori alle importazioni e i capitali stanno fuggendo dal paese creando le premesse di un maggiore impoverimento netto (nel caso la banca centrale sia costretta a bruciare parte delle riserve di valuta estera) o indebitamentodel paese (nel caso questi capitali in fuga vengano poi utilizzati dagli investitori stranieri per effettuare prestiti ai residenti, acquistare titoli, comprare azioni o acquisire il controllo di maggioranza di intere aziende nazionali). Quindi le informazioni fornite dal saldo delle partite correnti sono fondamentali per conoscere lo stato di salute di un paese e non appena vi imbattete in uno di quegli strani personaggi che circolano a piede libero in Italia rivolto verso la Mecca in attesa dell’arrivo messianico dei capitali dall’estero, sappiate che avete di fronte o un ignorante (nel senso che ignora il funzionamento della bilancia dei pagamenti) o un farabutto (che conosce benissimo come funziona la bilancia dei pagamenti e consapevolmente vuole svendere o mettere in condizioni di disagio internazionale il nostro paese per un proprio tornaconto personale).


Per carità, una certa dose di investimenti esteri è fisiologica e positiva per il paese perché consente di mettere in moto attività e distribuire redditi altrimenti impossibili da finanziare con i soli capitali interni (soprattutto quando si tratta di nazioni arretrate, ricche di risorse umane e naturali non sfruttate, dotate di una moneta poco apprezzata all’estero: non è il caso dell’Italia dunque, che ha un tessuto produttivo abbastanza sviluppato e avviato, una discreta solidità finanziaria e patrimoniale, know-how, professionalità, competenze sufficienti per potere farcela da sola, almeno per il momento), ma far dipendere tutta l’economia di un paese dagli investimenti stranieri e dai cosiddetti “mercati” (vedi la tiritera meccanica e demagogica del fantoccio mercenario Monti e della sua cricca di briganti capeggiata da Bersani, Berlusconi, Casini, e dai sindacalisti da salotto televisivo e ansiosi di entrare in parlamento alla Camusso, Bonanni, Angeletti, Landini) significa mettere un cappio al collo al paesee stringerlo di più ogni anno che passa, fino al definitivo soffocamento per eccesso di debito estero (soprattutto nelle condizioni miserevoli in cui si trova adesso l’Italia, costretta ad operare con un moneta straniera come l’euro, alla stregua dell’Ecuador o dei paesi del Terzo Mondo). 


Come accade con tutte le grandezze e le variabili più importanti studiate in macroeconomia (PIL, inflazione, disoccupazione, debito pubblico e privato, contabilità nazionale) ogni eccesso o difetto in uno o nell’altro verso porta sempre a uno squilibrio e ogni squilibrio deve essere poi riparato con operazioni straordinarie e non convenzionali, prima che si trasformi da temporaneo a permanente. E la bilancia dei pagamenti, l’indebitamento estero, il debito o credito estero cumulato che è la somma algebrica dei vari deficit o surplus di partite correnti che si succedono anno per anno (anche chiamato “Posizione degli Investimenti Internazionali Netti”, in inglese NIIP, “Net International Investment Position”) non fanno sicuramente eccezione a questa regola di buon governo dell’economia (ma anche norma di condotta della vita in generale, visto che comunemente si dice che “il troppo stroppia”).  


Ma dopo avere fatto questa doverosa premessa sull’importanza cruciale in economia della bilancia dei pagamenti, veniamo al punto della nostra discussione: mentre in Italia imperversano la crisi, il calo dei consumi, il crollo della fiducia, la disoccupazione, è accaduto un miracolo che dimostra una volta di più come il nostro paese non sia ancora a livello di Terzo Mondo, malgrado tutti i tentativi esogeni ed endogeni di farlo diventare tale che si sono succeduti da trenta anni a questa parte. E con una gestione più sostenibile e razionale dei processi economici e finanziari, basata innanzitutto sul rifiuto dell’euro e sul recupero della sovranità monetaria nazionale, l’Italia non solo potrebbe affrontare questa crisi in modo molto più efficace e indolore, ma risolverla in molto meno tempo rispetto a quello previsto dai catastrofisti a comando e a libro paga delle banche (che ripetono anatemi apocalittici, del tipo “con il ritorno alla lira l’Italia verrebbe tagliata fuori dai commerci internazionali per circa 10, 20, 50 anni, per tutta l’eternità!”, senza mai portare una sola prova o uno straccio di ragionamento scientifico sul quale basare queste previsioni insensate). 


Nel mese di giugno 2012, ISTAT ha infatti certificato un saldo positivo della bilancia commerciale italiana con l’estero, confermando un surplus di +2,517 miliardi di euro (di cui €997 milioni provenienti dai paesi intra-eurozona e €1,520 miliardi dal resto del mondo) rispetto al deficit di -1,704 miliardi registrato nello stesso mese del 2011. Un balzo spaventoso, impressionante, un vero miracolo (soprattutto se parametrato con le condizioni proibitive in cui si trovano a lavorare oggi le aziende italiane: crisi, tasse, burocrazia, costo del lavoro) che però il governo Monti si è guardato bene dal diffondere come successo propagandistico perché sa bene che non c’entra nulla con le sue riforme depressive ed è in un certo senso contrario a quello che è il suo vero obiettivo: rendere l’Italia un paese di consumatori e salariati e non di produttori, maggiormente dipendente dalle importazioni dall’estero, in modo da vincolare l’intero paese a rimanere ingabbiato più a lungo possibile nel sistema fascista di tortura finanziaria e espropriazione massiccia di ricchezza della moneta unica.


Analizzando il modo in cui si è formato questo surplus della bilancia commerciale, possiamo sicuramente confermare che una parte del successo può essere imputato alla crisi economica e al calo dei consumi, visto che le importazioni sono diminuite di un bel -7,1% in un anno, ma l’altra parte, le esportazioni che sono cresciute del +5,5%, sono senz’altro frutto della capacità delle imprese italiane, soprattutto nel settore manifatturiero e dei beni strumentali, di penetrare sia nei mercati bloccati e congelati dell’eurozona, che in quelli più dinamici dei paesi extra-eurozona ed emergenti. Ma cosa è accaduto di così eclatante e straordinario da spingere le aziende più tartassate e vessate del mondoa rialzare la testa? Ragioniamo. A livello mondiale, il quadro economico generale è rimasto pressoché invariato rispetto all’anno scorso: i paesi emergenti dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) a parte qualche lieve flessione crescono più o meno agli stessi ritmi, Stati Uniti e Giappone sono invece praticamente fermi sulla soglia di una nuova recessione. In Europa Italia, Grecia, Spagna sono in recessione tecnica, la Francia è in stagnazione e la Germania cresce ad un regime molto più basso dell’anno scorso. Quindi? Chi o cosa ha potuto trainare la ripresa delle esportazioni italiane? La risposta è molto semplice ed è ciò che i tecnocrati europeisti non avrebbero mai voluto sentire ronzare intorno alle loro orecchie, perché contraria a tutto ciò che loro avevano pianificato e previsto con l’introduzione di una moneta unica in Europa: la svalutazione dell’euro.


Se guardiamo infatti non al mese singolo di giugno, ma all’andamento del saldo della bilancia commerciale che si è registrato durante tutto l’anno, a partire dal mese di giugno 2011, scopriremo che il dato straordinario di giugno 2012 non è il frutto di un successo estemporaneo e passeggero ma l’effetto di una precisa tendenza che si è manifestata costantemente mese dopo mese. Se ci rifacciamo al primo grafico (vedi sotto) con i dati rielaborati questa volta da EUROSTAT, ci accorgiamo che il deficit della bilancia commerciale italiana con i paesi intra-eurozona si è ridotto mese dopo mese con una certa pendenza, la qual cosa non è evidentemente ascrivibile alla svalutazione dell’euro, dato che questi paesi utilizzano la stessa moneta. Una tendenza positiva che è molto più accentuata nei paesi della periferia e quindi è più marcatamente collegata ad un calo delle importazioni dovuto alla crisi piuttosto che ad un aumento delle esportazioni che comunque c’è stato.





Ma se esaminiamo adesso il secondo grafico (vedi sotto) con l’andamento dei saldi netti della bilancia commerciale con i paesi extra-eurozona, vediamo che ad eccezione dell’Olanda, il miglioramento nella bilancia commerciale con l’estero è condiviso da tutti i maggiori paesi dell’area euro, sia del centro (Francia, Germania) che della periferia (Italia, Spagna, Grecia, Portogallo, Irlanda), con una pendenza molto più ripida in questi ultimi rispetto ai primi, a conferma del fatto che le dinamiche del tasso di cambio flessibile sono più decisive e determinanti nei paesi meno organizzati in senso mercantilista sul modello della Germania, che con la sua politica di deflazione dei prezzi e dei salari e il contenimento della domanda interna ha sicuramente meno bisogno della svalutazione per accumulare surplus commerciali positivi e mantenere un’adeguata stabilità sociale entro i confini.





Nella tabella riassuntiva riportata sotto si vede chiaramente che in tutti i paesi PIIGS della periferia, ad eccezione del Portogallo, ma in misura minore anche in Germania e Francia, le variazioni marginali nella bilancia commerciale registrate durante l’anno sono maggiori negli scambi extra-eurozona che intra-eurozona, a riprova ancora del fatto che i benefici della svalutazione sia in uscita che in entrata (maggiori esportazioni e minori importazioni) con il resto del mondo hanno favorito un più rapido recupero di competitività. Nel caso dell’Italia, il nostro paese è riuscito a recuperare in un anno ben 1,4 punti percentuali di PIL negli scambi commerciali extra-eurozona, contro lo 0,4% recuperato all’interno dell’eurozona.        


  


Questi dati confermano ancora una volta, qualora fosse necessario, che mentre i paesi PIIGShanno urgente bisogno di una moneta debole e più svalutata per far ripartire la ripresa degli scambi commerciali con l’estero, la Germania, sebbene sia stata favorita anche lei dalla svalutazione dell’euro, in ottica puramente mercantilista continua invece a preferire una moneta forte e ancora più rivalutata per mantenere alto il valore dei capitali accumulati in passato e assicurare un tenore di vita dignitoso ai lavoratori che hanno già dovuto affrontare parecchi sacrifici e rinunce in termini salariali. Ecco spiegato il principale motivo per cui Berlino, e in particolare la banca centrale tedesca Bundesbank, mettono continuamente pressione alla BCE affinché si astenga dalla tentazione di attuare nuove politiche monetarie espansive, del tipo LTRO (Long Term Refinancing Operation) di rifinanziamento a lungo termine delle banche o SMP (Securities Markets Programme) di acquisto di titoli di stato sul mercato secondario. E insieme a molte altre, questa è una delle ragioni per cui una moneta unica introdotta in contesti economici, politici, sociali del tutto differenti non può funzionare, dovendo conciliare esigenze spesso completamente opposte da parte dei paesi aderenti all’unione monetaria.   


Continuando però sulla linea dell’intransigenza, i tedeschi non solo dimostrano di avere imparato poco dal passato e di ignorare i sensazionali vantaggi prodotti dalla cooperazione (“teoria dei giochi”), ma anche di non avere ancora capito praticamente nulla sul funzionamento del sistema monetario moderno: il valore di cambio o il potere di acquisto di una valuta non dipende soltanto dalla “quantità di moneta” emessa dalla banca centrale (la teoria quantitativa della monetadi Fisher e Friedman, elevata a legge di natura soltanto in Europa, è ormai considerata una baggianata da tutti i maggiori esperti mondiali di politica monetaria), ma da “come” le banche private depositarie o gli stati nazionali mettono in circolo questi nuovi soldi, dagli scambi commerciali e finanziari con l’estero e dal grado di fiducia che gli investitori internazionali hanno sulle possibilità di ripresa e crescita economica di una certa area valutaria. Credere fra l’altro che esista un’elevata correlazione diretta fra svalutazione della moneta e perdita del potere di acquisto (o aumento dell’inflazione) porta immancabilmente ad una serie di errori e incomprensioni della realtà economica, da cui è difficile districarsi. 


Se osserviamo il grafico riportato sotto sull’andamento del valore di cambio euro/dollari durante l’ultimo anno, notiamo che la caduta libera dell’euro dal valore di picco di 1,45 dollari di agosto scorso a 1,24 dollari attuali (svalutazione del 14,5%), è iniziato ben prima della discesa in campo della BCE con le sue operazioni monetarie non convenzionali (datate settembre, dicembre e febbraio e anzi, come si può vedere dal grafico, in prossimità delle nuove massicce immissioni monetarie, l’euro rivalutava perchè aumentava la fiducia degli investitori internazionali) ed è dovuta principalmente all’incapacità e incompetenza dei tecnocrati europei di affrontare tempestivamente la crisi e trovare una soluzione condivisa, che a sua volta ha spinto i maggiori operatori finanziari internazionali a smobilitare in fretta tutte le attività denominate in euro, comprese le riserve in valuta, in vista della recessione puntualmente arrivata e del tracollo definitivo dell’unione monetaria. E in mezzo a queste tremende oscillazioni del tasso di cambio ed enormi iniezioni di massa monetaria nel sistema, l’inflazione media in Europa è rimasta ancorata al suo granitico valore del 2%, con basse variazioni sia verso l’alto che verso il basso, a dimostrazione del fatto che la visione neoliberista tedesca dell’economia, da cui dipendono le scelte della BCE e le sorti degli altri paesi europei, è completamente fuorviante. 






Non tutto il male (se la temuta svalutazione può essere considerata un male, visto che è un semplice dato tecnico che misura gli squilibri commerciali e finanziari in corso) viene però per nuocere perché sconfessando i detrattori dei cambi flessibili e gli esegeti della moneta forte, questa volta la svalutazione dell’euro ha chiaramente dimostrato che in certe particolari condizioni di stallo dell’economia può agire da volano di sviluppo e da motore di avviamento di tutte le attività produttive. Se consideriamo infatti la bilancia commerciale complessiva dell’area euro nei confronti del resto del mondo abbiamo nel solo mese di giugno un surplus di +3,7 miliardi di euro che annualizzato a tutto il 2012 diventa un avanzo di ben +66,9 miliardi: un notevole balzo in avanti se confrontato con il deficit commerciale di -7,4 miliardi registrato nel 2011, che può essere soltanto ricondotto agli effetti positivi della svalutazione. Un successo che spiazza soprattutto gli Stati Uniti, che spingono per una fine rapida della recessione europea e un ritorno della fiducia nel vecchio continente non tanto per un improvviso afflato di solidarietà (gli americani, ma ci credete voi?), ma perché il ritorno ad un euro più forte potrebbe arrecare considerevoli vantaggi alla fragile ripresa americana, che verrebbe trainata dalle esportazioni in Europa e da un dollaro nuovamente più svalutato.


E’ sempre utile ricordare che la svalutazione di una moneta nei confronti di una o più monete concorrenti corrisponde anche ad una rivalutazionedi queste ultime rispetto alla prima: quindi il paese che aumenta le sue esportazioni appoggiandole su una moneta più svalutata, assisterà anche per diretta conseguenza ad una riduzione delle importazioni dai paesi che stanno intanto rivalutando e ad un maggior ricorso alle produzioni locali. Ovviamente il paese in questione dovrebbe essere in grado di sostituire rapidamente i beni di importazione con beni locali equivalenti, altrimenti la sua dipendenza dall’estero avverrà a costi sempre maggiori e insostenibili. Un caso quest’ultimo che può essere applicato ad un paese come la Grecia, ma non all’Italia, che a parte gli elevati costi per l’energia (petrolio e gas soprattutto) che pesano per circa il 17% sul valore complessivo delle merci importate, può contare su un’industria manifatturiera capace ancora (e nonostante tutti i legacci monetari e amministrativi con cui vengono quotidianamente strangolate) di competere alla pari in termini qualitativi e produttivi con le maggiori potenze industriali mondiali. Facciamo subito un esempio per capirci.


Se l’Italia dovesse uscire domani stesso dall’euro e ritornare alla lira, sappiamo ormai con un certo grado di approssimazione che la nuova moneta nazionale dovrebbe subire una svalutazione di circa il 20%rispetto alla moneta principale di riferimento (il marco tedesco) della precedente area valutaria di appartenenza. Ovviamente ciò significa che la lira si svaluterebbe nei confronti del marco ma potrebbe ragionevolmente rivalutarsi rispetto alle monete di altri paesi con cui manteniamo un saldo positivo negli scambi commerciali e finanziari. Tuttavia assumendo per eccesso una svalutazione media complessiva del 20%, avremo che i prezzi dei prodotti di importazione verrebbero automaticamente maggiorati della stessa quantità, perdendo convenienza rispetto a quelli locali. Ora di tutte le necessità impellenti di una comunità nei periodi immediatamente successivi ad un cambiamento così radicale di struttura economica, l’acqua corrente penso che sia uno di quei bisogni dai quali nessuno possa prescindere: se andiamo a scorrere l’elenco dei maggiori produttori di pompe idrauliche operanti nel mercato europeo scopriremo con nostra sorpresa che si tratta principalmente di aziende tedesche, francesi e “italiane”. Quindi per quanto riguarda l’acqua corrente siamo coperti e con la nostra bella liretta svalutata tanto invisa ai tromboni del regime potremmo comprarci le nostre belle pompe idrauliche “italiane”, in caso di guasto o svecchiamento per usura.

Se ripetiamo l’esperimento con altri beni di consumo, strumentali o intermedi essenziali ritroveremo insospettabilmente che le aziende italiane sono ancora tutte lì, presenti, eroiche a battagliare con cinesi, tedeschi, americani, francesi, giapponesi, coreani, nonostante questi lunghi trenta anni di cattiva politicae indegna guerra al massacro dell’economia nazionale. Se infine riprendiamo la solita solfa sull’arretratezza tecnologica italiana, la mancanza di industrie produttrici di computer, i-phone, i-pad, pensate davvero che con una corretta politica di incentivi e protezioni(come fanno tutti nel mondo) non potrebbe nascere in Italia una nuova filiera della tecnologia? Ma se le migliori schede elettroniche del mondo le costruiscono gli ingegneri italiani alla STMicroelectronics di Catania? Credete davvero che non sia possibile convincere un centinaio di questi ingegneri insieme ad altri cervelli in fuga in giro per il mondo a ritornare in patria per partecipare ad una nuova avventura tutta “italiana”?


Quello che in verità manca all’Italia non è la forza lavoro, le competenze, le professionalità (ripetiamo, sempre per adesso, ma più avanti si va in questa lenta agonia e maggiori sono le possibilità che la meschina classe dirigente attuale riesca a piegare le ultime resistenze ancora vive del paese), ma una vera classe dirigente, fatta di politici e imprenditori capaci di valorizzare queste risorse e di seguire un progetto dall’inizio alla fine, senza ripiegare su facili scorciatoie, intrallazzi, salvacondotti personali. E’ chiaro che con la svalutazione della nuova lira, gli investitori esteri avrebbero maggiori vantaggi a comprare a buon mercato le aziende italiane più attraenti, ma in questo caso dovrebbe essere la politica con giuste norme e sanzioni amministrative ad impedire le acquisizioni sregolate. Dovrebbe essere ancora la politica a favorire con sussidi e barriere all’ingresso delle merci concorrenti la nascita di aziende nei settori dove siamo carenti, perché il protezionismo non è affatto in contraddizione con il liberismo, dato che i due approcci possono benissimo convivere all’interno della stessa nazione: si può essere protezionisti con le aziende o i settori in fase di start-up e liberisti con le imprese già avviate e capaci di confrontarsi alla pari con i mercati internazionali. E’ sempre l’eccesso di protezionismo o di liberismo a creare squilibri irreparabili, non la giusta misura fra due strategie solo apparentemente opposte.


I liberisti o sedicenti tali che inquinano il dibattito pubblico italiano (vedi gli smidollati neoliberisti alla Oscar Giannino che vedono nello Stato il nemico degli affari, trascurando il fatto che esistono vari tipi di Stato e in quello ideale che andiamo tratteggiando qui, le istituzioni pubbliche sono il sostegno, il supporto, la soluzione alle richieste dell’economia e non il problema) dovrebbero rifarsi alle origini e alle tradizioni del liberismo europeo, andandosi a rileggere attentamente Adam Smith, per scoprire che la “Ricchezza delle Nazioni” di cui parlava l’autore non erano i soldi o l’oro, ma il lavoro, l’organizzazione, le competenze. Ci vogliono anni per formare un operaio qualificato, un ingegnere o mettere su un’azienda, mentre come tutti sanno ma fanno finta di non sapere bastano pochi secondi per creare o distruggere dal nulla enormi quantità di denaro digitale, che senza un corrispondente sottostante nell’economia reale sono solo impulsi elettronici privi di valore, ma capaci in un attimo di fare la fortuna di speculatori, banchieri, imprenditori neoliberisti smidollati che hanno preferito vivere di rendita con la finanzapiuttosto che rischiare di gettarsi in un progetto che li obbligherebbe a lavorare per davvero. La vera risorsa scarsa non sono quindi i soldi, come vanno blaterando questi neoliberisti smidollati sulla scia della follia teutonica, ma gli uomini, le conoscenze, le idee, le innovazioni, la ricerca, la capacità di investire in un progetto e di utilizzare in modo sano e sostenibile le risorse naturali. Ed è di questa specifica “ricchezza” che continuando a percorre il vicolo cieco della perenne anemia finanziaria fomentata dal falso mito della moneta forterischia di essere presto o tardi priva l’Italia.    


L’euro è stato l’alibi con cui è diventato più conveniente per questa sottospecie di decerebrati, gli imprenditori mercenari collusi con la politica corrotta che ha trascinato l’Italia nella gabbia depressiva e deflattiva dell’eurozona (i vari De Benedetti, Colaninno, Chicco Testa, Marchionne, Tronchetti Provera), ad abbandonare quasi del tutto la strada dell’innovazione e dello sviluppo e a mettersi al traino dell’allucinogeno miraggio europeista, basato sulle grandi corporazioni, la finanziarizzazionespinta delle attività, l’apertura convinta senza protezioni ai mercati internazionali, la riduzione dei salari e delle tutele sindacali, la bassa inflazione come unica arma di difesa nel tempo del valore dei grandi capitali accumulati dai cartelli monopolisti europei. Ma cosa si voleva sperare mettendosi in libera concorrenza con un lavoratore schiavizzato cinese? Che il salario dell’operaio italiano o tedesco sarebbe cresciuto? Che saremmo riusciti a piegare i mercati cinesi? Servono ancora grafici per spiegare che gli straordinari surplus commerciali tedeschi si sono creati grazie ad una guerra fratricida interna all’eurozona e non un centesimo è stato fatto a spese della Cina? Ma soprattutto, quale legge divina impone alle democrazie evolute europee di accettare la globalizzazione sfrenata e selvaggia come unica e definitiva forma di organizzazione degli scambi commerciali internazionali?


Questo tipo di globalizzazione, che avvantaggia in maniera spropositata chi non rispetta le regole, chi inquina, chi sfrutta i lavoratori, si può e si deve rimandare con forza al mittente (FMI, WTO, Banca Mondiale, BIS), come già hanno fatto parecchi stati del Sudamerica (Argentina, Ecuador, Venezuela, Bolivia). La conseguenza più ovvia della passiva assuefazione è stato invece il prevedibile, lento ma inarrestabile massacro della piccola e media impresa italiana, che a seconda dei casi è stata inglobata nei grandi gruppi industriali oppure, quando i costi di incorporazione o di gestione risultavano troppi elevati, lasciata da sola in balia dei “mercati” in attesa che venisse travolta e costretta al fallimento. Oggi come ieri, la piccola e media impresa italiana risulta un ostacolo per il progetto europeista di globalizzazionesponsorizzato dai banchieri e dalle multinazionali (che spesso sono un unico soggetto, suddiviso in un ginepraio di diramazioni, holdings, controllate, joint venture, società off-shore, scatole cinesi), iniziato da Kohl, Mitterand, Prodi e che Merkel, Monti, Hollande sperano di portare a termine: una struttura totalitaria compatta, che abbia il suo cuore finanziario nella BCE, nella Bundesbank, nelle banche tedesche e francesi, la muscolatura produttiva nelle grandi corporazioni transfrontaliere che non hanno più identità o appartenenza, fino ad arrivare alle sacche intestinali di manovalanza a buon mercato della periferia, passando per il centro nevralgico degli affari con sede a Bruxelles. Niente più propaggini, apparati pubblici ridondanti, enti locali battaglieri, imprese a gestione familiare, cani sciolti. Nessuno spazio per la democrazia. La contrattazione. I diritti umani.


Se è bastato un solo anno di crisi accompagnata da svalutazione dall’euro per far rialzare la testa a quel che è rimasto della piccola e media impresa italiana capace di esportare all’estero, significa che Mario Monti deve ancora lavorare parecchio prima di distruggerla definitivamente. E significa soprattutto che la strada intrapresa trenta anni fa dall’Italia di aggancio alla moneta forte e subalternità al vincolo esterno non era quella più adatta ad esaltare le caratteristiche produttive del nostro territorio. Gli italiani hanno bisogno di una moneta debole, più agile, flessibile, abbondante per riuscire a penetrare nei mercati internazionali, valorizzare le enormi risorse, investire nella creatività e nell’innovazione, tenere in piedi il suo costoso ma ineludibile stato sociale, contrastare le calamità naturali e il degrado ambientale, diventare un’avanguardia nel campo delle energie rinnovabili, che per ovvie ragioni geografiche e climatiche dovrebbero rappresentare un settore di traino dell’intera economia nazionale, non un settore di nicchia o un terreno di conquista per spregiudicati arrivisti, speculatori o dilettanti allo sbaraglio (si veda a proposito il piano energetico nazionale proposto dall’idiota banchiere prestato alla politica Corrado Passera che va in tutt’altra direzione, privilegiando le trivellazioni in cerca di petrolio e penalizzando per l’ennesima volta gli incentivi alle energie rinnovabili: cosa dire? Servono altre parole per avere una definizione più chiara di idiozia?).


Tutti questi progetti ed iniziative per diventare operativi hanno bisogno di una stretta interazione fra finanza pubblica e privata, senza troppi vincoli di politica monetaria di stampo teutonico, perché non si può pretendere di rimettere in moto un paese sperando solo nella fiducia dei “mercati” privati o nell’arrivo dei capitali esteri, per il semplice fatto che non è interesse dei “mercati” finanziare attività che vadano al di là del breve o brevissimo termine e non è interesse nostro chiedere gli investimenti esteri (quindi indebitarci) per progetti che possiamo tranquillamente condurre in porto da soli. Per ripartire e recuperare la competitività perduta in questi ultimi dieci anni di strazio, l’Italia ha bisogno di una sua moneta e di ampia libertà di manovra nelle scelte di politica economica. Ha bisogno della lira. Punto. L’Europa tutta ha urgente necessità di ritornare ad una più corretta ed equilibrata gestione degli scambi commerciali riprendendo ad una ad una tutte le monete nazionali accantonate con troppa fretta e rivitalizzando quei normali rapporti di vicinanza che per lungo tempo sono rimasti ingessati e a senso unico (dalla Germania alla periferia, solo andata senza ritorno) a causa del vincolo innaturale del cambio fisso prima e della moneta unica poi.


Questa opera di pulizia e redenzione non sarebbe come prospettano molti un anacronistico ritorno al passato, una chiusura nel becero nazionalismo, ma una semplice constatazione di un fatto puramente razionale, tecnico o se volete sociale che porta a bocciare un progetto sbagliato, dozzinale, perché poggiato su ipotesi sbagliate, grossolane, umanamente agghiaccianti. Una scelta politica avventata, che trascurando gli allarmi dell’economia, ha finito poi per vivere soltanto sulla manipolazione dei dati economici, fino alla definitiva ribellione di questi ultimi. Sono infatti i dati economici a gridare vendetta, più che la disperazione della gente o le tensioni, queste sì nazionalistiche, che puntualmente si stanno accendendo fra i popoli europei che per 50 anni, dopo la fine della seconda guerra mondiale, erano riusciti bene o male a vivere in pace e in armonia. Non sarà solo un caso che dopo l’ingresso nell’euro nel 2002, l’Italia non ha più registrato un surplus delle partite correnti con l’estero (vedi grafico sotto). Questo è un dato, su cui un giorno qualcuno dei responsabili politici dello scempio (la pseudo-sinistra italiana, il PD in particolare, e in misura minore il PDL e l’UDC) dovrebbe rendere conto e ragione ai cittadini italiani, in pubblica piazza (o meglio ancora in un’aula di tribunale).





Un’ultima considerazione prima di concludere. Finora abbiamo parlato solo di bilancia commerciale, esportazioni di beni e servizi, ma abbiamo trascurato il conto finanziario, ovvero il bilancio delle attività e passività finanziarie da cui dipendono poi gli interessi che paghiamo sul debito estero e i profitti che dobbiamo corrispondere agli investitori stranieri. Una moneta nazionale e una politica monetaria autonoma consentirebbero non solo di procedere ad un’indispensabile detassazione sia dei cittadini che delle imprese (ormai sappiamo che in un quadro di piena sovranità monetaria le tasse non servono per ripagare né le spese né i debiti pubblici) in vista di un ulteriore recupero di competitività, ma ad orientare perfettamente il regime dei tassi di interesse. Mantenendo un livello di tassi di interesse bassi per tutto il tempo necessario, potremmo rimborsare o rinnovare nel giro di pochi anni l’intero debito estero cumulato (che a dispetto di tutto e a differenza degli altri paesi della periferia europea è ancora gestibile, intorno al 30% del PIL, vedi grafico sotto), anche in presenza di una forte svalutazione della nuova lira (bisognerebbe vedere poi caso per caso, a secondo delle tipologie contrattuali adottate, quale parte di debito estero potrebbe essere denominato in nuove lire e quale invece dovrebbe essere denominato in una valuta internazionale). Questa conclusione deriva dallo stesso surplus della bilancia commerciale, che sospinto dalla svalutazione della lira escluderebbe, almeno inizialmente, la necessità di tenere alti i tassi di interesse per attirare capitali esteri necessari a riequilibrare eccessivi disavanzi nelle partite correnti. Si innescherebbe in pratica un circolo virtuoso capace di annullare con i surplus commerciali gli effetti nefasti di crescita degli interessi dovuti all’adozione dell’euro, che sono la causa maggiore del nostro attuale deficit nelle partite correnti.





Poi sapendo tutti questi “fatti” e conoscendo questi “dati”, ognuno è libero di farsi rimbambire con i canti corali sulla tragedia greca o le violente picchiate dei falchi tedeschi, rimanendo immobile in attesa del gran finale. Ma la realtà dei “fatti” non cambia. L’euro è una moneta sbagliata, destinata a scomparire e prima o dopo, volenti o nolenti, noi dovremo tornare alla lira. Se lo faremo prima, i costi umani e sociali saranno minori, perché gli indici economici confermano che oggi siamo ancora in tempo per uscire dall’euro senza troppi traumi. Se lo faremo dopo invece, quando il nostro tessuto produttivo interno sarà stato dilaniato e impoverito, le condizioni saranno molto più sfavorevoli e servirà più tempo per ripristinare una situazione di normalità e di equilibrio. Questo dice l’economia, tutto il resto, le previsioni di Monti, le minacce di Draghi, le carriole di Bersani, le preghiere rivolte alla Mecca dei sindacalisti sono solo una farsa, una pantomima che serve a coprire un’altra pagliacciata, molto più vile e insidiosa, andata in scena più di trent’anni fa. Chi si diverte con poco si accomodi pure, ma poi non si stupisca se un giorno si ritroverà con un cappio al collo e sull’orlo di un baratro perché “ce lo chiede l’Europa!”.  

TEMPESTA PERFETTA: RITORNO ALLA LIRA: LA BILANCIA COMMERCIALE ITALIAN…:

Aids feat. Hiv – La Frode Scientifica del Secolo(D…

Il seguente scritto (“copiaincollato”, con qualche modifica a livello grafico/grammaticale, da un documento in formato .pdf, visionabile e scaricabile dalla pagina Articoli e Documenti), è un approfondimento scientifico al post Aids feat. Hiv.
Ringrazio l’Autore che, su espressa richiesta, non sarà menzionato e ricordo che, come sosteneva Wolfgang Goethe, “Molti rispettano la scienza se vivono di questa, ma venerano l’errore se è da esso che traggono i mezzi di sussistenza.”

lafrodescientificadelsecolo.blogspot.com

Il 23 aprile 1984, il Dottor Robert Gallo afferma, in una conferenza stampa con l’allora segretaria del “Ministero della Salute” statunitense Margaret Heckler, che

“[…] la probabile causa dell’Aids è stata individuata, è un virus chiamato Htlv 1-2-3 (oggi chiamato Hiv); contiamo di avere un vaccino pronto entro 2 anni.“.

Tale conferenza viene effettuata prima che Gallo sottoponga la sua ricerca e i suoi esperimenti alla Comunità Scientifica per poterne verificare la validità.
24 ore dopo, il primo “test” ipoteticamente destinato all’individuazione del virus nel sangue umano è già stato brevettato ed è pronto per essere venduto in tutto il mondo.

I documenti ufficiali che “provano” questa “scoperta” sono riportati di seguito.

Il giorno 26 marzo 1984, il Dottor Matthew A. Gonda, che venne incaricato da Gallo ed assistenti di fotografare il “virus” al microscopio elettronico, al fine di inviare le immagini alla rivista “Science” per la sua pubblicazione, scrive a Gallo e alla sua équipe che

“[…] le particelle osservate sono frammenti di una cellula degenerata e che “[…] non credo affatto che le particelle fotografate siano il virus Htlv (Hiv).”.

Il collaboratore di Gallo, il Dottor Mika Papovic, scrive, nella sua ricerca, (si veda il documento originale di seguito riportato) che

“[…] nonostante intensi sforzi nella ricerca, l’agente patogeno causa dell’Aids non è stato ancora identificato..

Gallo, come si può notare dal documento, depenna tale frase e la sostituisce con una che afferma il contrario, poi spedisce il suo articolo alla rivista “Science” che lo pubblica il 4 Maggio del 1984.


Nel 2008, 37 scienziati inviano una lettera a “Science” chiedendo che l’articolo del 1984 di Gallo sia immediatamente ritirato poiché le prove di come fosse stato volutamente contraffatto, sono tali da renderlo inaccettabile dal punto di vista scientifico e morale. Tale lettera è ancora in attesa di risposta.

I TEST PER EFFETTUARE LA DIAGNOSI DI Hiv SONO 3:

1) il primo è chiamato test “Elisa”, definito test anticorpale di diagnosi di routine; se questo test risulta positivo, è obbligatorio effettuare un secondo prelievo al paziente, in modo da poter verificare l’infezione con un altro test, chiamato “Western Blot”.

2) Il “Western Blot” è costituito da 9 bande antigieniche che si ritengono specifiche del virus Hiv. Ma in ogni paese del mondo, il numero di bande necessarie alla conferma della positività del test è diverso. Si può essere positivi in Svizzera, dove le bande richieste sono 2, e negativi in Australia, dove le bande richieste sono 4. In Africa, la diagnosi di Aids viene effettuata senza l’uso dei test, ma in base ai cosiddetti principi di “Bangui”, indicatori clinici aspecifici di infezione come febbre, dissenteria, perdita di peso. Questo in un paese in cui la malnutrizione e la mancanza di acqua potabile creano un numero di malattie note alla scienza da secoli e che nulla hanno a che fare con un virus.

3) Un terzo tipo di test, chiamato “PCR” (Reazione a catena della Polimerasi), viene utilizzato per confermare e monitorare l’intensità dell’infezione Hiv in base al presunto numero di copie di virus per millilitro di sangue. Tale tecnica, inventata da Kary Mullis negli anni Novanta, e per la quale Mullis ottenne il premio Nobel nel 1993, è parte dello screening diagnostico e prognostico delle infezioni da Hiv; in base a questo test si decide quando, quanti e quali farmaci somministrare a vita al paziente. Ma lo stesso Mullis ha affermato che la sua tecnica “non è in grado di identificare virus perché è nata per altri obiettivi e amplifica di milioni di volte dei piccoli frammenti di DNA e RNA endogeno, quindi non specifico.

I seguenti sono i foglietti illustrativi che accompagnano i tre test:

Elisa Kit

Hiv-1 Western Blot Kit

Epitope, Inc. Product Number 72827
PN201-3039 Revision #8
“SUMMARY AND EXPLANATION OF THE TEST”
A sample that is reactive in both the EIA screening test and the Western blot is presumed to be positive for antibody to Hiv-1, indicating infection with this virus except in situations of passively acquired antibody or experimental vaccination.”

“LIMITATIONS OF THE PROCEDURE”

1. The assay must be performed in strict accordance with these instructions to obtain accurate, reproducible results.

2. Although a Positive result may indicate infection with the Hiv-1 virus, a diagnosis of Acquired Immunodeficiency Syndrome (Aids) can be made only if an individual meets the case definition of Aids established by the Centers for Disease Control. A repeat test on an independent sample should be considered to control for sample mix-up or operator error, and to verify a positive test result.

3. Individuals with Hiv-1 infection may present incomplete patterns due to the natural history of Aids or other immunodeficiency states, e.g.:
a. Aids patients may lose antibody reactions to p24 & p31;
b. Infants born to Hiv-1 infected mothers, but who are uninfected, may display incomplete patterns as passively acquired maternal antibodies begin to disappear;
c. Individuals who have recently seroconverted may display incomplete band patterns;
d. Infected patients with malignancies and individuals receiving immunosuppressive drugs may fail to develop a Positive result;
e. Individuals infected with Htlv-I/II or Hiv-2, may exhibit incomplete cross-reactivity;
f. Individuals may develop incomplete patterns that reflect the composition of experimental Hiv sub-unit vacines that they may have received.
[…]

5. Since reactivity of any degree with any of the virus-specific proteins identified on the strip is possible evidence of antibodies to Hiv-1, all samples interpreted as Indeterminate should be repeated using the original specimen. In addition, it is recommended that samples interpreted as Indeterminate be retested after six months, using a fresh specimen.

6. Do not use this kit as the sole basis of diagnosis of Hiv-1 infection.

7. A Negative result does not exclude the possibility of Hiv-1 infection. Antibody testing should not be used in lieu of donor self-exclusion by blood collection establishments.”

Sensitivity and Specificity

Sensitivity and specificity of the Hiv-1 Western Blot Kit was determined in comparative studies with a previously licenced Hiv-1 Western blot using EIA repeatedly reactive samples from high Aids risk and low risk populations respectively.*

“INTERFERING FACTORS AND SUBSTANCES”

Testing was performed on specimens from individuals with clinical conditions unrelated to Hiv-1 which might result in a reactivity with proteins present. Samples studied included 25 from persons with auto immune diseases, 12 with elevated gammaglobulins, 110 with viral infections unrelated to Hiv-1 and 38 other conditions. The viral infections included samples positive in clinical tests for Cytomegalovirus (12), Infectious mononucleosis (10), Epstein-Barr virus (3), Rubells (12), Varcella-Zoster (3), Herpes Simplex (12), HBsAg (7), and Htlv-1 (39). Although bands were occasionally present at viral locations, none of the strips could be interpreted as positive.**

COMMENTARY:
* Although the Western Blot is supposed to be a “more specific” test to confirm the results of the EIA (ELISA), the specificity and sensitivity are assumed by the same indirect means. No gold standard was applied, such as isolating Hiv-1 from fresh patient plasma, in any of these studies. These studies confuse specificity with a high reproducibility of EIA by Western Blot.

(Test Western Blot: Come si può notare dall’immagine qui sotto, in ogni Paese i criteri richiesti per una diagnosi di positività oc mref ata ladtsetanestern Blot sono differenti. Se si è positivi in un Paese in cui le bande richieste sono 2, basta recarsi in un altro Paese in cui le bande richieste sono maggiori e si diventa automaticamente sieronegativi).


PCR “viral load” tests KIT INSERT

The AMPLICOR Hiv-1 MONITOR test is an in vivo nucleic acid amplification test for the quantification of Human Immunodeficiency Virus Type 1 (Hiv-1) in human plasma. The test is intended for use in conjunction with clinical presentation and other laboratory markers as an indicator of disease prognosis.

The test has been used as an aid in assessing viral response to antiretroviral treatment as measured by changes in plasma Hiv-1 RNA levels. The clinical significance of changes in Hiv RNA measurements has not been fully established although several large studies that will more fully determine the role of comparative Hiv RNA measurements in patient management are now in progress. Hiv-1 RNA levels as measured by PCR were used as one of the surrogate markers in the accelerated approval process for the protease inhibitor drugs INVIRASE, CRIXIVAN and NORVIR, and for the reverse transcriptase inhibitor drug EPIVIR. The utility of plasma Hiv-1 RNA in surrogate endpoint determinations has not been fully established.

The AMPLICOR Hiv-1 MONITOR Test is not intended to be used as a screening test for Hiv or as a diagnostic test to confirm the presence of Hiv infection.

Come si può notare, gli stessi produttori del test Elisa, alla voce “sensibilità e specificità del test” affermano:

AD OGGI NON ESISTE UNO STANDARD RICONOSCIUTO PER STABILIRE LA PRESENZA O L’ASSENZA DI ANTICORPI Hiv-1 E Hiv-2 NEL SANGUE UMANO.

Ma tale test viene usato per affermare che nel sangue analizzato del paziente gli anticorpi sono presenti.
Nel foglio illustrativo del test Western Blot, chiamato “test di conferma” perché appunto dovrebbe confermare un’infezione rivelatasi al primo test Elisa, si legge che:

“UN CAMPIONE DI SANGUE RISULTATO POSITIVO SIA AL TEST ELISA CHE AL TEST WESTERN BLOT SI PRESUME INFETTO DA Hiv-1

e ancora:

“SEBBENE UN RISULTATO POSITIVO (ricordiamo che la sua positività cambia da paese a paese) POTREBBE INDICARE INFEZIONE DA Hiv-1, LA DIAGNOSI DI Aids PUO’ ESSERE EFFETTUATA SOLO SE L’INDIVIDUO RISPECCHIA I CRITERI DIAGNOSTICI STABILITI DAL CDC (CENTER FOR DISEASES CONTROL)”

e inoltre al punto 6 viene affermato:

NON USARE IL WESTERN BLOT COME UNICO TEST DI CONFERMA DI DIAGNOSI DI POSITIVITA’ AL VIRUS Hiv-1.

Peccato che questo viene chiamato e usato come test di conferma…
Passando alla terza metodica diagnostica, la PCR (Reazione a catena della Polimerasi), ecco cosa riporta il foglio illustrativo del test:

QUESTA TECNICA NON DEVE ESSERE USATA COME TEST DI SCREENING PER IL VIRUS Hiv O COME STRUMENTO DIAGNOSTICO PER CONFERMARE LA PRESENZA DEL VIRUS

Con questo test, invece, i medici decidono quando iniziare le terapie farmacologiche a base di chemioterapici che andranno assunti quotidianamente per tutta la vita, sui pazienti definiti sieropositivi. Terapie farmacologiche basate su farmaci tossici e mortali (chiamati farmaci antiretrovirali-ARV) nei cui bugiardini, consultabili liberamente sul sito della FDA (Food and Drugs Administration) viene affermato che (vedi immagine, esemplificativa di uno dei tanti farmaci ARV fotografata direttamente dal sito americano www.fda.gov):

L’etichetta del farmaco AZT, che anni fa veniva usato in monoterapia e attualmente si somministra alle donne gravide per evitare di “trasmettere il virus” al nascituro; inoltre si usa ancora in combinazione con altri farmaci: PERICOLO DI MORTE– “Tossico per inalazione, in contatto con la pelle e se deglutito.

Dalla rivista “Lancet”, Agosto 2006, uno studio sull’inefficacia e tossicità dei farmaci anti-Hiv:

IL RISCHIO DI MORIRE DI AIDS E’ AUMENTATO DA QUANDO SI USANO I FARMACI ANTI-HIV


QUESTO FARMACO NON CURA E NON PREVIENE L’INFEZIONE DA HIV E NON NE IMPEDISCE LA TRASMISSIONE. QUESTO FARMACO PUO’ CAUSARE, CON I SUOI EFFETTI COLLATERALI, SINTOMI INDISTINGUIBILI DALLA IMMUNODEFICIENZA ACQUISITA (Aids).

Milioni di vittime nel mondo sono quindi morte a causa dei farmaci che dovevano curarli.
Françoise Barrè-Sinoussi ha preso il Premio Nobel per la Medicina insieme a Luc Montagnier per la presunta scoperta del virus Hiv; ma la prima ha affermato nel documentario “The Emperor New Virus” che Purificare il virus era fondamentale per poter preparare i test per trovare gli anticorpi dell’Hiv, ok? Perché volevamo che i test diagnostici fossero quanto più precisi possibile. Infatti se si usa una preparazione di virus che non è purificata ovviamente identificherai anticorpi di ogni tipo […]”.

Però Luc Montagnier, che ha condiviso con lei il Nobel, ha onestamente sostenuto che:


Luc Montagnier: “LO RIPETO, NOI NON ABBIAMO PURIFICATO IL VIRUS.

Esistono circa 70 condizioni mediche riconosciute che possono portare alla positività dei test Hiv, che non vengono MAI comunicate al paziente al momento del test. Tra queste troviamo la semplice influenza e il vaccino antinfluenzale stesso (nel foglio illustrativo di questo viene dichiarato che può determinare positività ai test Hiv), vaccinazioni di vario tipo (ad esempio i lisati batterici), il raffreddore, la gravidanza, infezioni di varia natura (citomegalovirus, mononucleosi, herpes simplex I e II), etc. etc..

A tal proposito, si veda l’elenco seguente, compilato da Christine Johnson.

Fattori che possono dare esito positivo al test Hiv

Anticorpi anti-carboidrati;
Anticorpi che si trovano in modo naturale (Naturally-occurring antibodies);
Immunità passiva: recezione di gamma globulina o immunoglobulina (come profilassi contro infezione che contiene anticorpi);
Lebbra;
Tubercolosi;
Micobacterium avium;
Lupus eritematoso sistemico;
Insufficienza renale;
Emodialisi/Insufficienza renale;
Terapia di alfa interferone in pazienti di emodialisi;
Influenza;
Vaccino contro l’influenza;
Virus Herpes semplice I (labiale);
Virus Herpes semplice II (genitale);
Infezione del tratto respiratorio superiore (raffreddore o influenza);
Infezione virale recente o esposizione a vaccini virali Gravidanza in donne multipare ( che hanno partorito molto);
Malaria Alti livelli di complessi immuni circolanti;
Ipergammaglobulinemia (alti livelli di anticorpi);
Falsi sieropositivi in altri test, incluso il test RPR (rapid plasma reagent) per la sifilide;
Artrite reumatoide;
Vaccino contro l’epatite B;
Vaccino contro il tetano;
Trapianto di organi;
Trapianto renale;
Anticorpi anti-linfociti;
Anticorpi anti-collageni (riscontrati in omosessuali, emofiliaci, africani in tutte e due i sessi, in persone con lebbra);
Sieropositivi al fattore reumatoide, anticorpi anti-nucleari (entrambi riscontrati nella artrite reumatoide e in altri auto-anticorpi);
Malattie autoimmuni – Lupus eritematoso, scleroderma, malattia del tessuto connettivo, dermatomiositi;
Infezioni virali acute, infezioni virali del DNA Neoplasmi maligni (cancri);
Epatite alcolica/malattia epatica alcolica;
Colangite sclerosante primaria;
Epatite;
Sangue “appiccicoso” (negli africani);
Anticorpi con un’alta affinità per il polistirene (adoperati nei kit dei test);
Trasfusioni sanguinee, trasfusioni sanguinee molteplici;
Mieloma molteplice;
Anticorpi HLA (contro antigeni dei leucociti di tipo I e di tipo II);
Anticorpi anti-muscoli lisci;
Anticorpi anti-celle parietali;
IgM (anticorpi) anti-epatite A;
IgM anti-Hbc;
Somministrazione di preparati di immunoglobulina umana raccolti prima del 1985;
Emofilia;
Disordini ematologici maligni/limfoma;
Cirrosi biliare primaria;
Sindrome di Stevens-Johnson;
Febbre Q con epatite associata;
Campioni trattati con calore (specimens);
Siero lipemico (sangue con alti livelli di grassi o lipidi);
Siero emolizzato (sangue in cui l’emoglobulina si separa dai globuli rossi);
Iperbilirubinemia;
Globuline prodotte durante gammopatie policlonali (le quali si riscontrano in gruppi a rischio Aids);
Individui sani come risultato di reazioni crociate non capite;
Ribonucleoproteine umane normali;
Altri retrovirus Anticorpi anti-mitocondriali;
Anticorpi anti-nucleari;
Anticorpi anti-microsomiali;
Anticorpi dell’antigene di leucociti delle cellule T;
Proteine nel filtro di carta;
Virus Epstein-Barr;
Leishmaniasi viscerale;
Sesso anale ricettivo.
Cosa rilevano dunque questi test che si definiscono specifici per Hiv, se invece danno una reazione crociata con innumerevoli tipi di anticorpi non specifici?

In un’intervista del 2009, il co-scopritore del virus Hiv, Luc Montagnier, ha dichiarato che POSSIAMO ESSERE TUTTI ESPOSTI AL VIRUS HIV, SENZA ESSERNE CRONICAMENTE INFETTATI; UN SISTEMA IMMUNITARIO FUNZIONANTE, DEBELLERA’ IL VIRUS IN POCHE SETTIMANE.

Il Professor Montagnier dovrebbe spiegarci come sia possibile liberarsi “in modo” naturale da un retrovirus che per quasi 30 anni è stato definito incurabile, letale, altamente trasmissibile.

Inoltre, ricordiamo che la funzione di un vaccino è creare gli anticorpi verso la malattia stessa. Se una persona risulta positiva al test per il citomegalovirus o la toxoplasmosi, ad esempio, viene dichiarata immunizzata verso tali agenti patogeni, poiché nel sangue vengono rilevati appunto gli anticorpi specifici. Nei test Hiv che, come abbiamo visto i produttori stessi dichiarano non in grado di identificare gli anticorpi Hiv, la positività (ovvero la presenza dei anticorpi) viene invece valutata come indicatore di infezione cronica, progressiva e mortale.

Ma, se anche l’Hiv fosse un retrovirus, come sostenuto da decenni, è importante sapere che nella storia della microbiologia e della virologia, nessun retrovirus è mai stato né pericoloso nè letale. Il nostro patrimonio genetico contiene infatti circa novantasettemila (97000) retrovirus endogeni (ovvero innati, non acquisiti dall’esterno) naturalmente presenti nel nostro organismo e assolutamente innocui.

Le culture cellulari usate da Gallo nel 1983, a cui segue la pubblicazione su “Science” dell’articolo-annuncio della scoperta del virus Hiv, erano mescolate a linfociti provenienti dal sangue di cordone ombelicale, tessuto riconosciuto da tempo per la sua ricchezza in retrovirus umani. Tale articolo comprende dunque gravi errori metodologici.

15 anni più tardi vennero effettuati controlli sperimentali in laboratori francesi e statunitensi che pubblicano un articolo sulla rivista “Virology” (1997), in cui si dimostravano i risultati dei loro studi al microscopio elettronico sui gradienti ottenuti a partire da culture cellulari che si ritenevano infette da Hiv. In entrambi gli studi, gli autori hanno riscontrato un’abbondanza di residui cellulari senza alcuna evidenza accettabile di particelle retro virali. Quasi nello stesso momento Luc Montagnier viene intervistato da Djamel Tahi e finisce per ammettere che, in effetti, il virus Hiv non è mai stato isolato nel suo laboratorio.

Da cosa è causata allora l’Aids?

L’immunodeficienza è conosciuta in medicina da secoli ed è prevalentemente causata da:
1 – Uso e abuso di droghe, soprattutto nitrito di amile (“Popper”);
Indicativa, a questo proposito, la seguente ordinanza del Ministro Fazio, di cui nessuno ha parlato:

Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali

ORDINANZA 19 novembre 2009

Divieto di fabbricazione, importazione, immissione sul mercato e uso di achil-nitriti alifatici, ciclici o eterociclici e loro isomeri, in quanto tali o in quanto componenti di miscele o di articoli (Poppers). (10A00117) (G.U. Serie Generale n. 8 del 12 gennaio 2010.

Tenuto conto che gli alchil-nitriti sono stati riconosciuti come immunosoppressori e promotori della replicazione virale e delle cellule tumorali, nonché l’assunzione abituale di dette sostanze è stata associata ad aumento di rischio di infezioni virali trasmissibili per via sessuale e di sarcoma di Kaposi;

Ritenuto pertanto di dover adottare specifiche disposizioni per limitare l’uso non regolare di sostanze denominate “poppers” in quanto tali o in quanto componenti di miscele o articoli;

Rilevato che è necessario e urgente mantenere, fino a quando non si disporrà di una soluzione permanente, disposizioni cautelari a tutela dell’incolumità pubblica;

Visto il decreto del Presidente della Repubblica 21 maggio 2009 pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 28 maggio 2008, n. 122, recante “Attribuzione del titolo di Vice Ministro al Sottosegretario di Stato presso il Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, prof. Ferruccio Fazio, a norma dell’art. 10, comma 3 della legge 23 agosto 1988, n. 400”;

Ordina:

Art. 1

Campo di applicazione

1. E’ vietata la fabbricazione, immissione sul mercato e l’uso di alchil-nitriti alifatici, ciclici o eterociclici e loro isomeri in quanto tali o in quanto componenti di miscele o di articoli, destinati a consumatori.

Art. 2

Ritiro dal commercio

1. Le sostanze, le miscele e gli articoli di cui all’art. 1, già immessi sul mercato, devono essere ritirati dal commercio entro trenta giorni dalla data di pubblicazione della presente ordinanza.

Art. 3

Vigilanza

1. Le Autorità sanitarie di controllo e gli organi di polizia giudiziaria e postale sono preposti alla vigilanza sulla esatta osservanza della presente ordinanza.

Art. 4

Disposizioni transitorie e finali

1. La presente ordinanza ha validità di 12 mesi a decorrere dalla data di pubblicazione.
2. La presente ordinanza entra in vigore il medesimo giorno della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana.

Roma, 19 novembre 2009

Il Vice Ministro: Fazio

Registrato alla Corte dei conti il 21 dicembre 2009

Ufficio di controllo preventivo sui Ministeri dei servizi alla persona e dei beni culturali, registro n. 7, foglio n. 177.

2 – Patologie varie (emofilia, malaria, lebbra, tubercolosi, infezioni ricorrenti di varia natura, abuso di antibiotici e cortisonici, che sono immunosoppressori;
3 – Gli stessi farmaci anti-Hiv (come dichiarato nel loro stesso foglio illustrativo); carenze alimentari, malnutrizione, assenza di acqua potabile-Africa.

L’Aids e la legge

La corte di Dortmund, il 15 Gennaio 2001, ha emesso una sentenza di condanna ad 8 mesi, con sospensione della pena, in un procedimento per genocidio (Legge § 220a StGB) contro le Autorità Sanitarie Federali Tedesche e contro il Parlamento della Repubblica Federale Tedesca. Le autorità sanitarie erano accusate di aver diffuso informazioni e foto false relative all’isolamento del virus Hiv; il Parlamento Tedesco era accusato di aver assecondato tali menzogne nonostante fosse a conoscenza dal 1994 del fatto che il virus Hiv non è mai stato isolato, e che conseguentemente nessun test poteva essere approvato ed utilizzato per definire infette persone che, sane prima del test, sono poi morte dopo un trattamento con farmaci antiretrovirali. La tesi dell’accusa, e cioè che ne Montagnier (1983) ne Gallo (1984) avevano isolato alcun virus in connessione con l’Aids e che il Bundestag era dal 1994 a conoscenza di tale fatto, è stata provata sulla base di un documento registrato negli archivi del “German Bundestag” stesso col numero DS 12/8591. Dopo la sentenza i ricorrenti hanno indirizzato una lettera nella quale descrivono le motivazioni e le conclusioni del procedimento legale a:
* ONU, Office of the High Commissioner for Human Rights, Mary Robinson;
* Tutti i capi di Stato e tutti i capi di Governo;
* Tutte le Organizzazioni Governative.

Un’altra notizia non riportata dal mainstream, liberamente consultabile sul sito americano del CDC. Ne riportiamo un estratto significativo:

On Jan 4, 2010, the US government made a very significant about face:
“HHS/CDC is removing Hiv infection from the definition of communicable disease of public health significance contained in 42 CFR 34.2(b) and scope of examination, 42 CFR 34.3 because Hiv infection does not represent a communicable disease that is a significant threat to the general U.S. population”.

“L’Hiv NON E’ UNA MALATTIA SESSUALMENTE TRASMISSIBILE DI RILEVANZA PER LA SALUTE PUBBLICA”
(“Center for Diseases Control” and Hilary Clinton, 4 gennaio 2010)

Nessuno stato europeo considera l’Aids un’emergenza epidemica, tanto è vero che anche in Italia è considerata solo epidemia di Classe III (perfino la sorveglianza epidemiologica della rosolia si trova in Classe II, quindi è considerata più rilevante).

“Padian Study”: il più importante studio epidemiologico condotto sulla trasmissibilità dell’Hiv, condotto in California, ha esaminato 175 coppie eterosessuali sessualmente attive, in cui un partner era sieropositivo e l’altro sieronegativo; le coppie sono state monitorate per un periodo di oltre 6 anni per valutare eventuali casi di siero conversione. Un quarto delle coppie ammise di non usare precauzioni durante i rapporti sessuali: non ci fu nemmeno un caso di siero conversione.

Hiv testing literature

1)“In 1985, at the beginning of Hiv testing, it was known that “68% to 89% of all repeatedly reactive ELISA (Hiv antibody) tests [were] likely to represent false positive results.” (New England Journal of Medicine. 1985)”.

“NEW ENGLAND JOURNAL O MEDICINE”: “dal 68% all’89% dei test Elisa per anticorpi Hiv rappresentano falsi positivi”

2) In 1992, the Lancet reported (“Hiv Screening in Russia”) that for 66 true positives, there were 30,000 false positives. And in pregnant women, “there were 8,000 false positives for 6 confirmations.”

“LANCET”: “per 66 individui positivi al test Hiv ci sono 30.000 falsi positivi”

In September 2000, the ArcHives of Family Medicine stated that the more women we test, the greater “the proportion of false-positive and ambiguous (indeterminate) test results.”

The tests described above are standard Hiv tests, the kind promoted in the ads. Their technical name is ELISA or EIA (Enzyme-linked Immuno-sorbant Assay). They are antibody tests. The tests contain proteins that react with antibodies in your blood.

False Positives

In the U.S., you’re tested with an ELISA first. If your blood reacts, you’ll be tested again, with another ELISA. Why is the second more accurate than the first? That’s just the protocol. If you have a reaction on the second ELISA, you’ll be confirmed with a third antibody test, called the Western Blot. But that’s here in America. In some countries, one ELISA is all you get.

It is precisely because Hiv tests are antibody tests, that they produce so many false-positive results. All antibodies tend to cross-react. We produce anti-bodies all the time, in response to stress, malnutrition, illness, drug use, vaccination, foods we eat, a cut, a cold, even pregnancy. These antibodies are known to make Hiv tests come up as positive.

The medical literature lists dozens of reasons for positive Hiv test results: “transfusions, transplantation, or pregnancy, autoimmune disorders, malignancies, alcoholic liver disease, or for reasons that are un-clear […]” (“ArcHives of Family Medicine”. Sept/Oct. 2000).
“Liver diseases, parenteral substance abuse, hemodialysis, or vaccinations for hepatitis B, rabies, or influenza […]” (“ArcHives of Internal Medicine”, August, 2000).

The same is true for the confirmatory test the “Western Blot”. Causes of indeterminate Western Blots include: “lymphoma, multiple sclerosis, injection drug use, liver disease, or autoimmune disorders. Also, there appear to be healthy individuals with antibodies that cross-react […].” (“ArcHives of Internal Medicine”, August, 2000).

“ARCHIVES OF INTERNAL MEDICINE”: ESISTONO DOZZINE DI CAUSE CHE POSSONO RENDERE POSITIVO UN TEST Hiv: VACCINAZIONI, INFLUENZA, GRAVIDANZA, TRASFUSIONI, E INOLTRE CI SONO INDIVIDUI SANI I CUI ANTICORPI REAGISCONO AL TEST Hiv“.

Pregnancy is consistently listed as a cause of positive test results, even by the test manufacturers. “[False positives can be caused by] prior pregnancy, blood transfusions […] and other potential nonspecific reactions.” (“Vironostika Hiv Test”, 2003).

1. Montagnier stesso mostrò sulla prestigiosa rivista “Annals of Internal Medicine” che un test di anticorpi positivi ritorna negativo e che un conteggio di cellule T4 basso torna normale attraverso la cessazione dei rapporti anali, ciò significa che il risultato positivo del test Hiv non è dovuto a un retrovirus:

“Transient Antibody to Lymphadenopathy-Associated Virus/Human T-Lymphotropic Virus Type III and T-Lymphocyte Abnormalities in the Wife of a Man Who Developed the Acquired Immunodeficiency Syndrome”

“Annals of Internal Medicine”, 1 october 1985.
(HAROLD BURGER, Ph.D.; BARBARA WEISER, M.D.; WILLIAM S. ROBINSON, M.D.; JEFFREY LIFSON, M.D.; EDGAR ENGLEMAN, M.D.; CHRISTINE ROUZIOUX, Ph.D.; FRANÇOISE BRUN-VÉZINET, M.D.; FRANÇOISE BARRÉ-SINOUSSI, Ph.D.; LUC MONTAGNIER, M.D.; and JEAN-CLAUDE CHERMANN, Ph.D)

2. Articolo storico scritto del co-Premio Nobel Howard Temin (per la scoperta della transcriptasi inversa) che dimostra come questo enzima NON sia specifico di una ipotetica attività retrovirale

3. La prestigiosa rivista “Science”, pubblicò un articolo storico che dimostra come il famoso “virus” Hiv non uccida i linfociti T nelle colture di laboratorio

4. La prestigiosa rivista “Annals of Internal Medicine” afferma che svariate patologie Aids-correlate appaiono poco dopo aver iniziato la terapia antiretrovirale. Ma per molti sono farmaci “salvavita”

5. Il “CDC” (Centro di Controllo per le Malattie) affermò, prima di sfruttare l’idea infondata di un virus, che “l’esposizione ad alcune sostanze tossiche e droghe (piuttosto che un agente infettivo) può condurre all’ immunodeficienza un gruppo di omosessuali maschi che condivide un particolare stile di vita”

6. Secondo questo studio, pubblicato proprio da Gallo e Gonda, il presunto virus HTLV-3/Hiv si trova nella saliva. E, sebbene esistano test salivari per la rilevazione dei presunti anticorpi Hiv (se ci sono anticorpi in un fluido organico, deve esserci anche il virus), da decenni viene detto che il virus non si trasmette con starnuti, colpi di tosse, eccetera. La foto, secondo gli autori, rappresenterebbe una micrografia elettronica del virus nella saliva.

7. In questo articolo dell’“American Journal of Reproduction and Immunology”, si dimostra come le presunte “proteine Hiv” siano presenti nella placenta umana. Ricordiamo che, nei loro esperimenti all’inizio degli anni ’80, sia Gallo che Montagnier aggiungono nelle colture cellulari in cui affermano di aver trovato il nuovo retrovirus Hiv, proprio della placenta umana.
Come infatti si può notare nella micrografia seguente, confrontando le particelle isolate da Montagnier con le particelle presenti nella placenta umana, non vi è alcuna differenza:

8. Articolo che dimostra la presenza della “carica virale” in soggetti sieronegativi.

9. Riportiamo, infine, un estratto molto indicativo di un procedimento penale nei confronti di Robert Gallo, tenutosi in Australia nel 2007, in cui Gallo stesso ammette, davanti al Giudice, che l’Hiv non è la causa dell’Aids.

L’avvocato a Gallo: “Lei aveva trovato l’Hiv in 48 persone su 119, cioè il 40%?”

Gallo: “Sono d’accordo”

Avvocato: “E’ d’accordo sul fatto che l’isolamento dell’Hiv soltanto dal 40% dei pazienti non costituisce la prova che l’Hiv causa l’Aids?”

Gallo: “Direi di sì, da solo, indipendentemente, un isolamento del 40% di un nuovo virus, direi che non è la causa”.

A pagina 1300 Gallo ammette il fatto di riscontrare basse percentuali di positività nei soggetti con i sintomi dell’Aids:

Avvocato: “Per gli adulti con KS (Sarcoma di Kaposi), del 30%; per gli adulti con infezioni opportunistiche da Aids del 47%. Lei accetta le sue cifre?”

Gallo: “Accetto le cifre”.

Nella pagina 1317 Gallo riconosce che non ha riscontrato il cosiddetto Hiv nelle lesioni da KS (Sarcoma di Kaposi) e nemmeno nelle cellule T; nella pagina 1318 Gallo ammette che i test di ‘carica virale’ non possono essere adoperati per dimostrare l’avvenuta infezione dovuta ad un virus.

La trascrizione del processo è consultabile su:

http://aras.ab.ca/articles/legal/Gallo-Transcript.pdf

Gallo e la questione del virus “HL23V”.

Nel 1984 Gallo ha già passato più di una decina d’anni nella ricerca dei retrovirus e del cancro. E’ uno dei molti virologi coinvolti nel decennio della guerra contro il cancro del Presidente Richard Nixon. Verso la metà degli anni ’70, Gallo afferma di aver scoperto il primo retrovirus umano in pazienti affetti da leucemia. Sostiene che i suoi dati provino l’esistenza di un retrovirus che chiama HL23V (11,21). Ora, proprio come avrebbe fatto più tardi per l’Hiv, Gallo usa le reazioni agli anticorpi per ‘provare’ quali proteine nelle colture siano proteine virali. E, non molto tempo dopo, altri proclamano di aver trovato gli stessi anticorpi in molte persone che non hanno la leucemia. Comunque, pochi anni dopo, si dimostra che questi anticorpi capitano in modo naturale e sono diretti contro molte sostanze che non hanno niente a che fare con i retrovirus (22,30). Allora ci si rende conto che l’HL23V è un grosso errore. Non vi è alcun retrovirus dell’HL23V. Così i dati di Gallo diventano motivo di imbarazzo e ora l’HL23V è scomparso. Quello che ci sembra interessante è sapere che la dimostrazione usata per affermare l’esistenza dell’HL23V è lo stesso tipo di dimostrazione data per provare l’esistenza dell’Hiv.

Esempio di una reale foto al microscopio elettronico che mostra l’isolamento e la purificazione virale; le piccole frecce indicano impurità, le restanti particelle sono tutte virali (virus Friend, fotografato dal Professor Etienne De Harven).
Tale procedura ufficiale di isolamento e purificazione virale non è mai stata adottata per l’Hiv.

Dalla rivista “Virology”, 1997 – Studio condotto in maniera congiunta da gruppi di ricerca in USA, Francia e Germania, rappresenta il primo e unico tentativo di isolamento e purificazione del presunto retrovirus Hiv, dalla sua presunta scoperta nel 1984: gli autori stessi ammettono di aver purificato solo delle vescicole cellulari. I due gruppi di ricerca, inoltre, hanno isolato particelle di dimensioni diverse non solo l’uno dall’altro, ma anche e soprattutto molto più grandi rispetto alle presunte particelle virali isolate da Gallo e Montagnier negli anni 80. Non fu possibile isolare e purificare alcun virus.
Questo è stato confermato anche direttamente dal microscopista elettronico di Luc Montagnier:

In ultima istanza, viene da chiedersi perché il programma mondiale di lotta contro l’Aids degli Stati Uniti sia gestito dal “National Security Council” e dalla CIA, e non sia stato invece affidato agli organismi sanitari competenti.

La ”Teoria del Complotto”: Aids feat. Hiv – La Frode Scientifica del Secolo(D…:

Essere e sapere

Ripetiamo: la relazione tra il sapere e l’essere non cambia per un semplice
accrescimento del sapere. Essa cambia solamente quando l’essere
cresce parallelamente al sapere. In altri termini, la comprensione non
cresce che in funzione dello sviluppo dell’essere.
“Le persone, sovente confondono questi concetti e non afferrano
chiaramente quale è la differenza tra di essi. Pensano che se si sa di
più, si deve comprendere di più. Questo è il motivo per cui esse
accumulano il sapere o quello che chiamano così, ma non sanno come
si accumula la comprensione e non se ne preoccupano.
“Tuttavia una persona esercitata all’osservazione di sé, sa con certezza
che in differenti periodi della sua vita ha compreso una stessa
idea, uno stesso pensiero, in modo totalmente diverso. Sovente le
sembra strano, di aver potuto comprendere così male ciò che adesso
crede di comprendere così bene. E, ciononostante, si rende conto che
il suo sapere è rimasto lo stesso, e che oggi non sa niente più di ieri.
Che cosa dunque è cambiato? È il suo essere che è cambiato. Quando
l’essere cambia, anche la comprensione deve cambiare.
“La differenza tra il sapere e la comprensione ci diventa chiara
quando ci rendiamo conto che il sapere può essere funzione di un
solo centro. La comprensione, invece, risulta dalla funzione di tre centri.
Così l’apparecchio del pensiero può sapere qualcosa. Ma la comprensione
appare soltanto quando un uomo ha il sentimento e la sensazione
di tutto ciò che si ricollega al suo sapere.

“Abbiamo già parlato della meccanicità. Un uomo non può dire di
comprendere l’idea della meccanicità quando la sa soltanto con la testa.
La deve sentire, con tutta la sua massa, con l’intero suo essere. Allora
la comprenderà.
“Nell’ambito delle attività pratiche le persone sanno molto bene
fare la differenza tra il semplice sapere e la comprensione. Esse si
rendono conto che sapere e saper fare sono due cose del tutto diverse,
e che saper fare non è frutto del solo sapere. Ma fuori dal campo
della loro attività pratica le persone non comprendono più che cosa
significa : ‘comprendere’.
“Come regola generale, quando le persone si rendono conto che non
comprendono una cosa, cercano di trovarle un nome, quando hanno
trovato un nome, dicono che ‘comprendono’; ma ‘trovare un nome’
non significa comprendere. Purtroppo, la gente si soddisfa abitualmente
dei nomi e un uomo che conosce un gran numero di nomi,
cioè un gran numero di parole, ha la reputazione di comprendere molto,
eccetto naturalmente nella sfera delle attività pratiche in cui la sua
ignoranza non tarda a diventare evidente

Una delle ragioni della divergenza nella nostra vita fra la linea
del sapere e la linea dell’essere, in altri termini, la mancanza di comprensione
che è in parte causa e in parte effetto di questa divergenza,
si trova nel linguaggio parlato dalla gente. Questo linguaggio è pieno
di concetti falsi, di classificazioni false, di associazioni false. Soprattutto:
le caratteristiche essenziali del pensare ordinario, la sua vacuità e la
sua imprecisione fanno sì che ogni parola può avere migliaia di significati
differenti, secondo il bagaglio di cui dispone colui che parla, e
l’insieme di associazioni in gioco al momento stesso. Le persone non
si accorgono quanto il loro linguaggio sia soggettivo e quanto le cose
che dicono siano diverse, benché impieghino tutte le stesse parole.
Dalle pagine 78 79 80 di questo meraviglioso libro,,,Frammenti di un insegnamento sconosciuto

Un lungo sogno: Essere e sapere

Osservare il respiro.

1. Osservare il respiro
Osservare il respiro è un metodo che può essere fatto in qualunque posto e in qualunque momento, anche se hai solo qualche minuto a disposizione. Devi solo osservare come il petto o la pancia si alzano e si abbassano quando il respiro entra ed esce. Oppure prova in questo modo….
Prima fase: Osserva il respiro che entra
Chiudi gli occhi e inizia a osservare il respiro. Prima osserva l’inspirazione, dal momento in cui l’aria entra nel naso fino a che raggiunge i polmoni.
Seconda fase: Osserva la pausa che segue
Alla fine dell’inspirazione c’è una pausa, prima che inizi l’espirazione. Questa pausa ha un grande valore. Osservala.
Terza fase: Osserva il respiro che esce
Adesso osserva l’espirazione.
Quarta fase: Osserva la pausa che segue
Alla fine dell’espirazione c’è una seconda pausa: osservala. Fai queste quattro fasi due o tre volte – e ricorda di osservare il ciclo del respiro, senza cambiarlo in alcun modo. Osserva solo il ritmo naturale.
Quinta fase: Contare le inspirazioni
Adesso comincia a contare le inspirazioni – conta 1 inspirazione (senza contare le espirazioni), conta 2 ecc. fino a 10. Poi conta all’indietro da 10 a 1. Qualche volta ti dimenticherai di osservare il respiro oppure conterai oltre il 10. Allora ricomincia a contare da 1.
“Ci sono due cose che bisogna ricordare: la prima, osservare, in particolare osservare la pause in alto e in basso. L’esperienza di quelle pause sei tu, nel tuo nucleo più intimo, nel tuo essere. La seconda cosa: continua a contare, ma mai oltre il 10; poi torna a 1, e conta solo le inspirazioni.

Queste sono cose che aiutano la consapevolezza. Devi essere consapevole, altrimenti conterai le espirazioni oppure andrai oltre il 10.

Se questa meditazione ti piace, continua a farla. Ha un grandissimo valore.” Osho

13 Cose che Soltanto i Veri Amici Fanno

 “Il mio migliore amico e’ colui che tira fuori il meglio di me.” – Henry Ford 

Man mano che cresciamo, ci rendiamo conto che diventa sempre meno importante il numero degli amici rispetto alla qualita’, alla sincerità e all’autenticita’ degli stessi. 

In fin dei conti, la vita è un po’ come una festa. 
Si invita un sacco di gente, alcuni se ne vanno presto, altri restano per tutta la notte, alcuni ridono con te, altri ridono di te, e alcuni si presentano alla festa molto tardi. 
Ma alla fine, dopo il divertimento, solo alcuni rimangono per aiutarti a ripulire il casino. E il più delle volte, non sono le stesse persone che hanno creato quel casino. Questi sono i tuoi veri amici nella vita. Loro sono quelli che contano di più.

Ecco 13 cose che i soltanto i veri amici fanno:

1. Affrontano insieme a te i tuoi problemi.

Una persona che ti conosce e ti ama veramente – un vero amico – è qualcuno che vede il dolore nei tuoi occhi mentre tutti gli altri sanno osservare soltanto il sorriso sul tuo viso. E tieni a mente che un vero amico non e’ qualcuno che risolve i tuoi problemi al posto tuo, ma qualcuno che sceglie di affrontare i tuoi problemi insieme a te.

2. Danno sempre tutto quello che possono perché ti hanno veramente a cuore.

Una delle maggiori sfide nei rapporti deriva dal fatto che molti di noi entrano in una relazione al fine di ottenere qualcosa in cambio. Cerchiamo di trovare qualcuno che sia in grado di darci qualcosa, in un modo o nell’altro. In realtà, l’unico modo per far durare un rapporto, e ricavarne reciprocamente gioia a lungo termine, e’ cercare di concepire le nostre relazioni come una realta’ nella quale andiamo a dare, piuttosto che a ricevere. Se entrambe le parti interpretano il rapporto in questo modo, il risultato sara’ una relazione di reciproco dare e avere incentrata su generosita’, spontaneita’ e altruismo.

3. Fanno sempre in modo di trovare del tempo per te.

E ‘ovvio, ma un rapporto in cui non si riesce a trovare del tempo per l’altro e’ un rapporto che sta andando incontro a dei problemi. Non si dovrebbe mai lottare per conquistare un posto nella vita di qualcuno. Non forzate mai nessuno a fare spazio nella sua vita per te, perché se veramente stai a cuore a qualcuno, questi ci pensera’ da solo a trovare del tempo per te.

4. Proprio come te, nei rapporti di amicizia amano la libertà.

Un rapporto sano mantiene le porte e le finestre spalancate. In una relazione ricca e armoniosa circola molta aria, ci sono ampi spazi e nessuno vi si sente intrappolato. Questo e’ l’ambiente in cui le amicizie prosperano. Tieni le porte e le finestre aperte. Se le persone a cui tieni vogliono davvero essere nella tua vita, tutte le porte e le finestre aperte del mondo non le faranno certo andare via.

5. Comunicano con te in modo chiaro e diretto.

E’ stato detto molte volte, ed è indubbiamente vero: una buona comunicazione e’ fondamentale per costruire e mantenere un rapporto che funzioni. Se provi del risentimento nei riguardi di un amico è necessario parlarne subito con lui, piuttosto che lasciare che il rancore cresca. Se sei geloso, è necessario comunicare in modo aperto e onesto affinche’ possiate affrontare le tue insicurezze e gestirle insieme. Se hai delle aspettative in un rapporto, è necessario che tu le esprima per renderne l’altro consapevole. Se ci sono dei problemi, parlane. E’ bello e facile parlare di cio’ che va bene, ma per risolvere le difficolta’ e i problemi e’ necessario affrontarli. Insieme.

6. Ti vogliono bene per quello che sei senza cercare di cambiarti.

Tentare di cambiare una persona non funziona mai. Un vero amico è qualcuno che ti conosce veramente, con pregi e difetti, e ti ama per quello che sei. Non cambiare per cercare di piacere gli altri. Sii te stesso e le persone giuste apprezzeranno chi sei realmente. Se hai voglia di cambiare qualcosa in un tuo amico, prova invece a ricordarti tutte le cose belle che te lo fanno amare..

7. Sono sinceri con te e si aspettano sincerita’ da te.

Non idealizzare gli altri. Non saranno mai all’altezza delle tue aspettative. Non gestire a tavolino le tue relazioni. Smetti di giocare. Una relazione puo’ crescere solo se alimentata dalla genuinità. Non sottovalutare l’importanza dei sentimenti altrui, l’amore e l’amicizia possono regalare gioie meravigliose, ma anche provocare dolori infiniti quando sono feriti. Sii sempre onesto, aperto e disponibile.

8. Sono pronti al compromesso.

I veri amici si trovano a meta’ strada. Quando c’è un disaccordo, cerca sempre di elaborare una soluzione che funzioni per entrambe le parti – un compromesso, piuttosto che rimanere rigido sulle tue posizioni e chiudere la porta a ogni possibilita’ di venirsi incontro.

9. Ti sostengono nei momenti di cambiamento.

Le nostre esigenze cambiano con il tempo. Quando qualcuno ti dice: “Sei cambiato,” non si tratta necessariamente di una cosa negativa. A volte vuol dire che sei cresciuto, maturato, o semplicemente divenuto più consapevole. Non scusarti per questo. Cerca invece di essere sempre aperto e sincero, spiega come ti senti e continua a fare cio’ che in cuor tuo sai essere giusto.

10. Credono in te e nei tuoi sogni.

Credere in un’altra persona, e dimostrarglielo con i fatti e con le parole, puo’ fare una grande differenza nella vita di questa persona. Le persone più’ felici sono coloro che hanno accanto qualcuno che le incoraggia, le supporta e crede nei loro sogni. Sostieni coloro a cui vuoi bene, credi in loro, sostienili e incoraggiali nel raggiungimento dei loro sogni. Fai il tifo per loro e stagli accanto nella vittoria e nella sconfitta. A prescindere dal fatto che realizzeranno i propri sogni, la tua fiducia e il tuo supporto sono per i tuoi amici la cosa più importante.

11. Ti ascoltano con attenzione.

Presta attenzione a una persona e dimostragli che le sue parole contano sul serio: quella persona ne ricavera’ stima, fiducia e ottimismo nell’affrontare il futuro. Spesso le persone intorno a noi non hanno bisogno dei nostri consigli, ma solamente di un orecchio che le ascolti e di semplici parole di incoraggiamento. Cio’ che vogliono sapere e’ spesso gia’ da qualche parte dentro di loro. Hanno semplicemente bisogno di maturarne consapevolezza e il semplice fatto di parlarne a un orecchio amico puo’ fare miracoli in tal senso.

12. Mantengono le promesse.

La tua parola vuol dire tutto. Se prometti di fare qualcosa, falla. Non promettere cio’ che non puoi mantenere, non ingannare, non deludere le aspettative di chi crede in te. I veri amici mantengono sempre le promesse.

13. Ti rimangono vicino nei momenti più duri.

La triste verità è che ci sono alcune persone che ti rimarranno vicine soltanto fino a quando avranno bisogno di te. Quando non gli farai più comodo, se ne andranno. La buona notizia è che ti sarai liberato di persone che non meritavano di essere nella tua vita. Ne soffrirai, certo, ma avrai estirpato della erbacce dal tuo cammino. Chi ti ama ti restera’ vicino nei momenti più duri e sara’ li’ pronto ad offrirti spontaneamente il proprio sostegno. 

Re Interiore: 13 Cose che Soltanto i Veri Amici Fanno

SUDAMERICA: ECCO DA CHI PRENDERE ESEMPIO PER RINAS…

 

Oggi parliamo di geo-politica e di libera informazione in rete.
Tutto ciò che sta accadendo oggi, tecnicamente (nel senso di “politicamente”) è iniziato il 12 dicembre del 2008. Secondo altri, invece, sarebbe iniziato nel settembre di quell’anno. Ma ci volevano almeno quattro anni prima che l’onda d’urto arrivasse in Europa e in Usa.
Forse è meglio cominciare dall’inizio per spiegare gli accadimenti.
Anzi, è meglio cominciare dalla fine.
Con qualche specifica domanda, che –è molto probabile- pochi in Europa si sono posti.
Mi riferisco qui alla questione di Jules Assange,wikileaks, e la Repubblica di Ecuador. Perché il caso esplode, oggi?
Perché, Jules Assange, ha scelto un minuscolo, nonché pacifico, staterello del Sudamerica che conta poco o nulla?
Come mai la corona dell’impero britannico perde la testa e si fa prendere a schiaffi davanti al mondo intero da un certo signor Patino, ministro degli esteri ecuadoregno, per gli euro-atlantici un vero e proprio Signor Nessuno, il quale ha dato una risposta alla super elite planetaria (cioè il Foreign Office di Sua Maestà) tale per cui, cinque anni fa avrebbe prodotto soltanto omeriche risate di pena e disprezzo, mentre oggi li costringe ad abbozzare, ritrattare, scusarsi davanti al mondo intero?
Perché l’Ecuador? Perché, adesso?

Tutto era più che prevedibile, nonché scontato.

Intendiamoci: era scontato in tutto il continente americano, in Australia, Nuova Zelanda, Danimarca, paesi scandinavi. In Europa e a Washington pensavano che il mondo fosse lo stesso di dieci anni fa.

Perché l’Europa –e soprattutto l’Italia- è al 100% eurocentrica, vive sotto un costante bombardamento mediatico semi-dittatoriale, non ha la minima idea di ciò che accade nel resto del mondo, ma (quel che più conta) pensa ancora come nel 1812, ovvero: “se crolla l’Europa crolla il mondo intero; se crolla l’euro e l’Europa si disintegra scompare la civiltà nel mondo” eragiona ancora in termini coloniali.

Ma il mondo non funziona più così.

In Italia, ad esempio, nessuno è informato sulla zuffa (che sta già diventando rissa) tra il Brasile e l’Onu, malamente gestita da Christine Lagarde, la persona che presiede il Fondo Monetario Internazionale, e che ruota intorno all’applicazione base di un concetto formale, banale, quasi sciocco, ma che potrebbe avere ripercussioni psico-simboliche immense: l’Italia è stata ufficialmente retrocessa. Non è più l’ottava potenza al mondo, bensì la nona. E’ stata superata dal Brasile. Quindi al prossimo G8 l’Italia non verrà invitata, ma ci andrà il Brasile. Da cui la scelta di abolire il G8 trasformandolo in G10 standard. Si stanno scannando.
La prima notizia Vera (per chi vuole ricavare informazioni reali dal mondo reale) è questa: “L’Europa, con l’Inghilterra e Germania in testa, non possono (non vogliono) accettare il trionfo keynesiano del Sudamerica e la loro irruzione nel teatro della Storia come soggetti politici autonomi. Per loro vale il principio per cui “che se ne stiano a casa loro, non rompano, e ringrazino il cielo che li facciamo anche sopravvivere, come facciamo con gli africani. Altrimenti, da quelle parti, uno per uno faranno la fine di Gheddafi”. Il messaggio in sintesi è questo.
Dal Sudamerica negli ultimi quaranta giorni sono arrivati tre potentissimi messaggi in risposta: niente è stato pubblicizzato in Europa. Tanto meno l’ultimo (il più importante) in data 3 agosto, se non altro per il fatto che era in diretta televisiva dalla sede di New York del Fondo Monetario Internazionale. Nessuno lo ha trasmesso in Europa, ad esclusione del Regno di Danimarca. E così, preso atto che esiste una compattezza mediatica planetaria di censura, e avendo preso atto che se non se ne parla la televisione, non c’è in rete e non si trovano notizie su wikipedia, allora vuol dire che non esiste, il Sudamerica ha scelto il palcoscenico mediatico globale più intelligente in assoluto: il cuore della finanza oligarchica planetaria, la city di Londra.
E adesso veniamo ai fatti.

Jules Assange, il 15 giugno del 2012 capisce che per lui è finita. Si trova a Londra. Gli agenti inglesi l’arresteranno la settimana dopo, lo porteranno a Stoccolma, dove all’aereoporto non verrà prelevato dalle forze di polizia di Sua Maestà la regina di Svezia, bensì da due ufficiali della Cia, e un diplomatico statunitense, i quali avvalendosi di specifici accordi formali sanciti tra le due nazioni farà prevalere il “diritto di opzione militare in caso di conflitto bellico dichiarato” sostenendo che Jules Assange è “intervenuto attivamente” all’interno del conflitto Nato-Iraq mentre la guerra era in corso. Lo porteranno direttamente in Usa, nello Stato del Texas, dove verrà sottoposto a processo penale per attività terroristiche, chiedendo per lui l’applicazione della pena di morte sulla base dell’applicazione del Patriot Act Law. Si consulta con il suo gruppo, fanno la scelta giusta dopo tre giorni di vorticosi scambi di informazioni in tutto il pianeta. “vai all’ambasciata dell’Ecuador a piedi, con la metropolitana, stai lì”. Alle 9 del mattino del 19 giugno entra nell’ambasciata dell’Ecuador. Nessuna notizia, non lo sa nessuno. Il suo gruppo apre una trattativa con gli agenti inglesi a Londra, con gli svedesi a Stoccolma e con i diplomatici americani a Rio de Janeiro. Raggiungono un accordo: “evitiamo rischio di attentati e facciamo passare le olimpiadi, il 13 agosto se ne può andare in Sudamerica, facciamo tutto in silenzio, basta che non se ne parli”. I suoi accettano, ma allo stesso tempo non si fidano (giustamente) degli anglo-americani. Si danno da fare e mettono a segno due favolosi colpi. Il primo avviene il 3 agosto, il secondo il 4.

Il 3 agosto 2012, con un anticipo rispetto alla scadenza di 16 mesi, la presidente della Repubblica Argentina, Cristina Kirchner, si presenta alla sede di Manhattan del Fondo Monetario Internazionale accompagnata dal suo ministro dell’economia e dal ministro degli esteri ecuadoregno, Patino, in rappresentanza di “Alba” (acronimo che sta per Alianza Laburista Bolivariana America”) l’unione economica tra Ecuador, Colombia e Venezuela. In tale occasione, la Kirchner si fa fotografare e riprendere dalle televisioni con un gigantesco cartellone che mostra un assegno di 12 miliardi di euro intestato al Fondo Monetario Internazionale con scadenza 31 dicembre 2013, che il governo argentino ha versato poche ore prima. “Con questa tranche, la Repubblica Argentina ha dimostrato di essere solvibile, di essere una nazione responsabile, attendibile e affidabile per chiunque voglia investire i propri soldi. Nel 2003 andammo in default per 112 miliardi di dollari, ma ci rifiutammo di chiedere la cancellazione del debito: scegliemmo semplicemente la dichiarazione ufficiale di bancarotta e chiedemmo dieci anni di tempo per restituire i soldi a tutti, compresi gli interessi. Per dieci, lunghi anni, abbiamo vissuto nel limbo. Per dieci, lunghi anni, abbiamo protestato, contestato e combattuto contro le decisioni del Fondo Monetario Internazionale che voleva imporci misure restrittive di rigore economico sostenendo che fosse l’unica strada. Noi abbiamo seguito una strada diversa, opposta: quella del keynesismo basato sul bilancio sociale, sul benessere equo sostenibile e sugli investimenti in infrastrutture, ricerca, innovazione, investendo invece di tagliare. Abbiamo risolto i nostri problemi. Ci siamo ripresi. Non solo. Siamo oggi in grado di saldare l’ultima tranche con 16 mesi di anticipo. Le idee del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale in materia economica sono idee errate, sbagliate.

Lo erano allora lo sono ancor di più oggi: Chi vuole operare, imprendere, creare lavoro e ricchezza, è benvenuto in Argentina: siamo una nazione che ha dimostrato di essere solvibile, quindi pretendiamo rispetto e fedeltà alle norme e alle regole, da parte di tutti, dato che abbiamo dimostrato, noi per primi, di rispettare i dispositivi del diritto internazionale……” ecc.

Subito dopo (cioè 15 minuti dopo) la Kirchner ha presentato una denuncia formale contro la Gran Bretagna e gli Usa al WTO (World Trade Organization) la più importante associazione planetaria di scambi commerciali coinvolgendo il Fondo Monetario Internazionale grazie ai files messi a disposizione da Wikileaks, cioè Assange.

L’Argentina ha saldato i debiti, ma adesso vuole i danni. Con gli interessi composti. “Volevano questo, bene, l’hanno ottenuto. Adesso che paghino”. E’ una lotta tra la Kirchner e la Lagarde. Le due Cristine duellano da un anno impietosamente. Grazie (o per colpa) di Assange, dato che il suo gruppo ha tutte le trascrizioni di diverse conversazioni in diverse cancellerie del globo, che coinvolgono gli Usa, la Gran Bretagna, la Francia, l’Italia, la Germania, il Vaticano, dove l’economia la fa da padrone: Osama Bin Laden è stato mandato in soffitta e sostituito da John Maynard Keynes, lui è diventato il nemico pubblico numero uno delle grandi potenze; in queste lunghe conversazioni si parla di come mettere in ginocchio le economie sudamericane, come portar via le loro risorse energetiche, come impedir loro di riprendersi e crescere, come fare per impedire ai loro governi di far passare i piani economici keynesiani applicando invece i dettami del Fondo Monetario Internazionale il cui unico scopo consiste nel praticare una politica neo-colonialista a vantaggio soprattutto di Spagna, Italia e Germania, con capitali inglesi. Gran parte dei file già resi pubblici su internet. Gran parte dei file, gentilmente offerti da Assange all’ambasciatore in Gran Bretagna dell’Ecuador, il quale -siamo sempre il 3 agosto a New York- ricorda chi rappresenta e che cosa ha fatto l’Ecuador, ovvero la prima nazione del continente americano, e unica nazione nel mondo occidentale dal 1948, ad aver applicato il concetto di “debito immorale” ovvero “il rifiuto politico e tecnico di saldare alla comunità internazionale i debiti consolidati dello Stato perché ottenuti dai precedenti governi attraverso la corruzione, la violazione dello Stato di Dirirtto, la violazione di norme costituzionali”. Il 12 dicembre del 2008, infatti, il neo presidente del governo dell’Ecuador Rafael Correa (pil intorno ai 50 miliardi di euro, pari a 30 volte di meno dell’Italia) dichiara ufficialmente in diretta televisiva in tutto il continente americano (l’Europa non ha mai trasmesso neppure un fotogramma e difficilmente si trova nella rete europea materiale visivo) di “aver deciso di cancellare il debito nazionale considerandolo immondo, perché immorale; hanno alterato la costituzione per opprimere il popolo raccontando il falso. Hanno fatto credere che ciò chè è Legge, cioè legittimo, è giusto. Non è così: da oggi in terra d’Ecuador vale il nuovo principio costituzionale per cui ciò che è giusto per la collettività allora diventa legittimo”.

Cifra del debito: 11 miliardi di euro. Il Fondo Monetario Internazionale fa cancellare l’Ecuador dal nòvero delle nazioni civili: non avrà mai più aiuti di nessun genere da nessuno “Il paese va isolato” dichiara Dominique Strauss Kahn, allora segretario del Fondo Monetario.. Il paese è in ginocchio. Il giorno dopo, Hugo Chavez annuncia ufficialmente che darà il proprio contributo dando petrolio e gas gratis all’Ecuador per dieci anni. Quattro ore più tardi, il presidente Lula annuncia in televisione che darà gratis 100 tonnellate al giorno di grano, riso, soya e frutta per nutrire la popolazione, finchè la nazione non si sarà ripresa. La sera, l’Argentina annuncia che darà il 3% della propria produzione di carne bovina di prima scelta gratis all’Ecuador per garantire la quantità di proteine per la popolazione. Il mattino dopo, in Bolivia, Evo Morales annuncia di aver legalizzato la cocaina considerandola produzione nazionale e bene collettivo. Tassa i produttori di foglie di coca e offre all’Ecuador un prestito di 5 miliardi di euro a tasso zero restituibile in dieci anni in 120 rate. Due giorni dopo, l’Ecuador denuncia la United Fruit Company e la Del Monte & Associates per “schiavismo e crimini contro l’umanità”, nazionalizza l’industria agricola delle banane (l’Ecuador è il primo produttore al mondi di banane) e lancia un piano nazionale di investimento di agricoltura biologica ecologica pura. Dieci giorni dopo, i verdi bavaresi, i verdi dello Schleswig Holstein, in Italia la Conad, e in Danimarca la Haagen Daaz, si dichiarano disponibili a firmare subito dei contratti decennali di acquisto della produzione di banane attraverso regolari tratte finanziarie pagate in euro che possono essere scontate subito alla borsa delle merci di Chicago. Il 20 dicembre del 2008, facendosi carico della protesta della United Fruit Company, il presidente George Bush (già deposto ma in carica formale fino al 17 gennaio 2009) dichiara “nulla e criminale la decisione dell’Ecuador” annunciando la richiesta di espulsione del paese dall’Onu: “siamo pronti anche a una opzione militare per salvaguardare gli interessi statunitensi”. Il mattino dopo, il potente studio legale di New York Goldberg & Goldberg presenta una memoria difensiva sostenendo che c’è un precedente legale. Sei ore dopo, gli Usa si arrendono e impongono alla comunità internazionale l’accettazione e la legittimità del concetto di “debito immorale”. La United Fruit company viene provata come “multinazionale che pratica sistematicamente la corruzione politica” e condannata a pagare danni per 6 miliardi di euro.

Da notare che il “precedente legale” (tuttora ignoto a gran parte degli europei) è datato 4 gennaio 2003 a firma George Bush. Eh già. E’ accaduto in Iraq, che in quel momento risultava “tecnicamente” possedimento americano in quanto occupato dai marines con governo provvisorio non ancora riconosciuto dall’Onu. Saddam Hussein aveva lasciato debiti per 250 miliardi di euro (di cui 40 miliardi di euro nei confronti dell’Italia grazie alle manovre di Taraq Aziz, vice di Hussein e uomo dell’opus dei fedele al vaticano) che gli Usa cancellano applicando il concetto di “debito immorale” e quindi aprendo la strada a un precedente storico recente. Gli avvocati newyorchesi dell’Ecuador offrono al governo americano una scelta: o accettano e stanno zitti oppure se si annulla la decisione dell’Ecuador allora si annulla anche quella dell’Iraq e quindi il tesoro Usa deve pagare subito i 250 miliardi di euro a tutti compresi gli interessi composti per quattro anni. Obama, non ancora insediato ma già eletto, impone a Bush di gettare la spugna. La solida parcella degli avvocati newyorchesi viene pagata dal governo brasiliano.
Nasce allora il Sudamerica moderno.
E cresce e si diffonde il mito di Rafael Correa, presidente eletto dell’Ecuador. Non un contadino indio come Morales, un sindacalista come Lula, un operaio degli altiforni come Chavez. Tutt’altra pasta. Proveniente da una famiglia dell’alta borghesia caraibica, è un intellettuale cattolico. Laureato in economia e pianificazione economica a Harvard, cattolico credente e molto osservante, si auto-definisce “cristiano-socialista come Gesù Cristo, sempre schierato dalla parte di chi ha bisogno e soffre”. Il suo primo atto ufficiale consiste nel congelare tutti i conti correnti dello Ior nella banche cattoliche di Quito e tale cifra viene dirottata in un programma di welfare sociale per i ceti più disagiati. Fa arrestare l’intera classe politica del precedente governo che viene sottoposta a regolare processo. Finiscono tutti in carcere, media di dieci anni a testa con il massimo rigore. Beni confiscati, proprietà nazionalizzate e ridistribuite in cooperative agricole ecologiche. Invia una lettera a papa Ratzinger dove si dichiara “sempre umile servo di Sua Illuminata Santità” dove chiede ufficialmente che il vaticano invii in Ecuador soltanto “religiosi dotati di profonda spiritualità e desiderosi di confortare i bisognosi evitando gli affaristi che finirebbero sotto il rigore della Legge degli uomini”.
Tutto ciò lo si può raccontare oggi, grazie alla bella pensata del Foreign Office, andati nel pallone. In tutto il pianeta Terra, oggi, si parla di Rafael Correa, dell’Ecuador, del debito immorale, del nuovo Sudamerica che ha detto no al colonialismo e alla servitù alle multinazionali europee e statunitensi.
In Italia lo faccio io sperando di essere soltanto uno dei tanti.
Questo, per spiegare “perché l’Ecuador”.
E’ un chiaro segnale che il gruppo di Assange sta dando a chi vuol capire e comprendere che TINA è un Falso. Non è vero che non esiste alternativa. Per 400 anni, da quando gli europei scoprirono le banane ricche di potassio, gli ecuadoregni hanno vissuto nella povertà, nello sfruttamento, nell’indigenza, mentre per centinaia di anni un gruppo di efferati oligarchi si arricchiva alle loro spalle. Non è più così. E non lo sarà mai più. A meno che non finiscano per vincere Mitt Romney, Mario Draghi, Mario Monti, David Cameron e l’oligarchia finanziaria. L’esempio dell’Ecuador è vivo, può essere replicato in ogni nazione africana o asiatica del mondo.
Anche in Europa.
Per questo Jules Assange ha scelto l’Ecuador.
Ma non basta.
Il colpo decisivo al sistema viene dato da una notizia esplosiva resa pubblica (non a caso) il 4 agosto del 2012. “Jules Assange ha firmato il contratto di delega con il magistrato spagnolo Garzòn che ne rappresenta i diritti legali a tutti gli effetti e in ogni nazione del globo”.
Ma chi è Garzòn?
E’ il nemico pubblico numero uno della criminalità organizzata.
E’ il nemico pubblico numero uno dell’opus dei.
E’ il più feroce nemico di Silvio Berlusconi.
E’ in assoluto il nemico più pericoloso per il sistema bancario mondiale.

Magistrato spagnolo con 35 anni di attività ed esperienza alle spalle, responsabile della procura reale di Madrid, ha avuto tra le mani i più importanti processi spagnoli degli ultimi 25 anni. Esperto in “media & finanza” e soprattutto grande esperto in incroci azionari e finanziari, salì alla ribalta internazionale nel 1993 perché presentò all’interpol una denuncia contro Silvio Berlusconi e Fedele Confalonieri (chiedendone l’arresto) relativa a Telecinco, Pentafilm, Fininvest, reteitalia e Le cinq da cui veniva fuori che la Pentafilm (Berlusconi e Cecchi Gori soci, cioè Pd e PDL insieme) acquistava a 100 $ i diritti di un film alla Columbia Pictures che rivendeva a 500$ alla telecinco che li rivendeva a 1000$ a rete Italia che poi in ultima istanza vendeva a 2000$ alla Rai, in ben 142 casi tre volte: li ha venduti sia a Rai1 che a Ra2 che a Rai3. Lo stesso film. Cioè la Rai (ovvero noi) ha pagato i diritti di un film 20 volte il valore di mercato e l’ha acquistato tre volte, così tutti i partiti erano presenti alla pari. Quando si arrivò al nocciolo definitivo della faccenda, Berlusconi era presidente del consiglio, quindi Garzòn venne fermato dall’Unione Europea. Ottenne una mezza vittoria. Chiuse la telecinco e finirono in galera i manager spagnoli. Ma Berlusconi rientrò dalla finestra nel 2003 come Mediaset. Si riaprì la battaglia, Garzòn stava sempre lì. Nel 2006 pensava di avercela fatta ma il governo italiano di allora (Prodi & co.) aiutò Berlusconi a uscirne. Nel 2004 aprì un incartamento contro papa Woytila e contro il managament dello Ior in Spagna e in Argentina, in relazione al finanziamento e sostegno da parte del vaticano delle giunte militari di Pinochet e Videla in Sudamerica. Nel 2010 Garzòn si dimise andando in pensione ma aprì uno studio di diritto internazionale dedicato esclusivamente a “media & finanza” con sede all’Aja in Olanda. E’ il magistrato che è andato a mettere il naso negli affari più scottanti, in campo mediatico, dell’Europa, degli ultimi venti anni. In quanto legale ufficiale di Assange, il giudice Garzòn ha l’accesso ai 145.000 file ancora in possesso di Jules Assange che non sono stati resi pubblici. Ha già fatto sapere che il suo studio è pronto a denunciare diversi capi di stato occidentali al tribunale dei diritti civili con sede all’Aja. L’accusa sarà “crimini contro l’umanità, crimini contro la dignità della persona”.

La battaglia è dunque aperta.
E sarà decisiva soprattutto per il futuro della libertà in rete.
In Usa non fanno mistero del fatto che lo vogliono morto. Anche gli inglesi.
Ma hanno non pochi guai perché, nel frattempo, nonostante sia abbastanza paranoico (e ne ha ben donde) Assange ha provveduto a tirar su un gruppo planetario che si occupa di contro-informazione (vera non quella italiana). I suoi esponenti sono anonimi. Nessuno sa chi siano. Non hanno un sito identificato. Semplicemente immettono in rete dati, notizie, informazioni, eventi. Poi, chi vuole sapere sa dove cercare e chi vuole capire capisce.
Quando la temperatura si alza, va da sé, il tutto viene in superficie.
E allora si balla tutti.
In Sudamerica, oggi, la chiamano “British dance”.
Speriamo soltanto che non abbia seguiti dolorosi o sanguinosi.
Per questo Assange sta dentro l’ambasciata dell’Ecuador.
Per questo Garzòn lo difende.
Per questo, questa storia relativa al Sudamerica, va raccontata.
Per questo l’Impero Britannico ha perso la testa e lo vuole far fuori.
Perché Assange ha accesso a materiale di fonte diretta.
E il solo fatto di dirlo, e divulgarlo, scopre le carte a chi governa, e ricorda alla gente che siamo dentro una Guerra Invisibile Mediatica.
Non sanno come fare a fermare la diffusione di informazioni su ciò che accade nel mondo.
Finora gli è andata bene, rimbecillendo e addormentando l’umanità.
Ma nel caso ci si risvegliasse, per il potere sarebbero dolori davvero imbarazzanti.
Wikileaks non va letto come gossip.
Non lo è.
C’è gente che per immettere una informazione da un anonimo internet point a Canberra, Bogotà o Saint Tropez, rischia anche la pelle.
Questi anonimi meritano il nostro rispetto.
E ci ricordano anche che non potremo più dire, domani “ma noi non sapevamo”.
Chi vuole sapere, oggi, è ben servito. Basta cercare.
Se poi, con questo Sapere un internauta non ne fa nulla, è una sua scelta.
Tradotto vuol dire: finchè non mandiamo a casa l’immonda classe politica che mal ci rappresenta, le chiacchiere rimarranno a zero. Perché ormai sappiamo tutti come stanno le cose.
Altrimenti, non ci si può lamentare o sorprendersi che in Italia nessuno abbia mai parlato prima dell’Ecuador, di Rafael Correa, di ciò che accade in Sudamerica, dello scontro furibondo in atto tra la presidente argentina e brasiliana da una parte e Christine Lagarde e la Merkel dall’altra.
Perché stupirsi, quindi, che gli inglesi vogliano invadere un’ambasciata straniera?
Non era mai accaduto neppure nei momenti più bollenti della cosiddetta Guerra Fredda.
Come dicono in Sudamerica quando si chiede “ma che fanno in Europa, che succede lì?”
Ormai si risponde dovunque “In Europa dormono. Non sanno che la vita esiste”.

Rumori Dal Mondo: SUDAMERICA: ECCO DA CHI PRENDERE ESEMPIO PER RINAS…